Saturday, May 19, 2012

Giornalismo, Perugia è “social”

Posted by marilena marino On aprile - 27 - 2012 ADD COMMENTS


Perugia, torna il Festival Internazionale del Giornalismo

Dal 25 al 29 aprile 200 eventi, 500 speaker e 3 concorsi

 

Perugia, 24 aprile 2012 – La VI edizione del Festival del Giornalismo di Perugia si e’ aperta il  25 aprile e si chiuderà domenica 29. In tutto, 200 eventi e 500 speaker in totale, tra cui Enrico Mentana, Tiziana Ferrario, Ezio Mauro, Michele Santoro, Beppe Severgnini, Marco Travaglio, Mario Tozzi.

” Per cinque giorni, Perugia sarà capitale del giornalismo”: lo evidenzia il sindaco della città,Wladimiro Boccali, sottolineando che ”sei anni fa davvero pochi avrebbero potuto prevedere che il neonato Festival in così breve tempo si sarebbe guadagnato un credito tanto vasto e che avrebbe richiamato personalità del mondo dell’ informazione, delle nuove tecnologie della comunicazione, dell’editoria”. In una nota di Palazzo dei Priori, Boccali sottolinea che ”nei prossimi cinque giorni avremo modo, attraverso decine e decine di appuntamenti, di entrare nelle pieghe di questo mestiere delicatissimo quanto decisivo per l’ affermazione di una democrazia compiuta, tra problemi, visioni di futuro, rivoluzioni metodologiche, opportunità inedite. Non sarà un giornalismo tutto rivolto a guardarsi dentro, ma anzi, una occasione per aprire finestre sulle questioni del nostro mondo”. A Boccali, ”più che la partecipazione dei bei nomi del settore”, piace richiamare quella che a suo giudizio è una ”immagine caratterizzante di questa manifestazione: lo straordinario entusiasmo di tanti ragazzi che vi prestano la loro opera come volontari o che arrivano a Perugia da tutte le parti d’Italia perché attirati da una grande curiosità per questo lavoro e dalla voglia di entrare a far parte di un mondo tanto difficile quanto suggestivo. Come sappiamo, molti di loro dovranno passare per le strettoie del precariato e per mille difficoltà, ma è bello pensare che gli eredi dei Giuseppe d’Avanzo e delle Miriam Mafai magari sono già qui e studiano da grandi giornalisti”. Infine Boccali ribadisce che ”con il Festival del giornalismo, Perugia entra nel vivo della stagione delle più importanti manifestazioni, che si era aperta sabato scorso con la mostra di Luca Signorelli. Saranno mesi decisivi per confermare che la città vuole giocare la carta della cultura per crescere e produrre sviluppo”.

Ecco un’anticipazione sui principali eventi:

ETICA E GIORNALISMO

Giovedì mattina alle 11, presso la Sala dei Notari del Palazzo dei Priori in corso Vannucci 19 a Perugia, il ministro della Giustizia Paola Severino interverrà all’incontro su ‘Etica e Giornalismo’. Il programma dell’incontro etica e giornalismo prevede l’introduzione e l’illustrazione di una ricerca su come i cittadini italiani giudicano i giornalisti a cura del presidente di AstraRicerche Enrico Finzi; seguirà un dibattito tra la guardasigilli Paola Severino e il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino.

UNICEF

“Almeno un milione di bambini sotto i cinque anni di età nella regione del Sahel, rischia di morire nell’indifferenza generale”: questo l’allarme che un mese fa l’Unicef ha lanciato all’opinione pubblica. Eppure, a parte qualche reportage, questa emergenza, come tante altre “emergenze silenziose”, non fa notizia. Ecco perché Unicef Italia, per la prima volta, parteciperà al Festival Internazionale del Giornalismo. L’Unicef vuole parlare, scrivere e twittare di diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di diritti umani e del ruolo fondamentale che la comunicazione e l’informazione giocano nella promozione e nella realizzazione degli obiettivi del non profit. Tre giorni, sette incontri per accendere i riflettori su quelle storie e quei numeri di cui si sente raccontare troppo poco: questo sarà “Parla di me“, rassegna di dibattiti e workshop organizzata dall’Unicef. Si parlerà di rapporto fra organizzazioni umanitarie e stampa, di uso e abuso delle immagini dei bambini, del ruolo dei giornalisti nelle crisi umanitarie, nel rapporto tra minori e giustizia.

FACT CHECKING E CIVIC MEDIA

Il 28 aprile verrà lanciata “Fact Checking”, una piattaforma che permetterà di segnalare e condividere inesattezze viste su web, carta stampata e tv. Il progetto è stato ideato da Ahref, una Fondazione no-profit che si propone di “sviluppare una ricerca sulla qualità dell’informazione che emerge dalla rete sociale abilitata da internet e i media digitali”. Il “fact checking”, ovvero la verifica dei fatti, viene concepita dall’organizzazione come un’attività pubblica, che richiede la collaborazione civica in rete: da sabato 28 lo strumento sarà funzionante in rete, e ”a disposizione di cittadini consapevoli e attenti per segnalare citazioni da documenti, dichiarazioni pubbliche, articoli, programmi televisivi e sottoporli a verifica collettiva, per costruire socialmente un’informazione indipendente, affidabile e credibile”. Sarà presente a discuterne Luca di Biase, presidente di Ahref.

SCUOLA

Raccontare la scuola abbandonata dai media, che se ne occupano solo quando scoppia il ‘caso’, e dalle istituzioni. Ma anche dai ragazzi, che, soprattutto al Sud del paese, spesso lasciano gli studi precocemente. Sarà uno dei temi affrontati durante il Festival internazionale del giornalismo che apre domani a Perugia. Il dibattito è organizzato in collaborazione con la Fondazione Ahref, che ha avviato un progetto sperimentale proprio per raccontare l’abbandono scolastico.  A discutere dei temi oggetto dell’incontro saranno Marco Rossi Doria, divenuto sottosegretario alla Pubblica istruzione dopo una lunga esperienza da maestro di strada, Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica istruzione e studioso dei sistemi di formazione, Alessandra Migliozzi, giornalista dell’agenzia di stampa Dire e Giorgio Meletti, giornalista de ‘Il Fatto quotidiano’. L’incontro si svolgerà venerdì 27 aprile al Centro Servizi G. Alessi di Perugia alle 17.

DONNE

Il Centro per le pari opportunità della Regione Umbria ha concesso anche quest’anno il proprio patrocinio al Festival internazionale del Giornalismo, sostenendo in particolare la realizzazione di due appuntamenti.
Il primo, dal titolo Donne e media: il diritto a una diversa comunicazione del femminile, è in programma domani 25 aprile alle ore 18:00 nella Sala Raffaello dell’Hotel Brufani di Perugia. Il secondo, Net feminism.Donne, rete e informazione, si svolgerà giovedì alle 14 al centro servizi Alessi di Perugia.
”Come abbiamo potuto constatare nel corso degli anni – sottolinea la presidente del Centro per le pari opportunità,Daniela Albanesi, in una nota della Regione – il Festival rappresenta una
qualificatissima occasione di confronto e di riflessione che tiene accesi i riflettori sulla complessità e sui problemi che attraversano la vita delle donne nella società contemporanea. Gli incontri
programmati rispondono, infatti, all’esigenza di mettere a tema le domande delle donne che chiedono democrazia e qualità della vita quotidiana, ridefinizione dei modelli di sviluppo, governo
democratico delle risorse, costruzione di modelli culturali capaci di proporre nuove modalità di stare al mondo per donne e uomini, una lettura critica di stereotipi che continuano a distorcere
l’immagine femminile e incentivano l’uso strumentale del corpo delle donne”.

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L’Islam siciliano

Posted by Moreno Migliorati On aprile - 13 - 2012 ADD COMMENTS

di Moreno Migliorati

La Fondazione Orestiadi di Gibellina ospita fino al prossimo 15 maggio la mostra «L’Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà» . L’esposizione comprende quattro sezioni: l’eredità classica araba, curata dall’archeologa Alessanda Bagnera; la continuità dei rapporti artistici e culturali tra la Sicilia e il mondo arabo islamico a cura di Enzo Fiammetta; le permanenze antropologiche nel percorso curato da Antonino Cusumano e Giuseppe Aiello; l’arte contemporaneaa cura di Achille Bonito Oliva, viva testimonianza dell’attività creativa realizzata in occasione delle residenze di artisti delle due sponde del Mediterraneo a Gibellina e a Dar Bach Hamba a Tunisi.

“La Sicilia -evidenziano gli organizzatori dell’evento- ideale punto strategico d’incontro e di confronto delle culture del Mediterraneo con l’Islam conobbe un momento importante della sua storia ricco di conseguenze. Rivisitare questo momento storico è un voler riprendere le trame di un tessuto molto complesso di antichi valori, di linguaggi, di tradizioni che si intrecciano in una affascinante variegata realtà brillantemente sfaccettata”.

In mostra anche i «prisenti», ossia i drappi processionali, ispirati dai doni che i pellegrini islamici portavano in offerta alla Mecca, realizzati per il Comune di Gibellina fin dagli anni ’80, in occasione della festa di san Rocco, firmati da artisti tra cui Carla Accardi e Alighiero Boetti.
All’interno della interessante sezione multimediale curata da Lorenzo Romito è esposto, tra gli altri progetti, «Il tappeto volante», una installazione del collettivo Stalker, che ha fatto il giro delle capitali del mondo arabo e che per la prima volta giunge in Sicilia. Il «Tappeto» realizzato dalla comunità curda di Roma, con 44mila corde e pendagli in rame, riproduce in scala reale metà del soffitto ligneo a muqarnas della Cappella Palatina di Palermo.

(via SpiritualSeeds.info)

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“Il volto di Gesù nel cinema e nella letteratura”

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 14 - 2012 ADD COMMENTS

di Moreno Migliorati

“Gesù nostro contemporaneo”: è stato questo il tema dell’evento internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale della Cei e che anche quest’anno è stato ripreso dall’Acec per promuovere nelle sale di comunità manifestazioni dedicate al tema “Il volto di Gesù nel cinema e nella cultura”. L’iniziativa è rivolta alle sale di tutta Italia; fra queste ne saranno selezionate una cinquantina impegnate a realizzare un ciclo di incontri (con film, dibattiti, spettacoli teatrali) nel periodo dal 1° aprile al 15 giugno 2012.

Per l’occasione è stato realizzato un supplemento alla rivista SdC, dedicato al tema: “Il volto di Gesù. Riflessi e presenze”. Vi si trovano articoli sulla figura di Cristo nel cinema e nel teatro, nell’arte e nella letteratura. “Dopo duemila anni – scrive Francesco Giraldo nell’introduzione – non è per nulla semplice rendere visibile un Volto che si è perso spesso nelle nebbie delle vicende umane e nella complessità della storia del pensiero. Non si ha a che fare con un santino, una statua, un dipinto, una storia, un affabulazione”. Rendere contemporaneo il volto di Gesù – prosegue – “è essere dei rabdomanti alla ricerca di quelle sembianze sparse nel cinema, nell’arte, nel teatro e nella letteratura. Per esperire la contemporaneità del Volto di Gesù è necessario esperire quello scarto che consente di scorgere l’ineffabile”.

(via SpiritualSeeds.info)

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La passione di Artemisia

Posted by marilena marino On gennaio - 13 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Artemisia Lomi Gentileschi (Roma8 luglio 1593 – Napoli1653) è stata una pittrice italiana di scuola caravaggesca.

Vissuta durante la prima metà del XVII secolo, riprese dal padre Orazio il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica ripresa dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stilemache contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630.


Nacque a Roma l’8 luglio 1593, primogenita del pittore toscano Orazio Gentileschi, esponente di primo piano del caravaggismo romano, e di Prudenzia Montone, che morì prematuramente[1]. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando rispetto ad essi maggiore talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti, (come sappiamo dalla testimonianza di un apprendista di Orazio, Niccolò Bedino, che al processo per lo stupro di Artemisia testimoniò che la ragazza aveva dimostrato queste abilità già nel 1609, pur non dipingendo ancora, ma limitandosi a disegnare bozze per la Sala del Concistoro nel Palazzo del Quirinale). Dal processo emerse anche che i primi esercizi di pittura della giovane ebbero per soggetto l’amica Tuzia e il figlio[1]. Tuzia, vicina di casa dei Gentileschi, aveva cominciato la loro frequentazione agli inizi del 1611; il pittore un giorno l’aveva trovata in casa propria a intrattenere la figlia e, compiaciuto di questa compagnia femminile, l’aveva invitata con la sua famiglia ad abitare insieme, al secondo piano della sua casa in via della Croce[2]. Da quel momento Tuzia divenne inquilina di Gentileschi e compagna di Artemisia.[3].

Artemisia mostrò quindi ben presto un talento precoce, che venne nutrito dallo stimolante ambiente romano[1] e dal fermento artistico che gravitava intorno alla sua casa, frequentata assiduamente da altri pittori, amici e colleghi del padre[4] (Artemisia fu battezzata da un altro pittore, Pietro Rinaldi, e così i suoi fratelli da altre personalità artistiche di spicco del tempo). A Roma vi era una concentrazione di relazioni tra artisti: Artemisia crebbe in un quartiere popolato da pittori e artigiani e il suo ambiente naturale era legato all’arte: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento Caravaggio lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei FrancesiGuido Reni e Domenichino gestivano il cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci terminavano gli affreschi della Galleria Farnese[5]. Poiché lo stile del padre, in quegli anni, si riferiva esplicitamente all’arte del Caravaggio (con cui Orazio ebbe rapporti di familiarità), anche gli esordi artistici di Artemisia si collocano, per molti versi, sulla scia del pittore lombardo[6]. Probabilmente Artemisia conobbe personalmente Caravaggio, che usava prendere in prestito strumenti dalla bottega di Orazio (tanto che Orazio fu coinvolto nelle accuse di diffamazione fatte a Caravaggio dal pittore Giovanni Baglione)[7].
L’influenza del Merisi venne mitigata dall’altrettanto forte influenza del padre: l’apprendistato presso Orazio rappresentò per Artemisia, pittrice donna, l’unico modo per esercitare l’arte, essendole precluse le scuole di formazione[7]: alle donne veniva negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlopiù “clandestinamente”, come dimostrano i registri delle tasse e i censimenti[8].

La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia (sia pur sospettando aiuti da parte del padre, determinato a far conoscere le sue precoci doti artistiche) è la Susanna e i vecchioni (1610), oggi nella collezione Schönborn a Pommersfelden. La tela lascia intravedere come, sotto la guida paterna, Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese, che aveva preso le mosse da Annibale Carracci.

La lettera indirizzata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena da Orazio il 6 luglio 1612 è una prova dell’impegno che il pittore impiegò per promuovere l’attività della figlia[9]; nella lettera Artemisia è descritta con parole di elogio: Orazio afferma che in tre anni ella aveva raggiunto una competenza equiparabile a quella di artisti maturi[10][11]:

« questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere. »
Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, (a cura di) Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)

Per la critica è stato impossibile non associare la pressione esercitata dai due vecchioni su Susanna al complesso rapporto di Artemisia con il padre e con Agostino Tassi, il pittore che nel maggio 1611 la stuprò: tra l’altro, uno dei due Vecchioni è particolarmente giovane e presenta una barba nera come quella che, secondo alcune fonti, sembra avesse Tassi (ma la sorellastra di lui, Donna Olimpia, a un altro processo intentatogli contro lo descrisse “piccolotto, grassotto et di poca barba”); l’altro Vecchione ha fattezze simili a quelle ritratte da Antoon van Dyck in un’incisione raffigurante Orazio Gentileschi. In molti hanno pensato che Artemisia avesse volutamente retrodatato il quadro al 1610 per alludere, attraverso esso, all’inizio dell’oppressione subita da figure troppe ingombranti per la sua esistenza di donna e di pittrice. Durante il processo, Tassi affermò che Artemisia si era spesso lamentata con lui della morbosità del padre, svelandogli che egli la trattava come fosse sua moglie[12]. La datazione dell’opera in passato è risultata controversa anche a causa di fonti discordanti sulla data di nascita di Artemisia: si è scoperto recentemente che Orazio, per impietosire il giudice al processo, mentì sull’età di Artemisia al momento della violenza, attribuendole appena quindici anni (e collocandone la nascita, quindi, nel 1597)[13].

Particolare del Concerto musicale con Apollo e le Muse
Affresco del Casino delle Muse di palazzo Pallavicini-Rospigliosi a Roma, 1611-1612

Al tempo dello stupro, Agostino Tassi, maestro di prospettiva, era impegnato, assieme a Orazio Gentileschi, nella decorazione a fresco delle volte del Casino delle Muse nel Palazzo Pallavicini Rospigliosi aRoma[14].Tra le muse e i musicanti raffigurati nella loggetta sembra esserci un personaggio contemporaneo, da molti critici identificato proprio con la giovane Artemisia, quasi a volerne suggellare il debutto artistico[15].

Era frequente che Agostino si trattenesse nella dimora dei Gentileschi dopo il lavoro; secondo alcune fonti, fu lo stesso Orazio a introdurlo ad Artemisia, chiedendo ad Agostino di iniziarla allo studio della prospettiva[1]

Il padre denunciò il Tassi che dopo la violenza, non aveva potuto “rimediare” con un matrimonio riparatore. Il problema è che il pittore era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione incestuosa con la sorella della moglie). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data nella seconda metà del XX secolo, alla figura di Artemisia Gentileschi[16]. È da sottolineare il fatto che Artemisia accettò di deporre le accuse sotto tortura, che consistette nello schiacciamento dei pollici attraverso uno strumento usato ampiamente all’epoca. Una lettura del processo basata sul concetto di stuprum inteso come nella normativa del Seicento si intendeva, e dunque come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta, è il risultato degli studi più recenti[17].

Questa la testimonianza di Artemisia al processo, secondo le cronache dell’epoca:

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne »
(Eva Menzio (a cura di), Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, Milano, 2004>)

La tela, che raffigura Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), conservata al Museo Capodimonte di Napoli, impressionante per la violenza della scena che raffigura, è stata interpretata in chiave psicologica e psicoanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita.
Dopo la conclusione del processo, Orazio combinò per Artemisia un matrimonio con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, che servì a restituire ad Artemisia, violentata, ingannata e denigrata dal Tassi, uno status di sufficiente “onorabilità”. La cerimonia si tenne il 29 novembre 1612.

Poco dopo la coppia si trasferì a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli. L’abbandono di Roma fu quasi obbligato: la pittrice aveva ormai perso il favore acquisito e i riconoscimenti ottenuti da altri artisti, messa in ombra dallo scandalo suscitato, che fece fatica a far dimenticare (come dimostrano anche gli epitaffi crudelmente ironici alla sua morte).

È riferibile agli esordi romani anche la Madonna col Bambino della Galleria Spada.

Il periodo fiorentino (1614-1620)

A Firenze Artemisia conobbe un lusinghiero successo. Nel 1616 venne accettata nell’Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a godere di tale privilegio[18]; dimostrò di saper tenere buoni rapporti con i più reputati artisti del tempo, come Cristofano Allori, e di saper conquistare i favori e la protezione di persone influenti, a cominciare dal Granduca Cosimo II de’ Medici e, in special modo, della granduchessa-madreCristina, più per i propri meriti che per le preghiere di Orazio: addirittura l’ambasciatore fiorentino a Roma dissuade Cosimo II dall’invitare Orazio, descrivendolo poco capace e bizzarro.

Questi primi anni successivi allo stupro e al processo sembrano cercare un distacco dalla vita romana: inizialmente la pittrice assunse il cognome Lomi (che poi era quello originale di Orazio, che però aveva voluto distinguersi dal fratello Aurelio – anch’egli pittore – assumendo il cognome materno) e non tenne contatti con il padre[19].

Artemisia fu in buoni rapporti con Galileo Galilei (giunto a Firenze nel settembre 1610 su invito di Cosimo II[20]), con il quale rimase in contatto epistolare anche in seguito al suo periodo fiorentino[21].

Tra i suoi estimatori ebbe un posto di speciale rilievo Michelangelo Buonarroti il giovane (nipote di Michelangelo): impegnato a costruire una magione che celebrasse la memoria dell’illustre antenato, affidò ad Artemisia l’esecuzione di una tela destinata a decorare il soffitto della galleria dei dipinti. L’amicizia con quest’ultimo è testimoniata da numerose lettere della pittrice, che a Firenze doveva aver imparato a scrivere (se ne era dichiarata incapace in una testimonianza al processo).[22]

La tela in questione rappresenta una Allegoria dell’Inclinazione (ossia del talento naturale), raffigurata in forma di giovane donna ignuda che tiene in mano una bussola. Si ritiene che l’avvenente figura femminile abbia le fattezze della stessa Artemisia[23], che – come ci dicono le informazioni mondane dell’epoca – fu donna di straordinaria avvenenza.

In effetti capita spesso, nelle tele di Artemisia, che le sembianze delle formose ed energiche eroine che vi compaiono abbiano fattezze del volto che ritroviamo nei suoi ritratti o autoritratti: spesso chi commissionava le sue tele doveva desiderare di avere una immagine che ricordasse visivamente l’autrice, la cui fama andava crescendo[24]. Il successo, unito al fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono, per tutta la sua vita, motteggi e illazioni sulla sua vita privata[25].

Appartengono al periodo fiorentino la Conversione della Maddalena e la Giuditta con la sua ancella di Palazzo Pitti e una seconda (dopo quella di Napoli dipinta 8 anni prima) versione della Giuditta che decapita Oloferne agli Uffizi.

Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si può ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all’assillo dei debiti e alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzò in maniera definitiva nel 1621.

Di nuovo a Roma e poi a Venezia (1621-1630) [modifica]

L’anno di arrivo di Artemisia a Roma coincide con quello della partenza del padre Orazio per Genova. Si è ipotizzato, su basi congetturali[26], che Artemisia abbia seguito il padre nella capitale ligure (anche per spiegare il perdurare di una affinità di stile che, ancor oggi, rende problematica l’attribuzione di taluni quadri all’uno o all’altra); ma non si hanno sufficienti prove al riguardo.
Artemisia si stabilì a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia (nata dal matrimonio con Pierantonio Stiattesi), ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627. Artemisia cercò, con scarso successo, di avviare entrambe le figlie alla pittura.

La Roma di quegli anni vedeva ancora una nutrita presenza di pittori caravaggeschi (evidenti assonanze esistono, ad esempio, tra lo stile della Gentileschi e quello di Simon Vouet), ma vedeva anche, durante il pontificato di Urbano VIII, il crescente successo del classicismo della scuola bolognese o delle avventure barocche di Pietro da Cortona[27].

Artemisia dimostrò di avere la giusta sensibilità per cogliere le novità artistiche e la giusta determinazione per vivere da protagonista questa straordinaria stagione artistica di Roma, meta obbligata di artisti di tutta Europa. Artemisia entrò a far parte dell’Accademia dei Desiosi. Fu, in tale circostanza celebrata, con un ritratto inciso che, nella dedica, la qualifica come “Pincturae miraculum invidendum facilius quam imitandum“. Di questo periodo è anche l’amicizia con Cassiano dal Pozzo, umanista, collezionista e grande mentore delle belle arti.

Tuttavia, nonostante la reputazione artistica, la forte personalità e la rete di buone relazioni, il soggiorno di Artemisia a Roma non fu così ricco di commesse come avrebbe desiderato. L’apprezzamento della sua pittura era forse circoscritto alla sua capacità di ritrattista e alla sua abilità di mettere in scena le eroine bibliche: erano a lei precluse le ricche commesse dei cicli affrescati e delle grandi pale di altare. Difficile, per l’assenza di fonti documentali, è seguire tutti gli spostamenti di Artemisia in questo periodo. È certo che tra il 1627 e il 1630 si stabilì, forse alla ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da letterati della città lagunare che ne celebrarono le qualità di pittrice.

Con l’avvertenza che la datazione delle opere di Artemisia è spesso terreno di contrasto tra i critici d’arte, sono verosimilmente da assegnare a questo periodo, il Ritratto di gonfaloniere, oggi a Bologna (unico esempio sinora noto di quella abilità di ritrattista per la quale Artemisia pure andava celebre); la Giuditta con la sua ancella oggi al Detroit Institute of Arts (che riflette la capacità della pittrice di padroneggiare gli effetti chiaroscurali del lume di candela, per i quali andavano famosi a Roma artisti come Gerrit van HonthorstTrophime Bigot, e altri); la Venere dormiente oggi a Princeton; la Ester e Assuero del Metropolitan Museum of Art di New York (che testimonia la capacità di Artemisia di assimilare le lezioni luministiche veneziane).

Napoli e la parentesi inglese (1630-1653). Nel 1630 Artemisia si recò a Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella città fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, nuove e più ricche possibilità di lavoro.

Va ricordato che, tra gli altri, erano già passati da Napoli Caravaggio, Annibale CarracciSimon Vouet; vi lavoravano in quegli anni José de RiberaMassimo Stanzione, e, di lì a poco, vi sarebbero approdati il DomenichinoGiovanni Lanfranco e altri ancora[28].

San Gennaro nell’anfiteatro di PozzuoliMuseo di CapodimonteNapoli

L’esordio artistico di Artemisia a Napoli è rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo di Capodimonte.
Poco più tardi il trasferimento nella metropoli partenopea fu definitivo e lì l’artista sarebbe rimasta – salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei – per il resto della sua vita. Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) fu dunque per Artemisia una sorta di seconda patria nella quale curò la propria famiglia (a Napoli maritò infatti, con appropriata dote, le sue due figlie), ricevette attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il viceré Duca d’Alcalá, ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi erano presenti (a cominciare da Massimo Stanzione, per il quale si deve parlare di una intensa collaborazione artistica, fondata su una viva amicizia e su evidenti consonanze stilistiche).

A Napoli, per la prima volta, Artemisia si trovò a dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli. Sono del primo periodo napoletano opere quali la Nascita di San Giovanni Battista al PradoCorisca e il satiro in collezione privata. In queste opere Artemisia dimostra, ancora una volta, di sapersi aggiornare sui gusti artistici del tempo e di sapersi cimentare con altri soggetti rispetto alle varie GiuditteSusanneBetsabeeMaddalene penitenti.

Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte e aveva ricevuto l’incarico della decorazione di un soffitto (allegoria del Trionfo della Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria a Greenwich.

Dopo tanto tempo padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma nulla lascia pensare che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all’anziano genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua corte e un rifiuto non era possibile. Orazio inaspettatamente morì, assistito dalla figlia, nel 1639.

Carlo I era un collezionista fanatico, disposto a compromettere le finanze pubbliche pur di soddisfare i suoi desideri artistici. La fama di Artemisia doveva averlo incuriosito, e non è un caso che nella sua collezione fosse presente una tela di Artemisia di grande suggestione, l’Autoritratto in veste di Pittura.

Artemisia ebbe dunque a Londra una sua attività autonoma, che continuò per un po’ di tempo anche dopo la morte del padre, anche se non sono note opere attribuibili con certezza a questo periodo.

Sappiamo che nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia aveva già lasciato l’Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. È un fatto che nel 1649 fosse nuovamente a Napoli, in corrispondenza con il collezionista don Antonio Ruffo di Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo secondo periodo napoletano. L’ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo è del 1650 e testimonia come l’artista fosse ancora in piena attività. Artemisia morì nel 1653.

Esempi di opere ascrivibili a questo secondo periodo napoletano sono una Susanna e i vecchioni oggi a Brno e una Madonna e Bambino con rosario conservata all’El Escorial.

Profilo artistico [modifica]

Un saggio del 1916 di Roberto Longhi, storico e critico d’arte, intitolato Gentileschi padre e figlia ha riportato all’attenzione della critica la statura artistica di Artemisia Gentileschi nell’ambito dei caravaggeschi nella prima metà del XVII secolo. Longhi esprimeva nei confronti di Artemisia, in tono forse involontariamente misogino, il seguente giudizio: «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità…».

Nella lettura effettuata del dipinto più celebre di Artemisia, la Giuditta che decapita Oloferne degli Uffizi, Longhi scriveva:

« Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato […] Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo? »

e aggiungeva:

« … che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ’600 europeo, dopo Van Dyck »
(Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia, in “L’Arte”, 1916)

La lettura del dipinto sottolinea cosa significhi saperne “di pittura, e di colore e di impasto”: sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l’attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi.

L’interesse per la figura artistica di Artemisia, rimasto debole nonostante la lettura datane dal Longhi, ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista, che efficacemente sottolinearono, a partire dallo stupro subito e dalla sua successiva biografia, la forza espressiva che il suo linguaggio pittorico assume quando i soggetti rappresentati erano le famose eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.

In un saggio contenuto nel catalogo della mostra “Orazio e Artemisia Gentileschi” svoltasi a Roma nel 2001 (e poi a New York), Judith W. Mann prende le distanze; mostrandone i limiti, da una lettura in chiave strettamente femminista:

« [Una lettura di questo tipo] avanza l’ipotesi che la piena potenza creativa di Artemisia si sia manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino o una Vergine che accoglie sottomessa l’Annunciazione; e inoltre, si sostiene che l’artista abbia rifiutato di modificare la propria interpretazione personale di tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela che si presume maschile. Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l’attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliché »

La critica più recente, a partire dalla ricostruzione dell’intero catalogo della Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequentò, restituendo la figura di un’artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della sua personalità e delle sue qualità artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo a inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite[29].

La figura di donna e pittrice

Per una donna all’inizio del XVII secolo dedicarsi alla pittura, come fece Artemisia, rappresentava una scelta non comune e difficile, ma non eccezionale. Prima di Artemisia, tra la fine del 500 e l’inizio del 600, altre donne pittrici esercitarono, anche con buon successo, la loro attività. Possono essere menzionate Sofonisba Anguissola (Cremona ca. 1530 - Palermo ca. 1625) che fu chiamata in Spagna da Filippo IILavinia Fontana (Bologna,1552- Roma, 1614) che si recò a Roma su invito di papa Clemente VIIIFede Galizia (Milano o Trento1578 – Milano 1630) che dipinse, tra l’altro, magnifiche nature morte e una bella Giuditta con la testa di Oloferne;Lucrina Fetti (Roma, 1600 ca. – Mantova, 1651) che seguì il fratello Domenico nella città dei Gonzaga. Altre pittrici, più o meno note, intrapresero la loro carriera quando Artemisia era in vita.

Se si valutano i loro meriti artistici, il giudizio liquidatorio di Longhi a favore di Artemisia come «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura…» appare alquanto ingeneroso[30]. Tuttavia c’è, sia nell’arte sia nella biografia di Artemisia Gentileschi, qualcosa che la rende specialmente affascinante e che spiega l’interesse di alcuni scrittori (anzi, e non a caso, di alcune scrittrici) nei suoi confronti.

La prima scrittrice che decise di costruire un romanzo attorno alla figura di Artemisia, fu Anna Banti, la moglie di Roberto Longhi. La sua prima stesura del testo, in forma manoscritta era avvenuta nel 1944, ma fu perduta nel corso delle vicende belliche. La decisione di ritornare sul libro, intitolato Artemisia, scrivendolo in forma assai diversa, avvenne tre anni dopo. Anna Banti si pone nel suo nuovo romanzo in dialogo con la pittrice, in forma di “diario aperto”, in cui cerca – in parallelo al racconto dell’adolescenza e della maturità di Artemisia – di spiegare a se stessa il fascino che ne subisce, e il bisogno che avverte di andare al di là – in un dialogo da donna a donna – delle limpide (seppur appassionate) valutazioni artistiche di cui avrà tante volte discusso con Roberto Longhi[31].

Più di cinquant’anni dopo, nel 1999, la scrittrice francese Alexandra Lapierre affronta, ancora con un romanzo, il fascino enigmatico della vita di Artemisia, e lo fa a partire da uno studio scrupoloso della biografia e del contesto storico che le fa da sfondo. L’indagine psicologica che passa tra le righe del romanzo, per comprendere il rapporto tra Artemisia donna e Artemisia pittrice, finisce per chiamare in causa, come leitmotiv, quello della relazione – fatta di un affetto che stenta a esprimersi e da una latente rivalità professionale – tra padre e figlia.

Ancora un altro romanzo, pubblicato più di recente anche in Italia, quello di Susan Vreeland (The Passion of Artemisa), si pone nella scia della popolarità assunta da Artemisia Gentileschi nell’ambito della lettura data, in chiave femminista, alla sua figura, e sembra voler sfruttare il recente successo dei romanzi storici che prendono le mossa da un’opera d’arte e dal suo autore. Incerti, per analoghe ragioni, sono i risultati ai quali, secondo la critica[32], giunge la regista francese Agnes Merlet, con il film Artemisia. Passione estrema.

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Immaturi

Posted by marilena marino On gennaio - 2 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

I quarantenni di oggi sono maturi o immaturi? La questione non poteva essere posta in maniera più esplicita in questa pellicola che vuole tirare le somme su un’intera generazione. Non è una critica impietosa, quanto piuttosto un accarezzare il passato e il presente in maniera fin troppo compassionevole. La premessa è quanto mai bislacca e, si potrebbe dire, fiabesca. Una classe di liceo classico, diplomata venti anni prima, deve rifare l’esame di maturità. Sono state riscontrate irregolarità e la prova è stata di fatto annullata.
Principio dunque da favola da prendere per buono. Alcuni degli ex compagni di scuola si rivedono per prepararsi nuovamente a quella prova così antica e così piena di significato per quell’età.

I protagonisti naturalmente si confrontano con la realtà di oggi e con i loro cambiamenti. Chi è sposato, chi non lo è, chi è separato.
Ognuno deve affrontare i propri demoni personali, reali o immaginari, interni o esterni. In chiave da pura commedia, per cui ogni situazione è tirata fino all’estremo. Alcune situazioni sono più felici di altre oppure hanno una potenzialità comica maggiore. È il caso di Piero (Luca Bizzarri), che per essere più libero con la fidanzata finge di avere una moglie e un figlio, o il caso di Lorenzo (Ricky Memphis) ancora a casa con i genitori, secondo una dinamica già ampiamente collaudata nella commedia (si pensi al francese Tanguy). Meraviglioso Maurizio Mattioli nel ruolo del padre disilluso di Lorenzo: anche se ha poche battute, ognuna è a suo modo emblematica e irresistibile.

Immaturi è una pellicola che a suo modo sa divertire, quando non ha la pretesa di veicolare un messaggio. Cosa che avviene puntualmente verso la fine. Per ogni personaggio viene spiegata in maniera quasi libresca la forma in cui ciascuno passa dall’età “acerba” alla maturità. Per qualcuno può essere un figlio, per un altra la scoperta dell’amore o una forma di riscatto personale. Il problema è che, come fin troppo spesso accade nel cinema italiano, si confonde la chiusura delle varie vicende con una forma di moralismo sentenzioso: la morte di qualunque genere di leggerezza che si è faticosamente saputa costruire. Peccato, perché alcuni personaggi ci sono, è facile affezionarsi e alcune piccole trovate comiche sono sicuramente apprezzabili. Altre situazioni sono invece fini a se stesse, come il personaggio del sacerdote interpretato da Michele La Ginestra e l’interminabile sequenza della discoteca, facilmente tagliabili senza compromettere l’integrità della pellicola. Alcune forme di rievocazione passatista sono forse stucchevoli, ma magari a qualcuno non dispiaceranno.

Trama del film:Così come nella maturità dopo lo sforzo dell’esame c’è la gratificazione di un viaggio, così anche questo gruppo di quarantenni si ritroverà su un’isola, probabilmente della Spagna, a fare il viaggio della maturità come tutti gli altri ventenni. Succederanno molte cose: ritrovarsi a quell’età a fare qualcosa di goliardico, crea delle conseguenze che possono essere dirompenti.
Dopo essersi ritrovati per affrontare gli esami della maturità, i sette protagonisti del film decidono di organizzare quel famoso viaggio di fine scuola che non erano riusciti a fare ai tempi del liceo. Accompagnati, chi volontariamente e chi no, da mogli, fidanzate, genitori e figli, vivranno nuove avventure e nuovi percorsi di crescita in un’isola della Grecia, rivelando ognuno nuove debolezze, a dimostrazione che la vera “maturità” non si raggiunge mai completamente.


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Obladi’ oblada’

Posted by marilena marino On novembre - 30 - 2011 1 COMMENT

di Marilena Marino

L’Amore Donativo e Oblativo di Simone Weil.  Concorso le “Stelle Inquiete”.

pubblicata da Marilena Marino il giorno mercoledì 23 febbraio 2011 alle ore 19.23

Nell’amore donativo e oblativo di Simone Weil c’è tutta l’offerta dell’amore a beneficio di altri che raggiunge la radicalita’ fino alla “decreazione” in cui il soggetto si annulla fino a scomparire come un nulla, tale è il suo atto donativo d’amore da non dover costituire nenache un sovraccarico damore che imbarazza l’altro( S. W).

In questo percorso che l’essere umano fa per raggiungere l’amore e donarsi, ci si chiede se la “bellezza intesa come atto donativoe oblativo”, possa costituire una valore al concetto di Creazione e Decreazione di colei o colui che esperimenta tale processo: la bellezza come sacrificio, la bellezza come speranza della vita che ritorna dopo il sacrificio d’amore, sono stati i motivi di riflessione dell’autrice del testo contenuto in forma poetica del video racconto proposto per il concorso letterario de ” le stelle inquiete” attorno alla misteriosa e interessante figura della nota filosofa francese Simone Weil.

E’ interessante notare come la Creazione e Decreazione della stessa, assomiglia in modo esplicito alla figura cristiana del Cristo passionato che, per amore dell’uomo, giunge a dare la vita per i propri amici, fino al proprio annullamento pscichico e fisico. Quel che poi, in un tocco di autentica passionalita’ l’autrice del video aggiunge al pensiero di S. W., è una personale integrazione artistica che niente toglie al pensiero originale di Simone, anzi, è un tentativo artistico di far fluire l’arte e la sua rappresentazione visiva, concettuale e musicale nella sintesi filosofica del pensiero della Weil.

L’autrice Marilena Marino ha scritto per lo stesso concorso tre soggetti scritti sottoforma di prosa rguardanti un fondamentale passo tratto da “Teologia Mistica” e “L’Ombra e la Grazia” sempre di Simone Weil che dice:” Dio pena, attraverso lo spessore dell’infinito del tempo, per raggiungere l’anima, sedurla. Se essa si lascia strappare, anche solo per un attimo, un consenso puro e intero, allora Dio la conquista. E quando sia divenuta una cosa interamente sua, l’abbandona toalmente sola.Ed essa a sua volta, deve attracersare lo spessore infinito del tempo e dello spazio alla ricerca di colui che essa ama”.

Marilena si è interrogata, nell’elaborazione del testo, se in  questo cammino a ritroso, che è la croce, che l’anima fa per raggiungere Dio, sia possibile trovare una via di congiungimento tra la sofferenza che l’anima soffre nel suo percorso e il ritrovamento del medesimo corpo che  l’lindividuo abbandona per tendere all’infinito.

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Sentinelle Mass Media

Posted by marilena marino On novembre - 26 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Roma.Una guida alternativa per i nuovi quartieri intermediali, ospitale ed accogliente, capace di orientare e aprire alla trascendenza. E l’animatore della cultura e della comunicazione, colui che “introduce spazi di dialogo tra reale e virtuale” e sa far guardare oltre. Piu’ che uno specialista, ” è un esperto di umanita’ e un cittadino a pieno titolo del pianeta digitale, dato che fa della logica del dono, della condivisione, dello scambio, il proprio stile relazionale”, ha spiegato mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e sottosegretario della Cei.

Intervenendo alla sessione “in presenza” del corso Anicec che si è svolto a Roma nei giorni scorsi, Pompili ha tracciato l’identikit di quella che sempre piu’ deve diventare una figura di riferimento nell’ambito sociale e culturale. Soprattutto oggi che la rete rappresenta “l’elemento sintetico dell’attuale stagione post-mediale”. L’animatore” non trasmette, ma prima di tutto incontra chi si sente smarrito o vuole conoscere meglio per poter abitare”. si tratta di una persona che sa uscire “dalle mappe uffficiali e dalle mode del momento, con le loro parole chiave che durano meno di una stagione, e dagli entusiasmi tecnologici cosi’ poco inclini alla questione del senso , per esplorarne le potenzialita’ alla luce di una passione e di un interesse per l’umano e di un desiderio di pienezza”. In quest’ottica, ha tenuto a precisare Pompili, il servizio che offre non risponde a un ” dover essere”, ma a un ” non poter fare a meno”, mosso da un desiderio autentico di condividere con altri cio’ che si è conosciuto e compreso”. Del resto, ha ricordato, “l’animatore è tale perchè ha un fuoco dentro, ha qualcosa d’importante da dire e sente il bisogno di testimoniare che è “la verticalita’ che buca la rete e restituisce all’orizzontalita’ il suo significato pieno e umanizzante”.

Secondo il sottosegretario della Cei, ” la vera sfida oggi è quella della trascendenza: essere pienamente dentro, ma affacciati su un altrove; essere nel web ma non del Web”. ” Nella cultura contemporanea, ha rilevato, si pensa che escludere la dimensione del sacro renda l’uomo piu’ libero: in realta’ escludere, negare o relegare nella sfera esclusivamente privata lo spazio del sacro impoverisce l’esperienza umana e la qualita’ della vita di tutti”.

Quella dell’animatore è dunque una vera missione: a lui è richiesto di essere “sentinella” che vigila e aiuta a restare svegli,  e al contempo 2 lievito che tiene in movimento e sa riconoscere e sviluppare le sinergie e i possibili contributi, specie dei giovani”. Questo significa saper cogliere, della logica digitale, la “non separabilita’ dell’imparare e dell’insegnare, entrambe attitudini qualificanti dell’essere umano di ogni eta’, favorendo lo scambio dei ruoli e le alleanze educative tra le generazioni e tra persone con capacita’ diverse”. e inoltre ” promuovere convivialita’, anche intergenerazionale, condivisione e una quotidianita’ che consolida il tessuto relazionale e da’ spessore alla comunicazione”. Occorre ” valorizzare i media tradizionali alla luce dei nuovi” per trasformarli “da qualcosa di dato per scontato, e quindi potente, in un’ occasione per una rigenerata capacita’ relazionale e una nuova intelligenza del mondo e persino della fede”.L’animatore, ha concluso Pompili, è , alla fine, ” il facilitatore di una nuova sintesi umanistica e promotore di un oltre rispetto a cio’ che la tecnica rende immediatamente disponibile: la partecipazione  oltre l’interattivita’, l’incontro oltre la connessione, la riconnessione della complessita’ esistenziale oltre la moltiplicazione degli spazi relazionali, il desiderio di un oltre che la tecnica suggerisce ma che non puo’ dare”.

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È stata presentata ufficialmente la seconda edizione de “I Teatri del Sacro”, che si svolgerà a Lucca dal 19 al 25 settembre prossimo. Si tratta di un progetto promosso da Federgat, Federazione gruppi attività teatrali e Fondazione Comunicazione e Cultura, insieme al Servizio nazionale per il Progetto culturale della Cei, all’Ufficio nazionale comunicazioni sociali della Cei e all’Acec, associazione cattolica esercenti cinema.
I 27 spettacoli in cartellone, tutti inediti, entreranno poi nelle programmazioni delle sale della comunità, che nella scorsa edizione “hanno visto la rappresentazione di più di 300 repliche”, ha sottolineato Francesco Giraldo, segretario dell’Acec. “C’è stata una grande risposta da parte delle diocesi – ha affermato il responsabile del Servizio nazionale per il Progetto culturale, Vittorio Sozzi, il quale ha ribadito come questa manifestazione si collochi “nella missione della Cei di essere al servizio delle diocesi”. Alla conferenza stampa erano presenti anche Fabrizio Fiaschini, presidente della Federgat, che ha illustrato gli spettacoli in programma, e Giorgio Testa, responsabile del laboratorio “I 70 visioni e condivisioni”, dedicato “all’altra metà dello spettacolo: lo spettatore”.
Scopo de “I Teatri del Sacro”, ha spiegato mons. Domenico Pompili, durante la conferenza stampa, “é quello di riscoprire un’arte che è tra le più antiche e che ha sempre avuto una stretta continuità con la ricerca del senso”. Tre, ha aggiunto Pompili, le dimensioni proprie del teatro che la Chiesa, con l’iniziativa, intende mettere in luce: la “corporeità” perché “incontrare l’altro vuol dire innanzitutto trovarsi di fronte un corpo”; la “concretezza”, poiché “il sacro non è solo il luogo dei precetti e delle leggi ma anche quello dell’incontro con il singolo evento”; la “forza simbolica” perché “in una cultura tecnicista che tende a schiacciare tutto sui dati di fatto, il teatro dà respiro e profondità”.

(via SpiritualSeeds.info)

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Al via sabato prossimo il Festival Internazionale di Letteratura Ebraica

Posted by Moreno Migliorati On settembre - 12 - 2011 1 COMMENT

Sarà la Notte della Cabbalà ad inaugurare, sabato 17 settembre, al Ghetto di Roma, la quarta edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica, che si svolgerà  dal 17 al 21 settembre. Ospite d’eccezione della rassegna e della serata del 17, lo scrittore israeliano A.B. Yehoshua, che – alle 21 al Tempio di Adriano, intervistato dal direttore di Radio 3 Marino Sinibaldi – guiderà gli spettatori in un viaggio alla scoperta della letteratura ebraica. L’attore Massimo Ghini leggerà una selezione di brani. Si tratta dell’unico appuntamento fuori dal Ghetto: tutti gli altri eventi in programma si svolgeranno infatti nella zona tra lungotevere De’ Cenci e via del portico D’Ottavia e tra via Arenula e il Teatro di Marcello.

La serata di sabato 17 darà appunto il via alla quarta edizione del Festival di Letteratura Ebraica, che si concretizza, come affermano gli organizzatori, in “un percorso culturale metalinguistico, tra modernità e memoria, un viaggio nella letteratura ebraica che prende le mosse dal Talmud, fino agli scrittori israeliani e internazionali per arrivare alla storia, l’arte figurativa, il teatro e la musica”.

L’idea di dare vita al Festival nasce dalla volontà di aprire una finestra sul mondo della cultura ebraica: non un semplice evento culturale legato al mondo dei libri, ma un progetto di ampia portata in grado di esprimere la creatività, le emozioni e la capacità narrativa del popolo ebraico, un ponte di conoscenza tra questo mondo e la città di Roma, sede di un’antichissima comunità ebraica.

La chiusura del Festival, mercoledì 21 settembre, è affidata al vincitore del Man Booker Prize 2010 Howard Jacobson, scrittore, romanziere e umorista britannico, e al grande jazzista Daniel Zamir, tra i musicisti e compositori più importanti di Israele.

(via SpiritualSeeds.info)

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Don Tonino Bello: i poeti lo ricordano con un volume

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 22 - 2011 1 COMMENT

“Chi sa che qualcuno, complice la poesia, non venga più facilmente indotto a cambiare genere di vita.” Così si espresse un giorno don Tonino Bello, l’indimenticato vescovo di Molfetta di cui ricorrono quest’anno i diciotto anni dalla morte ed il cui ricordo non accenna a spegnersi. Come dimostra, tra l’altro, l’ultima iniziativa a lui dedicata: un volumetto intitolato “La versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito dalle Edizioni Accademia di Terra d’Otranto ed in uscita nei prossimi giorni.
La pubblicazione, ispirata a “La carezza di Dio – Lettera a Giuseppe” dello stesso don Tonino ed edita nel 1987, contiene testi di svariati poeti e sarà oggetto di un reading che si svolgerà il prossimo 31 agosto ad Alessano nell’ambito del festival Il Montesardo.
Come scrivono gli autori del volume nell’introduzione al volume, “ciò che emerge dalle riflessioni di don Tonino assume ancora più rilevanza ai nostri giorni, fino al punto da apparire profetico: “Il corpo, poi, degradato a merce di scambio, è divenuto spazio pubblicitario e manichino per prodotti di consumo! L’eros mercantile corrode alla radice i rapporti interumani, sgretola la comunione, frantuma l’intimità, irride la famiglia, commercializza la donna. E con i postulati di marketing degli spot televisivi, spersonalizza irrimediabilmente la sessualità, riducendola ad una variabile della cupidigia di potere.” (ibid, pag. 17). “Si muore per anemia cronica di gioia. Si moltiplicano le feste, ma manca la festa. E le letizie diventano sbornie, gli incontri, frastuoni; e i rapporti umani, orge da lupanari” (ibid, pag. 29).
Un’ottima occasione per approfondire la figura di don Tonino per chi si è già accostato ad essa, dunque, ed un’altrettanto ottima occasione per accostarvisi per la prima volta.

(via SpiritualSeeds.info)

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«Bibbia e giustizia» sarà questo il tema di Effettobibbia 2011, che prenderà il via domani a Bergamo per concludersi il prossimo 5 marzo. Giunta alla quarta edizione, l’iniziativa viene proposta dal Comitato per la cultura biblica, che è espressione di centri culturali (Grazie, Protestante, San Bartolomeo, Fondazione Serughetti La Porta), Civica Biblioteca Mai, libreria Buona Stampa, Museo Bernareggi, Ufficio diocesano per l’apostolato biblico e associazionismo (Acli, Gruppi biblici).
Nell‘attuale momento storico – culturale, si assiste ad un rinnovato interesse per la Bibbia, considerata non  soltanto come documento delle comunità di fede, ma anche un ‘monumento‘ storico di importanza ineguagliabile per conoscere lo sviluppo del pensiero, dell‘arte sociale.
Obiettivo della manifestazione bergamasca è proprio quello è di diffondere la conoscenza e l’amore al Libro per eccellenza, come è stato sottolineato dagli organizzatori.
«La Bibbia ha sempre un grande effetto — ha detto ad esempio Claudia Sartirani, assessore comunale alla Cultura —. Non è necessario essere cattolici per sapere che la Bibbia è il Libro dei libri, Libro antico ma sempre nuovo, fondamento della cultura occidentale. E il tema della giustizia, scelto quest’anno, è centrale nel momento storico attuale».
«Effettobibbia è diventato un appuntamento fisso nell’offerta culturale della città — ha affermato invece Luciano Zappella, presidente del Comitato —. Senza Bibbia saremmo più poveri. Attraverso letteratura, arte, filosofia, cinema, pensiero giuridico, noi viviamo nella Bibbia, che è un testo che sempre conquista. Sta qui il punto di partenza dell’iniziativa».
Il ricco programma (che prevede conferenze e letture, anche drammatizzate) contempla la partecipazione libera e gratuita a tutti gli eventi.

(via SpiritualSeeds.info)

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Nasce oggi a Brescia la prima Accademia Cattolica in Italia

Posted by Moreno Migliorati On novembre - 15 - 2010 ADD COMMENTS

“L’iniziativa  nasce dal desiderio di aprire uno spazio di riflessione con i giovani ricercatori sul rapporto fra cultura di ispirazione cristiana e cultura cosiddetta laica. Non vogliamo fare solo conferenza pubbliche, che pure ci saranno, ma seminari con giovani dottori, dottorandi e laureati per dar loro modo di confrontarsi con docenti universitari di fama anche internazionale, sul rapporto tra le religioni e la società attuale”: a parlare è don Giacomo Canobbio e l’iniziativa in oggetto è unica nel suo genere, almeno in Italia. Si tratta della Accademia Cattolica di Brescia, nata sul modello di quelle tedesche, in particolare di quella d Monaco di Baviera e di cui lo stesso Canobbio è direttore scientifico.
Fortemente voluta dal vescovo della diocesi lombarda Luciano Monari, l’Accademia verrà tenuta a battesimo oggi con una lectio magistralis sul tema “Fede e cultura. Dalla separazione al dialogo” che sarà tenuta dallo stesso Monari. L’Accademia nasce dal presupposto che nei Paesi occidentali si sta profilando una trasformazione epocale, nella quale l’incontro tra le religioni gioca un luogo determinante per la costruzione di una convivenza pacifica tra culture diverse. “Di fatto in Europa ci sono molte religioni: solo in Italia sono almeno tre –ha dichiarato ancora don Canobbio- il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo, l’ebraismo e l’islam. Vogliamo capire cosa avviene in alcuni Paesi emblematici, e cioé Canada, Usa, Francia, Italia e Germania, sul fronte della convivenza e dell’integrazione”.
Quanto ai temi, il prossimo triennio sarà focalizzato su «Religioni e convivenza civile». Per il 2010-2011 verrà dato spazio ai rapporti fra le religioni monoteiste, a esperienze maturate in Paesi occidentali e ai problemi posti in Italia dai flussi migratori. Per il 2011-2012 è previsto un  focus sulla riflessione di filosofi e teologi, nel 2012-2013 sul «modello di convivenza plausibile» per l’Italia.

(via SpiritualSeeds)

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Ma che Chiesa siamo?

Posted by Matteo Maria Giordano On settembre - 6 - 2010 6 COMMENTS

“Credo in Dio ma non nella Chiesa”. A quanti di noi non è capitato almeno una volta di sentire questa frase? E devo ammettere che ogni volta mi indispettisce non poco questo distinguo. É un po’ come dire (perdonate l’ardito paragone): “credo nella Patria ma non nello Stato!”. In pratica si crede nell’elemento generatore, ma non nella traduzione che l’uomo ne ha fatto.

Infondo lo Stato (da un lato) e la Chiesa (dall’altro) siamo noi: noi che ogni giorno popoliamo questo mondo e cerchiamo di darci delle regole di convivenza e proviamo a sentirci più vicini e più fratelli nonostante le mille differenze che ci dividono.

Perchè dunque la gente crede sempre di meno nelle istituzioni? Perchè questa disaffezione continua? Forse perchè le istituzioni (anche quelle ecclesiali, purtroppo!) seguono sempre più delle “logiche” lontane dai veri bisogni e dalle vere esigenze della gente? Forse. Vi racconto la mia storia.

Circa un anno fa, dopo mesi di “corteggiamento” da parte mia, convinco la “classe dirigente” della mia Diocesi ad impegnarsi più decisamente nel mettere in pratica il Direttorio per le Comunicazioni Sociali COMUNICAZIONE E MISSIONE. A novembre vengo assunto con un contratto a tempo determinato di un anno. Mio compito principale: lanciare il nuovo sito diocesano e creare le condizioni per una massiccia presenza in Rete di tutte le istanze diocesane; sensibilizzare le parrocchie, le associazioni e i movimenti locali all’utilizzo dei nuovi media; organizzare incontri formativi in questo ambito…in pratica dovevo essere uno di quei professionisti della Comunicazione (lo sono ormai da 10 anni) di cui il Direttorio parla ripetutamente, la cui esperienza e il cui lavoro potessero e dovessero essere messi a servizio di questo nuovo corso della Chiesa moderna.

Ebbene, questo anno di lavoro ha dato davvero molti frutti, solo che non se n’è accorto praticamente nessuno: chi gestisce le Comunicazioni Sociali mi ha sempre vissuto come una minaccia incombente e non ha mai collaborato con me (anzi, se ha potuto, mi ha messo i bastoni fra le ruote): dunque non ho mai avuto un ufficio di riferimento, un direttore di riferimento, non mi è mai stata data autonomia decisionale, nè collaboratori validi. Ciò nonostante ho centrato tutti i miei obiettivi con successo. Il risultato? Non mi verrà rinnovato il contratto perché…non ci sono i fondi necessari…perchè “le Comunicazioni Sociali qui sono un feudo intoccabile”….perchè “ci sono dinamiche che tu non puoi sapere”…perchè infondo una volta fatto il sito diocesano non serve fare altro…eccetera, eccetera.

Da Animatore della Comunicazione e della Cultura ho dovuto ahimè constatare lo scollamento totale che esiste (almeno nel mio territorio, non voglio certo fare di tutta l’erba un fascio) tra ciò che viene indicato dalla CEI (con il Direttorio, con Testimoni Digitali,…) e una realtà (passatemi il termine) “di palazzo”, nella quale esistono solo preti-manager e logiche di potere per le quali il bene di una comunità, di una Chiesa passano in secondo piano. Si predilige una comunicazione vecchia e stantìa perchè ci sono “feudi” (come mi è stato detto) che sono intoccabili. Non si ascoltano i bisogni delle parrocchie, dei giovani, della gente che sta fuori dal palazzo per proteggere una classe dirigente ultrasettantenne che ci sta lasciando (come dice un mio giovane amico prete) una Chiesa agonizzante, una Chiesa destinata a spegnersi.

Si fa un gran parlare dell’aiuto dei laici, del loro contributo nei vari aspetti della Pastorale, ma poi si vive il loro servizio come una minaccia e non li si lascia liberi di agire e di consigliare.

In questo anno ho avuto modo di conoscere realtà diocesane davvero molto progressiste in varie parti d’Italia. Preti giovani che investono moltissimo sulla Comunicazione, coinvolgendo le loro comunità in modo deciso e facendo sì che le direttive del Vaticano non restino lettera morta ma diventino linfa vitale per la loro Chiesa.

La mia esperienza è ahimè molto più deludente e oggi mi domando come può fare una persona con capacità umane e professionali, con cultura e competenza, una persona che crede fortemente nel progetto che vede noi tutti Animatori della Comunicazione e della Cultura coinvolti, spezzare queste dinamiche vetuste che indeboliscono le nostre comunità, allontanando i giovani dagli oratori e dalle Chiese, gli sposi dal matrimonio cristiano, le famiglie dalla Catechesi.

Non conosco la riposta ma voglio credere che uno dei modi possibili sia la denuncia di queste dinamiche, nella speranza che qualcuno più in alto di noi faccia qualcosa.

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Sfida culturale

Posted by marilena marino On maggio - 31 - 2010 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

LA PAROLA: PERCHE’.

LA PRIMA RIFLESSIONE PARTE DA UNA PROFONDA CONSIDERAZIONE CHE MI HA ILLUMINATO NEL PROPORRE QUANTO ADESSO DIRO’:

PARTENDO DA UN’ ESPERIENZA DI VITA MOLTO PERSONALE CHE HA FORGIATO COL FUOCO PROPRIO I MIEI PRIMI ANNI FINO ALL’ ADOLESCENZA, E ANCHE QUELLI PIU’ AVANTI, HO SENTITO UNA IMPELLENTE SPINTA A DESCRIVERE COSA POSSA ESSERE ” AVERE LA POSSIBILITA”” DI AVERE UNA “PAROLA”E POTERLA METTERLA IN CIRCOLAZIONE;

GRAZIE AD UNA INIZIATIVA DEL MIO PARROCO DON FRANCESCO FONGO DI “APRIRE” UN CENTRO CULTURALE ALL’ INTERNO DELLE INIZIATIVE PARROCCHIALI NEL NOSTRO PAESE, RITENGO CHE ESSA SIA UN’ IDEA DAVVERO MERAVIGLIOSA, SEMPRE PERMETTENDO CHE LA CULTURA CHE SI VUOLE METTERE IN CIRCOLAZIONE SIA DI NETTO STAMPO CRISTIANO E DOTATO DI FORTI VALENZE EVANGELIZZATRICI:

STANDO ANCHE ALLE ULTIME RISPOSTE DATE AD ALCUNI GIOVANI CATECHISTI A ROMA, DAL PAPA BENEDETTO XVI, DURANTE LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU’, E’ VENUTA CHIARAMENTE A GALLA L’ ESIGENZA DI POTER RISPONDERE A QUESTA SOCIETA’ FORTEMENTE SECOLARIZZATA, CREANDO PROPRIO NELLE NOSTRE PARROCCHIE “NUOVE OASI DI CULTURA CATTOLICA”, ATTE A DIFFONDERE PERENTORIAMENTE IL MESSAGGIO EVANGELICO DI GESU’ CRISTO, SPERANDO ANCHE CON QUESTO DI SUSCITARE I NUOVI APOSTOLI DEL FUTURO.

UNA COMUNITA’ CHE NON SIA MORTA DEVE POTER GETTARE QUESTO SEME DI SFIDA CRISTIANA AI VARI E DISORIENTATI IMPUT SOCIALI CHE DESTABILIZZANO L’ UOMO, NON FACENDO PIU’ RICONOSCERE CHIARAMENTE DOVE E’ CRISTO E DOVE NON LO E’!

LA PAROLA: CHIAREZZA D’ INTENTI

” NON SIAMO STATI NOI AD AMARE DIO PER PRIMI, MA E’ STATO LUI DA SEMPRE CHE PER PRIMO CI HA AMATO” .

CON QUESTA PRIMA AFFERMAZIONE VOGLIAMO RICONOSCERE GIA’ UNA PRECISA CHIAVE DI LETTURA CHE CI FA EVITARE GIA’ L ‘ ERRORE DI CREDERE CHE SIAMO NOI COSI’ BRAVI E RELIGIOSI CHE ABBIAMO SCOPERTO DIO, MENTRE UN CERTO SENSO DI BENESSERE E GRATITUDINE CI METTE GIA’ IN UNA CONDIZIONE ATTA A CAPIRE CHE CIO’ DI CUI ABBIAMO SOLO BISOGNO, E’ DI APRIRE L ‘ ORECCHIO E ASCOLTARE LUI, CHE CI VUOLE PARLARE;

SE SOLO CONSIDERASSIMO QUESTO EVENTO GIA’ ECCEZIONALE, SICURAMENTE ANCHE TUTTO IL NOSTRO CORPO CAMBIEREBBE POSIZIONE E PERSINO UNO STATO DI PROFONDA ACCOGLIENZA, DAREBBE PIU’ TONO AL NOSTRO VISO CHE SI STUPIREBBE COME<QUELLO DI UN BAMBINO CHE SGRANA GLI OCCHI E SI METTE PRONTO COSA IL PAPA’ HA DA DIRGLI!

SIAMO SEMPRE PRESI DALLE NOSTRE FILOSOFIE E PUNTI DI VISTA, COSICCHE’ ANCHE LA DIFFICOLTA’ DI ASCOLTARE E’ DIFFICILE E SVANTAGGIOSA PER UN DIO CHE AMA PARLARE A NOI UOMINI E IL PIU’ DELLE VOLTE SI TROVA DAVANTI:

UN SOLDATO AGGUERRITO SULLE DIFENSIVE, INVECE CHE UNA CREATURA CHE ” PENDE DALLE SUE LABBRA” !

MA LUI NON SI SCORAGGIA E LE PROVA TUTTE PRIMA DI MOLLARE……….

LA PAROLA: IL CRISTOCENTRISMO

AL CENTRO LA SACRA SCRITTURA: IERI, OGGI, DOMANI, LA PAROLA DI DIO DEVE RAPPRESENTARE IL POLO D’ ATTRAZIONE VERSO CUI CONVERGONO TUTTE LE RISORSE UMANE INTELLETTIVE, ARTISTICHE, SOCIALI, CARITATIVE, E ALLO STESSO TEMPO ESSO AGISCE COME UNA FORZA DI GRAVITA’ CHE NON SUPERA GLI ALTRI EQUILIBRI, MA CHE, ANZI, LE TIENE INSIEME E IN EQUILIBRIO: RIAPPROPRIARSI DEL VANGELO E DELLE SACRE SCRITTURE, DOVREBBE DIVENTARE UN’ ATTITUDINE FAMILIARE, COME SE PER COMPAGNO PRINCIPALE DI VITA AVESSIMO SEMPRE QUESTO LIBRO CON CUI VIAGGIARE, DISCUTERE, INTERPELLARE….

CHE NON SIA SOLO PREROGATIVA DEI MAESTRI, USARE DIMESTICHEZZA CON LA PAROLA DI DIO, MA CHE ESSA ADEGUATAMENTE “SPEZZATA” PRIMA DAI MINISTRI DI DIO, POSSA DIVENTARE CIBO QUOTIDIANO SOPRATTUTTO PER I LAICI CHE VIVONO SPESSO DI TUTT’ ALTRO CIBO, NON E’ UN PECCATO, ANZI, PROPRIO PARTENDO DAI NOSTRI PADRI NELLA FEDE, COME IL POPOLO EBRAICO, LA “RUMINATIO”, LO SCRUTARE COSTANTEMENTE LA SCRITTURA, SI PUO’ SCOPRIRE CHE PER LORO E’ QUASI NORMALE PARLARE DI UN DIO CHE PARLA, MENTRE ANCORA PER NOI OCCIDENTALI, TROPPO SPESSO LA SCOPERTA DELLO STESSO VANGELO SI DELEGA TROPPO COMODAMENTE SOLO ALL’ OMELIA DOMENICALE DEL SACERDOTE;

SICURAMENTE SI SCOPRIRA’ L’ ACQUA CALDA CON QUESTE RIFLESSIONI, MA A VOLTE PROPRIO LE COSE PIU’ SCONTATE SI LASCIANO CORRERE E BASTEREBBE SOLTANTO RIANDARE ALLE RADICI DELLE ” SITUAZIONI”:

LA PAROLA:CHIAVE DI LETTURA

C’ E’ UN COMUNE DENOMINATORE IN TUTTE LE VARIE CONFERENZE CULTURALI A CUI HO ASSISTITO, TUTTE DEGNE DI RISPETTO, PER CARITA’, MA NE SONO SEMPRE USCITA COME INSODDISFATTA O, MEGLIO, UN PO’ PERPLESSA, ANCHE PERCHE’ , SPACCIANDOSI ESSE, A VOLTE, COME TAVOLE ROTONDE CON TEMI NOBILI COME ” LA PACE”, “IL CORPO , ECC., AVREBBERO VOLUTO DARE A CHI VENIVA AD ASCOLTARE DEI RISVOLTI CRISTANI, MA QUESTI MESSAGGI ERANO COSI’ SBIADITI E POCO CHIARI, CHE PECCAVANO DI INCISIVITA’: MI SON CHIESTA: PERCHE’ SI PARLA PRIMA DEI VARI ASPETTI DI UN PROBLEMA, CONDENDO LA PASTA CON VARIE TINTEGGIATURE CHE VANNO DALLA SOCIOLOGIA, ALLA FILOSOFIA, ALLA STORIA, E POI , FORSE, PER CASO, CI SCAPPA ANCHE IN MEZZO GESU’ CRISTO??

PERCHE’ NON VIENE DETTO CON CHIAREZZA IL MESSAGGIO EVANGELICO, PARTENDO PRIMA DALLA SCRITTURA E PO ARRIVANDO AD ALTRE CONSIDERAZIONI??

FORSE SARA’ UNA CONSIDERAZIONE DA POCO, MA CREDO CHE TUTTA QUESTA IMPOSTAZIONE E MODO DI FARE GENERI ANCORA PIU’ CONFUSIONE IN QUELLE PERSONE CHE CERCANO INVECE MESSAGGI CHIARI E LIMPIDI!

SOLO METTENDO AL CENTRO DI UN TEMA, DI UN DIBATTITO, DI UNA CONFERENZA CULTURALE LA PAROLA DI DIO, SI PUO’ DIPANARE TUTTA LA MATESSA DI IDEE CHE CI PORTIAMO DENTRO: DOVREBBE ESSERE ROVASCIATA L’ INTENZIONE!!

SE CREDIAMO CHE E’ DIO CHE PARLA, PERCHE’ VOGLIAMO PARLARE NOI PER PRIMI, RISCHIANDO DI FALSIFICARE IL MESSAGGIO CHE DIO HA DA PROPORCI NELLA SCRITTURA?!

NON VORREI CHE QUESTO MODO DI FARE CULTURA SIA PER I MODERNI FILOSOFI DEL TEMPO ANCORA UN TENTATIVO DI CUI L’ UOMO SI SERVE PER USARE DIO, COME NELL’ ANTICO SISTEMA DELLA RELIGIOSITA’ NATURALE, IN CUI SI CERCA DI TENERE BUONO IL SIGNORE PER INGRAZIARSELO E ACCONTENTARE, COSI’, UN PO’ DIO E UN PO’ L’ UOMO!!

LA PAROLA: PROPOSTA CULTURALE

QUESTA E’ UNA SOCIETA’ CHE SPINGE IL PEDALE AL MASSIMO SU TUTTI I NOSTRI TREND DI VITA, CHE CORRE VELOCISSIMA E CHE SEMBRA LASCIARTI A PIEDI SE NON CORRI AL PASSO CON LEI, MA E’ UNA SOCIETA’ ANCHE DA CUI NON BISOGNA FARSI INGANNARE, PROPRIO PERCHE’ TROPPO VELOCE E TUTTA UGUALE, PERCHE’ NON VUOLE DARTI IL TEMPO DI USARE IL CERVELLO CHE TI SERVE PER PENSARE E TIRAR FUORI L’ ORIGINALE CHE E’ IN TE, E NON LA COPIA!!

PROPRIO PERCHE’ COSTRUITA SU MESSAGGI SUB-LIMINALI, NON CHIARI, DIRETTI, MA CONSUMATI FRENETICAMENTE, NON VUOLE AVERE PUNTI FERMI DI RIFERIMENTO PROLUNGATI, PERCHE’ NON VUOLE PENSARE AL<TEMPO CHE PASSA E CHE SI PUO’ FERMARE, MA PROPRIO PER LO STESSO MOTIVO ESSA E’ LEGGERA E VAPORIFERA E CAMBIA CONTINUAMENTE ASPETTO A SECONDA DELLE MODE E DEI DIKTAT DEL MOMENTO;

E’ MEGLIO NON AVERE SPAZIO PER SOSTARE E , MEGLIO ANCORA, FARE MASSE OMOLOGATE E SENZA PARTICOLARI ORIGINALITA’ PER MEGLIO SFUGGIRE AL CONTROLLO DI SE STESSI, MENTRE IL CONTROLLO, C’ E’ GIA’ CHI HA INIZIATO A FARLO: LA NATURA STESSA, DI CUI L’ UOMO, DAPPRIMA DOMINATORE , ORA NE E’ INESORABILMENTE DOMINATO

SEMBRA UN MONDO ALLA ROVESCIA, E L’ UOMO CHE SEMBRA ESSERE COSI’ ALL’ AVANGUARDIA, NON SI RENDE CONTO CHE STA DIVENTANDO UN BURATTINO IN BALIA DEI PROPRI ISTINTI, CHE DA PADRONE DEL PARADISO TERRESTRE, DIVENTA UN SEMPLICE GIARDINIERE, E DA SIGNORE DELLA SUA TERRA, UN GARZONE DI MACELLERIA;

PER ANDARE DIETRO LE MODE, LA CREATURA NON SI RENDE CONTO DI ESSERE DA LORO MANIPOLATE E PERDE COSI’ LA SUA VERA DIGNITA’, E PREFERISCE ABDICARE AD ALTRI RE, PIUTTOSTO CHE PRENDERE LUI IL COMANDO DELLA SITUAZIONE!!

E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO E URGENTE, PER QUESTO, RICOMINCIARE DACCAPO, DALLE RADICI E TROVARE DEI PUNTI FERMI, SALDI, PROPRIO PERCHE’ SI OSCILLA A DESTRA E A SINISTRA, SENZA PIU’ UNA VERA BASE:

LE CERTEZZE FANNO PARTE DI QUESTE RADICI STORICHE DI CUI L’ UOMO NON PUO’ FARE A MENO IN QUESTA VITA, DAL MOMENTOCHE LA STESSA STORIA HA BISOGNO DI ESSERE SCANDITA DA CERTI PRECISI, REGOLARI MOMENTI:

LA STESSA CREAZIONE VIENE FUORI DAL CAOS E NOI VOGLIONO INVECE RITORNARE A QUESTO CAOS??

AVERE DEI PUNTI FERMI NON SIGNIFICA IRRETIRSI NEL BORGHESISMO MA DARE VOCE AD UN ORDINE PRESTABILITO DALLA PRESCIENZA DI DIO, PERCHE’ L’ UOMO DA SOLO SI PERDE SENZA QUEST’ ORDINE, NON LO SA AUTOGESTIRE!!

DIO HA TANTO AMATO IL MONDO E L’ UOMO , DESIDERANDO CHE EGLI NON SCENDA A COMPROMESSI CON CERTI VALORI FASULLI E INGANNEVOLI GHE GLI TOLGONO STIMA E DIGNITA’: MA COME POTRA’, LUI, ACCORGERSI DI SCIVOLARE FUORI DA QUESTE LINEE TRACCIATE DA DIO PER AMORE???

RIMETTENDO DIO AL PRIMO POSTO NELLA SUA VITA, TUTTO RIGIRERA’ PERFETTAMENTE, COME UNA RUOTA I CUI RAGGI FANNO CAPO AL CENTRO: CRISTO; CIO’ CHE VOGLIAMO FARE CON LA PAROLA DI DIO, RIPROPONENDO LA LETTURA DEL VANGELO E LA SUA SRUTATIO NELLE NOSTRE TAVOLE ROTONDE E NELLE NOSTRE CASE!!

LA MODA, LA DANZA, IL CANTO, LA CRONACA, IL CINEMA, TUTTO PUO’ E DEVE ESSERE RIVISITATO DALLA PAROLA DI DIO, NON IMPORTA SE SAREMO TRA LE TANTE VOCI CHE DICONO ALTRE COSE, MA NOI FAREMO LA NOSTRA PARTE

PER ESEMPIO, SAREBBE INTERESSANTE FARE UN ANALISI DI UN TESTO DI UNA CANZONE O DI UNO SPOT PUBBLICITARIO CHE TANTO INVADE CON LA TELEVISIONE LE NOSTRE CASE, E FAR VEDERE COME SAREBBE UN TESTO DI UN CANTO CON DIO E SENZA DIO, OPPURE, ANALIZZANDO UN MESSAGGIO CHE VIENE DA UN FILM, PER FAR VEDERE ALLA GENTE IL MESSAGGIO AMBIGUO CHE PUO’ VENIRNE FUORI, DOVE DIO MANCA COMPLETAMENTE E COME, INVECE, RIMETTENDO AL PRIMO POSTO LA PAROLA DI DIO, QUELLO STESSO MESSAGGIO SAREBBE TUTTO DIVERSO !!

SENZA VOLER FARE MORALISMI O INDOTTRINAMENTI DI SAPIENZA, PENSO SIA IMPORTANTISSIMO DARE ALLA GENTE DELLE CERTEZZE: CHE DIO ANCORA PARLA NELLA STORIA, CHE VUOLE SOLO IL BENE DELLA SUA CREATURA, CHE NON E’ VERO CHE IL MALE E’ PI’ FORTE, CHE TUTTO E’ LECITO E CHE TUTTO SI PUO’ FARE, TANTO NON C’ E’ NIENTE DI MALE!!!

LA PAROLA: LA CONTROPROPOSTA

COMPITO PRINCIPALE DI QUESTO CENTRO CULTURALE E’ POTER STRAPPARE L’ UOMO DA QUESTA MENZOGNA PRIMORDIALE, CHE E’ L’UOMO CHE SI FA A IMMAGINE DI SE STESSO, SBANDANDO OGNI VOLTA SU MODELLI CHE NON LO RAPPRESENTANO DEGNAMENTE IN QUANTO CREATURA DI DIO E CHE IN QUANTO TALE DOVREBBE METTERE AL CENTRO DELLA SUA VITA PRIMA DIO: ACCETTARE SI’ LE PROPOSTE CREATIVE UMANE, MA SAPER DARE VOCE ANCHE ALLA CONTRO PROPOSTA PER CONTROBATTERE VALORI CHE NON SONO PER NIENTE CRISTIANI E SI SPACCIANO PER TALI!

UN CAMPO VASTO PUO’ ESSERE PRESO IN CONSIDERAZIONE CRISTIANAMENTE, PER ESEMPIO, LA FAMIGLIA, LA DONNA, COME QUESTA PUO’ RITROVARE PIU’ PIENAMENTE SE STESSA ATTRAVERSO IL MODELLO DELLA VERGINE MARIA, LA DONNA PER ECCELLENZA, OPPURE RITENTARE DI RIPROPORRE IL LIBRO DEI SALMI COME PREGHIERA USATA ANCHE DA GESU’, COME CANTI NELLE CHIESE O PER ESSERE ATTUALIZZATI COME PAROLA DI DIO SOTTO I PIU’ VARI ASPETTI, ECC.

ANCORA PER ESEMPIO, PER INCITARE I LAICI ALLE COLLATIO O ALLA RIFLESSIONE COMUNE NEI RITIRI, NON VIENE MOLTO FATTO USO DEL VERO E PROPRIO TESTO DELLA SACRA SCRITTURA, ACCONTENTANDOSI SOLO DI FORNIRE AI PRESENTI IL VERSETTO STAMPATO DEL TESTO SU DI UN FOGLIO……

PERCHE’ NON DIFFONDERE CON PIU’ AMORE E DEVOZIONE L’ AMORE PER LA PAROLA E IL SUO STUDIO, INCITANDO PROPRIO LE PERSONE ANCHE PIU’ VICINO ALLA PARROCCHIA, A TENERE SEMPRE CON SE’ QUESTO PREZIOSISSIMO LIBRO DI NOSTRO SIGNORE??

LA VERITA’ CHE GESU’ SI AMA ANCORA POCO E POCO LO SI CONOSCE, PER QUESTO LA BATTAGLIA E’ UN PO’ ARDUA, MA CRISTO INSIEME A MARIA SONO LA NOSTRA GUIDA!!!

LA PAROLA: ANDARE ALLE RADICI

LA RIFORMA CULTURALE RIPARTE DALLE RADICI, DAL BASSO, DAL PICCOLO, DAL DI DENTRO, DALL’ AMORE PER LA VERITA’ E LA LIMPIDEZZA; LA VERACITA’ DELLA PAROLA SCAVA NEL MIDOLLO COME UNA SPADA A DUE TAGLI E ANCHE SE MOLTO POTRANNO I SAPIENTI E I TANTI FILOSOFI DI QUESTO MONDO, ESSA ARRIVERA’ COMUNQUE LA’ DOVE DEVE ARRIVARE: ALL’ UOMO, PERCHE’ E’ PER L’ UOMO CHE E’ STATA MANDATA DAI CIELI E NON RITORNERA’ SENZA AVER PRODOTTO I SUOI EFFETTI E SENZA AVER OPERATO CIO’ CHE DIO DESIDERA: IL BENEDELL’ UMANITA’, LA SUA PROMOZIONE, LA SUA LIBERTA’, LA SUA PIENEZZA DI VITA, LA SUA FELICITA’;

LA PAROLA E’ UN BENE ASSOLUTO PER L’UOMO E UNA GIOIA PER DIO CHE LO HA CREATO POCO MENO DEGLI ANGELI E TUTTO HA POSTO AI SUOI PIEDI!!

C’ E’, QUINDI, NECESSITA’ DI RIPERCORRERE TUTTE LE VARIEGATE ESPRESSIONI DI FEDE NELLA SANTA MADRE CHIESA , RIMETTENDO AL CENTRO IL MESSAGGIO CONTENUTO NELLA PAROLA DI DIO, RIATTUALIZZANDO E RIFACENDO NUOVE ANCHE LE VARIE PROPOSTE CHE POSSONO VENIRE DA QUESTO CENTRO CULTURALE:

NON SONO VENUTO AD ABOLIRE LA LEGGE, MA A PERFEZIONARLA, DICE GESU’, E COME LE GIARE DI PIETRA CHE A CANA ASPETTAVANO DI ESSERE RIEMPITE DI VINO NUOVO, ANCHE LA CHIESA ASPETTA DI RIPARTIRE DALLE RADICI DEL CRISTIANESIMO, QUANDOLA PRIMA COMUNITA’ DEGLI APOSTOLI SI RIUNIVA INTORNO ALLA MENSA DELLA PAROLA E DELLA EUCARESTIA, METTENDO AL CENTRO DELLA SUA VITA CRISTO CHE , SOLO, AVEVA PAROLE DI VITA ETERNA!

ORA, FORSE, CI SONO TROPPE TAVOLE E TROPPI CIBI SUCCULENTI E OGNUNO NON SA COSA SCEGLIERE, MA MARIA, DONNA DEL VINO NUOVO CI INDICA UNA PRECISA VIA: L’ ASCOLTO COSTANTE E IRRINUNCIABILE DELLA PAROLA DEL FIGLIO , LA SOLA CHE SALVA E GUARISCE!!

ASPIRIAMO AI CARISMI PIU’ ALTI! ALLA CARITA’, ALL’ AMORE CHE GESU’ AVEVA PER LA SUA AMATA CHIESA, CHE OGGI VUOLE RIVEDERE VIVA, BELLA, CON UN ABITO NUOVO E SENZA TOPPE, CHE RITORNI CON NOSTALGIA AL CUORE, AL SUO PRIMO AMORE!

QUANDO C’ E’ AMORE E SPIRITO DI SERVIZIO PER LA CHIESA, ALLORA, COME UN FIGLIO NUTRITO DA TANTO SUO AMORE, A SUA VOLTA NON SENTE FATICA A PRESTARE ALLA SUA GENITRICE, UNA DEDIZIONE INCONDIZIONATA, UMILE E GRATUITA

NOI SIAMO E DOBBIAMO ESSERE QUESTI FIGLI DELLA GRATUITA’ E NON DEL DOVERE;

PER AMORE, E SOLO PER AMORE NON POSSIAMO ASTENERCI DAL RENDERE SERVIZIO ALLA VERITA’, PERCHE’ NOI SIAMO QUESTO TEMPO, E NON C’ E’ N’ E’ UN ALTRO: ADERIAMO CON TUTTE LE FORZE A QUESTO PROGETTO CULTURALE, IN DIFESA DELL’ UNICA VERITA’ CHE E’ CRISTO, COOPERANDO AL MERAVIGLIOSO RISVEGLIO PASQUALE DELLA CHIESA E OFFRENDO COME QUELLA DONNA AI PIEDI DI GESU’ IL PROFUMATO SERVIZIO DEI NOSTRI CUORI E DELLE NOSTRE MANI, DELLE NOSTRE INTELLIGENZE, DELLE NOSTRE GENIALITA’ NASCOSTE E DEI NOSTRI CAPELLI INTRISI DI PIANTO, E QUANDO TUTTI GRIDERANNO CHE E’ MEGLIO ESSERE SERVITI E NON SERVIRE, NOI GRIDEREMO PIU’ FORTE CON TUTTA LA CHIESA: VI ASPETTEREMO IN GALILEA, GESU’ E’ RISORTO, ED E’ LI’ CHE CI ASPETTA!!!

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Il giornalismo, la democrazia, la legalità.

Posted by Sergio Scacchia On maggio - 3 - 2010 ADD COMMENTS

di Sergio Scacchia

In provincia di Teramo in Abruzzo, i comuni costieri di Roseto, Giulianova, Pineto, in collaborazione con Società Civile Onlus e l’associazione culturale “Enzo Biagi” organizzano dal giorno 6 al 15 maggio 2010 la prima edizione del Premio Nazionale “Giuseppe Fava” per il giornalismo, la democrazia e la legalità.
Il Premio ha ottenuto l’Alto Patronato e la Targa speciale del Presidente della Repubblica e i Patrocini della F.N.S.I., Ordine dei giornalisti e Co.re.com. Il comitato organizzativo è presieduto dal giornalista Sandro Ruotolo. Garanti del Premio, saranno i giornalisti Maurizio De Luca e Lirio Abbate, il Presidente della Onlus “Ammazzateci tutti” Aldo Pecora. L’organizzazione è affidata all’Associazione Società Civile Abruzzo.
Il Premio si articolerà in dieci giornate che daranno la possibilità a studenti e cittadini di ascoltare le testimonianze di alcuni dei principali nomi del giornalismo italiano e testimoni del mondo della legalità e avrà come obiettivo quello di accendere e suscitare nei giovani, attraverso incontri con personalità di rilievo, dibattiti con testimoni del nostro tempo, libri, immagini e spettacoli di denuncia, quell’interesse critico e quella curiosità che ha sempre contraddistinto il lavoro di quegli “eroi in borghese”, punto di riferimento di una società che ha, come non mai, bisogno di legalità.
Il Premio è stato concepito per divenire un evento permanente e vitale, capace di preservare l’eredità umana e l’idealità sociale e civile delle personalità più nitide della cultura italiana del nostro secolo, che si sono sempre battute per un giornalismo libero e foriero di verità, in difesa dei valori costituzionali, della democrazia e della legalità nel nostro Paese. Un richiamo volutamente rivolto anche alle Istituzioni per sollecitare quel senso di responsabilità per la cultura e la memoria, per la libertà e la democrazia, per la tutela dei valori e delle tradizioni del miglior giornalismo italiano, ovvero di quei principi che soggiacciono alla società umana, e che sono accomunati da un senso di “urgenza collettiva”. Il giornalismo, infatti, non dovrebbe mai allontanarsi dalla società cui si riferisce: il suo senso di responsabilità muove senz’altro dalla parte più lodevole del nostro passato e passa proprio per la sua presenza e la sua capacità di evocare una parte del futuro di questa nostra Italia.
Il Premio vuole essere anche un omaggio a quanti svolgono la propria professione da uomini liberi, con indipendenza, coraggio e libertà; con impegno e senso etico non comuni; con animo sereno, spirito di verità e di umanità; di chi vuol rendere un importante servizio al cittadino e al Paese.
Per aumentare il grado di consapevolezza e stimolare il dibattito sui temi della libertà di informazione, la democrazia e la legalità, i riconoscimenti saranno assegnati ogni anno a quanti si sono particolarmente distinti per impegno professionale, sociale e umano, vero, fatto con coraggio, scrupolo e dignità. Premio per la democrazia e la legalità vuol essere anche un momento di denuncia di quanti svolgono il ruolo di giornalista nelle periferie dell’informazione, mentendo, vendendo l’anima e strisciando per non inciampare.
La manifestazione mira, anche, a essere un palcoscenico importante per discutere e riflettere sullo stato dell’informazione, gli effetti collaterali del giornalismo televisivo e la libertà di stampa.
Il tutto per arrivare a capire, di più e meglio, la complessità degli eventi e dei mondi che ci circondano e per sostenere la necessità di un’informazione intelligente, capace di guardare in profondità e riflettere sugli eventi, svelando e raccontando sempre, ogni possibile verità.
Tutto il programma dei dieci giorni del Premio “Giuseppe Fava” sul sito http://societa-civile.blogspot.com/

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L’Impronta Digitale di Dio

Posted by marilena marino On maggio - 1 - 2010 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Nel web possiamo avere la possibilita’ di monitorare la vita dei nostri amici assumendo quasi una corporeita’, con la speranza che queste relazioni non finiscono ma si aprono al futuro con un grado di complicita’ e comunione che è anche terapeutico: nelle relazioni ipersociali puo’ essere aumentata la sicurezza e la gratificazione in un tipo di rapporto scambievole che crea fiducia, intimita’ e dove si arriva persino ad avere ” cura dell’altro”. L’ambiente dove si naviga e dove si “sta” puo’ essere continuamente riconfigurato e adeguato in un processo dinamico e in movimento: é possibile ritrovare nel modo in cui si aggiornano i profili su facebook come un “recupero ” del tempo, una forma di nostalgia che viene recuperata insieme ai documenti, foto, dati e altre notizie personali.

Diceva qualcuno: “Io non ho fede, ma posso ritrovarla negli altri perchè posso vedervi l’ impronta digitale di Dio!” .E’ vero, oggi c’è il pluralismo che puo’ senz’altro minare la fede e occorre una vera adesione personale: L’ambiente sociale corrisponde all’ambiente mediale. La piazza, l’Agora’ libera, aperta, senza nessun senso di privato, ci ricorda l’ Areopago di Atene di S Paolo: occorre in questo senso “sintonizzarsi sugli interessi degli altri”.  In questa ” mediapolis” si soffre anche di una certa “kakofonia”, cioè di uno spazio dell’ invasivita’ con 1000 voci dissonanti, dove aleggia un forte pericolo di relativismo e percio’ occorre  nel web un bisogno di rieducazione e promozione umana, di dignita’ e di ” carità intellettuale”, come dice il Papa.

Internet è un campo di battaglia  off line e on line pieno anche di interessi aggressivi, per questo la Chiesa deve proporre con mezzi propri l’ Evangelizzazione. Secondo l’ Enciclica Caritas in Veritate, urge una giustizia distributiva  e una critica sociale: la coscienza di vivere in un mondo globalizzato ci fa stare in un teatro globale dove tutti sono coinvolti nelle umane vicende. C’è sotto questo aspetto un carattere universale della Chiesa. ” Tutto mi riguarda”..occorre quindi il volto della Chiesa che sia testimonianza. La Chiesa è per tutti e c’è un lavoro per ognuno da protagonisti!

Qual’è la sfida, allora? Vivere bene nel tempo della rete, connessi in modo fluido, etico e naturale: internet è ormai un ambiente di vita che chiede di essere abitato e organizzato.Fede e rete: la sua comprensione nella logica del web. Che punti di contatto? Come la rete e l’ evoluzione cambia la Teologia? Prima l’uomo si orientava come una bussola verso Dio ed era piu’ facile. Oggi la bussola si è trasformato in un decoder e non serve reperire il messaggio, occorre discernere e rendere ragione della speranza, credere e incarnare la fede! La Teologia spirituale ha la chiave, non quella morale! La Fede come atto intelligente che da’ a Dio il proprio consenso.

La rete è un modello di Chiesa? Se pensiamo alla famosa parabola della vite e i tralci, forse si’: l ‘importante è che la Chiesa accompagni l’uomo nella relazioni nel web, dal momento che  la Testimonianza in rete è un contenuto generato dall’ utente ( user-generacted- concact). La stessa puo’ essere un dono per il cattolico, quando essa è ” bucata”. Non solo l’amicizia, ma il luogo, lo scambio o anche mercato (free-way, social network) nel peer to peer ( io ricevo qualcosa che fa piu’ ricco e lo condivido in una sorta di economia ).

La rete è anche una grazia che favorisce la formazione di una nuova “mentalita’” (gratuita’-freebie) ( prendere liberamente). La grazie si diffonde peer to peer, percio’ la rete deve diventare ” luogo di comunione”. infine una immagine bellissima degna dell’ Apocalisse di s. Giovanni: un nuovo sistema nervoso planetario, la noosfera, intesa come attivita’ intellettuale e spirituale, una splendida attrazione magnetica di Cristo e le menti umane, sociali e di rete. Si’, proprio l’ impronta Digitale di Dio!

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Internet candidato al Nobel per la pace

Posted by Matteo Maria Giordano On febbraio - 26 - 2010 5 COMMENTS

Abbiamo finalmente capito che Internet non è una rete di computer, ma un intreccio infinito di persone.

Uomini e donne, a tutte le latitudini, si connettono tra loro, attraverso la più grande piattaforma di relazione che l’umanità abbia mai avuto.

La cultura digitale ha creato le fondamenta per una nuova civiltà. E questa civltà sta costruendo la dialettica, il confronto e la solidarietà attraverso la comunicazione.

Perchè da sempre la democrazia germoglia dove c’è accoglienza, ascolto, scambio e condivisione. E da sempre l’incontro con l’altro è l’antidoto più efficace all’odio e al conflitto.

Ecco perchè Internet è strumento di pace.

Ecco perchè ciascuno di noi in rete può essere un seme di non violenza.

Ecco perchè la Rete merita il prossimo Nobel per la pace.

E sarà un Nobel dato anche a ciascuno di noi.

Così recita il manifesto di Internet for Peace, la campagna promossa dalla rivista Wired che mira all’attribuzione del premio Nobel per la pace alla grande Rete digitale. Difficile aggiungere qualcosa a quanto già enunciato nel manifesto di questa campagna: che se ne parli bene o male, Internet ha sicuramente cambiato il nostro modo di pensare, di agire, di lavorare, di relazionarci; porta in sè il seme di una rivoluzione culturale senza precedenti, dischiude orizzonti fino a pochi decenni fa impensabili. Certo la possibilità di controllarlo e governarlo completamente è ancora lontana e questo può dare vita purtroppo anche a risultati estremamente negativi. Infondo Internet è espressione di libertà d’opinione per antonomasia. Ma, come per tutti gli strumenti, anche dietro Internet c’è l’uomo e la sua capacità di fare il bene o il male, di utilizzare questi strumenti per scopi alti oppure bassi…è il vantaggio ed il peso del libero arbitrio. Quando però l’uomo è mosso da valori positivi può fare la differenza, può cambiare il corso della storia. Perciò se saremo sempre di più ad utilizzare questo straordinario strumento come mezzo di sviluppo sociale e culturale e come vera rete che supera i confini territoriali stringendoci in un unico abbraccio con popolazioni anche lontanissime da noi, avremo fatto molto di più che digitare un indirizzo o inserire un ipertesto. Avremo contribuito a rendere migliore questo mondo per noi e per le generazioni a venire e forse, come recita il manifesto di Internet for Peace, ci saremo guadagnati anche un pezzettino di quel premio Nobel che ci auguriamo tutti la Rete possa presto ottenere.

www.internetforpeace.org

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Intevista a Don Paolo Padrini, ideatore dell’IBreviary

Posted by Giovanni Ronzoni On febbraio - 25 - 2010 ADD COMMENTS

- Come è nata la tua passione per la tecnologia?

Risposta:
La mia passione per la tecnologia nasce negli anni giovanili nei quali un po’ come tutti i ragazzi della mia età mi sono trovato ad utilizzare prima di strumenti tecnologici in ambito scolastico e poi gli stessi strumenti in modo personale per il divertimento e come passatempo.
Naturalmente proseguendo gli studi prima come geometra e poi do teologia con l’ingresso in seminario, la tecnologia è entrata a far parte in modo più serio della mia vita quotidiana. Soprattutto Internet è un mondo nel quale mi sono subito buttato con passione avendo personalmente sempre avuto un grande desiderio di comunicare: sono stato abituato fin da giovane a pormi sempre questa domanda: “mi sono fatto capire? La gente che mi ascolta, che sente le mie prediche, che incontro per strada, è in sintonia con me le mie parole, comprende il mio pensiero?”
Insomma, ho sempre coltivato una grande passione per il comunicare e per le relazioni con i miei fratelli e le mie sorelle. Passione che non poteva non trovare un grande campo di azione nell’evangelizzazione e nella catechesi anche attraverso i nuovi media elettronici.

- Quel’è stata la prima volta che hai unito tecnologia e missione sacerdotale?

Risposta:
La prima volta che ho unito tecnologia e missione sacerdotale è stata nella realizzazione della mia tesi di licenza in conclusione degli anni di studio romani presso la Pontificia Università Lateranense. La mia tesi mi ha portato a realizzare un uso cosciente ed un approfondimento di studio notevole su uno strumento particolare nell’ambito dei nuovi media: le chat line.
Non posso però non individuare come primo momento forte e concreto di questa unità tra tecnologia e missione, la realizzazione dell’applicazione per iPhone iBreviary. Quest’applicazione è stata un vero e proprio campo di prova nel quale unire le mie competenze di comunicatore, la mia passione per la tecnologia e di desiderio di mettere queste cose al servizio della parola di Dio e della catechesi.

- Sei conosciuto in tutti il mondo per IBreviary, applicazione per IPhone. Come è nata quest’idea di coniugare preghiera e tecnologia?

Risposta:
L’idea di questa applicazione per iPhone è nata pensando proprio allo strumento del breviario: uno strumento nato proprio per rendere mobile la preghiera. Esso è infatti una sintesi delle preghiere più importanti ad uso di chi doveva muoversi e non poteva permettersi di trasportare con sé grandi moli di libri. Da questa intuizione è nata l’idea di portare il breviario sulla iPhone facendo sperimentare all’utente nuovamente La possibilità di crearsi uno spazio per Dio, un momento di riflessione e di preghiera in qualsiasi luogo egli si trovi.

- Sua Santità Benedetto XVI ha scelto come tema per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: <>. Cosa ne pensi?

Risposta: Penso che il tema lanciato dal Papa sia molto attuale e molto coraggioso. Molto attuale poiché il tema della evangelizzazione e dell’annuncio attraverso i nuovi media sta molto a cuore a molti operatori, siano essi laici religiosi non sacerdoti. Da questo punto di vista la comunità cristiana ed anche la Chiesa italiana sono molto vive: sono molte le esperienze di sacerdoti che comunicano on-line o di gruppi laicali che sfruttano la rete per creare partecipazione e condivisione anche su grandi temi della vita cristiana. Su questo tessuto già vivo e attivo si è inserito così il messaggio del Papa che sprona il sacerdote a vivere la propria vita considerando il valore positivo dei luoghi “virtuali” abitati e vissuti dai giovani. Penso perciò che il messaggio del Papa sia davvero provvidenziale e prosegua una strada di ottimismo riflessivo e maturo circa l’approccio della Chiesa ai nuovi media digitali.

Ringraziamo don Padrini per la disponibilità.
Giovanni Ronzoni, inviato per NOBELL.IT

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