di Michelangelo Nasca
Ho terminato da qualche ora – colmo di entusiasmo – la lettura de Il tempo breve (Garzanti 2010) un libro di Marco Niada, giornalista e firma storica del quotidiano “Il Sole 24 Ore”. Titolo e sottotitolo – Il tempo breve. Nell’era della frenesia: la fine della memoria e la morte dell’attenzione. – rivelano subito i contenuti essenziali che l’Autore è riuscito a descrivere tra le pagine del suo libro.
L’analisi operata da Niada prende le mosse dall’eccessiva attenzione che l’uomo moderno rivolge agli strumenti della tecnologia moderna: ‘La gente non è più in grado di staccare e pare in preda a un incantesimo: continua a parlare al telefono o a scrivere email mentre consuma questo simil-pasto per guadagnare tempo su altro tempo. A tutti noi capita d’altronde sempre più spesso di stare al telefono mentre camminiamo, di parlare al cellulare con qualcuno e contemporaneamente anche con chi abbiamo davanti se non dietro di noi, e ciò mentre svolgiamo altre funzioni. Interrompere una conversazione per rispondere al telefonino, parlare in videoconferenza con varie persone contemporaneamente per accelerare le decisioni, camminare con lo sguardo immerso nel Blackberry, rispondendo in un frenetico pingpong alle email che si accumulano inesorabili (con il rischio di finire sotto una macchina quando attraversiamo gli incroci) stanno purtroppo diventando abitudini’ (p. 19).
La velocità, per l’uomo del terzo millennio, è ormai diventata un elemento importantissimo il motore principale di ogni sua attività. Nell’ambito lavorativo, per esempio, il tempo deve scorrere a ritmi rigorosamente veloci; bisogna fare in fretta e utilizzare ogni frazione di tempo nel modo migliore ed economicamente più efficace! Si raggiungono così gli incredibili paradossi che Niada descrive bene nel suo libro: ‘Gli impiegati per non essere distratti o interrotti dalla propria attività – che si svolge in silenzio davanti allo schermo di un computer o bisbigliando a un telefono –, ormai non si alzano nemmeno più dal posto per parlare con un collega: comunicano per email anche con chi è seduto alla scrivania di fianco, magari per fissare una riunione per l’ora successiva nello stesso ufficio’ (p. 23).
Anche il mestiere del giornalista – osserva Niada – è diventato oggi faticoso ed usurante, proprio per quel particolare modo di rincorrere il tempo. ‘I giornalisti somigliano sempre più alle oche del Campidoglio che starnazzano a destra e a manca a ogni stormir di fronda. Il giornalista opera peraltro in spazi aperti e affollati per comunicare più rapidamente possibile con i colleghi in redazione e per seguire, con un occhio alla tv e uno al computer, il dipanarsi delle notizie. […] I giornalisti e i collaboratore di quotidiani hanno l’ordine tassativo di scrivere storie sempre più brevi, annegate in un mare di foto a colori e piccoli box riassuntivi, lunghi come una didascalia, tanto da fare esclamare a un mio arguto ex collega del «Sole 24 Ore» che «produciamo ormai giornali sushi», dove i pezzetti colorati di pesce (le notizie) galleggiano come tante isole in un mare di pubblicità e fotografie’ (pp. 113.122).
Il libro – lo dichiara in apertura Niada stesso – è stato concepito nel monastero benedettino di Ampleforth, nello Yorkshire, (la più grande abbazia benedettina della Gran Bretagna) dove l’Autore si era recato per trascorrere un periodo di riflessione. E’ attraverso questa esperienza di tranquillità interiore che Niada si rende conto della grande potenzialità del tempo e scopre (tra le pareti di un monastero, là dove il tempo per qualcuno sembra perduto!) dei ritmi diversi rispetto alla frenesia del mondo. ‘Gran parte del senso che diamo alla vita dipende dal rapporto che abbiamo con il tempo’, scrive nell’Introduzione Niada. Poi conclude: ‘Non solo l’eccesso di impegni non ci permette più di mantenere un reale controllo del tempo, come facevano i monaci con lo scopo di avvicinarsi a Dio, ma sempre più la catena infernale di impegni e scadenze inizia a farci perdere il controllo di noi stessi, la nostra capacità di osservare e di creare, confondendo continuamente ciò che è urgente con ciò che è importante’ (pp. 10.11).
Il rischio dell’uomo moderno è quello di lasciar sincronizzare cuore ed intelligenza ai dettami esasperanti del mondo. ‘La società delle opportunità ha creato più una società «do it yourself» (fai da te, ndr) di egoisti, ha prodotto una nuova specie umana, imbozzolata in uno stile di vita dettato da celebrità e case di moda, in un gioco di specchi propinato da un’informazione ciarliera e onnipresente. Sta educando una gioventù sorda e autistica, il cui modo di essere è esemplificato dall’inseparabile auricolare del lettore mp3 o dell’iPod, un diaframma foderato di piombo per estraniarsi dal resto del mondo e vivere in un tunnel di vita «on demand» (su richiesta, ndr), in cui l’individuo ancora adolescente decide che cosa è buono per la propria edificazione, mentre le famiglie lasciano fare e interagiscono sempre meno con i figli che si alienano in mille universi paralleli’ (p. 157).
Il tempo breve, è un libro che merita di essere letto e nelle cui pagine il lettore rintraccerà tanti motivi per iniziare a riflettere seriamente sull’importanza del proprio tempo a disposizione. Gustave Flaubert affermava: ‘L’avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene… il presente ci sfugge’.
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