“Che cosa significa la parola «decente» applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa” (Caritas in veritate, 63).
Sono le parole utilizzate da Papa Benedetto XVI nella sua terza Enciclica “Caritas in veritate” pubblicata il 29 giugno 2009. Il Pontefice pone la sua attenzione sul diritto al lavoro di ogni uomo, riferendosi in modo particolare alla difficile condizione degli immigrati. Forse a qualcuno il termine “decente” in ambito lavorativo non dice nulla, eppure è proprio l’assenza di questa dignità operaia che pone la nostra società di fronte a mille contraddizioni.
Non possiamo dimenticare, infatti, gli incresciosi avvenimenti susseguitisi nel gennaio scorso a Rosarno, in Calabria. Sfruttamento, salari insufficienti e alloggi precari sono state le motivazioni che hanno scatenato la violenta protesta di molti africani residenti a Rosarno che lavorano, in condizioni vergognose e disumane, nel settore agricolo della provincia calabrese.
Nella famosa tragedia di Euripide (Medea) leggiamo una considerazione molto attuale per il nostro tempo: “Non è giusto disprezzare chiunque tu abbia veduto senza averne sperimentato l’animo chiaramente e senza averne ricevuto l’offesa. L’ospite deve adeguarsi alla città che lo ospita, ma non è lodabile che chi ci ospita ci tratti acerbamente per sua tracotanza o difetto di conoscenza”.
Sulle migrazioni valgono molte valutazioni, a carattere storico, sociologico o politico. Vale anche sottolineare, che non è possibile ignorare tale fenomeno né, tanto meno, demandarlo alla sola competenza territoriale affidata alle leggi dello Stato. E’ necessario poter guardare i limiti della propria diversità e quella altrui (etnico-religiosa che sia) con maggiore tolleranza e soprattutto con la capacità di accogliere ogni distinzione culturale, di nazionalità o di religione con la responsabilità civile e personale che è patrimonio storico e ontologico di ogni uomo e civiltà.
Le pagine della Sacra Scrittura, a tal proposito, documentano un episodio particolare vissuto dai componenti della sacra Famiglia. Immediatamente dopo la nascita di Gesù, l’evangelista Matteo racconta, infatti, che «un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”» (Mt 2, 13). La santa Famiglia di Nazareth è dunque costretta ad allontanarsi dalla propria patria per stabilirsi in Egitto, ripetendo così l’esperienza dell’esilio e della deportazione dell’antico popolo di Israele a Babilonia. Giovanni Paolo II, in occasione del viaggio apostolico in America Latina, ebbe a dire a questo proposito: «Il Signore… volle anche assumere, con sua Madre santissima e san Giuseppe, questa condizione di emigrante, fin dall’inizio del suo cammino su questo mondo. […] La fuga improvvisa, l’attraversamento del deserto con i precari mezzi disponibili, e l’incontro con una cultura differente, mettono sufficientemente in rilievo fino a che punto Gesù ha voluto condividere questa realtà, che non poche volte accompagna la vita dell’uomo. Quanti emigranti di oggi e di sempre, possono vedere la loro situazione riflessa in quella di Gesù, che deve allontanarsi dal suo paese per poter sopravvivere! […] Ogni situazione di emigrazione si lega intimamente con i piani di Dio. Ecco, quindi, la prospettiva più profonda nella quale deve essere considerato il fenomeno dell’emigrazione» (Argentina, 9 aprile 1987).
Sono ancora tanti i pregiudizi, le paure e le ostilità nei confronti degli immigrati. Nella Chiesa però nessuno può essere considerato straniero, “Rendetevi conto – continuava con estrema schiettezza Giovanni Paolo II – che questa paura e questi pregiudizi non hanno altro fondamento che il proprio egoismo”.
Cristo chiede di essere riconosciuto in ogni uomo, «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35). L’immigrato può non essere considerato il “forestiero” a cui Gesù con esplicita determinazione fa riferimento?
Gesù, inoltre, per santificare il suo popolo, offre se stesso e muore in Croce fuori della porta della città di Gerusalemme, “come un forestiero”, senza un vero e proprio diritto di cittadinanza. Così San Paolo ammonisce: «Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13, 13-14).
Nessuno si affanni… dopotutto «noi siamo stranieri e pellegrini come i nostri padri» (1 Cr 29, 15).


