Saturday, May 19, 2012

OXESSIONATI DAL SESSO

Posted by marilena marino On gennaio - 12 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Il protagonista di “Shame” è Brandon, giovane professionista che vive a New York. Brandon ha successo nel lavoro, possiede un appartamento di lusso e ha fascino da vendere con le donne, ma ha un problema che si sta facendo sempre più assillante: è dipendente dal sesso. Finora è sempre riuscito a tenere la cosa confinata tra le mura domestiche, ma l’arrivo della sorella minore (Carey Mulligan), problematica quasi quanto lui, darà il via a una catena di eventi che lo costringeranno a fare i conti con se stesso.

Nella città che non dorme mai, dove il piacere sessuale è a portata di mano e dove un uomo single può intrattenersi in tutti i modi che preferisce, Brandon non ha limiti e dunque il suo problema non riesce a trovare risoluzione. McQueen comprende quanto una completa redenzione sia fuori luogo – stiamo parlando di questioni vere, non dell’arco di maturazione di un qualsiasi eroe hollywoodiano – e preferisce lasciare molto in sospeso, tante faccende insolute, concentrandosi non sull’ampio respiro ma sulle vite dei suoi personaggi, due anime perdute che cercano di riconnettersi e rimettere assieme i pezzi. Ce la faranno? Non è dato saperlo, ma almeno ci stanno provando.
Ritratto glaciale e potente di Brandon, newyorkese di successo affetto da sex addiction. Un uomo come tanti, come tanti malato di frigidità morale ed emotiva, un uomo chiuso in prigione, stavolta racconto di un uomo che trasforma la sua assoluta libertà nella propria prigione”. Non è moralismo, è lucidità nel cogliere quella malattia emotiva della nostra contemporaneità che è il sesso impersonale, quella ginnastica genitale di corpi che si toccano e si compenetrano come in una tavola anatomica. Puro nichilismo. Brandon, il protagonista di Shame, cui Michael Fassbender aderisce con una fisicità impressionante, è un trentenne newyorkese di medio-alto successo che non ha, non riesce, non vuole avere relazioni durature e stabili. Che quando ci prova non ce la fa. Che ossessivamente fa sesso online, si masturba nel bagno di casa e dell’ufficio, si porta nel letto prostitute, fa avance pesanti alle ragazze che incontra in discoteca, si fa rimorchiare da sconosciute. Sesso, solo sesso. McQueen ce lo mostra con freddezza, non giudica, non ci racconta per fortuna molto di lui, non tenta nessuno approccio psicologistico al suo agire, semplicemente lo segue, lo pedina, registra i suoi movimenti. Il tutto in ambienti della nostra ipermodernità, spazi rarefatti, glaciali, geometrici, metallici e vitrei. Brandon è oggetto tra gli oggetti, viene osservato così come la macchina da presa osserva una sciarpa, un televisore, un divano. Da questo approccio avalutativo, fenomenico, scaturisce la forza enorme del film, che riesce a restituirci così il nichilismo in cui siamo sprofondati, e in cui ci stiamo perdendo, e che riesce a trasformare Brandon in un allarmante esemplare sociale dell’alienazione (sì, ritroviamola, questa meravigliosa parola perduta) ormai di massa. A fare da contrappeso è Sissy, la sorella di Brandon, invece travolta dalle sue emozioni, che cerca disperatamente di stabilire un ponte con quel fratello che sembra ormai perduto. Anche la disamina affettiva dei due protagonisti, uniti da un passato di imprecisato squallore ed oggi ancora alle prese con i propri fantasmi, riesce a procedere in maniera credibile, senza virare sul thriller o sfociare in una didascalica redenzione sentimentale. Forse, anzi, una chiave di lettura eccessivamente moralista o pedagogica lascerebbe una punta di evidente delusione sulla banalità del messaggio finale del film, che rimanda al solito circolo vizioso in cui infanzia traumatica e maturità disturbata fondano i propri disagi reciproci l’una sull’altra.
Nell’ultima parte tutto si accelera, la frenesia e l’eccesso prendono il posto della rarefazione, la compulsione porta Brandon a avventure multiple, a inoltrarsi nei cunicoli della metropoli, a fare sesso con uno sconosciuto in un locale gay, a esibirsi con una prostituta alla finestra-vetrina di un hotel. Succederà poi qualcosa, qualcosa di drammatico, che forse riuscirà a tagliare la corazza che avvolge Brandon e a raggiungere la sua carne, il suo cuore. Forse.

 La fisicità degli attori gioca un ruolo fondamentale: è lo specchio di una condizione di nudità di fronte ai propri demoni e alle vite degli altri. Ma non è certo l’abbondante presenza di scene di sesso e nudo a risultare scandalosa, bensì la ripetizione ossessiva e sgradevole di quello che siamo e nascondiamo. Brandon e Sissy condividono uno stesso dolore (che McQueen non è interessato a indagare e sviluppare, preferendo cogliere i personaggi nel loro essere per aderire alla rappresentazione che la società contemporanea, tutta schiacciata sul presente, offre delle vite degli uomini), sono incapaci di gestirlo, ma cercano di soffocarlo in modi differenti, ponendosi con un atteggiamento quasi opposto verso gli altri: quanto il primo è riservato e solitario, tanto la seconda è espansiva e alla ricerca di amore. Tutti e due hanno il loro modo, che passa ugualmente attraverso un meccanismo di auto-punizione fisica e psicologica, di mascherare un’antica vergogna con una serie di atti che generano altra infamia, persino maggiore: in Sissy si tratta delle tendenze suicide, in Brandon della dipendenza sessuale. Dal conflitto delle loro personalità ha origine il nucleo drammatico del film, e alla fine, quando entrambi hanno varcato ogni limite e toccato il fondo, Brandon si trova schiacciato dal peso della vergogna che ha riversato su se stesso e sulla sorella.

Shame” è un film potente, raccontato con grande asciuttezza e maestria e capace davvero di fare leva sui sentimenti più basilari dell’uomo. Non a caso il titolo, che dopo “Hunger” sembra continuare una sorta di studio sugli istinti primordiali dell’uomo. Ma McQueen ha anche il coraggio di non lasciarsi andare alle lacrime facili – nonostante un momento molto commovente verso il finale – e preferisce lasciare aperto uno spiraglio, la speranza di poter ricostruire un senso. A volte, è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Anche la disamina affettiva dei due protagonisti, uniti da un passato di imprecisato squallore ed oggi ancora alle prese con i propri fantasmi, riesce a procedere in maniera credibile, senza virare sul thriller o sfociare in una didascalica redenzione sentimentale. Forse, anzi, una chiave di lettura eccessivamente moralista o pedagogica lascerebbe una punta di evidente delusione sulla banalità del messaggio finale del film, che rimanda al solito circolo vizioso in cui infanzia traumatica e maturità disturbata fondano i propri disagi reciproci l’una sull’altra.
Definito un capolavoro dai critici delle più importanti testate specializzate del mondo, Shame è cinema d’autore senza sconti: un viaggio nell’inferno della psiche e della metropoli che inghiotte. L’attualità dell’argomento, a seguito dell’invasione senza precedenti della pornografia promossa da internet, farà discutere e riflettere.

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Chiesa on the road nell’Anno della Fede

Posted by marilena marino On gennaio - 9 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

La lettura della «Nota con indicazioni pastorali» diffusa dalla Congregazione per la Dottrina della fede introduce già in un clima di vigilia e attesa per l’Anno Della Fede del quale il miglior interprete è monsignor Rino Fisichella, che dal Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione – di cui è presidente – coordinerà idee e progetti nella fase preparatoria come nello svolgimento dell’Anno.

Perché un documento così dettagliato e concreto, e con tanto anticipo?
Perché si sta parlando di fede, e bisogna far comprendere che prima delle iniziative serve piena consapevolezza del tema. Il desiderio del Papa è che ogni attività venga allestita a partire da una riflessione che impegna tutta la Chiesa.
Qual è l’obiettivo delle iniziative proposte dalla Nota?
Condurre a un incontro personale con il Signore Gesù. Più volte la lettera del Papa Porta fidei e la Nota insistono su questo: la fede è qualcosa di vivo, non una mera conoscenza ma un incontro che dà significato alla vita. Va ritrovata la gioia dell’incontro con Cristo, per essere capaci di darne testimonianza rendendo partecipi anche gli altri. In questi primi due testi più volte si parla di gioia e di bellezza della fede, a indicare che chi crede deve far trasparire la propria esperienza. E questo si collega direttamente con la nuova evangelizzazione, al cui Pontificio Consiglio è affidata la segreteria e l’organizzazione di tutto l’Anno.
Qual è il nesso tra costituzione del dicastero che lei guida e Anno della fede?
La spiegazione l’ha offerta il Papa alla Curia romana: “La grande tematica di quest’anno come anche degli anni futuri in effetti è: come annunciare oggi il Vangelo? In che modo la fede, quale forza viva e vitale, può oggi diventare realtà?”. Sono anche le domande della nuova evangelizzazione.
Come si può far sentire tutta la Chiesa coinvolta nell’Anno della fede?
Questa è la grande sfida. La Nota è rivolta anzitutto alla Chiesa universale, perché con l’Anno va dato un segno unitario. Si parla poi a Conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, comunità, associazioni e credenti: nessuno si deve sentire escluso. Volendo risvegliare la fede e la gioia di viverla, si propone di rilanciare la conoscenza dei suoi contenuti. Mi piacerebbe che alla fine dell’Anno tutti i cristiani conoscessero davvero il Credo facendone la propria preghiera quotidiana. Sarebbe un segno veramente unitario, la riscoperta delle proprie radici, la conoscenza di Chi e cosa è al centro del nostro credere. Ecco perché la Nota sottolinea l’importanza di gesti come il pellegrinaggio alla tomba di Pietro, o a Gerusalemme, ovvero nei luoghi dove si è professata la fede. Penso anche alla necessità, sottolineata dal Papa nella Porta fidei, che ogni vescovo compia una solenne professione di fede in cattedrale all’inizio dell’Anno. In generale, le iniziative devono puntare su tre obiettivi: la conoscenza dei contenuti della fede, del Concilio e del Catechismo.
Tra i tanti spunti, colpisce quello sui «linguaggi del cyberspazio»…
I contenuti della fede vanno individuati anche nelle opere culturali, come i film e la letteratura. Si potranno riscoprire tanti autori – penso a nomi come Chesterton, o Peguy – che hanno saputo comunicare la fede in modo immediato, ma c’è anche una chiamata in causa dei socialnetwork, che non vanno più pensati come semplici strumenti essendo ormai una cultura nella quale entrare per comunicare la fede.
La Nota insiste sulla sostanza del credere: si vuole forse dire che è stata un po’ sacrificata, a vantaggio di un approccio più “esistenziale”?
Nei decenni del post-Concilio è stata teorizzata una dicotomia tra dimensione contenutistica e quotidianità, una scissione che non ha senso: credere è ritrovare la verità sulla propria vita, non l’adesione a un contenuto astratto. Per un credente ignorare chi è Cristo vuol dire non conoscere se stessi. Verità della fede e verità della propria esistenza convergono.
Che indicazioni si offrono alle diocesi?
Mi auguro che ogni vescovo possa esprimere con la lettera pastorale i contenuti dell’Anno della fede. È poi importante che le diocesi riscoprano il senso di appartenenza del presbiterio e della comunità attorno al vescovo, anche contro una certa cultura della frammentazione: facciamo tante iniziative nelle quali, alla fine, rischia di sfuggire il senso profondo dell’unità.
E le parrocchie?
È molto importante che recuperino il Catechismo, nella prima parte tutto dedicato al tema della fede. Riprendere i punti fondamentali – in Chi credo, perché credo, come posso esprimere la mia fede – porta a riappropriarsi del credere nella dimensione personale e in quella comunitaria, perché chi crede non è mai solo.
La Nota si rivolge anche ai movimenti: che parte avranno?
Sono molto importanti per il carisma che esprimono e la presenza in ambienti che solo i laici possono raggiungere. Riflettendo sulla fede, i movimenti rinnoveranno ciascuno il proprio cammino, che dev’essere comune a quello della Chiesa.

Come sfida educativa abbiamo, come cristiani, una straordinaria occasione: aiutare questo nostro mondo, sempre più prigioniero dei dispositivi tecnologici, a riscoprire la verità più intima e nascosta della tecnica, cioè la sua insopprimibile apertura alla trascendenza. Una miniera di libertà di fronte al “dispotismo” dei dispositivi…

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Immaturi

Posted by marilena marino On gennaio - 2 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

I quarantenni di oggi sono maturi o immaturi? La questione non poteva essere posta in maniera più esplicita in questa pellicola che vuole tirare le somme su un’intera generazione. Non è una critica impietosa, quanto piuttosto un accarezzare il passato e il presente in maniera fin troppo compassionevole. La premessa è quanto mai bislacca e, si potrebbe dire, fiabesca. Una classe di liceo classico, diplomata venti anni prima, deve rifare l’esame di maturità. Sono state riscontrate irregolarità e la prova è stata di fatto annullata.
Principio dunque da favola da prendere per buono. Alcuni degli ex compagni di scuola si rivedono per prepararsi nuovamente a quella prova così antica e così piena di significato per quell’età.

I protagonisti naturalmente si confrontano con la realtà di oggi e con i loro cambiamenti. Chi è sposato, chi non lo è, chi è separato.
Ognuno deve affrontare i propri demoni personali, reali o immaginari, interni o esterni. In chiave da pura commedia, per cui ogni situazione è tirata fino all’estremo. Alcune situazioni sono più felici di altre oppure hanno una potenzialità comica maggiore. È il caso di Piero (Luca Bizzarri), che per essere più libero con la fidanzata finge di avere una moglie e un figlio, o il caso di Lorenzo (Ricky Memphis) ancora a casa con i genitori, secondo una dinamica già ampiamente collaudata nella commedia (si pensi al francese Tanguy). Meraviglioso Maurizio Mattioli nel ruolo del padre disilluso di Lorenzo: anche se ha poche battute, ognuna è a suo modo emblematica e irresistibile.

Immaturi è una pellicola che a suo modo sa divertire, quando non ha la pretesa di veicolare un messaggio. Cosa che avviene puntualmente verso la fine. Per ogni personaggio viene spiegata in maniera quasi libresca la forma in cui ciascuno passa dall’età “acerba” alla maturità. Per qualcuno può essere un figlio, per un altra la scoperta dell’amore o una forma di riscatto personale. Il problema è che, come fin troppo spesso accade nel cinema italiano, si confonde la chiusura delle varie vicende con una forma di moralismo sentenzioso: la morte di qualunque genere di leggerezza che si è faticosamente saputa costruire. Peccato, perché alcuni personaggi ci sono, è facile affezionarsi e alcune piccole trovate comiche sono sicuramente apprezzabili. Altre situazioni sono invece fini a se stesse, come il personaggio del sacerdote interpretato da Michele La Ginestra e l’interminabile sequenza della discoteca, facilmente tagliabili senza compromettere l’integrità della pellicola. Alcune forme di rievocazione passatista sono forse stucchevoli, ma magari a qualcuno non dispiaceranno.

Trama del film:Così come nella maturità dopo lo sforzo dell’esame c’è la gratificazione di un viaggio, così anche questo gruppo di quarantenni si ritroverà su un’isola, probabilmente della Spagna, a fare il viaggio della maturità come tutti gli altri ventenni. Succederanno molte cose: ritrovarsi a quell’età a fare qualcosa di goliardico, crea delle conseguenze che possono essere dirompenti.
Dopo essersi ritrovati per affrontare gli esami della maturità, i sette protagonisti del film decidono di organizzare quel famoso viaggio di fine scuola che non erano riusciti a fare ai tempi del liceo. Accompagnati, chi volontariamente e chi no, da mogli, fidanzate, genitori e figli, vivranno nuove avventure e nuovi percorsi di crescita in un’isola della Grecia, rivelando ognuno nuove debolezze, a dimostrazione che la vera “maturità” non si raggiunge mai completamente.


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Torino: si parlerà di giovani alla “Cattedra del dialogo”

Posted by Moreno Migliorati On ottobre - 13 - 2011 ADD COMMENTS

“Se c’è un umile grande scopo è quello per noi adulti di ‘conoscere’ sempre meglio con grande benevolenza e magnanimità i giovani di questa nostra generazione. E saper e poter offrire loro sempre più occasioni per presentarsi, interloquire, aver spazi per proporre e collaborare”. Con questo spirito, espresso da mons. Luciano Pacomio, delegato della Conferenza episcopale piemontese per la pastorale delle comunicazioni sociali, si apre questa sera a Torino il quarto ciclo della “Cattedra del dialogo”. Filo conduttore su cui si rifletterà fino al 12 aprile, ogni secondo giovedì del mese, è “Il giovane ignoto, a chi?”. Il rapporto con la politica, il lavoro e la comunicazione saranno tra gli aspetti al centro del percorso della “Cattedra”. Obiettivo primario è “creare un dialogo efficace e costruttivo tra le generazioni”.

Questa sera, alle 21, al Centro incontri della Regione Piemonte (corso Stati Uniti, 23), dopo una video-introduzione curata dall’associazione “Outsider”, la parola passerà a don Marco Pozza, sacerdote veneto, autore tra l’altro del libro “Penultima lucertola a destra”. La “Cattedra” è realizzata in collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei.

(via SpiritualSeeds.info)

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Fissatolo lo amò

Posted by michelangelo On luglio - 24 - 2011 1 COMMENT

di Michelangelo Nasca

Nella vita di ogni uomo – e in modo particolare in quella dei più giovani – il desiderio di infinito si percepisce, talvolta, attraverso le domande che riguardano il senso da dare alla propria esistenza. Ci rendiamo conto che nessun bene finito può saziare il desiderio di eternità presente nel cuore umano, e solo Dio – nella concreta esperienza della fede cristiana – è capace di rispondere a questo struggente richiamo interiore. Risulterà chiarificante, a tal proposito, l’incontro – che cercheremo di commentare qui brevemente – tra Gesù e un giovane ricco narrato nei Vangeli.

“Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»”(Mc 10, 17).
L’immagine iniziale proposta dall’evangelista Marco è davvero suggestiva. Un tale (che si trattasse di un giovane lo riferiscono i Vangeli di Matteo e Luca) “corre” verso Cristo, mostrando il vivace desiderio di volerlo incontrare. Egli, addirittura, si inginocchia davanti a Gesù per rivolgergli una domanda estremamente importante, la domanda di tutta una vita, una domanda che corrisponde al desiderio di pienezza e di felicità verso cui orientare la propria esistenza: che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? Il giovane, inoltre, si dirige verso Gesù, chiamandolo “Maestro”, quasi a voler riconoscere uno degli aspetti principali dell’identità di Cristo: il suo essere “persona educante”. Una prospettiva, quest’ultima, che il disvalore culturale e morale odierno tende abilmente ad occultare. Se, infatti, scompare Cristo come vero “principio educante”, i valori si appiattiscono, diventano impersonali e ognuno potrà essere solo maestro di se stesso!

Alla domanda sulla vita eterna Gesù suggerisce al giovane ricco l’osservanza dei Comandamenti. Il ragazzo ammette di aver sempre adempiuto a questa regola di vita morale (oggi diremmo “da bravo cristiano!”). Ad un tratto, però, Gesù posa lo sguardo su di lui, “fissatolo lo amò”! Uno sguardo che rivela l’amore inesauribile e sorprendente di Dio; Gesù sta per rivolgere al giovane interlocutore una proposta decisiva, qualcosa che può rilanciare la sua vita e proiettarlo verso quel desiderio di eternità che un istante prima aveva spinto il giovane ad incontrare Cristo: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!»” (Mc 10, 21).

Il giovane – quello di ieri come quello di oggi – deve adesso operare con libertà un’importante scelta per la sua esistenza. Seguire Cristo non è facile, al discepolo viene chiesto di rinunciare a tutto ciò che nel mondo può garantire un’effimera stabilità di vita. Gesù chiede una sequela incondizionata, un abbandono totale all’amore del Padre, come gli uccelli del cielo che «non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre» (Mt 6, 26); e ancora: «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33).

«Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni»(Mc 10, 22). L’esito di questo singolare incontro con Cristo si conclude tristemente. Il giovane ricco, infatti, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato. Egli inizia ad allontanarsi, così, da quel desiderio di eternità tanto anelato – perché possedeva molti beni – mentre lo sguardo di Cristo (così ci piace immaginarlo) continuava a seguirlo!

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di Michelangelo Nasca

Alcune persone mi dicono che il catechismo non interessa la gioventù odierna; ma io non credo a questa affermazione e sono sicuro di avere ragione. Essa non è così superficiale come la si accusa di essere; i giovani vogliono sapere in cosa consiste davvero la vita’. Sono le parole che Papa Benedetto XVI rivolge ai giovani nella prefazione a Youcat – il sussidio al Catechismo della Chiesa cattolica che milioni di ragazzi, provenienti da tutto il mondo, troveranno nello zaino del pellegrino – in occasione della Gmg 2011 di Madrid (16 al 21 agosto prossimi).

Il Pontefice appare assolutamente deciso a lanciare questa particolare scommessa che coinvolgerà i giovani e le loro famiglie. Forse l’aver trascurato i criteri principali che fondano l’esperienza del Cristianesimo ha reso il nostro cuore arido ed incapace di rispondere con fede ai dettami della legge di Dio.
Basta guardarsi attorno per comprendere il disorientamento e l’apatia religiosa che investe la nostra umanità. Quante volte ci siamo interrogati sul fatto che molti dei nostri giovani e delle nostre famiglie si allontano dalla fede; quanti incontri parrocchiali, raduni diocesani, tavole rotonde, conferenze… e il problema permane, anzi diventa sempre più dilagante. Parole, slogan e mille altre valutazioni, certamente belle, teologicamente corrette ma in ultima analisi insufficienti a far risalire la china! Il problema c’è e si vede!

Tutti abbiamo lavorato, con passione e lealtà, per rendere la fede cristiana sempre più bella, e ciò che è stato fatto in passato non deve essere rinnegato; ma oggi, il Papa esorta il mondo intero a riprendere in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica e a ripartire dagli insegnamenti che la fede ci ha tramandato, a recuperare il valore di quella unità ecclesiale che è giunta fino a noi attraverso gli insegnamenti degli Apostoli e dei loro successori per riscoprire il Maestro, la “persona educante”. Se, infatti, scompare Cristo (la “persona educante”) scompaiono anche le “persone educanti” e di conseguenza i valori diventano impersonali e ognuno sarà maestro di se stesso!

L’invito del Papa è deciso: ‘Studiate il catechismo con passione e perseveranza! Sacrificate il vostro tempo per esso! Studiatelo nel silenzio della vostra camera, leggetelo in due, se siete amici, formate gruppi e reti di studio, scambiatevi idee su Internet. Rimanete ad ogni modo in dialogo sulla vostra fede!’.
Qualcuno, sbrigativamente, dirà che un’operazione del genere riproporrà una Chiesa oscurantista, antiquata e non al passo con i tempi. Ci rendiamo tutti perfettamente conto di quanto, invece, sia stato perduto proprio nel tentativo di far conoscere Dio sottraendo alla fede tutti quegli elementi normativi che apparivano poco efficaci per incontrare i giovani!
Ma come si fa a parlare di Dio senza fare riferimento alla persona di Cristo e ai suoi insegnamenti?

L’anno scorso, in Francia, un sacerdote “cattolico” per rendere la celebrazione della Messa accattivante, ha interrotto la sua omelia per inscenare (insieme ad un gruppo di ragazzi che a poco a poco si alzavano dal proprio posto per vestire una maglietta colorata con una scritta sacra) una sorta di balletto moderno, sotto lo sguardo sorpreso di tutta l’assemblea. Un alunno a scuola riferisce: ‘Il mio catechista ha detto che i rapporti prematrimoniali sono ammessi se compiuti con amore!’. Se provate a navigare su internet incontrerete, poi, siti e blog (rigorosamente di matrice cattolica) che propongono riflessioni tratte da autori New Age; in altri siti la Vergine Maria è persino considerata la quarta persona della Trinità.
‘Il Papa è ricco e i poveri muoiono di fame”, “L’eutanasia è ammessa se è la persona stessa a chiederla”, “L’aborto è inevitabile se si conosce in anticipo la malformazione del bambino”, “L’inferno non esiste”, “I sacerdoti dovrebbero potersi sposare”, “Il matrimonio può essere sempre annullato”, “Perché devo raccontare al sacerdote i miei peccati”… Tutte queste cose – dichiarano i ragazzi – le hanno dette alla televisione, le leggiamo nei giornali, le dicono i nostri genitori! E Cristo che cosa dice?

E’ ancora Papa Ratzinger a sottolineare: ‘Dovete conoscere quello che credete; dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer; dovete conoscerla come un musicista conosce il suo pezzo; sì, dovete essere ben più profondamente radicati nella fede della generazione dei vostri genitori, per poter resistere con forza e decisione alle sfide e alle tentazioni di questo tempo’.
Abbiamo – uomini e donne di questo terzo millennio – un reale bisogno di Dio e del suo aiuto se – ricorda ancora il Pontefice – ‘la vostra fede non vuole inaridirsi come una goccia di rugiada al sole, se non volete soccombere alle tentazioni del consumismo, se non volete che il vostro amore anneghi nella pornografia, se non volete tradire i deboli e le vittime di soprusi e violenza’.
Riprendiamo in mano il testo del Catechismo, studiamo con passione e umiltà i suoi contenuti, non per delegittimare il passato ma per guardare al futuro con maggiore speranza. ‘Sapete tutti – conclude Papa Ratzinger – in che modo la comunità dei credenti è stata negli ultimi tempi ferita dagli attacchi del male, dalla penetrazione del peccato all’interno, anzi nel cuore della Chiesa. Non prendete questo a pretesto per fuggire il cospetto di Dio; voi stessi siete il corpo di Cristo, la Chiesa! Portate il fuoco intatto del vostro amore in questa Chiesa ogni volta che gli uomini ne hanno oscurato il volto. «Non siate pigri nello zelo, lasciatevi infiammare dallo Spirito e servite il Signore» (Rm 12, 11)’.

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Tutti i Video Del Direttorio

Posted by Terzilio Mancinelli On marzo - 6 - 2011 ADD COMMENTS

Tutti i video contenuti nel Direttorio delle comunicazioni sociali: COMUNICAZIONE E MISSIONE.

Questo sussidio video era contenuto nel Documento del Direttorio nella prima versione  dell Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali.

Ogni singolo video descrive visivamente il contenuto di ogni capitolo del Direttorio.

Una sintesi ben fatta che aiuta a capire il contesto dove la nuova figura dell Animatore della Cultura e della Comunicazione  dovrebbe interagire.

Video realizzati per essere diffusi e discussi nelle Diocesi e nelle Parrocchie.

Un materiale molto valido che spesso finisce poco considerato negli archivi dei Parroci.

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di Michelangelo Nasca

“Avevo fame. Il mio corpo aveva fame. La mia carne viva, come milioni di bocche folli, cercava di divorare fin le più piccole briciole di piacere raccolte ai margini della mia strada.  Il mio spirito aveva fame. Per nutrirlo, raccoglievo alla rinfusa tutte le idee che vagavano nei libri, nelle immagini, nelle parole sulle bocche degli uomini, ma la mia testa era un alveare ronzante che non dava miele” (Michel Quoist).

Oggi è, forse, questo uno dei grandi problemi del nostro tempo: abbiamo fame e sete di qualcosa ma nessuno sembra in grado di saziarci! Proviamo ad ingurgitare ogni genere di alimento ma il nostro appetito non si attenua. “Ingrassiamo” lasciando al nostro corpo, alla nostra mente e al nostro cuore l’impressione di essere riusciti ad appagare il desiderio di totalità e di infinitivo che continua ad infiammare la nostra anima.
Chi potrà veramente saziarci?

Alcuni anni fa, un’espressione di San Giovanni della Croce diventò il “leitmotiv” degli Esercizi Spirituali del MEC (il Movimento di cui faccio parte): «Un uomo non si sazia se gli diamo meno dell’infinito»! Ci interrogavamo sul nostro desiderio di felicità, che porta in sé i segni contraddittori del “supplizio di Tantalo”.
Ricchissimo sovrano re della Frigia, Tantalo rubò dalla tavola degli dei il nettare e l’ambrosia (la bevanda e il cibo che assicuravano agli dei l’immortalità e l’eterna giovinezza) per donarla agli uomini. Gli dei però non accettarono l’irriverente torto e Giove non esitò a punire severamente l’ingrato figlio. Fattolo precipitare nel Tartaro fu condannato a patire in eterno la fame e la sete stando immerso in un stagno e sotto un albero di frutta senza poter mai raggiungere né l’acqua né la frutta che al suo protendersi si allontanavano.

“Oggi il mondo ha modificato il supplizio di Tantalo in questo modo: hai sete? Ecco per te dei beni! Ma devi fare in fretta per afferrarli, poiché immediatamente dopo averne ottenuto uno il mondo te ne pone davanti altri cinque e poi dieci e così via. La vita diventa così paradossalmente sempre un desiderio insoddisfatto, mentre dall’altra parte del mondo c’è chi non ha nemmeno il pane per mangiare! Dobbiamo ripensare il significato del mondo, il significato della vita e dell’uomo così come Dio lo aveva immaginato. Dio non ha immaginato per l’uomo un supplizio di Tantalo; Dio ha immaginato un uomo capace di crescere e di costruire la civiltà dell’amore e della ricca povertà cristiana dove il valore dei beni è nel bene che hanno dentro” (P. Antonio M. Sicari).

Papa Benedetto XVI, nel libro-intervista di Peter Seewald, parla della felicità e dell’anelito dell’uomo verso l’infinito affrontando due particolari piaghe del nostro tempo: la droga e il turismo sessuale. Ne proponiamo di seguito un breve estratto:

Credo che questo serpente del commercio e del consumo di droga che avvolge il mondo sia un potere del quale non sempre riusciamo a farci un’idea adeguata. Distrugge i giovani, distrugge le famiglie, porta alla violenza e minaccia il futuro di intere nazioni. Anche questa è una terribile responsabilità dell’Occidente: ha bisogno di droghe e così crea paesi che gli forniscono quello che poi finirà per consumarli e distruggerli. È sorta una fame di felicità che non riesce a saziarsi con quello che c’è; e che poi si rifugia per così dire nel paradiso del diavolo e distrugge completamente l’uomo.
A questo problema se ne aggiunge un altro. Voi non riuscite nemmeno ad immaginare, così mi dicono i vescovi, quale distruzione provochi nei nostri giovani il turismo sessuale. Sono in atto processi di distruzione di enorme portata, generati dalla noia, dalla falsa libertà e dall’eccitazione del mondo occidentale.
L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito. Ma dove Dio non c’è, questo non gli è concesso. E così deve essere lui stesso a creare la menzogna, il falso infinito.
Questo è uno dei segni dei tempi che deve rappresentare per noi cristiani una sfida urgente. Dobbiamo vivere in modo da mostrare che l’infinito di cui l’uomo ha bisogno può venire soltanto da Dio; che Dio è la nostra prima necessità per poter far fronte alle tribolazioni di questo tempo; che in un certo senso dobbiamo mobilitare tutte le forze dell’anima e del bene perché si imponga un’immagine vera contro quella falsa, e possa così spezzarsi l’ininterrotto circuito del male.

(Benedetto XVI, Luce del Mondo, Una conversazione con Peter Seewald, Libreria Editrice Vaticana, pp. 94-95)

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Vorrei poterti amare come ti ama Dio!

Posted by michelangelo On novembre - 15 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Due persone che si amano davvero possono, anzi devono chiedersi: “perché stiamo insieme?”. Non è una domanda retorica e la risposta per niente scontata! Cercare di comprendere le motivazioni e le ragioni che tengono unite due persone innamorate non è poi un’idea così tanto assurda!
La possibilità di inoltrarsi seriamente nella profondità del proprio rapporto, per cercare di comprendere il mistero dell’amore che unisce un uomo e una donna, è una cosa buona e un atto di grande responsabilità. Un tale argomento merita, dunque, il massimo della nostra attenzione; è davvero necessario creare, oggi, momenti di ascolto per aiutare i giovani a conoscere meglio il dono d’amore che Dio riserva alla coppia. A tal proposito mi permetto di osservare l’urgenza di dover (e soprattutto “saper”) offrire nei corsi prematrimoniali una maggiore competenza riguardo al tema dell’amore coniugale. Il Matrimonio non è “bacini, bacetti”, “due cuori e una capanna”, “i fiori e l’abito della sposa” …!!! C’è una sostanza “sacramentale” che le nostre giovani coppie non sanno più riconoscere… perché, purtroppo, nessuno gliene parla più!!!

Parlare d’amore a due ragazzi significa aiutarli a saper riconoscere in Dio la sorgente del loro volersi bene, della loro umanità e unità. Uno splendido testo del cantautore Claudio Chieffo recita: “Io (è lo sposo a parlare alla sposa, ndr) vorrei volerti bene come ti ama Dio, con la stessa passione, con la stessa forza con la stessa verità che non ho io”!
Amare “lui” come lo ama Dio! Amare “lei” come la ama Dio! Da questo particolare – del tutto irrilevante per la cultura moderna, abituata al consumismo che definirei “antropologico” – possiamo comprendere la posta che c’è in gioco quando due persone scelgono di amarsi.

Facciamo adesso un ulteriore passo in avanti e proviamo a chiederci: Perché la Chiesa dice di “No” ai rapporti prematrimoniali?
Di per sé la formulazione più corretta suonerebbe così: Perché la Chiesa dice di “Sì” all’amore sacramentale?
Non si tratta di un semplice gioco di parole, è piuttosto un chiaro riferimento alle priorità che intendiamo dare a tale confronto. Il Matrimonio, infatti, non può essere considerato “un atto formale” in cui due persone dichiarano il loro amore reciproco davanti a Dio e basta! Il Matrimonio è un sacramento, è uno spingersi verso Dio attraverso l’amore reciproco di due persone.

La Chiesa dice “no” ai rapporti prematrimoniali non per limitare o impedire qualcosa di bello che (non dimentichiamolo) è dentro la creazione stessa di Dio, ma per CUSTODIRE le due persone che si amano. La sessualità è una grande potenzialità dell’amore, essa deve condurre la coppia al DONO di se stessi fino alla FECONDITA’. Questo dono reciproco di se stessi, nell’atto specifico dell’amore coniugale, è un dono che Dio ha pensato di offrirci proprio nel giorno del nostro matrimonio, in cui il “Sì” dell’amato e dell’amata diventano un unico “Sì” rivolto a Dio.

La vera sessualità (dono di sé all’altro e fecondità) va, così, lentamente educata perché dietro la giustificazione del sentimento e dell’emozione forte si può nascondere l’egoismo o un dono di sé ancora parziale ed imperfetto. C’è una integrità una “verginità” (nell’uomo e nella donna) che ha bisogno di essere compresa e rispettata. Ecco la necessità di tale attesa!

Una volta non era così, ma oggi molti giovani hanno paura di stringere legami duraturi con la persona della quale si sono innamorati. Non sembrano molto disposti a pronunciare seriamente quella particolare ed intramontabile espressione che fa dire l’uno all’altra: “Ti amerò per sempre”. I problemi della nostra società, la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e duraturo, la drammatica esperienza del divorzio vissuta da alcuni dei loro genitori, hanno in qualche modo scoraggiato i nostri giovani a compiere scelte decisive e definitive come quella del matrimonio. Si preferisce allora fare esperienze d’amore a breve termine e libere da ulteriori responsabilità.

L’amore, però, (quando è vissuto seriamente) è per sempre! Dire io ti amerò per sempre significa non essere in grado di misurare il tempo se non con termini di “eternità”. Ma può l’uomo spingersi a tanto, così da promettere addirittura un amore eterno? L’eternità non è forse l’essenza stessa di Dio?
E se io fossi cristiano perché il mio cuore – anche se non sempre me ne rendo conto – è il luogo dove è custodita (come in uno scrigno) una preziosa promessa? Una promessa che dice all’uomo: tu non morirai mai!

I nostri ragionamenti possono affermare la non esistenza di Dio, non è così però per il nostro cuore che “vede” la concretezza, la carne di quella promessa e non può tradirla anche con il più fine dei nostri ragionamenti! Dire ad un’altra persona “io ti amo” è come dire che lei per te ha un valore eterno, significa dire all’amata: tu non morirai mai! Quando ci si innamora non siamo soliti fare tanti calcoli, non ti fermi a misurare la tua capacità d’amore verso l’altra persona, anzi accade tutto il contrario! Accade cioè che quando ti innamori il tuo cuore è talmente carico di gioia che tutta la felicità accumulata in un solo istante trascorso con colei o colui che ami trabocca come un torrente in piena. Chi potrà fermare la forza di quell’amore e la speranza in esso contenuta? (Purtroppo te stesso, nel momento in cui produrrai mille ragionamenti per giustificare il fatto che hai deciso di non amare più!).

A Dio interessi TU!!! A Dio interessa tutto di te, persino il tuo corpo e il corpo di colei che ami di più al mondo. Il tuo corpo è sacro, è un tempio capace di accogliere un altro corpo (quello della moglie o del marito) ma soprattutto è stato fatto per accogliere il Corpo eucaristico di Cristo!

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CHIARA LUCE BADANO

Posted by FLORIANO CARTANI' On ottobre - 3 - 2010 ADD COMMENTS

DI FLORIANO CARTANI’

In occasione della recente beatificazione di Chiara Luce Badano, il ricordo di tutti i caro sinesi è andato a quella serata di domenica 13 aprile del 2003 quando, presso il salone parrocchiale di Carosino si tenne un incontro con i genitori di Chiara Luce, che allora era “semplicemente” una ragazza prematuramente scomparsa a Sassello (SV), in odore di santità.

La possibilità di tenere la tappa conclusiva di quella discesa pugliese dei coniugi Badano (già presenti a Brindisi, Lecce e Taranto ), proprio in questo paese della provincia di Taranto, rappresentò sicuramente un momento di importante riflessione per l’intera comunità carosinese.

L’iniziativa partiva, più in generale, dai “Giovani per un Mondo Unito” (espressione giovanile del Movimento dei Focolari), i quali avevano organizzato alcuni incontri per conoscere meglio l’esperienza di questa loro coetanea divenuta, suo malgrado, nonostante la terribile malattia che l’aveva colpito, un esempio lampante d’amore per Gesù e per gli altri e di eroica sopportazione dell’infermità che l’aveva colpito.

L’incontro con la fede “matura” avviene per Chiara Luce molto presto, a nove anni appena quando, come dice di lei Valerio Aversano, aderisce all’“ideale dell’unità” che la porta, successivamente, al pari di tanti altri adolescenti, a convergere nel movimento focolarino dei “Giovani per un Mondo Unito”.

Poi la normalità e la contagiosa vitalità della sua esperienza di gruppo, che solo esternamente sembra stopparsi nel momento dell’incontro con la malattia: “Questo male – scriveva fiduciosa in una missiva a Chiara Lubich – Gesù me lo ha mandato al momento giusto, me l’ha mandato perché io lo ritrovassi.”

Chiara Luce Badano raggiunge il Cielo anticipatamente, a soli 18 anni, il 7 ottobre 1990, ma la sua testimonianza di vita terrena non passa inosservata. La stessa fondatrice dei Focolari, infatti, la addita come “modello per tutti i giovani” mentre Mons. Maritano, vescovo di Aqui Terme, provvede ad avviare il suo processo di beatificazione, sottolineando che “Quanto offerto da Chiara Luce con la sua vita è un’esperienza che è Luce per tanti.”

Da quanto sopra ed a maggior ragione per gli avvenimenti di questi giorni, l’importanza che sicuramente ha rivestito questo incontro carosinese per i nostri giovani non tanto e non solo per la presenza di due “testimoni privilegiati” della vicenda (gli stessi genitori di Chiara Luce), quanto per lo splendido messaggio di coerenza a quell’”Ideale di Unità” lasciatoci in eredità da Chiara Luce. Un segnale sicuramente forte per i nostri tempi che, travalicando il pur radicato senso religioso della Badano, è dedicato indistintamente a tutti i giovani di oggi.

FLORIANO CARTANI’

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L’intelligenza del cuore e la sacralità del corpo

Posted by michelangelo On settembre - 7 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

‘Quale grazia sarà mai se in un corpo così bello non c’è neppure un granello di sale?’ (Catullo). E’ un’intelligente provocazione che si adatta bene ai modi di essere e di pensare del nostro tempo sempre più drammaticamente trasgressivi. Questa iniziale osservazione entra immediatamente in conflitto con il saggio-inchiesta di Carmelo Abbate – “Babilonia”, Viaggio nell’Italia del sesso, edito dalla Piemme – che racconta le abitudini sessuali, devianti e trasgressive, di “alcuni” italiani. Un itinerario narrativo raccolto in trecentoventi pagine che, dai club privé alle vacanze erotiche, attraversa tutta l’Italia per svelare i retroscena di un vertiginoso e ricco giro d’affari. Ne viene fuori, purtroppo, l’immagine degradante dell’italiano medio, patologicamente depresso e sessualmente insoddisfatto; una dinamica relazionale di coppia (tra marito e moglie) dimessa e irresponsabile; una corporeità femminile e maschile priva di vitalità interiore.

Siamo tutti davvero così? Sesso-dipendenti, esclusivamente inclini agli istinti sessuali?

Le relazioni tra l’uomo e la donna (anche quelle sessuali) non hanno invece bisogno di un respiro molto più ampio e di un luogo migliore per incontrarsi?

C’è in ogni uomo un’intelligenza del cuore (che non esiterei a definire “tenerezza”) che non bisognerebbe mai mortificare e verso cui imparare a scommettere con maggior intensità e responsabilità. Il nostro corpo non è un oggetto che possiamo stropicciare e offendere a seconda delle circostanze della vita o dei propri istinti sessuali. Usare il corpo di un altro vuol dire, quasi sempre, entrare nel suo stesso “io”. Ciascuno di noi, infatti, può esprimere se stesso anche attraverso la propria fisicità. Perfino il più piccolo stato d’animo, come per esempio la gioia o la tristezza, viene registrato nel nostro corpo e mostrato attraverso il corpo stesso con un sorriso o uno sguardo mesto.

L’unione sessuale di due corpi può esprimere addirittura due realtà assolutamente e drammaticamente opposte. Ci si può donare all’altro (amandosi) col desiderio di diventare con lui una cosa sola e di appartenergli sempre, nell’anima e nel corpo; oppure (tecnicamente in modo analogo) si può pretendere di possedere il corpo dell’altro per esprimere attraverso la violenza e la sopraffazione la conquista di uno squallido potere o di un mero piacere personale. Si annullano così nella persona offesa i valori principali della dignità umana, della libertà e dell’integrità del proprio corpo, trasformandola in un oggetto del proprio godimento.

I nostri giovani hanno bisogno di imparare questa “tenerezza del cuore”. Bisogna aiutarli a comprendere che la vera sessualità è dono di sé all’altro e fecondità che nulla ha da spartire con le mode trasgressive del nostro tempo.

Una volta non era così, ma oggi molti giovani hanno paura di stringere legami duraturi con la persona della quale si sono innamorati. Non sembrano molto disposti a pronunciare seriamente quella particolare ed intramontabile espressione che fa dire l’uno all’altra: “Ti amerò per sempre”. I problemi della nostra società, la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e duraturo, la drammatica esperienza del divorzio vissuta da alcuni dei loro genitori, hanno in qualche modo scoraggiato i nostri giovani a compiere scelte decisive e definitive come quella del matrimonio. Si preferisce allora fare esperienze d’amore a breve termine e libere da ulteriori responsabilità.

L’altro non è il terreno delle nostre personali passioni, ma un luogo che possiamo definire sacro. ‘Per questo – scriveva Papa Ratzinger nella sua prima Enciclica –  l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende’.

Nell’immagine la proposta di un interessante saggio di Don Fortunato di Noto che da anni si occupa del problema delle pedofilia.

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Ma che Chiesa siamo?

Posted by Matteo Maria Giordano On settembre - 6 - 2010 6 COMMENTS

“Credo in Dio ma non nella Chiesa”. A quanti di noi non è capitato almeno una volta di sentire questa frase? E devo ammettere che ogni volta mi indispettisce non poco questo distinguo. É un po’ come dire (perdonate l’ardito paragone): “credo nella Patria ma non nello Stato!”. In pratica si crede nell’elemento generatore, ma non nella traduzione che l’uomo ne ha fatto.

Infondo lo Stato (da un lato) e la Chiesa (dall’altro) siamo noi: noi che ogni giorno popoliamo questo mondo e cerchiamo di darci delle regole di convivenza e proviamo a sentirci più vicini e più fratelli nonostante le mille differenze che ci dividono.

Perchè dunque la gente crede sempre di meno nelle istituzioni? Perchè questa disaffezione continua? Forse perchè le istituzioni (anche quelle ecclesiali, purtroppo!) seguono sempre più delle “logiche” lontane dai veri bisogni e dalle vere esigenze della gente? Forse. Vi racconto la mia storia.

Circa un anno fa, dopo mesi di “corteggiamento” da parte mia, convinco la “classe dirigente” della mia Diocesi ad impegnarsi più decisamente nel mettere in pratica il Direttorio per le Comunicazioni Sociali COMUNICAZIONE E MISSIONE. A novembre vengo assunto con un contratto a tempo determinato di un anno. Mio compito principale: lanciare il nuovo sito diocesano e creare le condizioni per una massiccia presenza in Rete di tutte le istanze diocesane; sensibilizzare le parrocchie, le associazioni e i movimenti locali all’utilizzo dei nuovi media; organizzare incontri formativi in questo ambito…in pratica dovevo essere uno di quei professionisti della Comunicazione (lo sono ormai da 10 anni) di cui il Direttorio parla ripetutamente, la cui esperienza e il cui lavoro potessero e dovessero essere messi a servizio di questo nuovo corso della Chiesa moderna.

Ebbene, questo anno di lavoro ha dato davvero molti frutti, solo che non se n’è accorto praticamente nessuno: chi gestisce le Comunicazioni Sociali mi ha sempre vissuto come una minaccia incombente e non ha mai collaborato con me (anzi, se ha potuto, mi ha messo i bastoni fra le ruote): dunque non ho mai avuto un ufficio di riferimento, un direttore di riferimento, non mi è mai stata data autonomia decisionale, nè collaboratori validi. Ciò nonostante ho centrato tutti i miei obiettivi con successo. Il risultato? Non mi verrà rinnovato il contratto perché…non ci sono i fondi necessari…perchè “le Comunicazioni Sociali qui sono un feudo intoccabile”….perchè “ci sono dinamiche che tu non puoi sapere”…perchè infondo una volta fatto il sito diocesano non serve fare altro…eccetera, eccetera.

Da Animatore della Comunicazione e della Cultura ho dovuto ahimè constatare lo scollamento totale che esiste (almeno nel mio territorio, non voglio certo fare di tutta l’erba un fascio) tra ciò che viene indicato dalla CEI (con il Direttorio, con Testimoni Digitali,…) e una realtà (passatemi il termine) “di palazzo”, nella quale esistono solo preti-manager e logiche di potere per le quali il bene di una comunità, di una Chiesa passano in secondo piano. Si predilige una comunicazione vecchia e stantìa perchè ci sono “feudi” (come mi è stato detto) che sono intoccabili. Non si ascoltano i bisogni delle parrocchie, dei giovani, della gente che sta fuori dal palazzo per proteggere una classe dirigente ultrasettantenne che ci sta lasciando (come dice un mio giovane amico prete) una Chiesa agonizzante, una Chiesa destinata a spegnersi.

Si fa un gran parlare dell’aiuto dei laici, del loro contributo nei vari aspetti della Pastorale, ma poi si vive il loro servizio come una minaccia e non li si lascia liberi di agire e di consigliare.

In questo anno ho avuto modo di conoscere realtà diocesane davvero molto progressiste in varie parti d’Italia. Preti giovani che investono moltissimo sulla Comunicazione, coinvolgendo le loro comunità in modo deciso e facendo sì che le direttive del Vaticano non restino lettera morta ma diventino linfa vitale per la loro Chiesa.

La mia esperienza è ahimè molto più deludente e oggi mi domando come può fare una persona con capacità umane e professionali, con cultura e competenza, una persona che crede fortemente nel progetto che vede noi tutti Animatori della Comunicazione e della Cultura coinvolti, spezzare queste dinamiche vetuste che indeboliscono le nostre comunità, allontanando i giovani dagli oratori e dalle Chiese, gli sposi dal matrimonio cristiano, le famiglie dalla Catechesi.

Non conosco la riposta ma voglio credere che uno dei modi possibili sia la denuncia di queste dinamiche, nella speranza che qualcuno più in alto di noi faccia qualcosa.

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di Patrizio Righero (Avvenire 86\2010)

«Precarietà e incertezza». Con queste due parole Diego Sileo, delegato laico per la Pastorale giovanile della Basilicata, sintetizza la situazione lavorativa della sua regione. E il suo discorso si potrebbe estendere a tutto il sud Italia. «La Basilicata – spiega Sileo – produce ogni anno tremila laureati. Molti conseguono il titolo qui. Altri al nord. Quasi nessuno resta perché le prospettive lavorative sono pressoché nulle. I giovani sono innovativi e disposti a rischiare ma, nell’attuale contesto economico, nessuno è disposto a dar loro credito. Le aziende investono solo su percorsi già sperimentati. E in questo modo si mortificano i giovani. Dire la parola ‘speranza’ oggi diventa difficile, anche a livello pastorale. Occorre cominciare a pensare e progettare a un’altra velocità». La questione della speranza è nodale anche per don Carlo Rampone, responsabile della Pastorale giovanile di Piemonte e Valle d’Aosta: «Le difficoltà oggettive relative all’occupazione giovanile sono sotto gli occhi di tutti. Questa precarietà economica sfocia spesso in una cronica difficoltà a essere stabili e nella tentazione di fughe consolatorie, tanto immediate quante vane. L’aumento dell’uso di sostanze stupefacenti ne è un sintomo». La situazione richiede pertanto una pastorale mirata, capace di illuminare il futuro dei giovani. «Nella mia diocesi di Asti – prosegue don Carlo – abbiamo sperimentato che i giovani sono molto sensibili alla questione della speranza e della fiducia. Su questi due punti di forza abbiamo impostato il cammino della pastorale giovanile e gli incontri di preghiera. E la risposta c’è stata. Servono, però, anche proposte concrete, dei segni tangibili. In tale direzione, come Pastorale del Piemonte, stiamo investendo sulle figure dei direttori di oratorio. Si tratta di dare la possibilità a giovani laici preparati e motivati, di fare della loro passione educativa una professionalità che garantisca anche un minimo di sicurezza economica». Don Francesco Pierpaoli oltre ad essere l’incaricato della pastorale giovanile della regione Marche è direttore del Centro Giovanni Paolo II di Loreto. Da questo osservatorio privilegiato gode di una panoramica a 360° sul mondo giovanile. «L’incertezza occupazionale e quella esistenziale si influenzano reciprocamente e dire ‘per sempre’ diventa davvero difficile. Si vive alla giornata per non pensare troppo al futuro, magari ci si accontenta, ci si adagia e si smette di sognare in grande. La crisi riguarda tutti, ma i giovani ne sono le prime vittime. D’altro canto non è vero che non sono propositivi. Quando si offrono loro spazi di reale protagonismo, si mostrano intraprendenti e ricchi di idee e competenze. L’ho constatato di persona negli incontri in preparazione alle Settimane sociali dei cattolici che si terranno a Reggio Calabria dal 14-17 ottobre. Occorre però dare delle risposte, creare degli spazi. Anche la Chiesa, provocata da questo momento storico, è chiamata oggi a una nuova creatività sociale che sappia rispondere concretamente alle attese dei giovani». Come dire che di «santi sociali», capaci come don Bosco e il Murialdo di dare pane e speranza, c’è oggi un estremo bisogno.

Patrizio Righero (Avvenire 86\2010)

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Sfida culturale

Posted by marilena marino On maggio - 31 - 2010 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

LA PAROLA: PERCHE’.

LA PRIMA RIFLESSIONE PARTE DA UNA PROFONDA CONSIDERAZIONE CHE MI HA ILLUMINATO NEL PROPORRE QUANTO ADESSO DIRO’:

PARTENDO DA UN’ ESPERIENZA DI VITA MOLTO PERSONALE CHE HA FORGIATO COL FUOCO PROPRIO I MIEI PRIMI ANNI FINO ALL’ ADOLESCENZA, E ANCHE QUELLI PIU’ AVANTI, HO SENTITO UNA IMPELLENTE SPINTA A DESCRIVERE COSA POSSA ESSERE ” AVERE LA POSSIBILITA”” DI AVERE UNA “PAROLA”E POTERLA METTERLA IN CIRCOLAZIONE;

GRAZIE AD UNA INIZIATIVA DEL MIO PARROCO DON FRANCESCO FONGO DI “APRIRE” UN CENTRO CULTURALE ALL’ INTERNO DELLE INIZIATIVE PARROCCHIALI NEL NOSTRO PAESE, RITENGO CHE ESSA SIA UN’ IDEA DAVVERO MERAVIGLIOSA, SEMPRE PERMETTENDO CHE LA CULTURA CHE SI VUOLE METTERE IN CIRCOLAZIONE SIA DI NETTO STAMPO CRISTIANO E DOTATO DI FORTI VALENZE EVANGELIZZATRICI:

STANDO ANCHE ALLE ULTIME RISPOSTE DATE AD ALCUNI GIOVANI CATECHISTI A ROMA, DAL PAPA BENEDETTO XVI, DURANTE LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU’, E’ VENUTA CHIARAMENTE A GALLA L’ ESIGENZA DI POTER RISPONDERE A QUESTA SOCIETA’ FORTEMENTE SECOLARIZZATA, CREANDO PROPRIO NELLE NOSTRE PARROCCHIE “NUOVE OASI DI CULTURA CATTOLICA”, ATTE A DIFFONDERE PERENTORIAMENTE IL MESSAGGIO EVANGELICO DI GESU’ CRISTO, SPERANDO ANCHE CON QUESTO DI SUSCITARE I NUOVI APOSTOLI DEL FUTURO.

UNA COMUNITA’ CHE NON SIA MORTA DEVE POTER GETTARE QUESTO SEME DI SFIDA CRISTIANA AI VARI E DISORIENTATI IMPUT SOCIALI CHE DESTABILIZZANO L’ UOMO, NON FACENDO PIU’ RICONOSCERE CHIARAMENTE DOVE E’ CRISTO E DOVE NON LO E’!

LA PAROLA: CHIAREZZA D’ INTENTI

” NON SIAMO STATI NOI AD AMARE DIO PER PRIMI, MA E’ STATO LUI DA SEMPRE CHE PER PRIMO CI HA AMATO” .

CON QUESTA PRIMA AFFERMAZIONE VOGLIAMO RICONOSCERE GIA’ UNA PRECISA CHIAVE DI LETTURA CHE CI FA EVITARE GIA’ L ‘ ERRORE DI CREDERE CHE SIAMO NOI COSI’ BRAVI E RELIGIOSI CHE ABBIAMO SCOPERTO DIO, MENTRE UN CERTO SENSO DI BENESSERE E GRATITUDINE CI METTE GIA’ IN UNA CONDIZIONE ATTA A CAPIRE CHE CIO’ DI CUI ABBIAMO SOLO BISOGNO, E’ DI APRIRE L ‘ ORECCHIO E ASCOLTARE LUI, CHE CI VUOLE PARLARE;

SE SOLO CONSIDERASSIMO QUESTO EVENTO GIA’ ECCEZIONALE, SICURAMENTE ANCHE TUTTO IL NOSTRO CORPO CAMBIEREBBE POSIZIONE E PERSINO UNO STATO DI PROFONDA ACCOGLIENZA, DAREBBE PIU’ TONO AL NOSTRO VISO CHE SI STUPIREBBE COME<QUELLO DI UN BAMBINO CHE SGRANA GLI OCCHI E SI METTE PRONTO COSA IL PAPA’ HA DA DIRGLI!

SIAMO SEMPRE PRESI DALLE NOSTRE FILOSOFIE E PUNTI DI VISTA, COSICCHE’ ANCHE LA DIFFICOLTA’ DI ASCOLTARE E’ DIFFICILE E SVANTAGGIOSA PER UN DIO CHE AMA PARLARE A NOI UOMINI E IL PIU’ DELLE VOLTE SI TROVA DAVANTI:

UN SOLDATO AGGUERRITO SULLE DIFENSIVE, INVECE CHE UNA CREATURA CHE ” PENDE DALLE SUE LABBRA” !

MA LUI NON SI SCORAGGIA E LE PROVA TUTTE PRIMA DI MOLLARE……….

LA PAROLA: IL CRISTOCENTRISMO

AL CENTRO LA SACRA SCRITTURA: IERI, OGGI, DOMANI, LA PAROLA DI DIO DEVE RAPPRESENTARE IL POLO D’ ATTRAZIONE VERSO CUI CONVERGONO TUTTE LE RISORSE UMANE INTELLETTIVE, ARTISTICHE, SOCIALI, CARITATIVE, E ALLO STESSO TEMPO ESSO AGISCE COME UNA FORZA DI GRAVITA’ CHE NON SUPERA GLI ALTRI EQUILIBRI, MA CHE, ANZI, LE TIENE INSIEME E IN EQUILIBRIO: RIAPPROPRIARSI DEL VANGELO E DELLE SACRE SCRITTURE, DOVREBBE DIVENTARE UN’ ATTITUDINE FAMILIARE, COME SE PER COMPAGNO PRINCIPALE DI VITA AVESSIMO SEMPRE QUESTO LIBRO CON CUI VIAGGIARE, DISCUTERE, INTERPELLARE….

CHE NON SIA SOLO PREROGATIVA DEI MAESTRI, USARE DIMESTICHEZZA CON LA PAROLA DI DIO, MA CHE ESSA ADEGUATAMENTE “SPEZZATA” PRIMA DAI MINISTRI DI DIO, POSSA DIVENTARE CIBO QUOTIDIANO SOPRATTUTTO PER I LAICI CHE VIVONO SPESSO DI TUTT’ ALTRO CIBO, NON E’ UN PECCATO, ANZI, PROPRIO PARTENDO DAI NOSTRI PADRI NELLA FEDE, COME IL POPOLO EBRAICO, LA “RUMINATIO”, LO SCRUTARE COSTANTEMENTE LA SCRITTURA, SI PUO’ SCOPRIRE CHE PER LORO E’ QUASI NORMALE PARLARE DI UN DIO CHE PARLA, MENTRE ANCORA PER NOI OCCIDENTALI, TROPPO SPESSO LA SCOPERTA DELLO STESSO VANGELO SI DELEGA TROPPO COMODAMENTE SOLO ALL’ OMELIA DOMENICALE DEL SACERDOTE;

SICURAMENTE SI SCOPRIRA’ L’ ACQUA CALDA CON QUESTE RIFLESSIONI, MA A VOLTE PROPRIO LE COSE PIU’ SCONTATE SI LASCIANO CORRERE E BASTEREBBE SOLTANTO RIANDARE ALLE RADICI DELLE ” SITUAZIONI”:

LA PAROLA:CHIAVE DI LETTURA

C’ E’ UN COMUNE DENOMINATORE IN TUTTE LE VARIE CONFERENZE CULTURALI A CUI HO ASSISTITO, TUTTE DEGNE DI RISPETTO, PER CARITA’, MA NE SONO SEMPRE USCITA COME INSODDISFATTA O, MEGLIO, UN PO’ PERPLESSA, ANCHE PERCHE’ , SPACCIANDOSI ESSE, A VOLTE, COME TAVOLE ROTONDE CON TEMI NOBILI COME ” LA PACE”, “IL CORPO , ECC., AVREBBERO VOLUTO DARE A CHI VENIVA AD ASCOLTARE DEI RISVOLTI CRISTANI, MA QUESTI MESSAGGI ERANO COSI’ SBIADITI E POCO CHIARI, CHE PECCAVANO DI INCISIVITA’: MI SON CHIESTA: PERCHE’ SI PARLA PRIMA DEI VARI ASPETTI DI UN PROBLEMA, CONDENDO LA PASTA CON VARIE TINTEGGIATURE CHE VANNO DALLA SOCIOLOGIA, ALLA FILOSOFIA, ALLA STORIA, E POI , FORSE, PER CASO, CI SCAPPA ANCHE IN MEZZO GESU’ CRISTO??

PERCHE’ NON VIENE DETTO CON CHIAREZZA IL MESSAGGIO EVANGELICO, PARTENDO PRIMA DALLA SCRITTURA E PO ARRIVANDO AD ALTRE CONSIDERAZIONI??

FORSE SARA’ UNA CONSIDERAZIONE DA POCO, MA CREDO CHE TUTTA QUESTA IMPOSTAZIONE E MODO DI FARE GENERI ANCORA PIU’ CONFUSIONE IN QUELLE PERSONE CHE CERCANO INVECE MESSAGGI CHIARI E LIMPIDI!

SOLO METTENDO AL CENTRO DI UN TEMA, DI UN DIBATTITO, DI UNA CONFERENZA CULTURALE LA PAROLA DI DIO, SI PUO’ DIPANARE TUTTA LA MATESSA DI IDEE CHE CI PORTIAMO DENTRO: DOVREBBE ESSERE ROVASCIATA L’ INTENZIONE!!

SE CREDIAMO CHE E’ DIO CHE PARLA, PERCHE’ VOGLIAMO PARLARE NOI PER PRIMI, RISCHIANDO DI FALSIFICARE IL MESSAGGIO CHE DIO HA DA PROPORCI NELLA SCRITTURA?!

NON VORREI CHE QUESTO MODO DI FARE CULTURA SIA PER I MODERNI FILOSOFI DEL TEMPO ANCORA UN TENTATIVO DI CUI L’ UOMO SI SERVE PER USARE DIO, COME NELL’ ANTICO SISTEMA DELLA RELIGIOSITA’ NATURALE, IN CUI SI CERCA DI TENERE BUONO IL SIGNORE PER INGRAZIARSELO E ACCONTENTARE, COSI’, UN PO’ DIO E UN PO’ L’ UOMO!!

LA PAROLA: PROPOSTA CULTURALE

QUESTA E’ UNA SOCIETA’ CHE SPINGE IL PEDALE AL MASSIMO SU TUTTI I NOSTRI TREND DI VITA, CHE CORRE VELOCISSIMA E CHE SEMBRA LASCIARTI A PIEDI SE NON CORRI AL PASSO CON LEI, MA E’ UNA SOCIETA’ ANCHE DA CUI NON BISOGNA FARSI INGANNARE, PROPRIO PERCHE’ TROPPO VELOCE E TUTTA UGUALE, PERCHE’ NON VUOLE DARTI IL TEMPO DI USARE IL CERVELLO CHE TI SERVE PER PENSARE E TIRAR FUORI L’ ORIGINALE CHE E’ IN TE, E NON LA COPIA!!

PROPRIO PERCHE’ COSTRUITA SU MESSAGGI SUB-LIMINALI, NON CHIARI, DIRETTI, MA CONSUMATI FRENETICAMENTE, NON VUOLE AVERE PUNTI FERMI DI RIFERIMENTO PROLUNGATI, PERCHE’ NON VUOLE PENSARE AL<TEMPO CHE PASSA E CHE SI PUO’ FERMARE, MA PROPRIO PER LO STESSO MOTIVO ESSA E’ LEGGERA E VAPORIFERA E CAMBIA CONTINUAMENTE ASPETTO A SECONDA DELLE MODE E DEI DIKTAT DEL MOMENTO;

E’ MEGLIO NON AVERE SPAZIO PER SOSTARE E , MEGLIO ANCORA, FARE MASSE OMOLOGATE E SENZA PARTICOLARI ORIGINALITA’ PER MEGLIO SFUGGIRE AL CONTROLLO DI SE STESSI, MENTRE IL CONTROLLO, C’ E’ GIA’ CHI HA INIZIATO A FARLO: LA NATURA STESSA, DI CUI L’ UOMO, DAPPRIMA DOMINATORE , ORA NE E’ INESORABILMENTE DOMINATO

SEMBRA UN MONDO ALLA ROVESCIA, E L’ UOMO CHE SEMBRA ESSERE COSI’ ALL’ AVANGUARDIA, NON SI RENDE CONTO CHE STA DIVENTANDO UN BURATTINO IN BALIA DEI PROPRI ISTINTI, CHE DA PADRONE DEL PARADISO TERRESTRE, DIVENTA UN SEMPLICE GIARDINIERE, E DA SIGNORE DELLA SUA TERRA, UN GARZONE DI MACELLERIA;

PER ANDARE DIETRO LE MODE, LA CREATURA NON SI RENDE CONTO DI ESSERE DA LORO MANIPOLATE E PERDE COSI’ LA SUA VERA DIGNITA’, E PREFERISCE ABDICARE AD ALTRI RE, PIUTTOSTO CHE PRENDERE LUI IL COMANDO DELLA SITUAZIONE!!

E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO E URGENTE, PER QUESTO, RICOMINCIARE DACCAPO, DALLE RADICI E TROVARE DEI PUNTI FERMI, SALDI, PROPRIO PERCHE’ SI OSCILLA A DESTRA E A SINISTRA, SENZA PIU’ UNA VERA BASE:

LE CERTEZZE FANNO PARTE DI QUESTE RADICI STORICHE DI CUI L’ UOMO NON PUO’ FARE A MENO IN QUESTA VITA, DAL MOMENTOCHE LA STESSA STORIA HA BISOGNO DI ESSERE SCANDITA DA CERTI PRECISI, REGOLARI MOMENTI:

LA STESSA CREAZIONE VIENE FUORI DAL CAOS E NOI VOGLIONO INVECE RITORNARE A QUESTO CAOS??

AVERE DEI PUNTI FERMI NON SIGNIFICA IRRETIRSI NEL BORGHESISMO MA DARE VOCE AD UN ORDINE PRESTABILITO DALLA PRESCIENZA DI DIO, PERCHE’ L’ UOMO DA SOLO SI PERDE SENZA QUEST’ ORDINE, NON LO SA AUTOGESTIRE!!

DIO HA TANTO AMATO IL MONDO E L’ UOMO , DESIDERANDO CHE EGLI NON SCENDA A COMPROMESSI CON CERTI VALORI FASULLI E INGANNEVOLI GHE GLI TOLGONO STIMA E DIGNITA’: MA COME POTRA’, LUI, ACCORGERSI DI SCIVOLARE FUORI DA QUESTE LINEE TRACCIATE DA DIO PER AMORE???

RIMETTENDO DIO AL PRIMO POSTO NELLA SUA VITA, TUTTO RIGIRERA’ PERFETTAMENTE, COME UNA RUOTA I CUI RAGGI FANNO CAPO AL CENTRO: CRISTO; CIO’ CHE VOGLIAMO FARE CON LA PAROLA DI DIO, RIPROPONENDO LA LETTURA DEL VANGELO E LA SUA SRUTATIO NELLE NOSTRE TAVOLE ROTONDE E NELLE NOSTRE CASE!!

LA MODA, LA DANZA, IL CANTO, LA CRONACA, IL CINEMA, TUTTO PUO’ E DEVE ESSERE RIVISITATO DALLA PAROLA DI DIO, NON IMPORTA SE SAREMO TRA LE TANTE VOCI CHE DICONO ALTRE COSE, MA NOI FAREMO LA NOSTRA PARTE

PER ESEMPIO, SAREBBE INTERESSANTE FARE UN ANALISI DI UN TESTO DI UNA CANZONE O DI UNO SPOT PUBBLICITARIO CHE TANTO INVADE CON LA TELEVISIONE LE NOSTRE CASE, E FAR VEDERE COME SAREBBE UN TESTO DI UN CANTO CON DIO E SENZA DIO, OPPURE, ANALIZZANDO UN MESSAGGIO CHE VIENE DA UN FILM, PER FAR VEDERE ALLA GENTE IL MESSAGGIO AMBIGUO CHE PUO’ VENIRNE FUORI, DOVE DIO MANCA COMPLETAMENTE E COME, INVECE, RIMETTENDO AL PRIMO POSTO LA PAROLA DI DIO, QUELLO STESSO MESSAGGIO SAREBBE TUTTO DIVERSO !!

SENZA VOLER FARE MORALISMI O INDOTTRINAMENTI DI SAPIENZA, PENSO SIA IMPORTANTISSIMO DARE ALLA GENTE DELLE CERTEZZE: CHE DIO ANCORA PARLA NELLA STORIA, CHE VUOLE SOLO IL BENE DELLA SUA CREATURA, CHE NON E’ VERO CHE IL MALE E’ PI’ FORTE, CHE TUTTO E’ LECITO E CHE TUTTO SI PUO’ FARE, TANTO NON C’ E’ NIENTE DI MALE!!!

LA PAROLA: LA CONTROPROPOSTA

COMPITO PRINCIPALE DI QUESTO CENTRO CULTURALE E’ POTER STRAPPARE L’ UOMO DA QUESTA MENZOGNA PRIMORDIALE, CHE E’ L’UOMO CHE SI FA A IMMAGINE DI SE STESSO, SBANDANDO OGNI VOLTA SU MODELLI CHE NON LO RAPPRESENTANO DEGNAMENTE IN QUANTO CREATURA DI DIO E CHE IN QUANTO TALE DOVREBBE METTERE AL CENTRO DELLA SUA VITA PRIMA DIO: ACCETTARE SI’ LE PROPOSTE CREATIVE UMANE, MA SAPER DARE VOCE ANCHE ALLA CONTRO PROPOSTA PER CONTROBATTERE VALORI CHE NON SONO PER NIENTE CRISTIANI E SI SPACCIANO PER TALI!

UN CAMPO VASTO PUO’ ESSERE PRESO IN CONSIDERAZIONE CRISTIANAMENTE, PER ESEMPIO, LA FAMIGLIA, LA DONNA, COME QUESTA PUO’ RITROVARE PIU’ PIENAMENTE SE STESSA ATTRAVERSO IL MODELLO DELLA VERGINE MARIA, LA DONNA PER ECCELLENZA, OPPURE RITENTARE DI RIPROPORRE IL LIBRO DEI SALMI COME PREGHIERA USATA ANCHE DA GESU’, COME CANTI NELLE CHIESE O PER ESSERE ATTUALIZZATI COME PAROLA DI DIO SOTTO I PIU’ VARI ASPETTI, ECC.

ANCORA PER ESEMPIO, PER INCITARE I LAICI ALLE COLLATIO O ALLA RIFLESSIONE COMUNE NEI RITIRI, NON VIENE MOLTO FATTO USO DEL VERO E PROPRIO TESTO DELLA SACRA SCRITTURA, ACCONTENTANDOSI SOLO DI FORNIRE AI PRESENTI IL VERSETTO STAMPATO DEL TESTO SU DI UN FOGLIO……

PERCHE’ NON DIFFONDERE CON PIU’ AMORE E DEVOZIONE L’ AMORE PER LA PAROLA E IL SUO STUDIO, INCITANDO PROPRIO LE PERSONE ANCHE PIU’ VICINO ALLA PARROCCHIA, A TENERE SEMPRE CON SE’ QUESTO PREZIOSISSIMO LIBRO DI NOSTRO SIGNORE??

LA VERITA’ CHE GESU’ SI AMA ANCORA POCO E POCO LO SI CONOSCE, PER QUESTO LA BATTAGLIA E’ UN PO’ ARDUA, MA CRISTO INSIEME A MARIA SONO LA NOSTRA GUIDA!!!

LA PAROLA: ANDARE ALLE RADICI

LA RIFORMA CULTURALE RIPARTE DALLE RADICI, DAL BASSO, DAL PICCOLO, DAL DI DENTRO, DALL’ AMORE PER LA VERITA’ E LA LIMPIDEZZA; LA VERACITA’ DELLA PAROLA SCAVA NEL MIDOLLO COME UNA SPADA A DUE TAGLI E ANCHE SE MOLTO POTRANNO I SAPIENTI E I TANTI FILOSOFI DI QUESTO MONDO, ESSA ARRIVERA’ COMUNQUE LA’ DOVE DEVE ARRIVARE: ALL’ UOMO, PERCHE’ E’ PER L’ UOMO CHE E’ STATA MANDATA DAI CIELI E NON RITORNERA’ SENZA AVER PRODOTTO I SUOI EFFETTI E SENZA AVER OPERATO CIO’ CHE DIO DESIDERA: IL BENEDELL’ UMANITA’, LA SUA PROMOZIONE, LA SUA LIBERTA’, LA SUA PIENEZZA DI VITA, LA SUA FELICITA’;

LA PAROLA E’ UN BENE ASSOLUTO PER L’UOMO E UNA GIOIA PER DIO CHE LO HA CREATO POCO MENO DEGLI ANGELI E TUTTO HA POSTO AI SUOI PIEDI!!

C’ E’, QUINDI, NECESSITA’ DI RIPERCORRERE TUTTE LE VARIEGATE ESPRESSIONI DI FEDE NELLA SANTA MADRE CHIESA , RIMETTENDO AL CENTRO IL MESSAGGIO CONTENUTO NELLA PAROLA DI DIO, RIATTUALIZZANDO E RIFACENDO NUOVE ANCHE LE VARIE PROPOSTE CHE POSSONO VENIRE DA QUESTO CENTRO CULTURALE:

NON SONO VENUTO AD ABOLIRE LA LEGGE, MA A PERFEZIONARLA, DICE GESU’, E COME LE GIARE DI PIETRA CHE A CANA ASPETTAVANO DI ESSERE RIEMPITE DI VINO NUOVO, ANCHE LA CHIESA ASPETTA DI RIPARTIRE DALLE RADICI DEL CRISTIANESIMO, QUANDOLA PRIMA COMUNITA’ DEGLI APOSTOLI SI RIUNIVA INTORNO ALLA MENSA DELLA PAROLA E DELLA EUCARESTIA, METTENDO AL CENTRO DELLA SUA VITA CRISTO CHE , SOLO, AVEVA PAROLE DI VITA ETERNA!

ORA, FORSE, CI SONO TROPPE TAVOLE E TROPPI CIBI SUCCULENTI E OGNUNO NON SA COSA SCEGLIERE, MA MARIA, DONNA DEL VINO NUOVO CI INDICA UNA PRECISA VIA: L’ ASCOLTO COSTANTE E IRRINUNCIABILE DELLA PAROLA DEL FIGLIO , LA SOLA CHE SALVA E GUARISCE!!

ASPIRIAMO AI CARISMI PIU’ ALTI! ALLA CARITA’, ALL’ AMORE CHE GESU’ AVEVA PER LA SUA AMATA CHIESA, CHE OGGI VUOLE RIVEDERE VIVA, BELLA, CON UN ABITO NUOVO E SENZA TOPPE, CHE RITORNI CON NOSTALGIA AL CUORE, AL SUO PRIMO AMORE!

QUANDO C’ E’ AMORE E SPIRITO DI SERVIZIO PER LA CHIESA, ALLORA, COME UN FIGLIO NUTRITO DA TANTO SUO AMORE, A SUA VOLTA NON SENTE FATICA A PRESTARE ALLA SUA GENITRICE, UNA DEDIZIONE INCONDIZIONATA, UMILE E GRATUITA

NOI SIAMO E DOBBIAMO ESSERE QUESTI FIGLI DELLA GRATUITA’ E NON DEL DOVERE;

PER AMORE, E SOLO PER AMORE NON POSSIAMO ASTENERCI DAL RENDERE SERVIZIO ALLA VERITA’, PERCHE’ NOI SIAMO QUESTO TEMPO, E NON C’ E’ N’ E’ UN ALTRO: ADERIAMO CON TUTTE LE FORZE A QUESTO PROGETTO CULTURALE, IN DIFESA DELL’ UNICA VERITA’ CHE E’ CRISTO, COOPERANDO AL MERAVIGLIOSO RISVEGLIO PASQUALE DELLA CHIESA E OFFRENDO COME QUELLA DONNA AI PIEDI DI GESU’ IL PROFUMATO SERVIZIO DEI NOSTRI CUORI E DELLE NOSTRE MANI, DELLE NOSTRE INTELLIGENZE, DELLE NOSTRE GENIALITA’ NASCOSTE E DEI NOSTRI CAPELLI INTRISI DI PIANTO, E QUANDO TUTTI GRIDERANNO CHE E’ MEGLIO ESSERE SERVITI E NON SERVIRE, NOI GRIDEREMO PIU’ FORTE CON TUTTA LA CHIESA: VI ASPETTEREMO IN GALILEA, GESU’ E’ RISORTO, ED E’ LI’ CHE CI ASPETTA!!!

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Riflessioni a margine del convegno Testimoni Digitali

Posted by carmen On aprile - 29 - 2010 1 COMMENT

di Carmen De Fontes

C’è anche un altro convegno.
C’è un convegno che prosegue. Che prosegue, e proseguirà, nelle amicizie e nella condivisione di esperienza che i Testimoni Digitali sapranno creare. C’è un convegno che prosegue e proseguirà nei progetti che ci si impegnerà a realizzare. C’è un convegno che prosegue e che porta alla nascita della vera e propria “rete” dei Testimoni Digitali, unico modo per essere Chiesa su internet: essere uniti e espressione di una sola voce, quella del Vangelo.
C’è un convegno che va oltre: che va oltre i dettagli tecnici che dipingono il mondo digitale, oltre le ricerche sociologiche, i consigli, i suggerimenti, gli accorgimenti che comunque servono a orientarsi nel web. C’è un convegno che va oltre l’aspetto tecnico e il dato attuale e che ha attraversato questi tre giorni intensi, dalla visita alla Cappella Sistina al discorso del Santo Padre. C’è l’immagine del Cristo michelangiolesco del Giudizio Universale: il Cristo da cui ha origine tutto il movimento e in cui ha fine la storia. C’è un convegno che ci ricorda che la Chiesa non si deve interrogare se essere o meno sul web ma che non può non esserci. Ma che prima di “esserci” deve “essere” e con essa ogni cristiano: essere testimone credibile, ma soprattutto, come ricordato da Benedetto XVI, “credente”.
C’è un convegno che ci sarebbe potuto essere. Ci sarebbe potuto essere un momento di risonanza, la possibilità di intervenire, di fare domande ai relatori, di contestare e approvare. In un mondo interattivo e multimediale, il convegno si è avvalso solo parzialmente dei mezzi della tecnologia digitale e anche se c’era la possibilità di mandare sms e lasciare commenti sul web, di ciò non è giunta alcuna eco ai relatori e agli uditori. Ci sarebbero potuti essere più giovani; a fronte di un gruppo di relatori molto giovani, i convegnisti sembravano avere un’età media molto avanzata e, anche se è positivo trovare anche tra i più adulti gente entusiasta del mondo della comunicazione e delle nuove tecnologie, l’impressione è che i giovani siano ancora poco valorizzati all’interno di alcuni contesti.
Ci si auspica che ci sia un dopo – convegno che tenga presenti gli ammonimenti giunti in questi giorni ad avere come guida il magistero della Chiesa anche quando ci si muove nel continente digitale, al fare entrare “il mondo della comunicazione a pieno titolo nella programmazione pastorale”(Benedetto XVI). Ci si auspica che ci sia un dopo – convegno che si renda evidente in una fioritura di nuove iniziative e di valorizzazione dell’esistente. E ci si augura che ci siano di nuovo, e senza lasciar passare troppo tempo, spazi di confronto e di condivisione.
Ma soprattutto c’è da oggi l’impegno quotidiano e rinnovato nelle diocesi e nelle parrocchie; un impegno che, riprendendo la relazione di padre Roderick Vanhögen, segua l’agire di Dio. Dio comunica ai magi con una stella perché i magi stanno già cercando in cielo. Bisogna essere lì dov’è l’uomo per incontrarlo e, come ci ha invitato il Santo Padre a fare, “ senza timore prendere il largo nel mare digitale, affrontando la navigazione con la stessa passione che da duemila anni governa la barca della Chiesa”.
Carmen De Fontes

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GIOVANNI PAOLO II TRA I MONTI D’ABRUZZO

Posted by francesca On aprile - 5 - 2010 ADD COMMENTS

La terra d’Abruzzo è stata culla e casa di tanti perso-naggi diventati in seguito molto famosi. Uno di questi fu Celestino V, il papa del “gran rifiuto” e della “Per-do¬nanza”.
In questa stessa terra, molto più tardi, un altro papa, Giovanni Paolo II, lasciando in gran segreto il Vatica-no, andava a passare qualche ora di serenità fra le piste sciistiche di Campo Imperatore oppure fra gli alti pa-scoli di queste montagne, assieme a pochi collaboratori, consumando pasti frugali sotto le tende, come un sem-plice pastore.
Fu in uno dei deliziosi altipiani aquilani, sui Piani di Pezza, che papa Woj¬tyla volle avere un appuntamento speciale con 14.000 Scouts: una moltitudine di giovani pervenuti dopo giorni di cammino e radunati fra i prati estivi, costruendo per lui una città “celeste” e attenden-dolo con grande entusiasmo e gioia di vivere.
Un libro simpatico e scorrevole, che si legge tutto d’un fiato.

Tiziana Maffezzoni, è nata a Teramo il 26 aprile 1958, vive e opera in Abruzzo come promotrice culturale nelle scuole e biblioteche e come giornalista.

Innamorata della figura di Giovanni Paolo II, cerca in tutti i modi di illustrarne la vita nei suoi risvolti pubblici e privati, additandolo come “modello” di uomo, di cri­stiano, di pastore universale.

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EX CALCIATORE DELLA NOSTRA NAZIONALE, CAMPIONE D’ITALIA CON IL TORINO E GRANDE ESEMPIO DI SPORTIVITA’

Introduzione

Patrizio Sala è stato un calciatore della nostra Nazionale e ha partecipato al Campionato del mondo di calcio, svoltosi in Argentina nel 1978. Chi lo ha seguito nel percorso calcistico, ricorda la sua tenacia, la sua onestà, il mettersi sempre con grande determinazione a disposizione della squadra. Spesso, giustamente, si parla di tecnica, di tattica, ma si dovrebbe tenere in considerazione anche il gioco onesto, che, di frequente, fa la differenza tra una sconfitta e una vittoria. Gioca onestamente il calciatore che sa far parte della squadra, che passa la palla, anziché tenerla per vani esibizionismi, penalizzando i compagni.
Patrizio Sala è nato a Bellusco, paese della Brianza, nel 1955. Bellusco dista solo 12 Km da Monza, ma ancor prima di venir formato nel fantastico vivaio del Monza calcio, Patrizio Sala trovò proprio nella sua Bellusco una realtà sportiva molto propositiva nei confronti dei ragazzi: l’oratorio.

INTERVISTA

Breve premessa

E’ doveroso premettere che fa piacere ad un giornalista intervistare Patrizio Sala, perché si trovano in questo ex calciatore quei principi e quei valori sportivi, che conducono alla semplicità, all’autenticità, per cui si ha la certezza che non si sta parlando con uno dei tanti calciatori ed ex calciatori, che si sono messi su un piedistallo, ma con un vero appassionato di sport.

Quando hai iniziato ad essere attratto dal gioco del calcio, e perché hai preferito il calcio agli altri sport?

Da ragazzo frequentavo con entusiasmo l’oratorio del mio paese. Si potevano praticare tanti sport: pallavolo, pallacanestro, tennis e ovviamente anche il calcio. Io ho praticato tutti gli sport, però, già da

piccolino, sono rimasto affascinato dal calcio. Ci tengo a precisare che l’oratorio, il parroco, i suoi collaboratori erano dei punti di riferimento importantissimi per i ragazzini del paese non solo per quanto riguarda l’attività sportiva. All’oratorio si veniva educati alla vita. Ricordo che c’era un regolamento ben preciso, ci veniva data una tessera e se, durante la settimana, non frequentavamo l’oratorio, la domenica non potevamo giocare. Secondo me era un regolamento giusto, si deve aiutare il bambino a procedere, indicandogli delle linee di percorso.
Durante l’anno scolastico, dopo la mattinata trascorsa a scuola, si andava ogni giorno al campo ad allenarsi dalle 14 alle 17, poi subito a casa, a fare i compiti. D’estate, logicamente, avevamo molta più libertà per dedicarci al calcio.
Fino ai quindici anni ho giocato nella squadra del paese e, a quel punto la svolta: mi vennero proposti due provini, uno dal Monza calcio, l’altro dall’Atalanta. A sedici anni iniziai a giocare nella squadra allievi del Monza. A 18 anni ero in prima squadra, disputai due campionati: 1973/74, 1974/75, allora il Monza era in serie C.

Il Monza calcio ha lasciato in te dei bei ricordi?

Bellissimi. Gli allenatori del Monza si preoccupavano in modo particolare di sviluppare il talento di ogni singolo ragazzo. Ricordo con grande riconoscenza gli allenatori del settore giovanile: Pellizzoni, Canali, Rigamonti, da questi uomini ho appreso tanto e non solo dal punto di vista tecnico, a quell’epoca gli allenatori erano anche degli educatori. Nei due Campionati in cui ho giocato in prima , ho avuto come allenatori: David e Magni, rispettivamente nel 1973/74 e nel 1974/75.

Il primo vocabolo che ti viene in mente se dico Monza calcio.

Organizzazione. Inoltre, va sempre ricordato l’eccezionale vivaio che hanno avuto e che hanno tuttora, tanti giocatori, che abbiamo visto in Nazionale, possono dire:”Io ho iniziato a giocare al Monza calcio.”

Secondo te non è controproducente per il Monza continuare ad allenare calciatori per le altre squadre?

Il Monza dovrebbe tenere anche per sé i calciatori di talento del suo vivaio.

Nel 1975 un’altra svolta: da Monza a Torino.

Fu una bella soddisfazione poter giocare nel Torino, era il Campionato 1975/76, avevamo un allenatore di grande esperienza: Gigi Radice e nel 1976, a ventisette anni di distanza dall’indimenticabile scudetto del 1949, il Torino vinceva di nuovo il Campionato di calcio italiano.

Credo che lo scudetto ottenuto dal Torino nel 1976 ebbe una valenza particolare.

Certamente, non poteva non essere così, dal momento che tantissimi torinesi ricordavano ancora la triste vittoria risalente al 1949.

A Torino tu hai avuto la fortuna di vincere lo scudetto e di essere seguito da giornalisti per i quali il fattore umano non era un optional.

Ho conosciuto il grande Ormezzano ed un giornalismo che aveva una certa etica.

Lasciato il Torino nel 1981, hai proseguito a giocare in altre squadre fino al 1990. Fosti convocato per il Campionato del mondo del 1978. Finito il tuo percorso di calciatore, hai allenato alcune squadre, tra queste le giovanili del Monza. Attualmente ti stai dedicando ad un progetto molto interessante e ti impegni con grande entusiasmo, si tratta dell’Individual Football Coaching.

La nostra è una scuola di calcio che tiene presente soprattutto il percorso di crescita del ragazzino. Aiutiamo i ragazzi a perfezionare la tecnica individuale, potenziamo il loro sviluppo coordinativo, diamo grande importanza all’allenamento psicologico. Il percorso educativo che noi proponiamo si rivolge non solo ai ragazzi che amano il calcio, ma anche alle ragazze. E’ nostra preziosa collaboratrice proprio un’ex calciatrice, Rita Guarino, che ha conseguito il Master in Psicologia.
Nel caso i ragazzi ed i loro genitori volessero ottenere ulteriori notizie in merito alla scuola e al nostro metodo, hanno a disposizione un sito con molte spiegazioni in merito: www.faigol.com.

L’anno scorso, proprio in una sala della Sede del Monza calcio, è stato presentato un libro dal titolo:”Mi era rimasto un calzettone”, scritto da Antonio Cracas, parlami di questo libro che ti riguarda.

E’ la storia della mia vita, una biografia romanzata.

E credo che sia interessante proprio perché propone quel bel calcio sportivo, che poteva diventare anche … poesia.

Beh, è cambiato molto, oggigiorno, la fretta deteriora l’attività calcistica, i media ed i tifosi non sono in grado di conoscere cosa sia il rispetto, comunque tanti disastri mediatici dipendono dal carattere del calciatore e allenatore, talvolta, la frenesia della visibilità può essere molto controproducente.

Daniela Asaro Romanoff

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L’oratorio Diocesano a Teramo

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 4 - 2010 1 COMMENT

di Sergio Scacchia

Nelle parrocchie della città di Teramo è realtà molto diffusa quella della frammentazione delle iniziative per i giovani. Esistono tante piccole comunità, ma non c’è un centro che si occupi di coordinare e integrare le attività, siano esse spirituali che ludiche.
Un oratorio cittadino riuscirebbe, molto probabilmente, a inserirsi bene in questo che sembra un arcipelago variegato. L’idea è di collocare il centro di aggregazione, in modo trasversale rispetto a tutte le iniziative delle parrocchie. In più potrebbe accogliere anche quei ragazzi che non appartengono a nessun gruppo in particolare.
Ora questo progetto sta per diventare realtà.
Nelle settimane scorse si è svolta anche una raccolta durante le messe domenicali della Diocesi, per recuperare parte dei fondi occorrenti.
I parroci, insieme al vescovo della Diocesi di Teramo -Atri, Monsignor Michele Seccia, hanno da tempo gettato le basi, pur tra mille difficoltà, per realizzare un progetto interessante che dia seguito al lavoro che da anni portano avanti i responsabili della Pastorale giovanile.
Esiste uno studio di fattibilità da parte dell’associazione “Amici della Famiglia” per questo centro aggregativo che presto avrà finalità per luogo d’incontro, educazione e formazione.
Nei locali si potrà ascoltare musica, consultare libri, internet, proiettare film educativi, svolgere giochi di società, partecipare a convegni e seminari e praticare anche momenti di spiritualità.
Ci sarà spazio anche per attività manuali come cucito, ricamo, pittura con relativi corsi formativi. Un luogo che, secondo le intenzioni dei parroci, vedrà anche incontri di generazioni diverse e iniziative a sostegno delle famiglie.
Da alcuni mesi i prelati ne parlano nei loro incontri.
Il progetto che avrebbe un costo iniziale di circa 30.000 euro, sarebbe finanziato dalle stesse parrocchie con l’aiuto anche di contributi previsti dalla legge per le iniziative a sostegno della gioventù.
La sede è stata individuata nei locali presenti nel palazzo del Seminario in via San Berardo a Teramo, lì dove fino a poco tempo fa esisteva un negozio di abbigliamento.
Il progetto è coordinato e condiviso con i laici delle parrocchie che aiuterebbero nella parte gestionale e organizzativa.
Il tempo libero e il gioco in particolare, oltre all’evangelizzazione, saranno gli “strumenti” che l’oratorio utilizzerà quotidianamente, per far passare nei ragazzi teramani, il messaggio dei valori cristiani dell’amicizia e cooperazione fra le nuove generazioni.
Questo centro giovanile avrà anche il compito di aiutare il pronto inserimento di ragazzi e ragazze che vivono situazioni di diversità quali disagio, disabilità, o l’essere stranieri.
E’ una boccata d’ossigeno per una città che deve necessariamente pensare a nuovi spazi aggreganti e di socializzazione per i giovani.
I ragazzi a Teramo, infatti, sono alla continua ricerca di uno spazio, chiedono un contenitore che non sia solo di persone ma anche di relazioni, di dialogo, di modelli educativi.
Esiste una necessità, spesso celata nei ragazzi, cioè quella di trovare persone che si prendano cura di loro in modo autentico, accompagnandoli nella fantasia, nel trovare qualcosa di nuovo nella routine di ogni giorno con nuove proposte in apparente contraddizione con i valori spesso falsi che la società diffonde. Il nuovo oratorio diocesano, nelle intenzioni più ottimistiche, dovrà curare le interazioni con il territorio, attraverso contatti con realtà esterne, relazioni con enti e associazioni.
Insomma un progetto lodevole che, oltre a inevitabili problemi di natura finanziaria, ha comunque difficoltà di vario genere, fra cui anche l’individuazione di un’equipe di progettazione, di strategie e azioni per coordinare i volontari e le realtà parrocchiali.

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