Saturday, May 19, 2012

Angeli & Demoni

Posted by guido.vergari@tin.it On febbraio - 25 - 2012 1 COMMENT

Siamo all’inizio del vangelo di Mc, dopo la discesa dello Spirito su Gesù (1,10) avvenuta nel Battesimo. Gesù aveva appena fatto l’esperienza della vicinanza di Dio, della sua presenza, dell’essere amato, accolto e voluto incondizionatamente.
Adesso, però, Gesù fa una nuova esperienza: quaranta giorni di deserto.
Quaranta, da cui viene la parola quaresima (40 giorni, appunto), è un numero simbolico. 40 sono i giorni che Mosé sta sul monte Sinai; 40 sono i giorni di cammino di Elia; 40 sono gli anni del popolo ebreo nel deserto; a 40 anni Maometto incominciò la sua missione; a 40 anni Buddha divenne un illuminato; a 40 anni Mosé incomincia la sua fuga nel deserto scappando dalla reggia del faraone.
Verso i 40 anni spesso avviene il grande cambiamento della nostra vita: la prima parte della vita se ne è andata, è alle spalle. Si è sposati, i figli crescono, il lavoro è stabile, la bellezza inizia a sfiorire, ci si accorge che molti ideali erano illusioni. La vita ci chiama a puntare e costruire su altre cose. Dall’esterno (casa, figli, lavoro) si passa all’interno: che senso ha vivere? Perché vivo? Come vivere? La vita ci chiama ad approfondire la nostra esistenza.
4, 40, è il numero dell’umano (4 i punti cardinali, 4 gli elementi del mondo nell’antichità), è il numero della transizione, del passaggio, della crescita, delle scelte.
La Quaresima, allora, è il tempo dove sono chiamato a crescere, a fare un passo, a compiere un passaggio (Pasqua vuol dire appunto passaggio) a fermarmi e farmi domande profonde: “In cosa devo crescere? In cosa devo maturare? Cosa devo lasciare e cosa di nuovo devo prendere?”. La quaresima è il tempo in cui si lascia una terra (l’Egitto), terra di schiavitù per andare verso una terra di libertà (terra promessa). E il passaggio è un deserto.

Tutti i vangeli concordano che subito dopo il battesimo Gesù fu mandato, potremmo dire spedito, nel deserto a confrontarsi con Satana e i demoni. Dai vangeli appare chiaro che l’esperienza del deserto e del confronto con i propri demoni è imprescindibile.
All’inizio della storia anche Adamo (l’uomo maschio o femmina che sia) viene condotto davanti al suo deserto. Il serpente (nahasc n-h-sc) è colui che conduce (n) verso il nucleo (sc) ma che sulla strada incontra una barriera (h). Il serpente viene definito “astuto” (‘arom) ma quella stessa parola qualche versetto prima, riferita ad Adamo ed Eva, è stata tradotta con “nudi”.
Il serpente, la tentazione, è nient’altro che essere nudi di fronte a se stessi, che vedersi per quello che si è. E’ nient’altro che affrontare le barriere, gli ostacoli, le montagne per diventare dei camminatori della vita; ostacoli che ci fanno evolvere e crescere nella strada verso di noi. Cioè: è inevitabile dover incontrare il deserto; è inevitabile nella nostra vita dover incontrare qualcosa che non vorremmo incontrare; è inevitabile scendere dentro di noi e incontrare tutti i nostri fantasmi.
Allora: mentre noi con tutte le forze tentiamo di evitarci le crisi, Dio vuole con tutte le forze che incontriamo le nostre crisi, i nostri lati oscuri e d’ombra, perché dalla tentazione ne usciamo più veri e più forti. Perché dietro ad ogni crisi c’è Lui che ci interpella.

Il deserto, allora, è un’esperienza che non possiamo evitare. L’esodo degli ebrei dall’Egitto è la grande esperienza che tutti noi a più riprese nella vita dobbiamo compiere. Vivo delle cose (gli ebrei erano andati in Egitto perché lì vi trovavano cibo e lavoro), sto bene, tutto funziona, ma poi le cose cambiano, poi il meccanismo si rompe, poi il rapporto rinsecchisce. Mi viene chiesto un qualcosa di più; inizio a sentirmi soffocato, insoddisfatto; ciò che prima mi andava bene adesso non mi va più. Nuove esigenze emergono; nuovi lati del carattere bussano alla porta; nuove situazioni e sfide mi si fanno avanti.
Allora è come andare nel deserto: 1. c’è da cambiare, 2. non si sa cosa ci aspetterà, 3. c’è da lasciare qualcosa, 4. non si può che contare su di sé e su Dio.
Ogni uomo deve andare verso la sua terra promessa, verso di sé, verso il suo profondo e verso Dio. Ma lungo la strada incontra il suo deserto: delle barriere, degli ostacoli, degli stop: è la crisi.
Si va in crisi perché la vita ci chiama ad evolverci e a cambiare. E’ normale andare in crisi! L’aspetto negativo della crisi è che è sempre un momento di dolore, difficile, di cambiamento e si scontra con la nostra resistenza a non voler cambiare, modificarci, progredire, andare avanti. Anche noi come gli Ebrei tante volte diciamo: “Basta, io mi fermo! Ma chi me l’ha fatto fare!”.
L’aspetto positivo della crisi è che si evolve, che si diventa (se la si affronta!) più profondi, più veri, più trasparenti, più inseriti nel mistero della vita, più capaci di amare, più uomini, più liberi. Ogni crisi ci costringe a tirare fuori energia, grinta, voglia di vivere, nuove risorse.
Di fronte ad una crisi, ad un deserto, possiamo fare come i bambini, quando nasce un fratellino, che pestano i piedi, che sono gelosi e che si arrabbiano. Oppure possiamo dirci: “Vediamo a cosa ci chiama la vita! Chissà cosa devo imparare adesso!”.
Nasce un figlio. Prima si era marito e moglie e tutta l’attenzione era rivolta al partner. Ma adesso c’è un’altra persona che assorbe molte delle nostre attenzioni. Allora si può diventare gelosi del figlio che ci sottrae la compagna oppure ci si può dimenticare del marito completamente assorbiti dal figlio. E’ una crisi: bisogna ridefinirsi, bisogna ritrovare le ragioni dello stare insieme. Ma una crisi ci permette di fondare più in profondità il nostro rapporto e il nostro amore. Una crisi non affrontata, invece, lacera, mina, la relazione.
Un uomo perde il suo lavoro. Aveva lavorato lì per vent’anni, “aveva dato il sangue” per quell’impresa. Adesso viene facilmente licenziato: crisi. Si sente un fallito, si chiede che senso abbia vivere. Aveva puntato tutto sul lavoro, gli sembrava di valere perché guadagnava molto e perché poteva permettere ai suoi figli un’alta condizione economica; adesso deve recuperare che amare i suoi figli non è solo guadagnare; che un uomo non vale tanto per quanto ha e per quanto porta a casa ma per quello che è.
Una donna perde sua madre. Sua madre era la sua amica e la sua confidente: crisi. Ma scopre che il rapporto con sua madre aveva coperto anche quello con il marito; scopre che non è molto autonoma e che si era sempre appoggiata a lei; scopre che deve diventare grande.
Una coppia va in crisi: hanno il lavoro, hanno una bella famiglia e dei bei figli. Ma sono insoddisfatti, nervosi l’uno con l’altro. Attraversando il loro deserto scoprono che con il tempo si sono allontanati intimamente l’uno dall’altro, che si sono un po’ persi e che hanno bisogno di recuperarsi e di farsi aiutare.
Un uomo è stanco di andare in chiesa. Sente un Dio formale, che non gli dà niente: crisi. Così si mette in ricerca, così lascia il Dio del catechismo per ritrovare una relazione personale con Dio, per sentirlo vicino, presente nella sia vita.
Un uomo ha quarant’anni, i figli sono grandi, il lavoro c’è, il rapporto con la moglie funziona. Eppure è in crisi. E si chiede: ma io che ci sto a fare in questa vita? Perché vivo? Che senso ha vivere? E’ una crisi di motivazioni, per cercare un senso o dei sensi per vivere.
Una donna ha quarantatre anni e si accorge di non essere più attraente come prima: le rughe, i primi segni del tempo che passa, ecc: crisi. Bisogna trovare allora ragioni più forti, più profonde per vivere.
Un uomo si accorge di aver vissuto dietro ad una maschera: chi lo vede fuori direbbe che è contento e felice. Ma dentro ha di tutto: sofferenza, ferite, pianto. Sente che il palco non è più sostenibile: crisi.
Una donna si porta dietro il trauma di una violenza: non ne ha mai parlato con nessuno ma è terrorizzata dagli uomini. Sa che dovrebbe aprirsi ma ha paura.
Dio dice al popolo ebreo: “Ti ho portato nel deserto per vedere quello che avevi nel cuore”. Il deserto mi mostra cos’ho dentro, mi toglie tutte le illusioni su di me e mi spoglia.
Tentazione vuol dire: “Guarda, questo hai nel cuore!”. E’ essere messi alla prova, non per vedere se siamo bravi o cattivi, ma perché sia reso trasparente, chiaro, cos’abbiamo dentro.
Il deserto è così, è spietato perché ti mostra per quello che sei. E’ come essere allo specchio: “Questo sei tu! Guardati! Non ti fuggire! Non nasconderti!”. Per questo lo eviteremo ben volentieri. Per questo è pericoloso. Per questo cerchiamo in tutti i modi di non andarci.
Il deserto sarà sempre il luogo dei demoni e di tutte le voci demoniache che abbiamo dentro. C’è una donna che ogni notte, in sogno, urla: quali voci, urla, avrà dentro? Un’altra donna ogni volta che si ferma piange la morte di suo figlio quindicenne. Un uomo ogni volta che si ascolta sente la colpa di aver tradito la moglie che ama. Voci demoniache sono ad esempio: “Bastardo, tu non sei mio figlio (voce di un padre); te lo meriti, potevi ascoltarmi; non vali niente; sei un fallito; chi ti potrà perdonare; se gli altri sapessero; guarda cos’hai fatto?; non sei capace d’amare; sei sempre il solito; sei un’incapace; non realizzerai mai niente; ma chi vuoi che ti ami?; per forza che nessuno ti vuole!; non ti aspettavamo; sei nato per sbaglio; sarebbe stato meglio che tu non ci fossi; sei come tuo padre!; avrei preferito che tu fossi handicappato piuttosto che prete!”. E chi vorrebbe ascoltare queste voci? E chi vorrebbe sentirle? Non è meglio stordirle con il fracasso, con fiumi di parole, di rumore o di cose da fare?
Anche Gesù ha dovuto confrontarsi con l’animalesco, il terribile, il demoniaco e il male.
Non si può compiere nessun serio viaggio cristiano (le tentazioni, in tutti i vangeli, precedono la vita pubblica di Gesù) evangelico, umano, senza questo terribile, confronto.
Nessuno di noi ha problemi sessuali. Ovvio! E’ chiaro! Nessuno ha bisogno di confrontarsi con questa sfera, di conoscerla, di comprenderla, d’integrarla.
Ma non si capisce come mai la pornografia sia così diffusa; non si capisce come mai la tv sia così vista di notte; non si capisce tutto questo “chiacchiericcio” e queste battutine tra colleghi sul sesso. Alcune persone non sanno parlare d’altro che di sesso! Cosa pensiamo quando vediamo certe donne così seducenti e attraenti? Non ci sono in noi istinti animali?
Nessuno di noi ha sentimenti di odio. Ovvio! E’ chiaro! Ma non si capisce la rabbia e la brutalità nello scagliarsi contro qualcuno che sbaglia. Non si capisce ciò che succede negli stadi (sono i nostri giovani, i nostri figli: li abbiamo educati noi, sono venuti nelle nostre scuole, hanno frequentato le nostre chiese!). Non si capisce gli amanti che si uccidono; non si capisce che appena posso “te la faccio pagare”, “non ti lascio passare niente”. Guardate come siamo al lavoro, per strada. Guardate come ci scagliamo con le persone, senza pietà: non siamo delle “bestie”?
Nessuno di noi ha difficoltà ad esprimere le emozioni. Ovvio! E’ chiaro! Tutti ci conosciamo benissimo e siamo padroni di noi stessi. Non abbiamo bisogno di nessun aiuto! Non si capisce, però, come mai 1/4 della gente soffre di problemi di de-pressione (il contrario è l’es-pressione) e come 1/5 abbia disturbi somatici; non si capisce l’insoddisfazione della gente: “Tutto va male, tutto fa schifo, che vita!”.
Nessuno di noi è ipocrita. Ovvio! E’ chiaro! Ma non si capisce poi il perché sorridiamo, a volte del male altrui; siamo contenti che si dica male del nostro nemico, che venga infangato da altri; che l’altro prenda meno di me; che l’altro sbagli; “ben gli sta; sono proprio contento; così impara!”. Non addentiamo nessuno, ma gioiamo se qualcun altro lo fa.
Noi mercoledì scorso ci siamo messi la cenere in testa: non è stato un gioco ma un bagno di umiltà. Devo avere l’umiltà di riconoscere che io sono anche questo. Devo riconoscere che il male abita in me e non solo negli altri.
C’è una poesia meravigliosa: “Guardo la Luna e ne vedo la parte illuminata. Ma so che nasconde la Luna buia. Allora chiedo al Sole di illuminare anche l’altra parte. Guardo la Luna e ne vedo ora la parte buia. Ma so che è in ombra la parte illuminata. Allora chiedo a me di tener presente che ogni Luna di luce ha una Luna di buio”.

Dopo quest’incontro intenso, terribile, con i fantasmi e i demoni interiori, Gesù ha acquisito tutta la forza per andare. Da qui in poi, nessuno potrà più fermarlo.
Nel deserto, infatti, Gesù non incontrò solo i demoni ma anche gli angeli (che lo servivano). Cioè: quegli stessi demoni, mostruosi e terribili, una volta capiti, compresi, conosciuti, addomesticati, sono diventati degli angeli, delle forze costruttive, a favore dell’uomo, amiche; da distruttive, contrarie all’uomo, nemiche, sono diventate le nostre risorse.
La potenza di un uomo è dentro di sé, gli viene data dall’essersi confrontato con tutto il potenziale distruttivo che c’è dentro e nell’averlo convertito in forza, energia, passione.
Il mio valore non è dato dall’esterno, né da ciò che gli altri pensano di me (potrebbero cambiare idea), né da ciò che conquisto (potrei perderlo) ma dall’interno, dalla mia capacità di confrontarmi con ciò che ho dentro e di imparare a conoscerlo, a gestirlo, a non prenderne paura. Il mio valore è dato dal non sottrarmi a ciò che ho dentro e dallo scoprire che i miei demoni sono i miei angeli. Che ciò da cui fuggo è ciò di cui ho bisogno.
Anni fa trovammo un gattino che qualcuno aveva lasciato per strada. All’inizio si avvicinava solo per mangiare e poi scappava via lontano da tutti. Prenderlo era impossibile. Ma un po’ alla volta si è fatto toccare, prendere, accarezzare, fino a diventare un ospite normale in casa nostra. Quel felino non era più pericoloso, anzi era un buon compagno della famiglia.
Niente di ciò che è dentro di noi è pericoloso se lo possiamo conoscere e addomesticare. Anche ciò che sembra distruttivo, pericoloso o malvagio può trasformarsi e diventare un angelo, una forza, una luce, una sensibilità, uno spazio d’amore. Rielke: “Ho paura che se i miei demoni mi lasceranno se ne andranno anche i miei angeli”. Pascal: “L’uomo non è né angelo né bruto, ma disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo faccia il bruto”.

E’ proprio dopo l’esperienza tremenda del deserto che Gesù diventa consapevole della propria forza. Perché? Perché è il confronto e lo stare con la sofferenza che ti matura, che ti fa più forte, che ti fa potente.
Le esperienze piacevoli rendono splendida la vita ma sono quelle dolorose che ci fanno crescere, che mettono il dito su di una parte di noi che deve ancora crescere, trasformarsi e mutare. Incontrare i nostri demoni ci farà sempre diventare più forti e ci farà incontrare i nostri angeli.
La gente crede di avere solo demoni dentro, solo schifezze, solo casini, difficoltà, problemi, confusioni? Poche persone credono in sé: e lo si vede dal fatto che pochi credono di avere una grande missione, che pochi credono che la loro vita sia significativa per il mondo, pochi credono di avere un compito particolare da svolgere in questo mondo. La gente, in genere, “tira avanti”.
Ma tu dentro hai Dio, non dimenticartelo. Lui è in te. Scopri il tuo valore! Riprenditi il tuo valore!

Tu hai delle mani e con le tue mani puoi accarezzare, abbracciare, costruire, lavorare, creare, dipingere, suonare, dare la mano, giocare a pallavolo o a ping-pong, cullare, scalare, scrivere, unire la tua mano alla mano di chi ami. Ma ti rendi conto di cosa puoi fare? Ti rendi conto del valore delle tue mani.
Tu hai degli occhi e puoi vedere il sole, la luna e le stelle, il mare, il cielo, il volo degli uccelli, la neve che cade a fiocchi, la smorfia di tuo figlio, il suo primo sorriso, il pianto di tua moglie quando le hai chiesto di sposarti, la luce negli occhi della gente.
Tu hai delle orecchie e puoi sentire la voce di chi ti ama e ti sussurra: “Tesoro; amore mio”, il pianto di tuo figlio che ti chiama e ti vuole, la voce tremante di chi ha paura, il canto degli uccelli o il suono delle onde del mare, il mormorio del vento, il respiro della tua donna che dorme accanto a te la notte, il grido di chi soffre, le voci gioiose dei bambini, la passione di chi parla. Ma ti rendi conto di cosa puoi sentire? Ti rendi conto di cosa puoi vivere?
Tu hai un corpo che può sentire l’acqua, il vento e la pioggia; puoi sentire la pace e l’unione dopo l’amore, puoi sentire un figlio che si sviluppa in te, puoi sentire l’amore pulsare, il cuore battere e il respiro entrare ed uscire in te.
Tu hai un cuore e con il tuo cuore puoi dire: “Ti voglio bene. Lo sai che sei importante per me. Lo sai che ti amo! Ci sarò nei tuoi momenti bui e difficile. Non ti preoccupare io non me ne andrò. Qui sei a casa”. Tu puoi accarezzare, abbracciare, baciare ed esprimere l’amore che hai dentro. Tu puoi farlo.
Tu hai un’anima che può decidere di vivere, di spendersi per qualcosa di grande, di appassionarsi per la vita e per tutto ciò che vive, che può non accontentarsi ma entrare nel mistero dell’esistenza; tu hai un’anima che può entrare in contatto con Dio, che può cogliere che tutto ha un senso, che può cogliere il senso della propria vita, che può lottare per grandi valori e ideali, che può cambiare certi destini, che può essere felice e vivere da liberata e illuminata.
Ma ti rendi conto di cosa puoi vivere?
E’ difficile tutto questo? Sì, lo è. Gesù ha vissuto tutto questo solo dopo aver passato il deserto e i demoni.
Ma guarda cos’ha vissuto! Non ne valeva la pena? Non vale la pena di essere purificati dal deserto per poter vivere tutto questo. Perché vivere come galline quando si è fatti per il cielo? Perché prendere paura per quaranta giorni di deserto quando si può vivere una vita così?
Non dimenticarti mai che tu sei Suo Figlio: tu hai un valore enorme, tu hai gli angeli che ti abitano dentro.
Gli angeli sono in te; tu sei ricco, tu puoi vivere cose intense, grandi, enormi. Non dimenticarti di chi sei. Non fare come gli ebrei che si erano abituati alla schiavitù. Non dimenticare la tua origine; non perdere mai memoria della tua dignità.

Il vangelo si chiude con Gesù che, appena uscito dal deserto, agisce. Si reca in Galilea; predica il regno di Dio e dice a tutti di convertirsi, di cambiare vita e di credere al vangelo. Gesù è consapevole dell’enorme potere che ha. Lo agisce e lo utilizza per il bene, per il regno di Dio.
Quando un uomo conosce i propri abissi conosce il potere del bene e del male che ha in sé. Finché noi non ci conosciamo profondamente riteniamo, ingenuamente, di non avere poi un così grande potere. Ma non è così: è fondamentale per l’uomo conoscere, mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,16). Perché l’uomo deve sapere il potere enorme che ha in sé; potere di vita e potere di morte; potere di bene e di male; di guarire e di ferire. Tu hai un potere enorme, abbine consapevolezza; renditi conto di ciò che puoi fare per te e per il bene dell’umanità; sii responsabile di fronte a ciò che fai o non fai per te e per l’umanità.
Un collega “si fa bello” davanti al capo: scegli se perdonare o se rimanere risentito.
Hai comprato il vestito nuovo, scendi dall’auto e s’incastra nella portiera: strappo e vestito da buttare. Scegli se ridere o se piangere di fronte a ciò.
Ti viene chiesto un aiuto al camposcuola con i ragazzi: scegli se creare unità o se distruggere (te ne freghi!).
E’ un po’ che ci provi a fare silenzio e a mettere a tacere la testa: ma non funziona. Scegli se perseverare o se lasciar perdere.
Tuo figlio ha preso un brutto voto a scuola nonostante lo studio: scegli se incoraggiarlo lo stesso o se rimproverarlo.
Devi decidere un cambiamento importante (di atteggiamento o di vita) ma ti costa fatica e non sai a cosa porterà. Scegli se agire o procrastinare.
Tua moglie ti ha trattato male e, secondo te, ti ha offeso. Scegli se fare il primo passo o se continuare la guerra.
Senti di avere delle intuizioni in te, una profondità, delle ricchezze. Scegli se credere in te stesso o se rinunciare a te.
Sei capace di parlare: scegli se sottolineare il positivo o il negativo di una cosa; scegli se mettere in luce il bene delle persone o il loro male; scegli se parlare per costruire o per distruggere.
Tu puoi decidere se spegnere la tv o no; se protestare rispetto ad una ingiustizia o no; se schierarti o no; se impegnarti nel sociale o no. Scegli se agire il tuo potere o se delegarlo.
Amare è un potere. Odiare è un potere. Intervenire è un potere, starsene zitti, anche. Conoscersi è un potere, tanto quanto decidere di non conoscersi. Cambiare è un potere (puoi, cioè, farlo) come anche non cambiare. Farsi aiutare è un potere come anche non farsi aiutare.
Non ti puoi sottrarre al potere che hai, sappilo!
Puoi solo decidere se usarlo per il bene o per il male, per la vita o per la morte.
Non puoi sottrarti al tuo potere: puoi solo decidere come usarlo.

Pensiero della settimana

Chi vuol conoscere la destra deve conoscere la sinistra;
chi vuol sapere cos’è l’alto deve sapere cos’è il basso;
chi vuole sapere cos’è il maschile deve conoscere il femminile;
chi vuol sapere cos’è il bene deve sapere cos’è il male;   ( Don Marco Pedron)

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Fiere e Angeli

Posted by massimo On febbraio - 22 - 2012 1 COMMENT

    26 febbraio 2012 – Fiere e angeli

ANNO B
I DOMENICA DI QUARESIMAPrima lettura: Gen 9,8-15
Salmo Responsoriale Dal salmo 24
Seconda lettura: 1Pt 3,18-22
Vangelo: Mc 1,12-15

 

Via le maschere, adesso.
Quelle di Carnevale, certo, ma soprattutto quelle che indossiamo sempre.
Inizia la Quaresima, il tempo che ogni anno ci viene donato per tornare all’essenziale, per tornare a noi stessi, per fare in modo che l’anima ci raggiunga, per incontrare Dio.
Lo desideriamo, certo, ma sappiamo bene quanto sia difficile conservare la fede, fare del vangelo il metro di giudizio della nostra vita, restare in intimità con noi stessi.
Questo tempo di essenzialità ci prepara alla grande festa della Pasqua e dobbiamo vegliare finché le tante iniziative proposte dalle parrocchie in queste settimane non ci giungano abitudinarie e fiacche. Non lasciamo la maschera che indossiamo per indossare la maschera del penitente pensando, così, di far piacere a Dio. Il problema non è mangiare il prosciutto di venerdì, o mettere da parte dei soldi per le missioni, né fare le facce da mortificati, ma vivificare la nostra fede.
Come Gesù è entrato nel deserto per decidere come affrontare la sua missione, così anche noi entriamo del deserto per mettere a fuoco le scelte che vogliamo fare.
Certo: leggendo il vangelo di Marco si resta piuttosto delusi: l’evangelista sintetizza le tentazioni di Gesù in due soli versetti, senza entrare nel dettaglio.
Ma stiamo imparando a diffidare dell’apparente semplificazione di Marco. Le sfumature che contraddistinguono il suo racconto sono un universo da scoprire.

Lo Spirito
È lo Spirito che spinge Gesù nel deserto per soddisfare il suo desiderio di verità, di preghiera, di silenzio. Lo abbiamo già incontrato, di notte, da solo, a pregare il Padre, il Maestro.
Ora lo ritroviamo per un lungo periodo a concentrarsi solo sul suo rapporto con Dio.
Avessimo il coraggio anche noi di imparare il silenzio! Di scoprire una preghiera fatta di ascolto! Di osare, sospinti dallo Spirito, qualche giorno all’anno da dedicare allo spirito! Avessimo anche noi il coraggio di ridire al nostro cristianesimo tiepido che lo Spirito ci spinge! Che ci obbliga all’interiorità!
Per quaranta giorni Gesù resta nel deserto, tentato da satana.
Non è una parentesi nella sua vita: i quaranta giorni, nel cammino dell’Esodo, indicando una generazione, cioè una vita.
Per tutta la vita Gesù ha voluto stare in contatto intimo con Dio, nel deserto del suo cuore.
Per tutta la vita Gesù ha combattuto contro colui che divide, contro l’avversario, il satana.
Il termine usato da Marco, uno dei tanti a sua disposizione, non indica, in questo caso, la personificazione del male, ma lo spirito maligno, l’avversario, il divisore. La parte oscura della realtà che ci mette a dura prova, continuamente.
Esiste il male e ci porta alla paralisi, come dicevamo domenica scorsa. Esiste ed agisce continuamente nelle nostre vite.
Siamo liberi ed è impegnativo scegliere la parte luminosa della realtà, quella che proviene da Dio. Anche noi a volte abbiamo l’impressione di essere sempre in battaglia.
È consolante sapere che anche Gesù ha vissuto così. E ha vinto.

Fiere e angeli
Fiere e angeli lo servono. Che significa?
Gli esegeti danno due spiegazioni, scegliete voi quella che vi convince di più.
Forse Marco sostiene che Gesù sta creando una nuova realtà. L’uomo che vive in armonia con il creato, con le bestie feroci, richiama lo stato iniziale di Adamo. Come a dire: Gesù è il nuovo Adamo.
Ma, aggiungo io da birichino, come a dire che nel deserto il Maestro ritrova l’armonia primigenia, e anche noi. Cosa altro dobbiamo sentirci dire per riappropriarci del silenzio e d lla preghiera?
Forse Marco si riferisce alle fiere della profezia di Daniele: lì indicavano le grandi potenze straniere dell’epoca, qui indica i poteri contro cui Gesù deve fare i conti (Roma, il sinedrio, i farisei…) ma, anche, i poteri che riconoscono la supremazia del Signore.
La nostra vita è come un tessuto: la trama siamo noi a disegnarla, ma deve essere necessariamente intrecciata con l’ordito. La sensazione che la nostra vita non vada da nessuna parte ci deriva, forse, dal fatto che ci illudiamo di intessere una stoffa senza un ordito a cui appoggiare le nostre trame.
Gli angeli, in questo caso, indicano le tante presenze che Gesù, e noi, incontriamo nel nostro percorso di fede e che ci riportano verso Dio.
Un amico, un prete, un evento, un libro possono diventare angeli che ci aiutano a superare le tentazioni.

Galilea
Marco è l’unico che lega la fine del deserto con l’inizio della predicazione in Galilea. Non entriamo nel deserto per restarci, non costruiamo un mondo a parte, ma il superamento della tentazione e il ritorno all’armonia iniziale, conseguiti grazie all’aiuto dei tanti inviati con cui Dio accompagna il nostro cammino ci spingono a diventare testimoni.
Credibili.

Buona Quaresima, cercatori di Dio, lasciamo che lo Spirito ci spinga nel deserto. 

Don Paolo Curtaz

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Lebbra e cuore

Posted by marilena marino On febbraio - 9 - 2012 ADD COMMENTS

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La pagina del Vangelo che la Liturgia di questa domenica ci fa leggere (Mc.1,40-45), ci chiede una notevole attenzione: siamo di fronte ad una tipica pagina di Marco, essenziale nello stile narrativo, ricchissima di contenuti solo accennati e lasciati alla intelligenza del lettore da comprendere e da approfondire. Siamo di fronte ad una pagina tutta concentrata sulla figura di Gesù, non facile da capire, persino sconcertante, ma proprio per questo importante per il cammino di fede che Marco ci guida a compiere.
“Un lebbroso viene verso di Lui, supplicandolo e dicendogli: “Se vuoi, puoi rendermi puro”. Il racconto di Marco comincia con il presentarci la figura di questo lebbroso che prende l’iniziativa, agisce, parla e si muoverà sino alla fine di testa propria non ascoltando ciò che Gesù gli dice. Non è di facile interpretazione questa figura che Marco propone: un esempio da imitare, o una condotta da condannare? Questa complessità si riflette nella diversità con cui le antiche tradizione del testo descrivono la reazione di Gesù di fronte alla domanda del lebbroso. Il testo che noi leggiamo dice: “e mosso a compassione.” ma altri antichi manoscritti dicono: “essendo andato in collera.” Gesù, dunque, di fronte al lebbroso si è commosso oppure si è adirato? Gli esperti di “critica del testo” affrontano la questione e, secondo le regole di questa scienza, tendono a privilegiare la lettura che noi scartiamo: “essendo andato in collera”. Questa lettura troverebbe conferma dalla reazione di Gesù dopo l’azione di purificazione: “fremendo contro di lui, lo cacciò via subito”. Perché, dunque, questo atteggiamento di Gesù? Certo, Marco ce lo presenta in modo non facilmente ed immediatamente riconducibile ad interpretazioni pie e devozionali. Presentandoci poi la realtà dei fatti, non ce ne dà l’interpretazione, lasciandola aperta alla sensibilità e all’intelligenza di ogni lettore: in questo modo Marco ci educa alla fede. Probabilmente, la reazione di Gesù dipende dall’atteggiamento del lebbroso che pretende che Lui lo liberi della situazione di separazione dagli altri. Nel lebbroso, che la Legge condanna alla separazione, possiamo vedere la situazione dell’uomo incapace di relazioni vere con gli altri, dell’uomo che non accetta il proprio limite e che pretende da Dio il superamento.
La chiave di interpretazione sta, dunque nella “preghiera” formulata dal lebbroso: “Se vuoi, puoi rendermi puro”. Preghiera o pretesa? Affidamento a Dio o tentazione? L’invocazione del lebbroso è così simile a quella di Gesù nel Gethsemani: “Padre, ogni cosa ti è possibile. Allontana questo calice da me! Ma non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu!” Sono così simili le due invocazioni eppure tra di loro c’è un abisso! Quella di Gesù è una invocazione filiale, drammatica, rivolta al “Padre”; è un riconoscimento dell’onnipotenza di Dio, che rimane misteriosamente “altra” in rapporto all’invocazione così umana del “Figlio”, che pure sa di poter dire tutto, con estrema libertà, al Padre; è un affidamento totale di sé alla volontà del Padre che il Figlio sa essere volontà di amore. Quella del lebbroso è invece una secca richiesta, nella perfetta logica umana: ha visto Gesù parlare e agire “con autorità” e quindi sa che “egli può”, se può deve solo volerlo e perché non dovrebbe volerlo, Lui che sta sempre dalla parte dei deboli? Quello che il lebbroso vuole è solo un atto “potente”, che rompa gli schemi, che faccia in modo che lui, persona emarginata per i suoi limiti, possa andare “a predicare molte cose e a divulgare la parola”. Il lebbroso non ha capito che la “autorità” di Gesù è solo l’amore con cui Egli si abbassa per condividere la fragilità e renderla piena di vita, non per cancellarla ed esibire una umanità autosufficiente; non ha aperto a Gesù il suo cuore per poter lasciarsi amare da Lui e quindi la sua vita non è cambiata neppure quando Gesù lo ha purificato. Questo può spiegare la reazione adirata di Gesù (e quanto pedagogica anche per noi, oggi!) il quale tuttavia non rimane condizionato dalla incomprensione del lebbroso: Gesù, pure in collera, non viene meno al suo amore per lui, alla compassione per un uomo che vuole uscire dalla sua sofferenza.
Marco descrive la guarigione del lebbroso da parte di Gesù, con i suoi gesti e le sue parole: “stese la sua mano e lo toccò e disse: Lo voglio, sii purificato”. L’eccezionalità del fatto è sottolineata dai due verbi: “stese la mano e lo toccò”, che esprimono la partecipazione umana e la libertà di Gesù che non teme il contatto che avrebbe prodotto impurità: Gesù è libero; egli sa che l’impurità del lebbroso non può contaminare, mentre il suo amore è contagioso e può guarire.
Le parole che accompagnano i gesti sono estremamente sintetiche e di grande peso: “Lo voglio, sii purificato”; lette, non solo in relazione con il fatto narrato, esprimono la visione programmatica di Gesù. Egli vuole (è un imperativo) una umanità libera, non schiava di contaminazioni, di limitazioni, di emarginazioni, ben al di là di quanto gli uomini vogliano, ben oltre ciò che questo lebbroso vuole.
Così questa pagina evangelica mette sempre più in evidenza il contrasto tra la radicalità di Gesù e la fragile e impaurita limitatezza umana: Gesù vuole una umanità libera e realizzata e per questo ama l’umanità chiamata a credere per sperimentare l’amore.
Marco ci mostra Gesù che vuole la guarigione e la purificazione del lebbroso ma pure che, “fremendo contro di lui, lo scacciò via subito e gli disse: “Fa’ attenzione! Non dire niente a nessuno, ma va’ tu stesso a mostrarti al sacerdote.”: in questo modo diventa evidente la preoccupazione pedagogica di Gesù. Pedagogico è anzitutto lo sdegno con cui Gesù reagisce, perché il lebbroso guardi dentro di sé e chiarisca a se stesso i motivi per cui sta agendo. Gesù ha provato compassione per lui, lo ha toccato, lo ha liberato dalla emarginazione: ormai non è più un ammalato che ha bisogno di cure ma una persona, soggetto delle proprie azioni. Gesù lo spinge a reimmergersi nel cerchio delle relazioni sociali (“vai, mostrati tu al sacerdote, offri.come testimonianza per loro”), lo vuole libero perché liberi gli altri. Deve mostrare che il suo corpo non è più segnato negativamente, e per questo ha bisogno di un riconoscimento istituzionale. Ma poi, deve tacere: Gesù non vuole pubblicità, non vuole che si confonda l’annuncio del “Vangelo” con l’entusiasmo, con la meraviglia suscitata dalla diffusione dei miracoli, non vuole che si confonda la fede in Lui con l’illusione di aver trovato la soluzione miracolistica dei propri problemi.
L’ambiguità che continua dall’inizio del racconto, qui raggiunge il culmine. “Ma quello, uscito, cominciò ad annunciare molte cose e a divulgare la parola”. La pedagogia di Marco riguarda adesso l’ “evangelizzatore”: “comincia”, con questo lebbroso sanato, il rischio di un grande equivoco, quello di scambiare l’evangelizzazione con il dire molte cose che, con la loro abbondanza, saturano lo spazio dell’ascolto e non lasciano a Gesù la possibilità di farsi sentire, o con il rumore dei mezzi di comunicazione che toglie lo spazio alla proclamazione del Vangelo.
In modo acuto, Marco avverte che l’iniziativa di quest’uomo, il suo affannarsi nell’annunciare molte cose, è di impedimento alla possibilità di Gesù di entrare e di manifestarsi nella città.
Il Vangelo parla a noi, oggi, assicurandoci che Gesù ci scuote, ci sveglia e nonostante le nostre ambiguità, continua a correggerci, perché ci ama e vuole che nella relazione vera con Lui troviamo la fonte della nostra autentica libertà.( Da Qumran.net)


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Prima lettura
Lv 13,1-2.45-46
Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento.
Dal libro del LevìticoIl Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse:
«Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.
Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”.
Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».Parola di Dio

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Salmo responsoriale
Sal 31
Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.
Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!
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Seconda lettura
1Cor 10,31-11,1
Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai CorìnziFratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.
Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.
Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.Parola di Dio

 

Canto al Vangelo (Lc 7,16)
Alleluia, alleluia.
Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.
Alleluia.
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Vangelo
Mc 1,40-45
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
Dal Vangelo secondo MarcoIn quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.Parola del Signore

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Calabria Consacrata

Posted by carmen On febbraio - 8 - 2012 ADD COMMENTS

di Carmen de Fontes

“Erano circa le quattro del pomeriggio”, come l’evangelista Giovanni ricorda con nitidezza l’ora dell’incontro decisivo con Gesù, così la Chiesa calabrese ricorderà le 16 di un altro pomeriggio memorabile, il 6 febbraio 2012. Giorno e ora in cui tutta la Calabria ha compiuto un gesto semplice ma denso di significato e attesa: la consacrazione al Sacro Cuore di Gesù. Quel giorno, infatti, tutti i vescovi calabresi si sono riuniti insieme ad alcune delegazioni del clero e di fedeli nel monastero delle Suore della Visitazione che si trova ad Ortì di Reggio Calabria per consacrare al Sacro Cuore di Gesù i dolori e le speranze, le grida e le gioie, le fatiche e i silenzi, i passi e le cadute della Calabria intera.
Un gesto di profonda devozione ma anche di profonda unione in quanto in tutte le parrocchie calabresi, alla stessa ora (dato che il suggestivo monastero che affaccia sullo stretto di Messina abbracciando Ionio e Tirreno può accogliere solo pochi fedeli), ci si è riuniti per vivere intensamente lo stesso momento.
Un gesto dal sapore quasi anacronistico nella nostra società, ma un gesto sicuramente profetico e ispirato dall’alto dato che la proposta è venuta dalle stesse suore che offrono a Dio la loro vita nella solitudine e nel silenzio della clausura.
Ma cosa ci si aspetta da questa giornata? Consacrare la Calabria al Sacro Cuore di Gesù, vuole essere un segno di totale affidamento al Signore, di rinnovamento della fede. Un irrobustirsi della fede che si accompagni anche a una crescita della carità che consenta di “conoscere anche quell’insieme di povertà, che vanno al di là della mancanza di denaro e di beni materiali: la povertà delle solitudini, delle malattie, degli abbandoni… la povertà delle ferite non rimarginabili, delle ingiustizie subite, delle emarginazioni, delle incomprensioni e dei disagi interiori”. Un immenso panorama di “amore concreto da vivere”. Accanto a questo, un incremento della comunione tra le Chiese calabresi che consenta il vero rinnovamento della società calabrese, perché per debellare mali come la ‘ndrangheta non bastano solo le leggi, ma è necessario quell’amore che può vincere la durezza dei cuori, l’odio e il desiderio di vendetta, e che può creare una società di persone che si amano.

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Epifania ἐπιφάνεια

Posted by marilena marino On gennaio - 1 - 2012 ADD COMMENTS
di Marilena Marino

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La festa dell’Epifania fra storia e costume

 

L’Epifania è una festa cristiana che cade il 6 gennaio, cioè dodici giorni dopo il Natale. Il suo significato, dalla parola greca epifaneia, è “manifestazione”, “apparizione”, “venuta”, “presenza divina” e nella tradizione cristiana assume il significato del primo manifestarsi, ai Re Magi e al mondo intero, dell’umanità e divinità di Gesù Cristo. Nella tradizione cristiana i Magi sono astrologi e sacerdoti zoroastriani (una religione dell’Iran antico) i quali, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo “il suo astro” giunsero da Oriente a Gerusalemme  per adorare il bambino Gesù, il “re dei Giudei” che era nato. Alcuni vangeli sinottici ne riportano i nomi: Melchiorre, Baldassarre  e Gaspare. La stella cometa che guida i Re Magi ha un significato simbolico: rappresenta il Messia atteso dagli ebrei nel Vecchio testamento. Sono state tentate anche divere interpretazioni astronomiche.

Le tradizioni popolari hanno trasformato l’origine religiosa della ricorrenza in fenomeno di costume, combinando simboli e tradizioni di origini diverse: scambio di doni, feste popolari, ecc., tra cui la tradizione dei regali ai bambini (nella calza), soprattutto nei paesi di tradizione cattolica. In Italia, i doni sono portati dalla Befana (impersonificata da una vecchia brutta ma buona, legata secondo la tradizione all’adorazione dei Magi). In Spagna, invece, i regali sono portati dai Re Magi.

celebriamo con l’Epifania la prima manifestazione pubblica di Gesù, con la visita solenne dei tre Saggi orientali e l’offerta dei loro doni. Epifania significa in greco “manifestazione”. E la Chiesa ha mantenuto intatto l’antico nome di questa festa. Si tratta di una manifestazione con molteplici significati, che si richiamano a vicenda. Manifestazione di Gesù come Figlio di Dio: quel bambino è in realtà l’atteso delle genti, il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio. Manifestazione della salvezza a tutti i popoli della terra, rappresentati dai Magi stranieri. Per questo, la tradizione ha raffigurato i magi come re, e di diverso colore della pelle, nelle tre razze allora conosciute: semiti (ebrei e arabi), camiti (neri) e giapeti (bianchi indoeuropei). Per gli ebrei l’unico popolo eletto era quello ebraico. Ora invece «non c’è né giudeo né greco, né schiavo né libero né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù» (Gal.3,28). Epifania: la Festa dei Doni. Madre Teresa di Calcutta, a questo proposito, diceva: «Quello che importa non è la quantità del dono, bensì l’intensità dell’amore con cui lo diamo…Dona ciò che ti costa di più: proprio questo ha valore di fronte a Dio e dimostra il tuo amore per Lui». Questa Festa non è da identificare con l’aspettata “befana”, la vecchietta che va di notte su una scopa, con un sacco di regali e carbone. Non è che un altro appuntamento consumistico. La festa religiosa viene così stravolta e diventa una festa pagana. “Stupida questa festa” osservava Pasolini, perché non ha più niente di cristiano, ma è carica dei vizi del consumismo”. I nostri bambini tra computers e play stations fanno fatica a riconoscere Gesù Bambino… La presenza di una stella alla nascita di Gesù è un simbolo messianico. Il riferimento biblico è la profezia di Balaam su una stella, che sarebbe spuntata da Giacobbe (Nm.24,17). Benché la stella sia stata spesso identificata col re Davide, già prima della nascita di Cristo, alcuni ebrei l’avevano identificata col Messia. Nel secondo secolo Origene ed Ireneo di Lione richiamarono questa profezia in relazione alla Stella di Betlemme. Origene cita il perduto trattato “Sulle comete”, scritto dal precettore di Nerone, Cheremone, secondo il quale era prassi accettata che l’apparizione di comete o nuovi astri segnalasse la nascita di importanti personaggi ed era quindi plausibile che i Magi si fossero messi in viaggio al suo apparire. Ma questi Magi, non ci ricordano i pastori di Natale? Di tutti quelli che sanno della notizia, solo i pastori e i Magi riconoscono nel Bambino la presenza del Figlio di Dio. I Magi, quindi, sono l’immagine dell’uomo che cerca, che indaga, che si muove e segue la stella. Non come Erode e i sacerdoti del tempio che, pur “sapendo”, restano ai loro posti. Per riconoscere Gesù occorre smuoversi, mettersi in cammino, lasciare, indagare, seguire, lasciarsi provocare, cercare. Cristo si lascia trovare, solo da chi lo desidera, non da chi lo ignora. «Prostràti in adorazione, offrono incenso, oro e mirra».  Oro, dono destinato ai re, incenso, resina destinata a Dio e mirra, unguento usato per imbalsamare i cadaveri, simbolo dell’Uomo Sofferente. Nel bambino riconoscono il Signore, il Dio, il Crocifisso. E noi, alla fine di questo tempo di Natale, come e con che cosa arriviamo alla grotta? È nell’Eucaristia, nella Santa Messa che offriamo questi doni. Essa è mirra, perché ci ri-presenta il sacrificio di Cristo; è oro, cioè l’offerta al del Re-Gesù al Padre di tutto ciò che siamo; è incenso, adorazione, preghiera, che, ripieni di Spirito Santo, eleviamo in continuo rendimento di grazie. Dalla visita dei Magi a Gesù Bambino, possiamo imparare a imitarli nella loro ricerca del Cristo Salvatore. Nessuno di noi può pensare di avere del Cristo una conoscenza sufficiente. Che cosa sappiamo del suo mistero, della sua persona, dei suoi insegnamenti, del suo amore? Nulla o molto poco. Nel cammino di ricerca dei Magi viene quasi tracciato l’itinerario della nostra fede. Uscire da noi stessi per andare a Lui; abbandonare le nostre abitudini o almeno rimetterle sotto esame; diffidare di una religione e di un culto, fatti solo di cerimonie o di pratiche più o meno abitudinarie. Questo cammino, come quello dei Magi, sarà talvolta luminoso, piacevole, altre volte oscuro, incerto e faticoso, ma sicuramente, nella costanza, ci porterà ad un incontro personale con Lui, fondamento della fede vera. «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal.97, 2). Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre Magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. «In questo impegno dovete tutti aiutarvi l’un l’altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere» (S. Leone Magno). Perché mai, poi, si confonde l’Epifania con…la “befana”? Esiste una leggenda a questo proposito. Si racconta che i Re Magi stavano andando a Betlemme, per rendere omaggio al Bambino Gesù. Giunti in prossimità di una casetta, decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme, perché là era nato il Salvatore. La donna che non capì dove stessero andando i Re Magi, non seppe dare loro nessuna indicazione. I Re Magi chiesero alla vecchietta di unirsi a loro, ma lei rifiutò perché aveva molto lavoro da sbrigare. Dopo che i tre Re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di unirsi a loro per andare a trovare il Bambino Gesù. Ma nonostante li cercasse per ore ed ore non riuscì a trovarli e allora fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino. E così ogni anno, la sera dell’ Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c’è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.

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Gran Madre di Dio

Posted by marilena marino On dicembre - 31 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

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L’Ave Maria (si chiama così sia in latino che in italiano), detta anche, in latino, salutatio angelica, è sia una antifona sia una delle più diffuse preghiere mariane della Chiesa cattolica occidentale.Il Titolo di Madre di Dio, fra tutti quelli che vengono attribuiti alla Madonna, è il più Glorioso. Essere la Madre di Dio è per Maria la sua Ragion d’Essere, il motivo di tutti i Suoi Privilegi e delle Sue Grazie. Per noi il Titolo racchiude tutto il Mistero dell’Incarnazione e non ne vediamo altro che più di questo sia Sorgente per Maria di Lodi e per noi di Gioia. Sant’Efrem pensava giustamente che credere e affermare che la Santissima Vergine Maria è Madre di Dio è dare una Prova Sicura della nostra Fede. La Chiesa quindi non Celebra alcuna Festa della Vergine Maria senza Lodarla per questo Privilegio. E così Saluta la Beata Madre di Dio, nell’Immacolato Concepimento, nella Natività, nell’Assunzione e noi nella Recita Frequentissima dell’Ave Maria facciamo altrettanto.

L’Eresia Nestoriana.

“Theotókos”, Madre di Dio, è il Nome con cui nei Secoli è stata Designata Maria Santissima. Fare la Storia del Dogma della Maternità Divina sarebbe fare la Storia di tutto il Cristianesimo, perché il Nome era entrato così profondamente nel cuore dei Fedeli che quando, davanti al Vescovo di Costantinopoli, Nestorio, un prete che era suo portavoce, osò affermare che Maria era soltanto Madre di un uomo, perché era impossibile che Dio nascesse da una donna, il popolo protestò scandalizzato. Era allora Vescovo di Alessandria San Cirillo, l’Uomo Suscitato da Dio per Difendere l’Onore della Madre del Suo Figlio. Egli tosto manifestava il suo stupore: “Mi meraviglia che vi siano persone, che pensano che la Santa Vergine non debba essere chiamata Madre di Dio. Se Nostro Signore è Dio, Maria, che lo mise al mondo, non è la Madre di Dio? Ma questa è la Fede che ci hanno Trasmesso gli Apostoli, anche se non si sono serviti di questo termine, ed è la Dottrina che abbiamo appresa dai Santi Padri”.

Il Concilio di Efeso.

Nestorio non cambiò pensiero e l’Imperatore convocò un Concilio, che si aprì ad Efeso il 24 Giugno 431 sotto la Presidenza di San Cirillo, Legato del Papa Celestino. Erano presenti 200 Vescovi i quali Proclamarono che “la Persona di Cristo è Una e Divina e che la Santissima Vergine deve essere Riconosciuta e Venerata da tutti quale Vera Madre di Dio”. I Cristiani di Efeso Intonarono Canti di Trionfo, Illuminarono la Città e ricondussero alle loro dimore con fiaccole accese i Vescovi “venuti – gridavano essi – per Restituirci la Madre di Dio e Ratificare con la loro Santa Autorità ciò che era Scritto in tutti i cuori”. Gli sforzi di Satana avevano raggiunto, come sempre, un risultato solo, cioè quello di preparare un Magnifico Trionfo alla Madonna e, se vogliamo Credere alla Tradizione, i Padri del Concilio, per Perpetuare il Ricordo dell’Avvenimento, aggiunsero all’Ave Maria le Parole: “Santa Maria, Madre di Dio, Pregate per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Milioni di persone recitano ogni giorno questa Preghiera e Riconoscono a Maria la Gloria di Madre di Dio, che un Eretico aveva preteso negare.

Maria Vera Madre di Dio.

Riconoscere che Maria è Vera Madre di Dio è cosa facile. “Se il Figlio della Santa Vergine è Dio, scrive Papa Pio XI nell’Enciclica Lux Veritatis, Colei che l’ha Generato merita di essere chiamata Madre di Dio; se la Persona di Gesù Cristo è Una e Divina, tutti, senza dubbio, devono chiamare Maria Madre di Dio e non solamente di Cristo Uomo. Come le altre donne sono chiamate e sono realmente madri, perché hanno formato nel loro seno la nostra sostanza mortale, e non perché abbiano creata l’Anima umana, così Maria ha acquistato la Maternità Divina per aver Generato l’Unica Persona del Figlio Suo”.

Maria e Gesù.

La Maternità Divina Unisce Maria con il Figlio con un Legame più forte di quello delle altre madri con i loro figli. Queste non operano da sole la generazione e la Santa Vergine invece ha Generato il Figlio, l’Uomo-Dio, con la Sua Stessa Sostanza e Gesù è Premio della Sua Verginità ed Appartiene a Maria per la Generazione e per la Nascita nel Tempo, per l’Allattamento con il quale lo nutrì, per l’Educazione che gli diede, per l’Autorità Materna Esercitata su di Lui.

Maria e il Padre.

La Maternità Divina Unisce in Modo Ineffabile Maria al Padre. Maria infatti ha per Figlio il Figlio Stesso di Dio, Imita e Riproduce nel Tempo la Generazione Misteriosa con la quale il Padre Generò il Figlio nell’Eternità, Restando così Associata al Padre nella Sua Paternità. “Se il Padre ci Manifestò un’Affezione così Sincera, dandoci Suo Figlio come Maestro e Redentore, diceva Bossuet, l’Amore che aveva per Te, o Maria, gli fece Concepire ben altri Disegni a Tuo riguardo e ha Stabilito che Gesù fosse Tuo come è Suo e, per realizzare con Te una Società Eterna, volle che Tu fossi la Madre del Suo Unico Figlio e volle essere il Padre del Tuo Figlio” (Discorso sopra la Devozione alla Santa Vergine).

Maria e lo Spirito Santo.

La Maternità Divina Unisce Maria allo Spirito Santo, perché per Opera dello Spirito Santo ha Concepito il Verbo nel Suo Seno. In questo Senso Papa Leone XIII chiama Maria Sposa dello Spirito Santo (Enc. Divinum Munus, 9 Maggio 1897) e Maria è dello Spirito Santo il Santuario Privilegiato, per le Inaudite Meraviglie che ha Operate in Lei.
“Se Dio è con tutti i Santi, afferma San Bernardo, è con Maria in Modo tutto Speciale, perché tra Dio e Maria l’Accordo è così Totale che Dio non solo si è Unita la Sua Volontà, ma la Sua Carne e con la Sua Sostanza e quella della Vergine ha fatto un Solo Cristo, e Cristo se non deriva come Egli è, né Tutto Intero da Dio, né Tutto Intero da Maria, è tuttavia Tutto Intero Dio e Tutto Intero di Maria, perché non ci sono due Figli, ma c’è un Solo Figlio, che è Figlio di Dio e della Vergine. L’Angelo dice: “Ti Saluto, o Piena di Grazia, il Signore è con Te. È con Te non solo il Signore Figlio, che Rivestisti della Tua Carne, ma il Signore Spirito Santo dal quale Concepisti e il Signore Padre, che ha Generato Colui che Tu Concepisti. È con Te il Padre che fa sì che Suo Figlio sia Tuo Figlio; è con Te il Figlio, che, per Realizzare l’Adorabile Mistero, apre il Tuo Seno Miracolosamente e Rispetta il Sigillo della Tua Verginità; è con Te lo Spirito Santo, che, con il Padre e con il Figlio Santifica il Tuo Seno. Sì, il Signore è con Te” (3a Omelia Super Missus Est).

Maria Nostra Madre.

Salutandoti Oggi con il Bel Titolo di Madre di Dio, non dimentichiamo che “avendo dato la Vita al Redentore del Genere Umano, Sei per questo Fatto Stesso Divenuta Madre Nostra Tenerissima e che Cristo ci ha voluti per fratelli. Scegliendoti per Madre del Figlio Suo, Dio ti ha Inculcato Sentimenti del tutto Materni, che respirano solo Amore e Perdono” (Pio XI Enc. Lux Veritatis).
Dalla Gloria del Cielo ove Sei, ricordati di noi, che ti Preghiamo con tanta Gioia e Confidenza. “L’Onnipotente è con Te e Tu Sei Onnipotente con Lui, Onnipotente per Lui, Onnipotente dopo di Lui”, come dice San Bonaventura. Tu puoi Presentarti a Dio non tanto per Pregare quanto per Comandare, Tu sai che Dio Esaudisce Infallibilmente i Tuoi Desideri. Noi siamo, senza dubbio, peccatori, ma Tu Sei Divenuta Madre di Dio per Causa Nostra e “non si è mai inteso dire che alcuno di quelli che sono ricorsi a Te sia stato abbandonato. Animati da questa Confidenza, o Vergine delle Vergini, o Nostra Madre, veniamo a Te gemendo sotto il peso dei nostri falli e ci Prostriamo ai Tuoi Piedi. Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare le nostre Preghiere, Degnati di esaudirle” (San Bernardo).

L’Annunciazione di Simone Martini. Dalla bocca dell’angelo fuoriesce la scritta in caratteri dorati con la salutazione angelica.

Giotto, la visitazione: Incontro di Elisabetta e Maria. Cappella degli Scrovegni, Padova.

Il testo originale latino è il seguente:

Ave Maria, gratia plena,
Dominus tecum,
benedicta tu in mulieribus,
et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, mater Dei,
ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae.

Amen

 

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Nel Natale la Pasqua

Posted by marilena marino On dicembre - 23 - 2011 ADD COMMENTS

di Giovanni Chifari

L’incarnazione nella luce della Pasqua

Incarnazione, morte e resurrezione sembrano tre misteri apparentemente distinti, tuttavia esiste fra loro un rapporto essenziale che li fa intendere come un tutt’uno nell’opera di salvezza integrale dell’uomo. L’evento dell’incarnazione del Verbo, trova senso alla luce della gloria della Pasqua che porta a compimento quella nascita particolare annunciata dall’angelo a Maria, quelle parole e quel ministero svolto per le strade della Palestina, quella morte così incomprensibile. A motivo dell’Incarnazione tutto ciò che ha a che fare con Cristo ripete e ripropone l’ossimoro originario: uomo-Dio. È un ossimoro, ossia una combinazione di opposti, perché non si può essere allo stesso tempo creato e increato. L’Incarnazione di Gesù, è un mistero profondo che trova ragionevolezza nella prospettiva salvifica. La salvezza si fa risalire fin dal significato del nome che fu dato a Gesù: “Jhwh est salus” o “Jhwh salvavit” (Mt 1,21). Ben presto, una delle prime lettura che si diede al mistero dell’incarnazione fu quella in chiave terapeutico salutare. Gesù è venuto al mondo per salvare ciò che era non sano, ciò che era perduto. Gli evangelisti usano poche volte la formula “Emanuele”, insistendo sul nome Gesù. Il peccato non ha rimedio umano. La stessa Parola di Dio al Sinai è impotente a salvare. È perché la Parola di Dio si è fatta Carne, che salva. È la Parola di Dio fatta Carne e colpita dalla maledizione del peccato che diventa salvifica. È questa realtà del peccato che ci rivela l’Incarnazione. Non basta invocare neppure il Nome ma è con la consapevolezza di ciò che si dice, che salva dal peccato. La sorpresa della Vergine di fronte all’annuncio dell’angelo, segnala da subito il protagonismo assoluto della Parola di Dio che nello Spirito realizza il concepimento. La pagina evangelica è posta in relazione con la promessa davidica, nella prospettiva dell’esegesi del testo della promessa. Dopo un lungo tempo di silenzio in cui, come appare anche dal salmo 89, vi è come una delusione perché il patto con la casa di Davide si è rotto, ora esso riappare nelle parole dell’Angelo e nella risposta della Figlia di Sion. Nel concepimento verginale di Gesù, il Figlio di Dio, questa promessa riemerge con la verità di ciò che giunge al suo compimento. La verginità di Maria è segno che il concepimento e la nascita del Cristo avvengono per rivelare in Lui il nuovo Adamo: Maria è la terra vergine dalla quale è plasmato il nuovo e vero Adamo. Come Adamo fu plasmato direttamente da Dio, così in modo ancora più mirabile è plasmato il Cristo senza concorso dell’uomo. Come la terra fu la madre dell’Adamo terreno, così Maria nella sua verginità è la Madre dell’Adamo celeste. Maria dice il suo sì all’operazione divina nell’obbedienza della fede, quella stessa che, come ci ha insegnato l’apostolo nella lettera ai romani, deve caratterizzare ogni credente. Di questo ne sono consapevoli i primi testimoni cristiani, che sembrano comprendere la portata del dono ricevuto in Cristo Gesù. Per questo motivo Paolo può affermare nella sua prima lettera a Timoteo di aver ricevuto grazia e misericordia, a causa del suo peccato, avendo sperimentato in se stesso la salvezza e dunque il motivo dell’incarnazione di Gesù. (1Tim 1,15). Certamente riecheggiavano le parole di Gesù che diceva: “il Figlio dell’uomo infatti è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). Più approfonditamente Gesù poteva spiegare a Nicodemo dicendogli che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17), tutto questo per la misericordia e l’amore infinito Che Egli nutre per il mondo e per l’uomo “ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito” (Gv 3,16) per la salvezza del mondo intero.

Il Natale come via di una spiritualità di servizio e di condivisione

 «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 95,1). Il canto di questo salmo, fin dal suo primo verso ci introduce all’accoglienza del Signore che viene. Chi si lascia trovare dal Signore, infatti, non può trattenere la novità di tale evento, che determina la conversione, che si esprime nell’annuncio e nella testimonianza (cf. Sal 95,4-6), in una gioia ed in una festa in un certo modo cosmica, che a partire dalla luce che rifulge dal Cristo, s’irradia e risplende presso i popoli ancora soggetti alle tenebre del caos iniziale (cf. Is 9,1). Siamo introdotti in una prospettiva salvifica universalmente offerta alle genti e ai popoli della terra, pienamente incarnata nelle pieghe della storia, tuttavia riconoscibile solamente da coloro che l’accolgono con fede, da chi vegliando ama e vede l’agire divino nella storia. La storia universale è luogo in cui si nasconde la storia divina, che aspetta solo di essere osservata, vissuta e compresa. Dio che ha parlato in molti modi nel tempo degli uomini (cf. Eb 1,1ss), sceglie di farsi riconoscere nel Figlio, per un tempo contingente, dall’incarnazione alla Pasqua, per poi tornare nuovamente a privilegiare la dimensione dell’ascolto, attraverso il dono dello Spirito che parla (cf. Ap 2,7), guida e sostiene le Chiese nel tempo del loro peregrinare terreno. La kenosi del Figlio di Dio si abbassa verso una reale assoggettazione alla storia, e alle sue leggi e decreti, nella marginalità della spazialità geografica di un villaggio della Palestina del I secolo, terra di confine di un impero maestoso ed imponente. Tuttavia Betlemme è terra davidica dunque regale, luogo di un nuovo inizio, di un canto nuovo che non avrà mai fine (cf. Mi 5,1-3), meta del pellegrinaggio nel cammino interiore e spirituale anche per tutti noi, affinché possiamo lasciarci convertire dalla forza dei segni che da quella grotta promanano. La Santa Madre di Gesù, ci fa in un certo modo da mistagoga, poiché il suo fare che accompagna i segni di questa santa notte, troverà nel suo essere discepola del Figlio, il cammino di custodia ed elaborazione attiva delle Sue Parole (cf. Lc 2,51). È lei che dà alla luce Gesù, sempre lei lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia . Nei tratti dell’umanità di Gesù ci è donata la somma cifra della libertà divina, che pone il Figlio suo nelle mani degli uomini, in una povertà nella quale si nasconde la regalità messianica. Le fasce che lo avvolgono alla nascita, accoglieranno il suo corpo deposto dalla croce, e saranno poi adagiate nel sepolcro vuoto che annuncerà la sua resurrezione. La povertà della stalla adiacente alla grotta di Betlemme, richiama quell’umiliazione della croce, (cf. 2 Cor 8,9; Fil 2,6ss) che solo la fede può contemplare con occhi di verità. Quegli occhi che coloro che vegliano mantengono desti e pronti anche nella notte, poiché, come dice il salmo, “anche di notte il mio cuore mi istruisce” (Sal 15,16). La mangiatoia esprime il nutrimento dei popoli, il bue (Israele) e l’asino (le genti). I pastori disprezzati ed emarginati, vegliano e vedono, così come accadrà per i tre condotti da Gesù al Tabor per la trasfigurazione, mentre nei palazzi di Gerusalemme, i pastori che dovevano riconoscere l’arrivo del Messia, faticano a scrutare il senso delle Scritture. I pastori chiamati a contemplare il Signore, sono avvolti dalla Sua Gloria, per mezzo dell’angelo, e così come i tre discepoli testimoni della trasfigurazione, avvolti nella nube, essi provano paura. L’angelo tuttavia invita a non temere, annunciando loro una grande gioia, che colma il vuoto di senso dei popoli, il caos della ricerca senza meta e senza luce. È nato il Cristo, il Salvatore. Solo in Lui c’è gioia vera e piena. Nell’oggi di Dio che è il tempo della salvezza, ecco il Salvatore, Gesù, “Dio salva”, che dal trono della mangiatoia prima e da quello della croce dopo, annuncia la salvezza. Il loro cammino di riconoscimento dell’agire di Dio, non dovrà essere turbato dallo scorgere un bimbo, nel quale potranno osservare il misterioso agire di Dio nella storia del mondo e dell’umanità. Il segno per essere compreso richiede tuttavia la fede, vale a dire occhi che non si stupiscono ma accolgono con gioia e si lasciano inondare dalla pace che in questo modo si diffonde nei loro cuori. Di fronte a questo mistero non può che esultare il coro degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Inno messianico che richiama l’esultanza del popolo a Gerusalemme nell’accoglienza del Gesù Messia, pronto ad offrire se stesso nel sacrificio della croce.

L’incarnazione del Verbo ci chiama a quella spiritualità del servizio e della condivisione che sa attingere all’umile ricchezza dei segni, alla apparente debole forza del bimbo, quale via dell’umiliazione divina che chiede di essere accolta e riconosciuta anche nelle nostre esistenze. La nascita di Gesù ci mostra quale dovrà essere il cammino del nostro discepolato, alla sequela del Cristo umile e povero fino alla croce, per godere dei frutti della sua resurrezione, annunciando il primato della Parola e la centralità dell’Eucarestia, da cui derivano la diaconia cristiana e ministeriale.

 

 

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Icone Russe a Firenze

Posted by Moreno Migliorati On dicembre - 19 - 2011 ADD COMMENTS

di Moreno migliorati

Dal 21 dicembre  al 19 marzo 2012 saranno ospitate per la devozione, all’interno del Battistero di Firenze, tre preziose icone di arte antico russa della Galleria Statale Tretyakov di Mosca, mai tornate in una chiesa dopo la loro musealizzazione avvenuta dopo la Rivoluzione del 1917. La maestosa icona della Madre di Dio Odighitria, realizzata alla fine del XIII secolo a Pskov, uno dei centri artistici della Russia antica; l’icona della Ascensione del 1408, facente parte dell’iconostasi della cattedrale della Dormizione della città di Vladimir, e legata alla produzione artistica del maggiore pittore di icone della tradizione russa, il santo monaco Andrej Rublev; infine, l’icona della Crocifissione, splendida per la bellezza della resa artistica del contenuto teologico dell’opera, eseguita da Dionisij nel 1500.
In contemporanea a Mosca, e precisamente dal 19 dicembre 2011 al 19 marzo 2012, proprio alla Galleria Statale Tretyakov, saranno esposte per la prima volta due grandi opere di Giotto da Bondone e della sua bottega, al cui nome si lega un’intera epoca della cultura italiana. Sono dei dipinti provenienti dall’Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze: la Madonna col Bambino del 1280-1290, noto capolavoro del primo periodo artistico del genio fiorentino, nonché il Polittico di Santa Reparata, un doppio pentittico per altare, dipinto da entrambi i lati, realizzato verso il 1305 e in tempi relativamente recenti ricondotto all’attività artistica del Parente di Giotto o dello stesso maestro.
In Christo / Bo Xructe è la titolazione di una straordinaria ostensione, uno scambio di capolavori che nel nome della fede e dell’arte raccoglie queste cinque grandi opere. L’idea si è sviluppata con successo nell’ambito dell’Anno della cultura italiana in Russia e russa in Italia e costituisce la prova di una amicizia e di una condivisione profonda tra i due paesi, già testimoniata da solide relazioni politiche ed economiche.
La specificità del progetto espositivo sta nell’essere stato elaborato come espressione della spiritualità, della cultura, dell’arte, che rappresentano la cifra più profonda e alta dei legami d’amicizia tra Oriente e Occidente.
Lo scambio di queste grandi opere costituisce per gli organizzatori un inedito gesto di comunione e la possibilità di dimostrare la grande affinità tra due culture che si sono sviluppate a partire dalla comune condivisa eredità bizantina, percorrendo poi nel corso dei secoli, strade diverse.
Per questa ragione è stato necessario trovare, oltre a immagini di grande significato teologico capaci di rappresentare simbolicamente le due visioni della carne di Cristo, luoghi idonei alla loro esposizione, che sono stati resi accessibili grazie al prezioso intervento del Ministero della Cultura della Federazione Russa e dell’Arcidiocesi di Firenze.

(via SpiritualSeeds.info)

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Madonna Poverta’

Posted by marilena marino On dicembre - 5 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

E poi ti accorgi che la vita è difficile: letti da rifare, biancheria da stendere, panni da stirare, spesa da fare. E quelle bollette da pagare con le fatture dal commercialista, le telefonate ai parenti lontani che non senti da tempo, quel dottore dove fare la fila col numeretto per delle ricette per tuo marito che ultimamente non è stato tanto bene in salute, quell’azienda che se ti crollasse il mondo addosso non sapresti gestire, il cane da portere a spasso che non sai se sei tu che lo porti o è lui il piu’ delle volte che trascina te per distrarti dai pensieri, i parenti stretti pronti sempre a farsi gli affari tuoi ma comunque generosi ad ogni tua richiesta, il camion della spazzatura che arriva ogni martedi’ e che ti ricorda che il cancello di casa deve restare aperto, quella cena di beneficienza a cui partecipare con il vestito adatto da indossare pensato una settimana prima, i pantaloni di tuo figlio da ritirare in lavanderia assieme ai colloqui con gli insegnanti della scuola di cui faresti volentieri a meno per non sentirti dire che poi, in fondo, non è  che abbia molta voglia di studiare, il funerale a cui non puoi mancare perchè è la tua comunita’ che soffre, il gruppo di fratelli spirituali da non trascurare perchè senti che ti consolano nel momento della prova, quei capelli da sistemare perchè pensi che cosi’ sei una strega ed è giunta l’ora di dare morte violenta a qualche filino bianco che inizia a spuntare con lo shampoo color dell’ultima marca,l’auto da lavare che è piu’ di un mese che non profuma piu’ spray per il volante.

Il telefono squilla e pensi sia qualcuno di speciale che finalmente chiama ma è un falso allarme, come del resto pensavi, ricordati che c’è da pagare il mutuo e il dentista ha chiesto di nuovo un acconto che devi dividere a meta’ con la rata universitaria di tuo figlio, e poi non scordare l’edicola a cui hai promesso di estinguere quel piccolo debito con i testi di tua figlia per non parlare dell’acqua, della luce e del gas e del telefono, insieme all’abbonamento dell’autobus, le libere uscite dei ragazzi assieme ai loro problemi di cuore, alle delusioni, le gioie, le attese, i batticuori, gli sconforti, la nota presa a scuola; dove mettere ancora la tua, di dolcezza, la passione ormai spenta che vorresti ritrovare invece dietro un nuovo traguardo, magari con un piccolo troller sempre pronto ad essere chiuso e tanto piccolo quanto basta a contenere pochi stracci ma molti sogni. Quel biglietto che pensi sara’ fatto in fretta con l’aereo da prendere per un futuro che non sai se mai arrivera’. un nome che vorresti gridare, un miracolo probabilmente accennato non sai se condiviso, un’amica da raggiungere e che non vedi ormai da troppo tempo e che pensi che se continui a non vederla forse scorderai, la realta’ che ti tiene ancorata dura alla storia, una porta chiusa dietro quella camera buia, un profumo che non spruzzi piu’ da tanto sognando dinanzi ad uno specchio che da molto non ti dice di stare tranquilla, che sei sempre tu la piu’ bella del reame, un volto che invece vorresti guardare all’infinito con quell’unico tuo battito di ciglia intriso di lacrime di gioia, una mano che vorresti stringere in un violento guizzo d’eternita’, una sottoveste che languisce ormai da tanto nel fondo del cassetto di un armadio, quel dolor di pancia che non dimentichi, quella felicita’ di una frase inattesa, quei confetti invece che non hai mai  mangiato, quegli insulti che non hanno mai dormito dentro di te, quei perchè che non hai mai capito, quel tabernacolo che hai sempre adorato, quelle veglie insonni che non hanno mai vinto il desiderio di svegliare l’amato, quel fuoco acceso che ti hanno fatto scendere di peso con tanti chili buttati giu’ in un solo mese con una fame arroventa in pieno deserto dove non c’era cibo, quell’abbraccio che hai tanto desiderato, quel paese che la tua mente disegnato, quell’amicizia che ha sempre bussato e invano risposta ha ricevuto, quel si’ che non hai mai consumato, quel timore e quel dubbio che ti han sempre divorato, quella cieca gelosia dal volto disperato. Tante volte come adesso le streghe son tornate e le fate di quei monti nel buio invece accarezzate, le ombre sospirate…e lo spirito che ti ha visitato, quel romanzo che ti ha ispirato, l’angelo che ti rincuorato, la visione che hai ricevuto, il bacio che ti ha incollato, la saliva che ti ha catturato, quel nuovo traguardo per cui hai sempre pregato, l’orologio del tuo diletto che non ti mai dimenticato, di contro quel sogno mai realizzato, il demonio che ti ha scoraggiato  e pazza ti ha dichiarata, di un sogno impossibile, diceva, ti sei innamorata! Ma dov’è la fede che ti ha sempre incoraggiata, la grata da cui sei stata liberata, il castello da dove  fuggita, la treccia che ti ha gia’ salvata, il cerbiatto che ti ha riscattata, la passione che ti ha Resuscitata,lo Sposo che ti ha serrata, nell’amplesso a lui abbarbicata, l’ Amor fedele  che non ti ha mai tradita e dall’incubo di morte finalmente destata?

Salve, sono Maria. Faccio la casalinga, vivo in un piccolo paese insignificante. Questa è la mia vita. Io vivo cosi’ tutti i giorni, ma tutti i giorni spero che Qualcuno mi dica: Io Ti Amo, rallegrati Maria, non temere, perchè hai trovato grazia presso Dio e grandi cose Lui fara’ in te! spera  e abbi fede!

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Star(e) con la cultura

Posted by marilena marino On novembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

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Sarebbe interessante effettuare un sondaggio per sapere quale significato le persone di diverse età ed estrazione associano immediatamente al temine “animatore”. Con ogni probabilità, nell’odierna società dei consumi, gran parte delle risposte indicherebbe l’animatore del villaggio turistico, che intrattiene i vacanzieri proponendo attività antinoia, prevalentemente fisiche (giochi, balli, gare di abilità etc.), da eseguire in gruppo.

In realtà “animare” viene da “anima”, e suggerisce l’idea di infondere lo spirito, vivificare, e successivamente incoraggiare. E’ a questa accezione originaria che esplicitamente si richiama il Direttorio sulle Comunicazioni Sociali nella missione della Chiesa della CEI, “Comunicazione e missione”, del 2004, quando identificando l’urgenza di una figura come questa a proposito dell’ambito della comunicazione e della cultura, afferma che

«In questo campo servono operai che, con il genio della fede, sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli»

Operai innanzitutto: l’animatore non e’ un specialista, un esperto; non ha una conoscenza settoriale e tecnica, ne’ tantomeno astratta. Il suo compito ha piuttosto a che fare con le opere, la concretezza, l’azione, l’impegno nella realta’, il servizio alla comunità.

L’azione non e’ pero’ cieca, ne’ regolata dalle urgenze o semplicemente dalla volontà personale, e nemmeno puramente orientata alla dimensione materiale, ma scaturisce dal “genio”: da una scintilla vivificatrice, da una capacità di sguardo originale che non si genera dall’interno, ma dalla fede che ci apre una prospettiva nuova e che ci “anima”.

Come scrive Antonio Spadaro, “il genio è mosso da un’idea luminosa e ribollente che muove e illumina tutta la sua attività” (Svolta di respiro, p. 31). “E’ come un uomo che attinge acqua alla sorgente e non al rubinetto: l’acqua sgorga senza canali ma con la forza e la purezza dell’inizio” (www.generativita.it).

Il genio della fede tiene viva questa sorgente e questo sguardo attento e libero su un presente difficile da comprendere, senza lasciarsene sedurre o scoraggiare.

L’animatore della comunicazione e della cultura non è quindi un idraulico che, disponendo di una sapere, predispone un impianto di erogazione con comodi rubinetti per consentire il prelievo delle quantità desiderate, ma è una sentinella (ruolo che indica colui che ascolta – da sentire – e che è mandato a vigilare proprio vicino al pericolo) che continuamente richiama l’attenzione sulla fonte alla quale attingere la vita, e sul fatto che tutte le “meravigliose opere dell’ingegno umano” ci mettono prima di tutto in contatto, per usare un’immagine potente e condivisa, “con il dito creatore di Dio” (ivi, 35).

Da qui discendono i compiti: l’animatore della comunicazione collabora in spirito di servizio alla triplice azione di

1) interpretazione e discernimento rispetto al tempo presente

2) incorporazione dei media nell’azione pastorale, cercando forme nuove per abitare questo ambiente, nella comune ricerca della verità

3) valorizzazione delle risorse umane, soprattutto dei giovani, e ridefinizione dell’autorevolezza come capacita’ di ascolto e amore per l’umano nella sua integrità.

Sono passati alcuni anni dalla pubblicazione di questo documento, anche se pochi anni possono significare vere rivoluzioni nel nostro mondo accelerato: nel 2004, per esempio, nasceva Facebook negli USA, ma solo dal 2006 si è diffuso in tutto il mondo, e il boom in Italia è del 2008, con le profonde trasformazioni nei modi della relazione che si sono accompagnati al trionfo dei Social Network.

Tuttavia il testo del Direttorio rimane molto attuale e si rivela retrospettivamente quasi profetico nel riconoscere la necessità di figure di riferimento, motivate e competenti, capaci di articolare, nella concretezza della relazione faccia a faccia, una comunicazione a più livelli, tra chiesa, territorio e media: “opinion leader” che siano espressioni della comunità ma esprimano anche sensibilità ecclesiali più sviluppate e una “familiarità riflessiva” rispetto ai media; capaci di produrre aggregazione, attivare risorse, mobilitare consapevolezza.

Come si legge infatti nel messaggio del Papa per la 45ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, “nel mondo digitale trasmettere informazioni vuol dire sempre più immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali”.

Come si declina dunque questa figura nell’era del web? Che cosa ci chiede e ci insegna l’età digitale rispetto ai compiti cui l’animatore per mandato, ma tutti noi in quanto cittadini del villaggio globale siamo chiamati?

1 – Ascoltare e vigilare

“L’impegno sui fronti della comunicazione e della cultura può favorire la maturazione di una Chiesa più attenta ai cambiamenti, capace di reale discernimento. Gli animatori offriranno a tutta la comunità spunti e occasioni per interpretare i fenomeni del nostro tempo offrendo chiavi di lettura ed educando al senso critico. Nel processo di globalizzazione e di massificazione, che caratterizza l’inizio del terzo millennio, la Chiesa può diventare un fondamentale punto di riferimento, essendo per sua natura realtà universale e nello stesso tempo comunità particolare. La sua universalità, cattolicità, nulla sottrae al vincolo con la dimensione particolare, anzi lo rafforza. Gli animatori coniugheranno, senza contrapposizioni, gli aspetti dell’universalità con il radicamento nel territorio e nella realtà locale” (Direttorio, VI, 135)

Sono tre i punti sollevati in particolare da questo denso passaggio: il ruolo dei laici nel contribuire alla comprensione dei processi in atto; la capacità della Chiesa di farsi punto di riferimento irrinunciabile in un mondo che rischia la perdita del senso; il carattere “cattolico”, cioè “totale”, oltre che universale e singolare-locale, della Chiesa.

- Paolo VI nella Evangeli Nuntiandi, descriveva il nostro tempo come segnato da una “rottura tra vangelo e cultura” (n. 20).

E’ questa frattura che oggi va sanata, perché impoverisce la cultura, separando e contrapponendo ciò che invece è unito: materia e spirito, finito e infinito, libertà e legame….Lo scriveva anche McLuhan: “esistono due aspetti in ogni cosa, l’uno concreto e l’altro mistico, entrambi utili e fecondi” (La luce e il mezzo, p. 31).

Escludere lo spirito, negare l’infinito (o almeno l’infinito “verticale”), sottoporre ogni aspetto della realtà a uno sguardo oggettificante è, per usare le parole di Florenskij, “tentare di strappare il velo da ciò che è misterioso per illuminare tutto con una luce artificiale” (La concezione cristiana del mondo, p. 55).

E’ l’atteggiamento opposto a quello filosofico dello stupore, e a quello della vita spirituale grazie alla quale tutto continuamente si rinnova: qui invece “ogni processo complesso si frantuma in parti tali da non poter stupire: è la concezione del mondo più noiosa” (ivi). Mentre nella concezione religiosa del mondo l’intero precede le parti (basti ricordare gli esempi evangelici della vite e dei tralci, o quelli paolini del corpo e delle membra), la cultura razionalistica ha proceduto alla frantumazione dell’intero in parti, per dimostrare che scomponendo i processi in fasi infinitamente piccole è possibile ottenere l’essere: “L’intera scienza vuole dimostrare come dal nulla si ottenga qualcosa, e come da qualcosa si ottenga la pienezza dell’essere” (ivi, 61). E’ la teoria della continuità, delle piccole variazioni che porterebbero dal nulla al mondo. A questa si oppone “la cultura della conoscenza viva, secondo la quale tutto è legato al tutto” (ivi, 63). Che è anche la cultura della discontinuità, quella dell’atto creativo, dell’atto gratuito di amore, della scelta di libertà, dell’atto di fede: “giacchè l’intero può darsi soltanto tramite un atto creativo, in modo improvviso e non graduale” (ivi).

Da una parte, dunque, continuità, frammentazione, accumulo, piccole variazioni quantitative, equivalenza; ma anche banalizzazione del desiderio, rifiuto del legame…; dall’altra discontinuità, integrità, unicità, insostuibilità, responsabilità e libertà.

E’ alla scelta tra queste due cornici, e tra le opzioni antropologiche che ciascuna di esse porta con sè, che il nostro tempo ci sollecita, mentre tenta di far passare la prima come un dato di fatto. Così il “pensiero meditante” viene cancellato da quello “calcolante”, che perde il senso della gratuità e della bellezza e resta schiacciato sull’utile immediato (Pompili, Il nuovo nell’antico, 49).

La buona notizia del vangelo non riguarda solo un aspetto della nostra esistenza, ma l’intero. “Cattolico” significa per tutti, ma anche “relativo al tutto”. La cultura contemporanea è settoriale, frammentata e promuove la segmentazione dell’esperienza e persino del corpo, che non è più considerato come un tutto ma come una somma di parti (smontabili, sostituibili, ritoccabili). Ascoltare questo tempo significa anche cogliere la deriva disumanizzante di una concezione materialistica e meccanicistica della vita e del corpo, e proporre invece il messaggio dell’integrità della persona e della sacralità della vita.

- In questo senso la Chiesa può offrire oggi un punto di vista profondamente alternativo a quello di una cultura sempre più arida e disumanizzante. Una prospettiva liberante e anche profondamente rasserenante, oltre che vigile e critica.

Il prezzo di questa lacerazione infatti, oltre al materialismo che ci rende un’”epoca delle passioni tristi”, è l’incapacità critica, la banalizzazione, il senso di rassegnazione che si respirano in tanti ambienti.

McLuhan scriveva che “Il banale è rappresentato invariabilmente dal falso mostrarsi delle cose alle intelligenze stanche e agli spiriti esangui” (La luce e il mezzo, 31), e pessimisticamente affermava anche: “c’è una ripugnanza radicale nel cuore dell’uomo verso la comprensione dei processi in cui siamo coinvolti. Tale comprensione implica troppa responsabilità per le proprie azioni” (89). E ancora: “Quando un nuovo problema diventa troppo grande per essere affrontato su scala umana, la mente si ritira istintivamente e si addormenta” (107).

Il progresso della tecnica può produrre meraviglia e farci interrogare sulla fonte di questa nostra capacità creatrice, oppure può produrre una sorta di rassegnazione al dato di fatto e alla legge della fattibilità, rinunciando alla domanda sul senso.

Come sosteneva McLuhan, “Uno degli effetti dell’innovazione è il sonnambulismo. Quando le persone sono in preda a una forte pressione psicologica, tendono a diventare ‘zombie’. Lo ‘zombismo’ e’ attualmente un modo normale per resistere all’innovazione tecnologica” (La luce e il mezzo, 81).

Il contesto culturale in cui siamo immersi ci invita costantemente a sognare a occhi aperti, piuttosto che fare appello alla nostra capacità di ascoltare e riconoscere la realtà circostante.

Qualità della vigilanza sono invece l’attenzione, la sensibilità, la capacità di perforare il velo delle apparenze. Vigilare significa “guardare con attenzione”, un guardare che non è solo degli occhi.

Vigilare significa anche prendersi cura, custodire, ciò che abbiamo conosciuto come importante, prezioso e bello. Solo ciò che viene custodito può durare, perchè l’oblio della nostra cultura basata sull’istantaneità tende a cancellare ogni cosa.

Il cristiano oggi sa vigilare e sa anche essere originale: non nel senso che è ossessionato dalla distizione e dalla novità fine a se stessa, bensì perché non si dimentica dell’origine, di quella fonte dalla quale ha avuto e costantemente riceve la vita, e questo rende il suo sguardo più acuto e la sua prospettiva “eccentrica” rispetto alla dittatura del dato di fatto che domina nei discorsi di oggi.

Nell’opera di discernimento dei tempi i laici, se stanno dentro al mondo con atteggiamento vigile, possono svolgere un ruolo cruciale, e la cultura digitale pone oggi nuove sfide e nuove opportunità in questa direzione.

Essa rappresenta certamente una sfida per la Chiesa, dato che la rete, come scrive la Turkle (Alone together, 2011), si presenta come una “bottomless abundance”, una abbondanza senza fine che tutto può contenere, dove tutto si puo trovare.

Una sfida che deve essere colta con attenzione, con responsabilità ma anche con umiltà, perché solo “ascoltando” il nuovo contesto che va prendendo forma si può esprimere una parola capace di intercettare i bisogni, destare l’attenzione, accendere la speranza. E i laici possono contribuire molto non solo condividendo esperienze, significati e competenze, ma persino offendo spunti per vedere la rete non come un sostituto, ma come un luogo che consenta una nuova intelligenza (intus-legere) della fede, a fronte di una generalizzata “negligenza”, indifferenza (nec-legere); per esplorare a fondo “la pensabilità della fede alla luce della logica della rete” (Spadaro “Verso una ‘cyberteologia’? L’intelligenza della fede al tempo della rete”, La Civiltà Cattolica, I, 2011: 25).

Se il medium è il messaggio e la techne è anche epistéme, e se niente è veramente profano per l’uomo che si sa a immagine del suo creatore, allora oggi, anche grazie al digitale, si aprono inedite possibilità di penetrare ancora più profondamente il mistero dell’umano nella sua relazione con Dio.

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Arte e Dio

Posted by marilena marino On novembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

Il linguaggio dell’arte contemporanea per portare a Dio

Agnus Dei. William Zijltra -
Agnus Dei. Zurbarán

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Madrid, 15 luglio 2011.- L’innovazione e la storia non sono in conflitto.Nè l’arte contemporanea e la fede. Cosí dimostrano le 36 opere (installazioni,performances, quadri, fotografie) dell’esposizione Arte + Fede da paesi dei 5 continenti (Stati Uniti, Giappone, Olanda, Liberia, Australia e Filippine).

L’esposizione Arte + Fede riunirá alla Fondazione Pons di Madrid, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), le opere di artisti contemporanei cristiani provenienti da diverse parti del mondo, il cui obiettivo comune è che l’arte sia un ponte verso la fede. La mostra potrà esser visitata dal 9 al 26 agosto, nella sede della Fondazione Pons.

“È la prima volta che in Europa si organizza un’esposizione internazionale con artisti avanguardisti e impegnati con la loro fede cristiana, che sia cattolica, ortodossa o protestante. Il pensiero moderno vive una sfiducia generale. Questa esposizione vuole esser un modo per mostrare che l’arte costruisce, speranza”, ha spiegato María Tarruella, responsabile dell’esposizione.

La mostra ha potuto contare sulla collaborazione del National Museum of Catholic Art di Washington DC, dove l’esposizione sarà trasferita dopo la GMG.

Santa Teresa, san Juan de la Cruz, san Sebastián.Alejandro Mañas

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Tarruella ha sottolineato che questa mostra rivela che “il senso religioso non è qualcosa di ieri, ma qualcosa di insito nell’essere umano, che viene espresso attraverso il linguaggio artistico di ogni epoca. Le opere selezionate vanno dalle più concettuali ad altre con riferimenti più classici”.

È il caso dell’ olandese William Zijlstra,  che nella sua opera ‘Agnus Dei’ fa un chiaro parallelismo con l’ opera omonima di Zurbarán. Questa volta l’agnello è però immolato in un altare moderno, fatto con giornali che riportano la notizia ‘l’uomo è capace di qualunque orrore’, un articolo sull’ Olocausto. Inspiegabile dal punto di vista umano come la crocifissione di Cristo e le sofferenze del ventesimo secolo abbiano senso alla luce della fede.

Nowa Huta. David López

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Il significato del quotidiano
Dio e l’uomo non devono stare lontani. Così pensano molti di questi artisti, come il castiglianese Alejandro Mañas che utilizza tre bottiglie di Coca Cola smaltate per parlare di Santa Teresa, San Giovanni della Croce e San Sebastiano. Apparentemente simili, queste tre bottiglie sono proprio come noi: “la nostra forma esteriore è sempre la stessa però a seconda di come viviamo la nostra interiorità, vestiamo l’esterno”, spiega l’ artista.

“Ogni gesto quotidiano ha un significato più profondo che trascende il suo lato  più funzionale”, mette in guardia David López attraverso la sua opera ‘Nowa Huta’, nella quale si vede la sagoma di Cristo crocifisso, realizzata utilizzando  immagini del quotidiano.

Installazioni e ‘performances’
Anche la partecipazione trova posto in questa mostra. Ad esempio il lavoro “Le lacrime di Maria Maddalena” della sivigliana Adriana Torres de Silva: un’installazione con capelli appesi sopra un dipinto coperto d’acqua, che invita i visitatori a scoprirla spostando i capelli e, allo stesso tempo, rimanere inebriati dal profumo che viene versato nell’acqua.

Las lágrimas de María Magdalena. Adriana Torres Silva

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Oltre a questa, c’è l’ installazione realizzata dal filippino Jason Dy, artista e sacerdote gesuita, il cui lavoro consiste in bottiglie di vetro con dentro i ricordi di cari defunti. I visitatori potranno, se lo desiderano, riempire le bottiglie con un ricordo per i loro cari defunti, come fosse una lettera da inviare a Dio.

Esperienze nate in carcere

Virginidad. Sarai Aser

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In carcere ha anche trascorso la vita Sarai Aser, artista cilena trasferitasi a Rotterdam, questa volta per aiutare gli altri. La sua opera ‘Verginità’ desidera mostrare il messaggio che lei stessa trasmette alle donne nelle carceri: l’ opportunità di tornare indietro per ricominciare a vivere dopo situazioni di forte disagio a causa della prostituzione o altre ragioni legate alla sessualità.

L’ esposizione Arte + Fede è una delle oltre 300 attività che faranno parte della programmazione culturale della Giornata Mondiale. In concreto è una delle tre esposizioni d’arte principali, insieme all’ itinerario nel Museo del Prado ‘ I volti di Cristo’ e l’ esposizione del Museo Thyssen ‘Incontri’.

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Koiné: a Vicenza le novità dell’arte sacra

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 11 - 2011 ADD COMMENTS

Di fiere specializzate ne esistono per tutti i gusti, ma Koiné, che prende il via domani a Vicenza per concludersi il 15 marzo, rappresenta davvero un unicum. Si tratta infatti di una  rassegna internazionale di arredi, oggetti liturgici e componenti per l’edilizia di culto che dal 1989 (anno della prima edizione) è diventata ormai un appuntamento imprescindibile per gli operatori del settore.

L’evento prevede la presenza di oltre 300 espositori e un programma di mostre, convegni, dibattiti, giornate di studio. Scopo del tutto sarà aggiornare le espressioni della Chiesa nel design delle suppellettili liturgiche e nel progetto dell’architettura al messaggio innovatore del Concilio Vaticano II. Quest’anno ci sarà presentato il volume “Koinè Ricerca 1989-2009. Il design per la liturgia: materiali e progetti” (Ed. Messaggero di Padova), che mette a disposizione l’esperienza di 20 anni di ricerca, con progetti e prototipi relativi ad arredi liturgici, vesti, suppellettili, realizzati dai maggiori architetti e artisti del campo.

Tra le mostre quella su “La casula: scenario europeo della produzione” (che qualcuno ha già provveduto a banalizzare definendo il tutto “settimana della moda per il clero”).  Domenica 13, il convegno del Servizio nazionale per l’Edilizia di culto, “Nuove Chiese: alla ricerca della qualità”. Lunedì 14, la Giornata nazionale di studio sull’adeguamento degli spazi celebrativi, dell’Ufficio nazionale per i Beni culturali ecclesiastici. Martedì 15, il seminario “La luce nelle Chiese” promosso dall’Ufficio nazionale per i Beni culturali ecclesiastici e dal Servizio nazionale per l’Edilizia di culto, con Adi (Associazione italiana illuminazione).

Come ha dichiarato Mons. Giancarlo Santi, direttore scientifico di Koiné, la manifestazione vicentina <<è riuscito a dare visibilità a un vasto e multiforme mondo produttivo “di nicchia”, dotato di tre caratteristiche del tutto peculiari. In primo luogo è una realtà produttiva interamente autonoma e soggetta solo alle leggi di mercato, non canonizzata né soggetta alla Chiesa cattolica anche se molto “vicina” alla vita religiosa degli italiani. In secondo luogo è molto diffusa e ben radicata in varie regioni italiane e nelle sue tradizioni artigianali e anche per questo è molto apprezzata nel mondo. Infine, si era mantenuta quasi del tutto “sommersa” o “molto defilata”, estremamente parcellizzata e poco strutturata; un moderno pressoché sconosciuto dal punto di vista quantitativo>>.

Un mondo sconosciuto al quale Koiné intende appunto dare visibilità.

(via SpiritualSeeds.info)

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