Thursday, 9 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

L’intelligenza del cuore e la sacralità del corpo

Posted by michelangelo On settembre - 7 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

‘Quale grazia sarà mai se in un corpo così bello non c’è neppure un granello di sale?’ (Catullo). E’ un’intelligente provocazione che si adatta bene ai modi di essere e di pensare del nostro tempo sempre più drammaticamente trasgressivi. Questa iniziale osservazione entra immediatamente in conflitto con il saggio-inchiesta di Carmelo Abbate – “Babilonia”, Viaggio nell’Italia del sesso, edito dalla Piemme – che racconta le abitudini sessuali, devianti e trasgressive, di “alcuni” italiani. Un itinerario narrativo raccolto in trecentoventi pagine che, dai club privé alle vacanze erotiche, attraversa tutta l’Italia per svelare i retroscena di un vertiginoso e ricco giro d’affari. Ne viene fuori, purtroppo, l’immagine degradante dell’italiano medio, patologicamente depresso e sessualmente insoddisfatto; una dinamica relazionale di coppia (tra marito e moglie) dimessa e irresponsabile; una corporeità femminile e maschile priva di vitalità interiore.

Siamo tutti davvero così? Sesso-dipendenti, esclusivamente inclini agli istinti sessuali?

Le relazioni tra l’uomo e la donna (anche quelle sessuali) non hanno invece bisogno di un respiro molto più ampio e di un luogo migliore per incontrarsi?

C’è in ogni uomo un’intelligenza del cuore (che non esiterei a definire “tenerezza”) che non bisognerebbe mai mortificare e verso cui imparare a scommettere con maggior intensità e responsabilità. Il nostro corpo non è un oggetto che possiamo stropicciare e offendere a seconda delle circostanze della vita o dei propri istinti sessuali. Usare il corpo di un altro vuol dire, quasi sempre, entrare nel suo stesso “io”. Ciascuno di noi, infatti, può esprimere se stesso anche attraverso la propria fisicità. Perfino il più piccolo stato d’animo, come per esempio la gioia o la tristezza, viene registrato nel nostro corpo e mostrato attraverso il corpo stesso con un sorriso o uno sguardo mesto.

L’unione sessuale di due corpi può esprimere addirittura due realtà assolutamente e drammaticamente opposte. Ci si può donare all’altro (amandosi) col desiderio di diventare con lui una cosa sola e di appartenergli sempre, nell’anima e nel corpo; oppure (tecnicamente in modo analogo) si può pretendere di possedere il corpo dell’altro per esprimere attraverso la violenza e la sopraffazione la conquista di uno squallido potere o di un mero piacere personale. Si annullano così nella persona offesa i valori principali della dignità umana, della libertà e dell’integrità del proprio corpo, trasformandola in un oggetto del proprio godimento.

I nostri giovani hanno bisogno di imparare questa “tenerezza del cuore”. Bisogna aiutarli a comprendere che la vera sessualità è dono di sé all’altro e fecondità che nulla ha da spartire con le mode trasgressive del nostro tempo.

Una volta non era così, ma oggi molti giovani hanno paura di stringere legami duraturi con la persona della quale si sono innamorati. Non sembrano molto disposti a pronunciare seriamente quella particolare ed intramontabile espressione che fa dire l’uno all’altra: “Ti amerò per sempre”. I problemi della nostra società, la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e duraturo, la drammatica esperienza del divorzio vissuta da alcuni dei loro genitori, hanno in qualche modo scoraggiato i nostri giovani a compiere scelte decisive e definitive come quella del matrimonio. Si preferisce allora fare esperienze d’amore a breve termine e libere da ulteriori responsabilità.

L’altro non è il terreno delle nostre personali passioni, ma un luogo che possiamo definire sacro. ‘Per questo – scriveva Papa Ratzinger nella sua prima Enciclica –  l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende’.

Il Cuore vulnerabile di Cristo

Posted by michelangelo On giugno - 28 - 2010 2 COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Liturgicamente il culto del Sacro Cuore di Gesù (celebrato nel mese di giugno) nasce nel XVII secolo, precisamente con S. Giovanni Eudes (1601-1680) e Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690). Nel 1928 – in seguito ad altre approvazioni pontificie – Pio XI dà a questa festività un’ importantissima dignità liturgica promulgando l’enciclica Miserentissimus Redemptor.
Perché la Chiesa ha solennizzato questo culto? Che cosa vuol dire per il cristiano contemplare il Cuore di Gesù? Rispondiamo a queste domande rileggendo innanzitutto un frammento del Vangelo di Giovanni: «Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,33-34).

L’immagine proposta dall’evangelista descrive l’ennesima tortura inflitta al corpo martoriato di Cristo. La lancia del soldato apre il cuore di Gesù dal quale sgorgheranno sangue e acqua, i simboli dell’eucaristia e del battesimo.
Questa stessa immagine rivela però un altro particolare caratteristico di Dio: la Sua vulnerabilità. Egli, infatti, non esita nemmeno per un istante a farsi carico della Croce, a prendere su di sé tutti i nostri peccati perché potessimo essere salvati. Il Suo è «… un cuore ferito e reso impotente dall’amore, un fianco aperto e indifeso, attraverso il quale l’uomo, il nemico, può irrompere».

Da dove deriva allora questa ferita? Chi è il feritore? Gesù viene trafitto affinché mediante la ferita visibile del costato si manifestasse la ferita dell’amore. Nel Cantico dei Cantici viene detto: «Tu hai ferito il mio cuore, tu sorella mia, mia sposa, tu hai ferito il mio cuore». Due innamorati, infatti, sanno bene (quando l’amore che li unisce è vero) cosa vuol dire essere feriti dall’amore, poiché essi fin dal loro primo incontro hanno intuito (anche solo per un istante) che amarsi significa donarsi, uscire dal proprio «io» per entrare, indissolubilmente, nel cuore di un’altra persona (dell’amato). Questa esperienza è talmente forte da generare frasi come: «io ti amerò per sempre», «per te darei la mia vita», «tu hai ferito il mio cuore», cioè sei entrato talmente in profondità nel centro della mia persona (nel mio cuore) che io adesso non posso più fare a meno di te. Continua poeticamente il Cantico: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore» (Ct 8,6).

E’ interessante, a questo proposito, rileggere la testimonianza di S. Teresa d’Avila nel momento della sua Transverberazione (grazia particolare concessale da Dio) in cui sperimenta, attraverso il cuore trapassato da un dardo, l’estasi amorosa di Dio: «Quel Cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, […]lasciandomi avvolta in una fornace d’amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti… ma insieme pure tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine […]. Allora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio» (Vita 29,13).

La ferita sul costato di Cristo, dunque, non rappresenta la singola ferocia di un soldato ma è il segno più concreto ed evidente dell’amore che Dio nutre per noi. E’ una logica un po’ strana per il nostro modo comune di vedere le cose, per noi che siamo abituati a leggere nella sofferenza l’assenza di Dio. Quante volte ci siamo chiesti, infatti, dove fosse Dio quando la morte ci privava degli affetti più cari? Ma dov’era Dio quando Cristo moriva in croce? Forse era presente proprio in quella lancia che apriva il costato del Figlio, per testimoniare ancora una volta il motivo di quella illogica sofferenza, e permettere all’uomo di poter entrare nel mistero di quel Cuore capace d’amore fino alla morte. «Qui la santità – afferma S. Giovanni della Croce – è tanto più fiorente quanto più profonda è la ferita».

La solennità del Cuore di Gesù ci invita, dunque, a farci parte di questo mistero, a contemplare il dono dell’Amore di Dio per noi che nella persona di Cristo si è fatto Carne. Questo è il centro, il cuore di tutto il cristianesimo che la Chiesa celebra durante tutto il mese di Giugno.
Lasciamo che le parole rivolte a Dio dalla giovane Teresa di Lisieux diventino anche la nostra preghiera: «… Lasciami dirti che il Tuo amore giunge alla follia; e come vuoi che davanti a questa follia il mio cuore non si slanci verso di Te? Lo so che per Te i santi hanno commesso anche delle pazzie, e la mia follia è la speranza che il Tuo amore mi accolga come vittima…».

Formazione per gli animatori: le proposte estive

Posted by Matteo Maria Giordano On giugno - 28 - 2010 ADD COMMENTS

Cinema e teatro al centro dell’attenzione nella proposta dell’Acec, Associazione Cattolica Esercenti Cinema, dal titolo “La Sala della Comunità”, polifunzionalità e nuove tecnologie”, in programma a Ponte di Legno (Brescia) dal 6 al 10 luglio. Una utile quattro giorni per gli animatori delle parrocchie che dispongono di Sale della comunità e intendono valorizzarle sempre di più al servizio della pastorale ordinaria. Un impegno che anche a Roma abbiamo fatto nostro, con il recente incontro al Seminario Maggiore che ha coinvolto l’Acec e la Federgat. Nel programma di Ponte di Legno, incontri, tavole rotonde, workshop, una rappresentazione teatrale, analisi di film come strumenti di animazione pastorale, visita alla Sala della comunità di Edolo, focus sul cinema digitale. La prenotazione per il corso va inviata entro il 15 giugno alla segreteria dell’Acec (Fax 06.4402280, acec@acec.it) con la scheda di iscrizione scaricabile dal sito www.acec.it, dove è possibile reperire maggiori informazioni sull’iniziativa. Alla scheda va unita la copia del versamento di 30 euro, effettuato tramite conto corrente postale o bonifico bancario. Informazioni anche al tel. 05.4402273. L’Acec offre l’ospitalità completa ad un rappresentante per ogni Sala della Comunità.

Si intitola invece “Parole dal silenzio” la settimana di formazione teatrale organizzata dalla Federgat, Federazione gruppi attività teatrali. Una proposta formativa di grande rilievo per le compagnie teatrali delle parrocchie, già attive nella nostra diocesi, e a coloro che vogliono avviarsi su questi percorsi. Giunta all’ottava edizione, in collaborazione con l’Acec, la settimana intende offrire a giovani e adulti un approccio formativo alle arti dello spettacolo. I singoli laboratori teatrali saranno condotti da professionisti esperti nel campo della formazione teatrale. Il tema è legato alla parola evocativa della spiritualità e della musica. L’appuntamento sarà a Fognano (Ravenna) dall’11 al 17 luglio: i partecipanti saranno stimolati a riflettere e a mettersi in gioco con il linguaggio del teatro, a partire dai testi dei mistici occidentali. Per informazioni ed iscrizioni: www.federgat.it (tel. 06.4402273, federgat@federgat.it).

Più legato a internet il workshop di giornalismo multimediale promosso dall’Associazione nazionale circoli cinematografici italiani (Ancci), in programma a Brescia dal 18 al 24 luglio al Centro Paolo VI di Brescia. Destinatari sono gli animatori della comunicazione e della cultura, delle sale della comunità, dei circoli di cultura cinematografica. Il corso, a numero chiuso (20 partecipanti), parte dalla consapevolezza che la diffusione della Rete spinge verso un’innovazione radicale nel modo di fare informazione e, di conseguenza, nell’identità professionale dell’animatore culturale e del giornalista. La scheda di partecipazione è scaricabile dal sito www.ancci.it: ogni partecipante dovrà essere munito di proprio computer portatile, videocamera, cassette minidvd e cavo firewire. Un corso, quindi, di alto livello: si parlerà di ideazione e realizzazione di servizi giornalistici, tecniche di scrittura televisiva e altro ancora.

[fonte: http://www.romasette.it]

I digital media: gli scenari, gli effetti, internet e i legami che si creano nell’intricato intreccio sulla Rete. Questi e altri argomenti verranno trattati nel corso della Settimana residenziale per seminaristi teologi dal titolo “L’agire della Chiesa nel tempo digitale” (27 giugno-2 luglio) promossa dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, dal Servizio nazionale per il progetto culturale e dal Servizio informatico della CEI in collaborazione con il Centro interdisciplinare lateranense della Pul. La settimana si terrà a Subiaco (info su www.benedettini-subiaco.org) e si aprirà con la relazione di Mons. Dario Edoardo Viganò, preside dell’Istituto Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense. Ernesto Diaco, vice responsabile del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, illustrerà in che modo il progetto culturale orientato in senso cristiano si inserisce nella Chiesa italiana mentre don Davide Milani, direttore dell’ufficio comunicazioni sociali di Milano,  metterà in evidenza in che modo oggi si può comunicare in una diocesi. Non mancheranno come sempre i laboratori, che quest’anno approfondiranno le tematiche del book trailer, del web 2.0 e del cinema digitale. Il prof. Paolo Peverini e Giovanni Silvestri illustreranno rispettivamente i “Trailer nella predisposizione dell’atto spettatoriale” e “La Chiesa e le risorse in rete”. Don Ivan Maffeis, invece, tratterà il tema “I media della Chiesa italiana”. La prof.ssa Emiliana De Blasio invece apprfondirà il tema “Famiglia e modelli di rappresentazione nella fiction italiana e americana” mentre il Dott. Sergio Perugini farà una relazione su “Il religioso nei media tra miniserie e lunga serialità”. Concluderà la settimana l’intervento di Mons. Domenico Pompili, Sottosegretario e Portavoce della CEI, sul tema “Da Parabole mediatiche a Testimoni digitali. Cammino fatto e prospettive”.

Da “La ùltima cima” a numero uno nei cinema

Posted by Giuseppe Delprete On giugno - 22 - 2010 ADD COMMENTS

“La última cima”, un film sulla vita del sacerdote Pablo Domínguez, uscito nel fine settimana e solo in quattro sale, si è consacrato come numero uno per numero di spettatori nei cinema spagnoli. Sono circa seimila – riporta l’agenzia Zenit – le persone che hanno già visto questo film di Juan Manuel Cotelo. Vista la massiccia risposta di pubblico, “La última cima” passerà, su richiesta popolare e in appena una settimana, ad essere proiettato in oltre cinquanta sale di tutto il Paese. Il film è un documentario sul sacerdote madrileno Pablo Domínguez, morto nel 2009 in un incidente di montagna. Domínguez, filosofo e teologo della Facoltà di Teologia di San Damaso a Madrid, è morto a 42 anni mentre scendeva dal Moncayo. Era l’ultima cima spagnola, di oltre duemila metri, che gli mancava. Ai suoi funerali hanno partecipato più di tremila persone e una ventina di vescovi. Le sue Messe e le sue conferenze si riempivano di gente che desiderava ascoltare le sue parole. Il film è il ritratto di un uomo allegro, umile e generoso che, come dice chi l’ha conosciuto, sapeva che sarebbe morto giovane. Nel film di Cotelo offrono la propria testimonianza il cardinal Cañizares, che lo scelse come docente alla San Damaso, il vescovo Demetrio Fernández di Córdoba, suo amico e il primo a sapere della sua morte, e l’arcivescovo di Oviedo, Jesús Sanz, allora vescovo di Jaca e Huesca, che fece spesso visita al sacerdote scalatore. Al di là della personalità di Domínguez, il film è un canto alla vita del sacerdote “normale”, che non è delinquente né eroico, né esorcista né missionario in luoghi estremi, ma è semplicemente disponibile, assiste la gente, la ascolta, la confessa, predica la verità senza paura, con umorismo e intelligenza. Con immagini della montagna, il film riflette sulla grandezza del sacro, del sacerdozio, del sacrificio e della morte. Grazie alle testimonianze di persone sincere che parlano di Pablo, lo spettatore si affeziona a un sacerdote che alla fine muore. Il film inizia con umorismo e provocazione, e man mano che la morte si avvicina diventa più elevato nello stile e nel contenuto. Il successo di questa pellicola nelle sale è stato preceduto da un insolito boom su internet. Nelle tre settimane precedenti l’uscita al cinema, il trailer è stato scaricato più di 200 mila volte.

Impressioni sui Mondiali

Posted by marilena marino On giugno - 17 - 2010 ADD COMMENTS

di Pietro Mancinelli  Foto di Daniela Asaro Romanoff

Vi regaliamo in esclusiva le immagine più belle del Moses Madhiba stadium di Durban, che ospiterà alcune delle più importanti partite del mondiale sudafricano.

A proposito di questo inizio campionato… L’ avvio ufficiale era stato dato proprio dalla nazionale ospitante, il Sudafrica, che sebbene non avesse valori tecnico-tattici molto elevati, ha comunque fatto una bellissima figura nel pareggio per 1-1 contro il Messico: purtroppo le speranze di passare al turno successivo per i bafana bafana sono state notevolmente ridotte dopo la dolorosa sconfitta per 0-3 contro l’ Uruguay.

In generale, le Grandi non hanno esordito nel modo migliore: Inghilterra, Francia e la stessa Italia hanno pareggiato con avversarie potenzialmente più deboli di loro, mentre la Spagna ha addirittura perso (1-0) contro un’ organizzata Svizzera. Leggermente meglio per Olanda, Argentina, Brasile che vincono ma non convincono. L’ unica nazionale a convincere sotto tutti gli aspetti, al momento, è stata quella Tedesca che ha superato per ben 4 reti a 0 un’ imbarazzante Australia.

Uno spazio, seppur meno importante, può e deve essere dedicato alle sorprese di questo campionato: le asiatiche. Sotto l’ impulso del Giappone, vincente per 1-0 contro il Camerun di Eto’o, anche la Sud Korea ha portato a casa una sorprendente vittoria contro la Grecia. Non poteva fare di meglio, invece, la Nord Korea segnando comunque un bellissimo gol con il Brasile e perdendo infine per 1-2.

In casa Italia non si respira certo aria di ottimismo, soprattutto dopo gli stop di Pirlo e Buffon, le cui date di rientro sono tuttora da stabilire: Il pareggio col Paraguay ha fatto emergere buon gioco, ma scarsa vena realizzativa sotto porta. Le note positive vengono soprattutto da nomi nuovi come Pepe, Montolivo e Criscito che sembrano essersi integrati bene negli schemi di Lippi.

Le ultime considerazioni, assieme ai nomi delle nostre prossime avversarie del girone ( Slovacchia e Nuova Zelanda) ci lasciano ben sperare per quello che riguarda la qualificazione agli ottavi.

Lady Gaga, Madonna e le provocazioni “spirituali”

Posted by Moreno Migliorati On giugno - 14 - 2010 1 COMMENT

Lady Gaga, la popstar del momento, non sarebbe altro che una “Wannabe Madonna”? Il dubbio comincia ad affiorare, specialmente dopo l’uscita dell’ultimo video della cantante italoamericana, quel Alejandro che può già vantare milioni di click su YouTube. Nello stesso, infatti, Lady Gaga, al pari di ciò che è solita fare quella che molti considerano la sua musa ispiratrice, gioca infatti pesantemente con allusioni a sfondo religioso, in particolar  modo di matrice cristiana.

Tra crocifissi e abiti talari, la cantante appare dapprima travestita da suora mentre ingoia un rosario e poi da vescovo mentre si intrattiene in scene hot con alcuni ballerini seminudi (per evitare di dover guardare i quasi 9 minuti di video, tra l’altro tecnicamente pregevole, essendo stato diretto dal fotografo di moda Steven Klein, MTV ha fatto un sunto delle 20 scene più hot). Ben lungi dal versare acqua sul fuoco per spegnere le polemiche che sono prontamente divampate, Lady Gaga vi ha anzi versato della benzina per alimentarlo.

Intervistata dal celebre Larry King sulla CNN, la popstar ha tra l’altro dichiarato di avere avuto un’educazione cattolica e di pregare molto ma di considerare la religione e la chiesa come due entità completamente separate. Il regista Steven Klein, da parte sua ha affermato in un’intervista di non ritenere la simbologia religiosa qualcosa di completamente negativo, visto che essa rappresenterebbe la battaglia del personaggio tra le forse oscure di questo mondo e la salvezza spirituale dell’anima.

Intanto, mentre i dubbi sul fatto che Lady Gaga non sia altro che una Madonna in sedicesimo non sono certo diradati, mentre lei e il suo entourage un obiettivo lo hanno colto di sicuro: infatti siamo qui a parlare di lei, fino alla prossima “provocazione”.

(via SpiritualSeeds)

di Daniela Asaro Romanoff

Siamo oramai alla vigilia del Campionato del mondo di calcio, che si svolgerà in Sudafrica. Migliaia di articoli verranno pubblicati su questi mondiali dai giornali di tutto il mondo. La mia modesta opinione di ex calciatrice e di attuale allenatrice è che il calcio sia solo un gioco. Troppa importanza viene data al calcio, snaturandolo, perché essendo divenuto un grande affare a livello mondiale non ha più caratteristiche sportive, comunque la coscienza sportiva, come tutto ciò che è autentico e fondamentale, può venir soffocata, perché ai mercanti dà fastidio, ma poi la coscienza sportiva rinasce, rinasce sempre, ci sono già state delle epoche in cui è stata calpestata. Per offrire ai lettori alcuni commenti non banali su questi campionati, desiderando dare una giusta dimensione all’ evento, mi sono rivolta ad un mio caro amico, che vive in Sud Africa e, durante i Campionati, lavorerà per il servizio di sicurezza. Beau, questo è il nome con cui lo chiamano i parenti e gli amici, è uno sportivo autentico, spero che le sue informazioni possano interessare.

Allora, Beau, tutto pronto? Quando si comincia?

Si inizia l’11 giugno con la partita Sud Africa – Messico.

Il calcio in Sud Africa è seguito? E’ uno sport popolare?

Sì, il calcio è molto popolare, comunque in Sud Africa vengono seguiti tantissimo anche altri sport come il rugby e il cricket.

Questo evento ha dato lavoro ai sudafricani? Sì, certamente, per la costruzione degli stadi, ma è stato un lavoro temporaneo, ora tutto volge al termine.

Il governo sudafricano è stato costretto a sforzi economici non prevedibili?

Direi di sì, lo stadio di Durban, la città dove vivo, doveva costare esattamente la metà di quello che poi in realtà è venuto a costare, comunque verrà utilizzato anche per il rugby e per il cricket.

Perlomeno il turismo porterà delle opportunità di guadagno alla gente del posto?

Non molto, erano previsti moltissimi turisti, ora la cifra più attendibile è 250.000 persone, che sosteranno soprattutto a Johannesburg o nelle altre città dove si svolgeranno le partite. Le zone sudafricane che hanno più bisogno , non credo che vedranno alcun turista.

L’atmosfera com’è, lo spirito sportivo sopravvive?

Non molto, anche i sudafricani più ingenui hanno capito che il Campionato del mondo di calcio è soprattutto un grande affare. Questo è il male di tutti gli sport esageratamente professionistici.

Cosa pensano i sudafricani delle ’stelle’ del calcio pagate eccessivamente?

Chi ha dei principi sportivi cosa può pensare? Tutto ciò è scandaloso.

In Sud Africa si segue il calcio europeo?

Moltisimo.

E cosa pensa la gente di quelli che vengono definiti grandi allenatori …?

Chi è sportivamente e calcisticamente preparato vede nell’allenatore attuale un manager, la cui bravura deve sottostare alle esigenze dell’azienda per cui lavora.

La squadra sudafricana è ben preparata?

Sì, la squadra è stata portata in Sudamerica ad allenarsi,qualche giorno fa abbiamo battuto a sorpresa la Danimarca.. Staremo a vedere.

Credo che vi giungano le notizie relative alla violenza che purtroppo fa parte del calcio, come si è organizzato il Sudafrica per contenere questo grave problena?

I sudafricani saranno coadiuvati dalla Polizia internazionale, che ha già provveduto a vietare la partenza alle persone più pericolose. Gli inglesi hanno 40 poliziotti specializzati appartenenti all’ ‘Air Service’ che collaboreranno con altri poliziotti provenienti dall’Inghilterra.

Quando si svolge il vostro campionato di calcio avete problemi di violenza?

Per fortuna no, i sudafricani allo stadio non si comportano in modo aggressivo come può succedere in Europa.

In questa epoca di recessione per quasi tutti i Paesi non è controproducente che vengano organizzati eventi così faraonici? Si dà alla gente ‘panem et circernses’, ma … .

Sono perfettamente d’accordo con te, tutte le enormi quantità di denaro, spese per organizzare questi mondiali, avrebbero potuto aiutare moltissimo i sudafricani con la costruzione di case, scuole, ospedali, dando alla gente dei veri posti di lavoro.

Grazie, Beau, e auguri alla squadra di casa.

Grazie.

Daniela Asaro Romanoff

A Pinerolo, Messa prima degli esami

Posted by Patrizio On giugno - 9 - 2010 ADD COMMENTS

“Gli esami sono vicini, e tu sei troppo lontana dalla mia stanza. Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto, stasera al solito posto, la luna sembra strana…”. Così Antonello Venditti cantava dieci anni fa la “notte prima degli esami”, diventata poi anche un film per la regia di Fausto Brizzi nel 2006. Al di là dei luoghi – e delle note – comuni e delle pellicole più o meno riuscite, gli esami di maturità si presentano ancora come un rito di passaggio carico di significati ed emozioni nella vita di ogni studente. È per questo motivo che gli Uffici di Pastorale Giovanile e Comunicazioni Sociali della diocesi di Pinerolo propongono una “Messa prima degli esami”, non un rito propiziatorio per migliorare il rendimento e alzare il voto finale, ma un’occasione per affidare a Dio un momento importante della propria vita.
La celebrazione avrà luogo venerdì 18 giugno, alle ore 20.45, presso la Basilica di San Maurizio (Pinerolo) e sarà presieduta dal direttore della Pastorale Giovanile, don Massimo Lovera. Seguirà un buffet e un momento di festa. Sono invitati in modo particolare tutti i maturandi e gli studenti universitari.

ASINI DALLE MATITE COLORATE

Posted by francesca On giugno - 9 - 2010 ADD COMMENTS

Questo testo è un viaggio: inizia nella carta e s’ingigan¬tisce nel web.
Ha un destinatario: per chi crede nella vita.
E una segnaletica stradale: indicare la Risurrezione.
Perché il desiderio suicida di un giovane è la fine di un sogno. Ma anche l’inizio di una rinascita: dipende dalle prospettive.
La Presentazione è di Alessandro Zanardi, ex pilota di Formula1. Nel libretto c’è pure l’invito ai giovani ad en¬trare nel sito , dialogando con l’Autore nella sezione
Il libretto è particolarissimamente indicato agli adole-scenti e ai giovani (14-20 anni).

Marco Pozza (Calvene – VI, 1979). Sacerdote e scrittore creativo. Appassionato del mondo giovanile, ha ideato e cura il sito <www.sullastradadiemmaus.it>, laboratorio di condivisione della fede giovane.

Questo suo primo lavoro nasce assieme a 300 ragazzi dell’Istituto Cavanis di Possagno (TV). Sta conseguendo il dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

di Patrizio Righero (Avvenire 86\2010)

«Precarietà e incertezza». Con queste due parole Diego Sileo, delegato laico per la Pastorale giovanile della Basilicata, sintetizza la situazione lavorativa della sua regione. E il suo discorso si potrebbe estendere a tutto il sud Italia. «La Basilicata – spiega Sileo – produce ogni anno tremila laureati. Molti conseguono il titolo qui. Altri al nord. Quasi nessuno resta perché le prospettive lavorative sono pressoché nulle. I giovani sono innovativi e disposti a rischiare ma, nell’attuale contesto economico, nessuno è disposto a dar loro credito. Le aziende investono solo su percorsi già sperimentati. E in questo modo si mortificano i giovani. Dire la parola ’speranza’ oggi diventa difficile, anche a livello pastorale. Occorre cominciare a pensare e progettare a un’altra velocità». La questione della speranza è nodale anche per don Carlo Rampone, responsabile della Pastorale giovanile di Piemonte e Valle d’Aosta: «Le difficoltà oggettive relative all’occupazione giovanile sono sotto gli occhi di tutti. Questa precarietà economica sfocia spesso in una cronica difficoltà a essere stabili e nella tentazione di fughe consolatorie, tanto immediate quante vane. L’aumento dell’uso di sostanze stupefacenti ne è un sintomo». La situazione richiede pertanto una pastorale mirata, capace di illuminare il futuro dei giovani. «Nella mia diocesi di Asti – prosegue don Carlo – abbiamo sperimentato che i giovani sono molto sensibili alla questione della speranza e della fiducia. Su questi due punti di forza abbiamo impostato il cammino della pastorale giovanile e gli incontri di preghiera. E la risposta c’è stata. Servono, però, anche proposte concrete, dei segni tangibili. In tale direzione, come Pastorale del Piemonte, stiamo investendo sulle figure dei direttori di oratorio. Si tratta di dare la possibilità a giovani laici preparati e motivati, di fare della loro passione educativa una professionalità che garantisca anche un minimo di sicurezza economica». Don Francesco Pierpaoli oltre ad essere l’incaricato della pastorale giovanile della regione Marche è direttore del Centro Giovanni Paolo II di Loreto. Da questo osservatorio privilegiato gode di una panoramica a 360° sul mondo giovanile. «L’incertezza occupazionale e quella esistenziale si influenzano reciprocamente e dire ‘per sempre’ diventa davvero difficile. Si vive alla giornata per non pensare troppo al futuro, magari ci si accontenta, ci si adagia e si smette di sognare in grande. La crisi riguarda tutti, ma i giovani ne sono le prime vittime. D’altro canto non è vero che non sono propositivi. Quando si offrono loro spazi di reale protagonismo, si mostrano intraprendenti e ricchi di idee e competenze. L’ho constatato di persona negli incontri in preparazione alle Settimane sociali dei cattolici che si terranno a Reggio Calabria dal 14-17 ottobre. Occorre però dare delle risposte, creare degli spazi. Anche la Chiesa, provocata da questo momento storico, è chiamata oggi a una nuova creatività sociale che sappia rispondere concretamente alle attese dei giovani». Come dire che di «santi sociali», capaci come don Bosco e il Murialdo di dare pane e speranza, c’è oggi un estremo bisogno.

Patrizio Righero (Avvenire 86\2010)

Chiesa Italiana e Mezzogiorno

Posted by Giuseppe Delprete On febbraio - 25 - 2010 ADD COMMENTS

“La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi dell’economia e della politica meridionali”: i vescovi italiani denunciano duramente la “tessitura malefica” delle mafie, che “avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. E mettono in guardia dal “rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, la Cei si schiera col Sud, senza nascondere i problemi “irrisolti” ma soprattutto lanciando un appello “al coraggio e alla speranza”: “Facciamo appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera”. Un invito soprattutto per i giovani, chiamati a “parlare e testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno” e ad “abbracciare la politica intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale”.


POLITICA – I vescovi sottolineano “l’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti”. Di fatto, “l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”. La Cei auspica “nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva” e un maggiore coinvolgimento dei giovani in politica, investendo sulla loro formazione e capacità “per disporre domani di una classe dirigente adeguatamente preparata”. Infine, un appello: “Abbiamo il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili. Non si tratta di ipotizzare scenari politici diversi, quanto, piuttosto, di sostituire alla logica del potere e del benessere la pratica della condivisione radicata nella sobrietà e nella solidarietà”.

MAFIE – Una “piaga”, un “cancro”, una “tessitura malefica”: i vescovi non lesinano parole per condannare ogni forma di criminalità organizzata, dalle ecomafie al controllo malavitoso del territorio. “Le mafie sono strutture di peccato” avverte la Cei, invitando la stessa Chiesa meridionale a “non limitarsi alla denuncia” e a “non cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile”. Il documento cita le “luminose testimonianze” di don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, che “ribellandosi alla prepotenza della criminalità organizzata, hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani”. A fianco di questi fenomeni, la Cei punta il dito contro “diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…)”.

FEDERALISMO – I vescovi chiedono “un sano federalismo”, “solidale, realistico e unitario” che sarebbe “un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all’interno di un ‘gioco di squadra’ (…) Ci è congeniale considerarlo come una modalità istituzionale atta a realizzare una più moderna organizzazione e ripartizione dei poteri e delle risorse, secondo la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro”. La soluzione federalista – si legge nel documento – ha il compito di “stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale”.

LAVORO E GIOVANI – “I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa”: è questo l’appello dei vescovi, unitamente alla condanna del lavoro sommerso che “non frena” la disoccupazione, che “non è certo un sano ammortizzatore sociale” e “sconta talune palesi ingiustizie intrinseche (assenza di obblighi contrattuali e di contribuzioni assicurative, sfruttamento, controllo da parte della criminalità)”, oltre al fatto che “causa delusione e frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree europee”. I vescovi invitano il Sud a investire in formazione, ma anche a valorizzare potenzialità e risorse, come la posizione strategica nel Mediterraneo, il patrimonio ambientale e culturale. Inoltre, “le regioni meridionali devono saper trovare una unità strategica, coordinandosi di fronte alle esigenze sociali in vista di una politica economica che porti effettivamente alla crescita”.

ASSOCIAZIONISMO – La Cei valorizza il ruolo dell’associazionismo – religioso e non – diffuso soprattutto tra i giovani, che hanno dato vita a “esperienze di volontariato e a reti di solidarietà, non volendo più sentirsi vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento”. La Chiesa nel Sud, “non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando e stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena. Le Chiese hanno fatto sorgere e accompagnato esperienze di rinnovamento pastorale e di mobilitazione morale, che hanno coinvolto numerosi laici e tante aggregazioni laicali, sia tradizionali sia di recente creazione, come le associazioni antiusura e antiracket”.

IMMIGRAZIONE – “La massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà. Molto spesso – si legge nel documento – proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati”.

SOLIDARIETÀ – “La condivisione è il valore su cui prioritariamente vogliamo puntare” scrivono i vescovi. Che coniugano la solidarietà nazionale con il protagonismo della popolazione del Sud: “Per non perpetuare un approccio assistenzialistico (…), occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee e risorse tra le diverse parti del Paese”. Uomini e donne del Sud “non possono attendere da altri ciò che dipende da loro” e “va contrastata ogni forma di rassegnazione e fatalismo”, favorendo invece “un atteggiamento costruttivo”. Ugualmente, si fa appello a una vera solidarietà, perché – ribadisce la Cei – “il Paese non crescerà se non insieme”. Così se da una parte vanno “ripensate e rilanciate le politiche di intervento” a favore del Mezzogiorno, dall’altra “l’impegno dello Stato deve rimanere intatto nei confronti dei diritti fondamentali delle persone, perequando le risorse, per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale”.

(estratto da “il Velino”)

Il sociologo Zigmunt Baumann definirebbe forse il fenomeno come “religiosità liquida”. Fatto sta che i dati diffusi nei giorni scorsi dal Pew Research relativamente alla religiosità dei giovani americani fanno riflettere e confermano un trend che vede le nuove generazioni cercare sempre più risposte alla sete di spiritualità non nelle chiese o nei gruppi organizzati, bensì in maniera autonoma.

Le cifre parlano chiaro: un giovane americano tra i 18 e i 29 anni su quattro (il 25%) dichiara di non appartenere ad alcuna denominazione confessionale. Per fare un paragone, analoghi studi svolti tra le generazione nata tra il 1965 e il 1980 dimostravano come la percentuale fosse di uno su quattro (il 20%) mentre per quanto riguarda i cosidetti baby boomers (i nati tra il 1946 e il 1964) la percentuale di coloro che dichiaravano la non affiliazione ad alcuna denominazione confessionale scendeva al 13%.

Queste cifre non dimostrano tuttavia che siano in crescita l’ateismo o l’agnosticismo, tutt’altro. I giovani americani dimostrano infatti un tasso di religiosità che a volte non ha nulla da invidiare a quello di altre fasce di età, come dimostrano le risposte ad alcune domande contenute nello studio. Ben tre quarti di essi (il 75%) infatti, dichiara di credere all’esistenza del paradiso e dell’inferno, la stessa percentuale degli over 30; uno stesso 75% afferma di credere all’esistenza di una vita oltre la morte e addirittura un 80% dichiara di credere nei miracoli, anche in questo caso la stessa percentuale degli over 30%, e io 45% dichiara di pregare quotidianamente.

Come sottolineano gli studiosi, ben nove americani su dieci dichiarano di credere in Dio e addirittura otto su dieci si auto-definiscono cristiani, il che non impedisce loro di ricorrere a pratiche e credenze che con il cristianesimo non hanno nulla a che vedere  quando non ne sono addirittura la negazione. È la religiosità-fai-da-te, in aumento non solo tra i giovani e non solo negli USA, ma anche tra i meno giovani di tutto il mondo.

(via SpiritualSeeds)

RIAPPROPRIARSI DELLA SUA DIGNITA’

Posted by Daniela Asaro Romanoff On febbraio - 10 - 2010 ADD COMMENTS

IL CALCIO, PER AVERE LA SUA IDENTITA SPORTIVA,’ DEVE RIAPPROPRIARSI DELLA SUA DIGNITA’

LE INTERVISTE DEL CALCIO SPORTIVO INTRODUZIONE

Sono felicissima di aver potuto intervistare Luigi Bonizzoni, questo ragazzo novantenne, che tanto ha dato al calcio italiano e tanto continua ancora a dare attraverso i suoi libri. L’ultimo è stato presentato il 15 maggio 2009. Vi consiglio vivamente di leggere i suoi interessanti libri.

Il percorso calcistico eccezionale di Luigi Bonizzoni è iniziato proprio al Monza Calcio, durante il campionato 1947/48, in qualità di allenatore. Dopo essere stato un bravo calciatore, Luigi iniziava ad allenare.

Sicuramente molti di Voi lo ricordano, dopo il Monza calcio ha allento varie squadre, in tutta Italia, molte di serie A. Il dirigente che ricorda con più affetto è quello che fu il presidente del Brescia: l’industriale delle armi Beretta. Luigi ricorda sempre con gratitudine la meravigliosa esperienza che gli fece fare questo presidente. Lo mandò ad apprendere tecniche e strategie calcistiche in Inghilterra, presso l’Arsenal. Luigi fu favorevolmente colpito dal fatto che ogni calciatore della prima squadra avesse, quasi ‘in adozione’, un ragazzo promettente a cui insegnava non solo a essere migliore in campo, ma anche nella vita, trasmettendogli molte informazioni utili su come avrebbe dovuto conciliare il calcio con gli altri impegni della sua esistenza. Molti ricordano Luigi Bonizzoni allenatore del Milan, questa grande squadra conquistò lo scudetto, con Bonizzoni come allenatore, alla fine del campionato 1958/59. Fecero parte della squadra calciatori come Cesare Maldini, Schnellinger, e molti altri talenti. Tanti sono gli aneddoti che Bonizzoni collega ai vari giocatori. Ve ne racconto uno particolarmente spiritoso. Quando Schnellinger si presentò a Bonizzoni, non conoscendo la lingua italiana, ma sapendo un po’ di latino che, secondo lui, era molto simile all’italiano, gli disse:”Ego sum Schnellinger.” Quello che sarebbe stato il suo allenatore gli rispose:”Ego sum Bonizzoni, sprache du deutsch?” Forse non molti sanno che Luigi Bonizzoni fu anche un validissimo insegnante al corso allenatori della FIGC. Uno dei suoi tanti alunni? Un certo Arrigo Sacchi. Bonizzoni allenatore scoprì grandi talenti calcistici: Zoff, Rivera, il Trap e tanti altri.

CONTESTO CALCISTICO DEL SECONDO DOPOGUERRA

A questo punto, prima di introdurre l’intervista, Vi racconterò del contesto calcistico relativo all’anno in cui Bonizzoni allenava il Monza, era il periodo del secondo dopoguerra.

Nel 1947/48 il campionato di serie C giunse alla nona edizione. 286 società, suddivise in leghe indipendenti del Nord, del Centro e del Sud, componevano

Il più ampio campionato di serie C di tutti i tempi. I dirigenti della FIGC si resero conto che era venuto il momento per una radicale riforma, che riportasse ordine, non solo in serie C, ma in tutto il settore calcio. Con il seguente campionato, 1948/49 le tantissime escluse della serie C, non retrocesse nei campionati regionali di Prima Divisione, avrebbero fatto parte del nuovissimo livello del Campionato di Promozione interregionale, questo campionato fu disputato fino al 1952 e sarà il nucleo di quello che diverrà in futuro il campionato di IV serie (1952-1959), successivamente serie D(1959-1978). Il IV livello del calcio italiano diventerà il V livello con la riforma dei campionati e l’istituzione della serie C2.

INTERVISTA A LUIGI BONIZZONI

La prima domanda che rivolgo a Luigi Bonizzoni riguarda proprio il rapporto presidenti calciatori.

Signor Bonizzoni, Lei ha allenato il Monza calcio durante il campionato 1947/48, com’era il suo rapporto con il presidente di allora?

Il Presidente era gentile, mi voleva bene, si chiamava Lino Carmignani.

Cosa pensa dei rapporti tra i presidenti e gli allenatori attuali?

Posso dirle che non mi piacciono per niente i cambi di allenatori del giorno d’oggi.

Come considera, a distanza di tempo, quel campionato in cui allenò il Monza calcio?

Il Monza calcio è sempre nel mio cuore. Quell’anno in cui ho allenato la squadra monzese mi ha dato tanto, ho iniziato a diventare più conosciuto come allenatore, e dall’esperienza fatta a Monza sono nate molte buone prospettive.

Per correttezza d’informazione dobbiamo dire che quando Lei ha allenato il Monza calcio, era il secondo anno che allenava, ha iniziato l’anno prima con il Magenta. Come mai è passato dal ruolo di calciatore a quello di allenatore?

Il Primo anno con il Magenta è stato un anno un po’ sperimentale. Quando ho smesso di giocare a calcio, mi sentivo svuotato, accusavo tanti malesseri, il medico che mi visitò disse che c’era un’unica medicina per guarire: ritornare al calcio. La prima squadra che allenai fu il Magenta, quando giunsi a Monza ero più sicuro di me stesso, lasciato il Monza, dopo il campionato 1947/48, ritornai al Magenta.

Ho sentito dire che in quegli anni gloriosi per il calcio, un presidente poteva anche chiedere all’allenatore, se in giovane età e disponibile, di sostituire qualche calciatore assente, a Lei è mai successo?

Sì, è successo.

E non c’è stato nessun malumore da parte degli altri calciatori del Monza?

Allora prevaleva lo spirito di collaborazione.Spesso tanti calciatori e allenatori si lamentano, dicendo che a causa del calcio non possono più vivere normalmente. Io credo che sia un finto problema, se rifiutassero davvero il divismo, imposto non di rado dalle società stesse, purtroppo, potrebbero tranquillamente camminare per la strada, la gente si sorprenderebbe per un po’ di tempo, ma poi si abituerebbe a vedere il tale calciatore o allenatore … forse a molti non conviene che ‘i cancelli’ si aprano.. Quando allenavo il Monza, io abitavo in provincia di Milano e ogni giorno prendevo il treno per raggiungere Monza e, poi, per ritornare a casa. Nessuno mi ha mai importunato, anzi, era molto interessante parlare con la gente, sentire i loro pareri sulla squadra.

E’ vero che uno dei suoi più grandi amici è stato Gianni Brera?

Certamente, da ragazzi eravamo compagni di scuola, pochi sanno che Gianni era un calciatore di grande talento, poi preferì lo studio al calcio, ma non si allontanò mai da questo sport.

Com’erano i tifosi a quei tempi? In particolare i tifosi monzesi?

Erano interessati alla partita, per cui non c’era nessun problema di ordine pubblico.

Lei, poi, ha allenato tantissime squadre e portò il Milan, nel 1959, a vincere lo scudetto, ma credo che valga la pena soffermarsi sulla sua esperienza di allenatore del Foggia..

E’ stata un’esperienza che ha rafforzato la mia fede. Ogni lunedì, dopo la partita, mi recavo da Padre Pio, non parlavamo quasi mai di calcio. Ricordo che un lunedì pomeriggio gli dissi:”Padre, devo ritornare presto a Foggia, perché sta arrivando mia moglie.” Il Padre mi guardò con quegli occhi che tutto vedevano e tutto sapevano, e mi rispose:”Tua moglie non può venire, ma non preoccuparti, non è nulla di grave.” Quando ritornai a Foggia, mi dissero che mia moglie era rimasta a Milano, a causa di un’influenza. Un giorno portai a San Giovanni Rotondo un mio amico. Appena lo vide, Padre Pio gli consigliò di recarsi prima possibile da un medico, sarebbe stato operato, ma sorridendo gli disse:” Tra qualche mese verrai qui a raccontarmi come è andata.” Il mio amico si sottopose a delle analisi. Aveva un tumore. Fu urgentemente operato e, proprio come aveva previsto il Padre, dopo alcuni mesi ritornammo da Lui. Il mio amico era perfettamente guarito grazie all’avviso provvidenziale di Padre Pio. Sarebbe troppo facile e superficiale ricordare Padre Pio perché è il Santo dei miracoli. Padre Pio è un esempio meraviglioso, un punto di riferimento sicuro per tutti noi: diffamato, non diffamò, sofferente, non inveì mai. San Pio è sempre vicino a me. Quando mi addormento alla sera penso a Lui, e quando mi sveglio alla mattina lo ringrazio per il nuovo giorno.

La sua è davvero una bella testimonianza. Ora è difficile riprendere con l’intervista. Vorrei farLe un’ultima domanda. Lei ha allenato tantissime squadre di serie A ed ha una vasta esperienza calcistica, per quale motivo, secondo Lei, il Monza, che sempre ha avuto grandi talenti in quanto a calciatori e allenatori, finora non si è mai espresso al meglio come squadra?

Forse questa squadra è sempre stata soggiogata dalle grandi compagini troppo vicine: Milan e Inter, e quindi si è accontentata di essere il vivaio delle grandi squadre. Spero che d’ora in poi il Monza acquisisca più autostima e riveli la sua identità.

Daniela Asaro Romanoff

crisi? In Italia pagano i giovani

Posted by marilena marino On gennaio - 29 - 2010 ADD COMMENTS

Forse perché è insicura della propria identità, l’Italia adora paragonarsi al resto del mondo. Gli italiani prendono sul serio e compulsano febbrilmente qualunque classifica internazionale li riguardi, quasi avessero bisogno di scoprire chi sono tramite il giudizio altrui. Si specchiano negli altri per capire se stessi. Poi magari si deprimono o invece, altre volte, concludono che in fondo, a guardar bene certi indicatori, «siamo quelli che stanno meglio». Eppure c’è una graduatoria nella quale questo Paese occupa un posto importante, senza che questo attragga granché l’attenzione nazionale: siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto alla recessione, e continua a farlo. Statisticamente, le generazioni nate fra il 1974 e il 1994 hanno assorbito l’intero costo della più grave crisi economica del dopoguerra.

Lo hanno fatto per tutti e in tutto, sia in termini di occupazione che nel livello delle retribuzioni. Lo hanno fatto a tal punto da aver assunto su di sé quasi tutti gli oneri di questi anni, risparmiandoli (almeno per ora, finché terrà la cassa integrazione) alla maggioranza di popolazione costituita dai padri e dai fratelli maggiori. Insomma quasi tutti i colpi li hanno incassati gli ultimi arrivati, la tipologia di residenti sul suolo nazionale demograficamente minoritaria. Nell’Ocse, il club delle trenta democrazie avanzate del pianeta, si tratta di un record che mette l’Italia al primo posto in questa graduatoria. Al secondo, un po’ distante, la Spagna. L’osservazione è di Stefano Scarpetta, capo della divisione Politiche e analisi del lavoro dell’Ocse di Parigi. Secondo le stime ufficiali, nota Scarpetta, in Italia nell’ultimo anno tutte le perdite nette di posti (il saldo fra assunzioni e licenziamenti) si concentrano nel bacino degli occupati atipici e temporanei; lì chi ha meno di 35 anni è in netta maggioranza: quasi il 60% della popolazione dei precari è nato dopo il ’74.

In Spagna, il valore comparabile segnala un’emorragia di lavoro concentrata all’85% in questa fascia di popolazione giovane, e lo squilibrio è considerato così serio da essere al centro di un dibattito sull’ingiustizia intergenerazionale. In Italia se ne parla meno. In parte, forse è perché la disoccupazione non è salita altrettanto in fretta. In Spagna è rapidamente raddoppiata ed è ormai vicina al 20% mentre, nel biennio della grande frenata, la crescita italiana del tasso dei senza- lavoro è stata di circa due punti (all’8,3%, senza contare i cassaintegrati): meno della media europea e meno degli Stati Uniti, che viaggiano intorno al 10%. Ma la peculiarità italiana è appunto nella distribuzione squilibrata dei sacrifici: la mette in luce, con elaborazioni sulla base degli ultimi dati Istat (sui primi tre trimestri dell’anno), uno studio della ricercatrice Valeria Benvenuti della Fondazione Leone Moressa di Mestre. Nel confronto fra il 2008 e il 2009 l’ecatombe del lavoro dei giovani emerge così come l’autentica cifra italiana nella crisi. Si scopre che nella fascia di popolazione di chi ha fra i 15 e i 24 anni, il numero degli occupatmia crollava quasi del 5%. Più avanti si va nell’età anagrafica, più sembra che i lavorati è sceso dell’11,6%; in quella fra i 25 e i 34 anni si è ridotto del 5,5%; invece fra gli adulti e gli anziani in età lavorativa cambia tutto. Qui le tracce della grande recessione (ancora) non sono evidenti: nella popolazione residente in Italia compresa fra 35 e i 64 anni, il tasso di occupazione è addirittura salito (dello 0,9%) fra il 2008 e il 2009, mentre intanto l’econoori dipendenti siano protetti dagli effetti avversi della congiuntura.

Non è dunque un caso se in Italia la maggioranza della popolazione disoccupata è costituita dalla minoranza (demografica) di popolazione giovane. Sull’esercito di 1,87 milioni di senza-lavoro italiani, oltre un milione di persone hanno meno di 34 anni; solo 840 mila ne hanno di più. Quasi il 60% dei disoccupati sono persone giovani. Si tratta di un dato che a suo modo riassume usi e costumi di una società, perché questi numeri sono il contrario esatto di ciò che ci si aspetterebbe dalla demografia. Gli adulti e gli anziani della fascia 35-64 anni sono molto più numerosi, 25,5 milioni. Il popolo dei nati fra il ’74 e il ’94 è invece di appena 14 milioni, eppure fornisce comunque il grosso dei disoccupati. Questa tendenza, presente da tempo, nella recessione non ha fatto che radicarsi. La disoccupazione nella fascia 15-24 anni nel 2009 è salita del 4,2%; quella nella fascia 25-34 dell’ 1,3%; e quella nella fascia 35-64 invece di appena 0,9%. Un motivo immediato di questa distorsione a danno dei giovani è semplice e ben noto: sono loro (con gli immigrati e i poco qualificati) a costituire il nerbo dell’esercito degli atipici, temporanei e insomma dei precari facili da licenziare alle prime difficoltà.

Gli adulti sono invece più spesso inquadrati con contratti a tempo indeterminato, molto costosi da rescindere. È un mercato del lavoro spezzato in due e i dati dell’Istat-Fondazione Leone Moressa ne confermano le caratteristiche: quasi uno ogni quattro lavoratori dipendenti sotto i 35 anni ha un contratto temporaneo, mentre sopra i 35 anni lo ha solo il 7,7% degli assunti. Il risultato? Nel 2009 il numero dei dipendenti precari è crollato (meno 10,5% per gli under-35, meno 5,8% per gli over-35) e anche quello dei dipendenti permanenti è diminuito, ma in questo caso è successo solo per i giovani. Per gli over-35, paradossalmente, il numero dei lavoratori con un contratto permanente è invece addirittura cresciuto malgrado la crisi (più 2,4%). È proprio la strana storia dei dipendenti permanenti — crollati fra i giovani, cresciuti fra gli adulti e anziani— a segnalare che forse il precariato non spiega tutto del trattamento punitivo riservato in Italia ai giovani. Espressa in molti meccanismi, sembra pesare anche la preferenza generale di una società anziana per i suoi membri anziani.

L’Italia concorre infatti anche per un altro primato internazionale: è abitata da persone molto più in là con gli anni che altrove. Secondo l’annuario della Cia, l’età mediana nel Paese è la terza più alta al mondo (43,3 anni) subito dietro il Giappone e la Germania. Le fette di popolazione nelle fasce 35-44, 45-54 e 55-64 anni sono tutte molto più numerose di quella della fascia 15-24 e, ancora di più, della fascia 5-14. Gran parte della popolazione è in età piuttosto matura. Forse è dunque normale che attraverso il welfare, i partiti, i sindacati o nelle imprese, emergano scelte collettive che favoriscono le maggioranze relative anziane (più organizzate, per il fatto stesso dei loro privilegi) a scapito delle minoranze giovani e disorganizzate. La stessa tendenza si nota del resto anche nell’andamento delle retribuzioni: quelle dei giovani e precari non solo sono più basse, crescono anche molto più lentamente. Così la forbice retributiva si allarga: fra il 2006 e il 2008, la differenza nella retribuzione media giornaliera fra un contratto permanente e uno a tempo determinato è salita da 18,17 a 21,38 euro: la crisi anche qui ha ampliato gli squilibri ai danni delle ultime generazioni.

La busta-paga dei lavoratori dipendenti permanenti è cresciuta del 7,22%, mentre quella dei dipendenti a tempo determinato solo del 4,04%. Su questi valori, elaborati in base ai dati Inps, può incidere certo il fatto che molti atipici sono impegnati in mestieri semplicemente pagati peggio. E conta senz’altro la posizione di debolezza del precario nel negoziare il proprio compenso. L’impressione generale è però quella di un’Italia bizzarramente «democratica» nel modo di reagire alla grande crisi: ha deciso quasi tutto la maggioranza anziana, e lo ha fatto a proprio favore. Che poi davvero le convenga soffocare le speranze di quelli venuti dopo, la loro crescita professionale e capacità produttiva, le nuove nascite e il futuro di tutti—in una spirale di sempre maggiore invecchiamento «democratico » — è ovviamente un’altra storia.

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