di Michelangelo Nasca
“Signore, come sono dolci le vostre vie! Ma chi vi camminerà senza timore? Temo di non sapervi servire. Quando mi metto a servirvi, non trovo nulla che mi soddisfi per pagarvi almeno in qualche cosa il molto che vi devo. Mi sembra che vorrei consacrarmi tutta al vostro servizio, ma considerando attentamente la mia miseria, sento di non saper far nulla di buono se Voi non mi aiutate” (Teresa d’Avila).
Anche noi, talvolta, sperimentiamo questa particolare condizione interiore, così come riferisce S. Teresa d’Avila in questa sua breve citazione. Ci sentiamo inadeguati, incapaci di servire e di amare Dio, vorremmo potergli offrire tutto noi stessi, ma il computo delle nostre miserie riesce a spegnere il desiderio e l’entusiasmo iniziali.
Non c’è, però, da preoccuparsi, non è una malattia incurabile! Si tratta, infatti, del settimo dono dello Spirito Santo, il Timor di Dio, che talora ci mette in crisi perché non sempre riusciamo a spiegarcene bene il significato.
Cosa dobbiamo temere? Esiste in Dio una realtà che può realmente farci paura?
Giovanni Paolo II alcuni anni fa disse che il Timor di Dio “è il sentimento sincero e trepido che l’uomo prova di fronte alla «tremenda maiestas» di Dio, specialmente quando riflette sulle proprie infedeltà e sul pericolo di essere «trovato scarso» (Dn 5,27) nell’eterno giudizio, a cui nessuno può sfuggire. Il credente si presenta e si pone davanti a Dio con lo «spirito contrito» e col «cuore affranto» (cfr. Sal 51[50],19), ben sapendo di dover attendere alla propria salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Ciò, tuttavia, non significa paura irrazionale, ma senso di responsabilità e di fedeltà alla sua legge. […] L’anima si preoccupa allora di non recare dispiacere a Dio, amato come Padre, di non offenderlo in nulla, di «rimanere» e di crescere nella carità (cfr. Gv 15,4-7)”.
Il Timor di Dio, in qualche modo, ci chiede di non perdere di vista la fedeltà alla Legge di Dio e nello stesso tempo c’invita a lavorare con maggiore responsabilità per far crescere in noi il desiderio di non dispiacerLo.
Il timore di Dio non ha nulla a che vedere con la paura, quella particolare ed intensa emozione suscitata dalla percezione imminente di grave pericolo (reale o supposto). Alcuni anni fa, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, riflettendo su questo argomento commentava: “Il timore di Dio si deve imparare: «Venite, figli, ascoltatemi, dice un salmo; vi insegnerò il timore del Signore» (Sal 33,12); la paura invece, non c’è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d’improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura. Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, «tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose» (Lc 5, 26). Il timore è qui semplicemente un altro nome dello stupore e della lode. Questo genere di timore è compagno e alleato dell’amore: è la paura di dispiacere all’amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell’esperienza umana. È chiamato spesso “principio della sapienza” perché porta a fare le scelte giuste nella vita. È addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo (cf. Is 11, 2)!”
Il settimo dono dello Spirito Santo ci ricorda, in ultima analisi, la priorità e l’attenzione da rivolgere a colui che amiamo come Dio Padre.
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