di Sergio Scacchia.
“Mi pregava con lo sguardo di non abbandonarlo…posai la mano sul cuore…i suoi occhi si bagnarono di lacrime e gemette forte…”.
Sono le parole di Gesù che racconta la morte di Giuseppe, in una delle fonti apocrife più famose al mondo. Parole ispiranti grandi pittori che hanno raffigurato gli ultimi istanti della vita del padre putativo di Cristo, come quelli di un essere semplice dall’umanità toccante e diretta.
Dio non gli permette di vedere neanche un miracolo del Figlio e, nonostante ciò, muore sereno e la devozione popolare lo incorona come “patrono della buona morte”, protettore dei moribondi.
La figura del santo è tratteggiata nei Vangeli solo in brevi citazioni di Matteo e Luca, nel Proto evangelo di Giacomo e in alcuni testi greci e d’immaginazione popolare che addirittura regalano leggende anche fuori luogo su quest’uomo discreto.
Una in particolare racconta di un ladrone morente che bussa alla porta del Paradiso, è cacciato da San Pietro per i terribili peccati commessi in vita e difeso proprio da San Giuseppe che minaccia di abbandonare il Paradiso se il Signore non lo accontenta, salvando l’anima del delinquente pentito.
Il culto per il patriarca, in Occidente, si sviluppa relativamente tardi, grazie a predicatori eccelsi come San Bernardino da Siena. Da quel momento nasce un crescente moto di devozione che culmina nella decisione di Pio IX di proclamarlo come patrono della Chiesa universale.
Giuseppe è l’uomo silenzioso che nel Vangelo non parla mai, ma nello stesso momento è anche l’obbediente a Dio che orienta la sua vita su flebili tracce dettate da sogni ricorrenti nei momenti più decisivi dell’infanzia di Gesù .
Capo della Sacra Famiglia, si pone al servizio del Cristo con una dedizione totale, assumendosi tutte le responsabilità dell’essere padre, rinunciando alle più legittime aspirazioni di un marito. Ecco perché diventa il modello ideale di uomo del Vangelo, di colui il quale, obbedisce docilmente alla volontà del Signore.
Con la sua vita regala una catechesi dell’umiltà, insegnando che per seguire il Cristo non occorrono cose grandi, ma solo virtù semplici, una vera e autentica carità.
Ovunque nel mondo, San Giuseppe è invocato in tante manifestazioni della vita: in Scozia, dove si prega nel suo nome per il bel tempo che genera buoni raccolti, in Sicilia, dove si organizzano banchetti per i poveri per sciogliere voti di buoni matrimoni. Patrono della famiglia, dei falegnami, degli artigiani, dei lavoratori in genere, San Giuseppe è particolarmente venerato in terra abruzzese.
A San Martino sulla Marrucina, non lontano da Guardiagrele, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, è ancora usanza celebrare lo sposalizio di San Giuseppe con il Bambino in braccia incorniciato di fiori e la Vergine Maria di Nazareth, avvolta nel suo manto celeste.
Il sacerdote, che indossa la pianeta delle solennità religiose, celebra le simboliche nozze, tra folle di fedeli in raccoglimento e cantori e musicisti che cantano e suonano le strofe raccontanti la vita del santo. I fedeli toccano con le mani le statue degli sposi e ricevono i celebri confetti di Sulmona. Al termine della celebrazione, la processione diventa un vero e proprio corteo nuziale. Le statue sono portate a spalla per tutto il paese, tra lanci di fiori e caramelle. Nei giorni a seguire, ai piedi delle statue degli sposi santi, si benedicono i pani e il vino, rinnovando una delle tradizioni più antiche d’Abruzzo, quella dei ragazzi che si recano di casa in casa a distribuire le pagnotte, in segno di augurio per tutti gli abitanti del paese.
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