La sigla finale del programma “Mille e una luce” (agosto 1978), cantando “Ancora ancora ancora”, è ufficialmente l’ultima apparizione televisiva di Mina. Da allora sono passati trentadue anni. Solo nel 2001 Mina si è fatta riprendere nel suo studio di registrazione trasmettendo il filmato in streaming con un record di contatti di oltre 20 milioni. Neanche per i suoi 70 anni oggi – è nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940 – Mina si farà vedere. Anche se la sua voce magica continua a impazzare in radio, tv e online. E oggi tutti i media sono mobilitati per lei e i programmi si passeranno il testimone per renderle omaggio fino alla prima serata di lunedì 29 marzo, quando andrà in onda su RaiDue “Minissima 2010”: uno speciale condotto da Paolo Limiti che racconterà Mina attraverso spezzoni di repertorio, l’imitazione di Lucia Ocone e le canzoni rivisitate di Francesco Renga. Per lei auguri da tutto il mondo, anche da Liza Minnelli, Quincy Jones e Barbra Streisand. Mentre Jennifer Lopez le dedicherà una cover. Il giusto riconoscimento alla voce unica della Tigre di Cremona (soprannome coniato per lei dalla giornalista e amica Natalia Aspesi). Ma Mina non ama festeggiare i compleanni e oggi si limiterà a stare in famiglia e con pochi amici. Il suo regalo? Nuove note. Dopo aver inciso più di mille brani e venduto oltre 150 milioni di dischi, Mina continua a donare ai suoi fan momenti intensi con la sua voce. In occasione del suo settantesimo compleanno, Sony Music pubblica in vinile gli ultimi suoi lavori; mentre il 14 maggio è atteso il suo nuovo album di inediti. Anche la Carosello Records l’omaggerà con l’uscita di un “doppio triplo box”, cioè una raccolta in 6 cd che conterrà ben 120 canzoni della cantante, incisi dal ‘59 al ‘65 con l’etichetta che quest’anno compie 50 anni. Un’occasione in più per riascoltare “Le mille bolle blu”, “Tintarella di luna”, “Renato”, “Il cielo in una stanza”, “Briciole di Baci”.
Festa della Donna: all’insegna di Madre Teresa e del ruolo nelle grandi religioni
Nel giorno della Festa della Donna, conviene parlare di una donna che grande lo è stata davvero, a giudizio pressoché unanime: Madre Teresa di Calcutta. Su di lei, in occasione del centenario della nascita, è in corso di programmazione in giro per il mondo un ciclo di sette film aventi lo scopo di far riflettere sulla sua figura. Se è normale immaginare che un’iniziativa del genere abbia riscosso un facile successo nei Paesi di tradizione cristiana, lo forse meno il fatto che la stessa abbia colpito nel profondo anche in realtà culturali e religiose assai distanti da esso, a dimostrazione del fatto che gli esempi valgono più di mille parole.
Com’è il caso del Giappone, come riportato dall’agenzia AsiaNews dalla quale è opportuno estrapolare un paio di testimonianze perché sono molto significative: <<Haruko Tsukihana, 40 anni, ha conosciuto la Beata su un libro, e da allora ne è “affascinata. Quando ho letto della sua vita ho sentito un’energia incredibile, che mi ha sorpresa. Il cristianesimo mi era sempre sembrato una religione di ‘classe superiore’, come se avesse una barriera intorno. Ma il suo esempio mi ha fatto capire che è tutto completamente differente da come lo pensavo io”. E ancora: <<Hiroyuki Miyake, 31 anni, ha studiato in una scuola cattolica: “La cosa che mi ha sorpreso di più è che, con la sua vita, ha trasformato un’ideologia in realtà. È meraviglioso sapere di essere nati nella sua stessa epica storica. Sto considerando l’idea di battezzarmi, perché questo esempio è troppo forte per essere ignorato”>>. La proiezione, dicono le cronache, ha avuto un successo tale che sarà ripetuta il 29 di questo mese.
Sempre sul fronte donne e religioni, è da segnalare che la puntata odierna di Le Storie, il programma condotto ogni giorno da Corrado Augias su Rai Tre alle 12,45, parlerà di ruolo della donna nelle tre grandi religioni monoteiste con la storica Marina Caffiero.
E ovviamente, tanti auguri a tutte le donne.
(via SpiritualSeeds)
Le sorelle della Luce: a scuola di bellezza
di Sergio Scacchia
Nel giorno dell’8 di marzo, non dobbiamo dimenticare quella parte dell’universo femminile che dedica l’intera vita al servizio generoso e discreto di Dio e del prossimo.
Se vi capitasse di incontrare le clarisse capireste subito che la clausura non è, affatto, la bara dove macerano donne recluse vive. Al contrario è un piccolo mondo dove si vive un’esistenza di gioia e di profondi significati. Un mondo lontano da rumori assordanti, armonioso tra note e silenzi, respiri e preghiera.
Nella città d’arte di Atri, in provincia di Teramo, sorge un piccolo monastero di suore clarisse di Santa Chiara, dalle modeste pretese architettoniche ma che, con i suoi otto secoli di vita contemplativa e nello stesso tempo attiva, rappresenta uno dei monumenti più insigni e cari alla cittadina ducale.
In questo luogo secolare, le suore di clausura ogni giorno preparano, nel raccoglimento, l’avvento del Regno di Dio.
Dietro la grata che separa queste donne da tutti noi, è facile scoprire la semplicità, la purezza d’animo e, soprattutto, la serenità che traspare dai loro volti. E’ come se l’eredità spirituale di tante sorelle succedutesi nei secoli, abbia dato il più grande patrimonio di fede alle suore di oggi, che vivono con estrema felicità la loro esistenza, povera di cose materiali ma ricca della grazia di Dio.
Ho sempre creduto che un monastero sia come un potente telescopio con cui le contemplative scrutano il mistero di un Dio vicino eppure lontano. Una prodigiosa antenna sintonizzata sull’armonia del Cielo.
Una storia singolare narra che, intorno al 1809, al tempo delle soppressioni delle case dei religiosi per via di una legge promulgata dallo Stato Italiano, una di loro, Giuditta Antonioli, ebbe una visione, mentre pregava dinanzi ad un quadro della Vergine Maria.
La Madonna assicurò che il monastero fondato da una compagna di Santa Chiara, non sarebbe mai stato chiuso protraendo la sua esistenza fino alla fine del mondo. Annuncio poi dato anche a un’altra suora, Maria Veronica De Petris.
Eravamo nel 1862 e la religiosa pregava davanti alla statua della Vergine con bimbo collocata oggi nel Coro superiore della chiesa, quando la voce dolcissima le rese questo vaticinio.
La fondazione di questo luogo è da ascriversi a San Francesco che visitò l’Abruzzo nel 1215, gettando le basi per la costruzione di alcuni conventi per i suoi Frati Minori, fra cui quello dedicato a San Gabriele dell’Addolorata.
Anche le mani hanno trovato lavoro in tanti anni. Fin oltre la seconda metà del 1800, le suore di Atri sono state famose ovunque per la produzione del “saponetto atriano”, delicato e profumato detergente ammorbidente e schiumoso, il cui segreto di fabbricazione è rimasto circoscritto per moltissimi anni solo presso le clarisse.
Sembra che il Duca Giosia di Acquaviva, intorno al 1600, fosse solito mandarlo in dono ai molti amici sparsi per l’Italia.
La tecnica di preparazione la svela, in un libretto degli anni ’70, Suor Maria Chiara quando scriveva che occorreva un impasto di oli, erbe odorose, essenze di bulbi di giglio del giardino del monastero e tanto lavoro.
Le suore eccellevano anche nella preparazione del “marzapane”, dal quale è derivato l’odierno pane ducale, dolce tipico con un impasto a base di mandorle tritate e miele.
Oggi le sorelle preparano biscotti assolutamente deliziosi e producono ostie e ricami. Le donne lavorano l’orto e il giardino, coltivando fiori, verdure. Il ricavato dei lavori serve ad aiutare famiglie bisognose. Le sorelle clarisse si fanno canale della benevolenza di Dio verso gli uomini, pregando assiduamente anche per chi non rivolge mai lo sguardo al Creatore. La loro preghiera abbraccia il “gemito” di tutta l’umanità assetata di Dio, nonostante le apparenze. Lasciando questo alveare di api laboriose e i loro lieti sorrisi, ci si trova, come scriveva frà Massimo Tedoldi, più belli dentro. Approfittate dell’apostolato di conforto, luce e fede offerto dalle dolcissime sorelle, accostandovi alla grata e pregando con loro. Il vostro spirito ne trarrà giovamento.
Festa della Donna: mettiamo i puntini sulle “i”
Chissà quante donne che la sera dell’8 marzo celebreranno la loro Festa con cene, banchetti e spogliarelli tutti al femminile, sono al corrente di quello che accadde nel lontano 1908, quando a New York, 129 operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare.
Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni finché, l’8 marzo (o il 25 secondo alcuni), il proprietario Mr. Johnson bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire dallo stabilimento.
Ci fu un incendio doloso e le 129 operaie prigioniere all’interno dello stabilimento morirono arse dalle fiamme. La commemorazione, tutta americana, delle vittime è stata poi accolta in tutto il mondo come la giornata simbolo del riscatto femminile. Nel 1977 l’UNESCO proclamò l’8 marzo Giornata Internazionale della Donna. Da allora, l’8 marzo è stata proposta come giornata di difesa internazionale dei diritti delle donne, non certo come una festa commerciale, e in alcuni casi anche un pochino immorale.
Si pensi che la scelta della mimosa, non fu certo per un suo carattere simbolico, ma solo perché in questo periodo dell’anno era il fiore più comune ed economico (provate andare dal fiorista oggi!).
L’ Italia è un paese relativamente giovane in materia di Diritti della donna, se pensiamo che il voto alle donne fu dato solo nel 1946.
È del 1960 invece la parità salariale tra uomo e donna. Solo nel 1975 si ha parità anche in tema di DIRITTO DI FAMIGLIA. Del 1991 è la LEGGE PARI OPPORTUNITÀ: una legge in grado di intervenire e rimuovere le discriminazioni e far avanzare l’idea di uguali opportunità uomo-donna nel lavoro, che purtroppo però resta ancora sostanzialmente inapplicata.
Il 1996 poi è una data importante, poiché viene approvata una legge dove si stabilisce che la violenza sessuale non è più un delitto contro la morale, bensì contro la persona.
Diritti, uguaglianza, parità….tutte parole troppo spesso fraintese da un orecchio superficiale, o usate in modo errato da chi, sull’onda femminista forse, vorrebbe la donna uguale all’uomo.
Ma la donna è davvero uguale all’uomo?
Io credo proprio di no, credo nella diversità e nel completamento dei due esseri, che Dio ha creato assieme per essere Sua immagine e somiglianza. “Dio creò l’uomo a Sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 27). L’uno e l’altra per poter essere simili a Lui.
Ribattezzerei l’8 Marzo quindi come la “Festa della Diversità della donna”.
Si usi questa “Festa” per ricordare la difficoltà delle conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, e per dar voce alle discriminazioni e violenze cui tuttora essa è soggetta in molte parti del mondo, per esaltare le differenze nei confronti dell’uomo, di modo da diventare un punto di forza, perché la donna si può riscattare con il rispetto dell’altro, di qualsiasi sesso egli sia, come nel Comandamento Nuovo.
Si creano per fortuna sempre più spesso occasioni di riflessione e incontro su questi temi, dove la donna deve avere una voce nuova piuttosto che frequentare locali che propongono gli spogliarelli maschili.
Non capisco a volte qual è l’uguaglianza che chiediamo oggi, ma….vogliamo davvero essere uguali all’uomo?
Abbiamo un’altra sensibilità, un altro tipo di processo mentale nel formulare soluzioni e idee, un altro ruolo sociale e familiare…..dobbiamo essere diversi, perché avendo ognuno un suo proprio ruolo possiamo davvero costruire. Il mio augurio per questa Festa della Donna è di non usare più la parola “diverso” con l’accezione negativa di sempre, ma di cominciare a considerarla una ricchezza, perchè sia espressione vera di come ci ha voluti Lui: diversi, quindi unici!
La forza delle donne
Scriveva, qualche mese fa, Umberto Veronesi in un blog: ”la mia professione di medico mi ha insegnato l’arte di leggere nell’agire delle donne. Le ho viste affrontare con forza i momenti di debolezza, guardare in faccia il dolore e farne un’occasione di rinascita. Io ho visto donne fare rivoluzioni e ricomporre armonie. Ne ho viste altre, quando si è scatenato il caos, riportare ordine nei pensieri, nei rapporti umani, nell’ambiente e nella società.”. E il grande oncologo aggiungeva: “…il potenziale intellettuale delle donne è enorme e sottoutilizzato; siamo sei miliardi sulla Terra, ma le menti impegnate a sfruttarne le ricchezze, mantenendone gli equilibri, sono meno della metà. natura e cultura ci indicano con coerenza che la donna è la protagonista della prossima era e che non sarà certo fermata dalle difficoltà a procedere, come quelle attuali; non c’è da temere: le donne non si fermano”.
Che cosa aggiungere? E’ proprio vero, la forza delle donne non è riportata nei manuali di storia o di filosofia, perché il pensiero femminile vive dentro gli avvenimenti. Per secoli le donne hanno silenziosamente influenzato il progresso civile e hanno determinato l’evoluzione culturale con l’azione più che con la teoria.
Ecco perché non servono gli auguri per la “festa delle donne”, l’8 marzo.
Questa ricorrenza, intrecciata con le conquiste sociali e politiche, negli anni, aveva perso sempre più d’importanza, stritolata dal conformismo e consumismo di una società ormai alla deriva.
Oggi sono molti i segnali sociali che indicano un trend più consono al messaggio che la festa vuole diffondere. Stanno scomparendo, pian piano, le desolanti cene a base di strip, fatte di atteggiamenti stereotipati che secoli di lotte e conquiste sociali combattevano strenuamente. Anche il tradizionale scambio delle mimose, fiore giallo bello ma effimero perché dalla vita breve, segna il passo. E’ stato per anni un fenomeno dilagante in ogni genere di ambiente.
Le donne hanno bisogno di altro. Hanno fame di momenti di confronto e soprattutto sono alla ricerca di una giustizia fatta di diritti umani in ogni parte del mondo. L’8 marzo deve ricordarci che realtà come stupri, abusi, violenze, sopraffazioni sono ancora tanto diffuse nel mondo, anche in quell’Italia che crede di essere il paese più civile del globo. L’8 marzo deve ricordarci delle pari opportunità. Nel 2003 il Parlamento approvò una modifica alla Costituzione con la quale si favoriva un maggior equilibrio fra donne e uomini sia negli uffici pubblici, che nelle assemblee elettive. Ebbene, le alte istituzioni del Paese ancora non riescono ad approvare le “quote rosa” o altri meccanismi di garanzia per un’adeguata rappresentanza delle donne in spazi di partecipazione politica, né trovare strumenti validi contro le discriminazioni all’ingresso nel mondo del lavoro e nelle progressioni di carriera.
Bisogna avere fiducia, comunque. Dal 1848, quando in una giornata memorabile il grande re di Prussia, spaventato da una massa inferocita di manifestanti, promise il voto alle donne, ne è stata fatta di strada.
Il sovrano non mantenne la promessa, allora, disattendendo un passo fondamentale per l’acquisizione di diritti umani e inalienabili.
Speriamo che oggi alle parole seguano i fatti.
STRISCIA LA NOTIZIA…
Colgo l’occasione dei festeggiamenti che si terranno in Assisi il 14 Febbraio nella Basilica di S Chiara, in occasione del premio televisivo, per parlare di Parola, Comunicazione e Notizia.Oltre ad essere Patrona della televisione, Santa Chiara è una moderna santa dei nostri tempi che senz’altro adotterebbe tra i suoi protetti anche il mondo dei media e questo nuovo giornale NOBELL.IT !
Perchè nuovo?! Quale potrebbe essere la caratteristica di NOBELL?
1) Il non giudizio: lì dove lo stile del Cristiano si caratterizza dal non esprimere frettolosamente un pre-giudizio nei confronti dell’altro, COMUNICARE una notizia deve poter diventare innanzitutto un “incontro speciale”, una stanza, dove gli altri che leggono,possano sentirsi accolti e quasi “fasciati” da essa.
2) Non il Sabato è fatto per l’uomo, ma l’uomo è fatto per il Sabato!
Un giornale dovrebbe assolvere a questa delicata funzione:essere un servizio per “l’incontro di Dio con l’uomo”, un libero “luogo virtuale” che apre le porte davvero all’appuntamento reale con il Cristo fatto Carne, che, ancora una volta,ripete la sua Kenosis, e si “abbassa” con piacere fino allo stato di “creaturalità”, proprio per studiare e capire l’umana e terrena condizione dell’uomo e le sue innumerevoli e intricate relazioni.
3) spesso s. Chiara citava l’immagine dello specchio: anche NOBELL.IT è come un grande specchio sfaccettato, una colorata fotografia dell’essere umano che soffre, vive e gode nel suo attuale momento storico, forse aspettando che questo decisivo momento dell’incontro col Salvatore, lo possa in qualche modo “giustificare” proprio attraverso “la notizia”.
E’ importante partire,quindi,anche, nella stesura di un articolo, dalla vera realtà umana, anche se bisogna fare i conti a volte con il suo aspetto piu’ crudo, duro e accidentato, affinchè, con un intelligente percorso “indotto” giornalistico, quella stessa appannata realtà, possa essere riportata alla “luce”, avvalorata con giusti contenuti evangelici, fino a godere, alla fine, di una gratificante “elevazione” spirituale e umana che andrà a tutto vantaggio del lettore.
4) La notizia diventa “BUONA NOTIZIA”!
Essa lo diventa, quando assume la stessa dimensione “Redentiva” di Cristo, usando la “formula Pasquale” nello stile comunicativo:partire dal degrado e dal disagio della notizia, fino a portare nel lettore,la stessa speranza e certezza della Resurrezione della Pasqua che si tinge di cangianti colori: dal viola della morte, al bianco fulgore della vita!
Quello che spesso il mondo giornalistico e dei media trascura, è proprio la mancanza di una via d’uscita della notizia, facendole mancare l’aspetto Pasquale, che ne è il segreto, almeno dovrebbe esserlo per un giornale come NOBELL.IT!
5) Puo’ instaurare, chi scrive, una sorta di “Pastorale Sacramentale Virtuale” con il lettore?
Se chi scrive l’articolo, ci entra davvero dentro, la vive in prima persona e ,non solo in modo descrittivo, potrebbe davvero far “veder la luce” al lettore e innestare in lui un processo quasi “liturgico”. L’incontro tra il Buon Pastore e la pecora smarrita, puo’ ” materializzarsi” anche tra le righe di un articolo, perchè un’ Azione Liturgica, se fatta con fede, che altro è, in fondo, se non: Incontro con la Parola, commozione e processo anche di conversione e revisione di vita, azione di grazie per aver “sentito” che tra quelle righe passa Dio con il suo amore?
6) in un mondo dove la gente si affaccia alla finestra mediatica, NOBELL.IT, puo’ diventare un piccolo ” Paradiso virtuale”: Il vecchio Adamo, distrutto dal peccato che sta ancora nascosto e vagando in cerca della verità, puo’ riascoltare, ancora piu’ intensa e amorevole, la voce di Dio che lo chiama e lo invita a dialogare con lui! Questa volta proprio sotto forma di una comunicazione digitale!
Su NOBELL.IT, si puo’!!!!
Donne più emotive?
l senso morale, ovvero la capacità di distinguere il bene dal male, è manipolabile. A un patto: che il soggetto sia donna. Allora basta un «niente» per renderla, di fronte a una scelta che comporta un giudizio morale, più fredda e calcolatrice. Gli uomini, invece, non si muovono di una virgola e mantengono fede al loro atteggiamento iniziale, di solito più razionale e meno emotivo di quello delle donne. Il «niente» è una debolissima corrente elettrica fatta passare attraverso il cervello ed è questo il trucco che ha utilizzato un gruppo di ricercatori italiani della Fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano, dell’Ospedale San Raffaele, sempre di Milano, e dell’Università di Padova proprio per verificare le differenze di comportamento fra uomini e donne.
DOMANDE E RISPOSTE – I ricercatori sono partiti da una serie di domande che hanno posto a un gruppo di persone, 38 uomini e 40 donne con un’età media di 24 anni. Eccone una, tanto per entrare nei dettagli dell’esperimento. «Immaginate di essere un medico e di avere di fronte tre pazienti che hanno bisogno di un trapianto d’organo. Potreste salvarli tutti e tre a patto di uccidere una persona sana e di prelevarne gli organi. Che cosa fareste?». Le risposte sono state diverse, a seconda del genere. «Gli uomini», spiega Manuela Fumagalli del Centro clinico per le neuronanotecnologie e la neurostimolazione della Fondazione Policlinico Ca’ Granda diretto da Alberto Priori, «tendenzialmente rispondono in maniera più razionale, cioè scelgono di sacrificare una persona per salvarne tre. Le donne, invece sono più emotive: non se la sentono di uccidere una persona sana, nemmeno per farne vivere tre».
L’EMOTIVITÀ – Di fronte a un dilemma morale, dunque, le donne non solo si comportano diversamente dagli uomini, ma tendono, appunto, a essere più emotive e meno razionali. E sono più manipolabili dell’uomo. «Quando», aggiunge Manuela Fumagalli, «abbiamo rivolto la stessa domanda a donne e uomini, mentre facevamo passare una debole corrente elettrica attraverso la zona prefrontale del cervello, gli uomini non modificavano le loro risposte, mentre le donne sì e diventavano più ciniche e calcolatrici. L’effetto però è reversibile con la sospensione della stimolazione». L’esperimento, che sarà pubblicato sulla rivista PloS One, non ha solo una valenza conoscitiva, ma potrebbe, in futuro, rappresentare la base per nuovi approcci terapeutici e riabilitativi per certe alterazioni della corteccia prefrontale.
RADICI BIOLOGICHE – «Sono situazioni che si possono verificare», spiega Fumagalli, «in seguito a tumore, per esempio, o a ictus e interessare specificamente l’area prefrontale, deputata, appunto, al giudizio morale». La nuova ricerca dimostra come la manipolazione mentale può avvenire non soltanto attraverso un condizionamento psicologico, tipo suggestione o ipnosi, ma anche attraverso tecniche che agiscono su basi biologiche. «Questo studio», conclude Priori, «conferma la differenza di comportamento morale tra uomini e donne, una diversità che affonda le sue radici nella biologia e nella neuro-anatomia, e che è indipendente da fattori culturali quali la religione e l’educazione».
Suor Emmanuelle: la mia Chiesa bella
Oggi, dopo essere stata ricevuta da numerosi sacerdoti e vescovi, ho fiducia nel dinamismo della Chiesa. Confesso che non mi aspettavo di trovare nella maggior parte di loro una eco così diretta alle invocazioni del mondo – un solo vescovo, ritenendomi troppo rivoluzionaria, mi ha proibito l’accesso nella sua diocesi! In Francia, ho incontrato preti con uno stile di vita più che modesto, il cui portafoglio si vuotava regolarmente a ogni grido di aiuto: «Da me, la porta è sempre aperta. Chi passa, si siede, e condividiamo la minestra».
Nel corso delle serate trascorse nei presbiteri di diversi Paesi, la conversazione si soffermava in genere su una medesima ossessione: «Come rispondere alle richieste degli uomini di oggi?». Spesso in uno sguardo angosciato si leggeva la preoccupazione di non riuscire a corrispondere alle attese. Eppure, li vedevo quei preti, aiutati da volontari, sfinirsi in riunioni, campi, attività sociali di ogni genere e penetrare negli ambienti più colpiti dalle avversità: droga, Aids, carcere. Loro scopo non era sollevare una massa che si dirige altrove, ma risvegliare alla condivisione di un’effettiva solidarietà piccoli gruppi di volenterosi. Quante volte ho condiviso una scodella di riso al prezzo di un pasto completo in una sala parrocchiale! Quanti salvadanai di classe o familiari mi sono stati offerti nel corso di cerimonie religiose!
Quante stupende lettere di bambini nel tempo di Quaresima: «Sorella, ho trasportato delle carriole di sassi per guadagnare il denaro che le invio; ero stanca, ma Gesù lo è di più!». O ancora: «Non ho mangiato tramezzini al prosciutto a scuola per conservare i soldi per i miei fratellini che hanno fame; io, comunque, dopo mangiavo bene a casa». Questa educazione alla condivisione mi ha fatto conoscere una Chiesa più assetata di giustizia di quanto non lo fosse all’epoca della mia infanzia. Il cardinale Decourtray mi ha invitata un giorno alla sua mensa. Con impudenza, mi permisi di chiedergli: «Padre vescovo, la Chiesa è veramente serva e povera?».
Ci fu un silenzio… «Abito questo palazzo episcopale che è proprietà dello Stato e rappresenta la residenza del vescovo di Lione. Quando ero giovane prete, avevo preso la decisione di abitare in una stanzetta e di non viaggiare che in bicicletta. Oggi potrei confinarmi in una stanzetta e utilizzare solo una bicicletta? Lei rigira il coltello nella piaga, suor Emmanuelle. Preghi affinché io viva il più poveramente possibile là dove devo attualmente risiedere e affinché io sia veramente il servo di tutti!». Sono le sue testuali parole. Lo guardai. Il suo volto aveva la tristezza dell’uomo obbligato a vivere lontano dal suo ideale.
E tuttavia, lui che aveva risposto alla mia aggressività con la dolcezza e una richiesta di preghiere, non praticava forse quella povertà di spirito che Gesù ha stabilito come prima beatitudine? E, tutti lo sanno, il cardinale Decourtray non faceva spese inutili e d’ostentazione. Se san Paolo fosse oggi arcivescovo di Lione, potrebbe, come ai suoi tempi, fabbricare tende per guadagnarsi da vivere? Potrebbe fare i suoi viaggi da città a città a piedi? In più occasioni ho ritrovato questa nostalgia della povertà primitiva.
Con il cardinale Lustiger, invece, ho parlato della formazione dei seminaristi: «Dovrebbero condividere la vita del terzo o del quarto mondo, andare a vivere per un periodo in una bidonville e dormire sotto i ponti con i senza fissa dimora». Senza cedere allo sconcerto davanti al mio tono aggressivo, il cardinale mi ascolta con attenzione: «La loro formazione include, in effetti, un contatto con gli ambienti svantaggiati di Parigi. Ogni settimana trascorrono varie ore al servizio dei più poveri, dei malati, degli anziani, handicappati e senza fissa dimora. Bisognerebbe prendere in considerazione di mandarli in una bidonville, me la può descrivere?».
Lo sentivo pronto ad accettare nuovi suggerimenti. Un amico mi aveva chiesto di porgli questa domanda: «Lei darebbe un posto di lavoro a un omosessuale?». «Sì. L’ho già fatto, perché era un uomo di valore». Mi invitò a parlare a Notre-Dame di Parigi alla fine della messa solenne della domenica sera. Mi abbracciò poi fraternamente, ringraziandomi mentre tornavamo in sacrestia. Non vi vidi vecchi orpelli, ma un uomo dallo spirito giovane, aperto ai problemi del nostro tempo. A Roma ho avuto un terribile fremito di ribellione. Avrei fatto meglio a non lasciarmi trascinare ai Musei Vaticani: oro, argento, pietre preziose, doni di incredibile valore accumulati nei secoli… Mi trovavo davanti a ricordi di arte sacra o in una grotta di Alì Babà? Ne parlo con un venerabile ecclesiastico: «Vendendo questa inutile miniera d’oro, il Papa potrebbe aiutare tante nazioni povere!». «Il Papa non ha il diritto di farlo, sorella. Mitterrand è forse il proprietario dei tesori del Louvre?».
Non so veramente che cosa rispondere! La critica è facile, ma l’arte è difficile. Se fossi «papessa», con il rollio e il beccheggio che provocherei è sicuro che la Chiesa navigherebbe in pace verso il porto?
Suor Emmanuelle
BENEDETTA BIANCHI PORRO 46° ANNIVERSARIO
Sarà il card. Camillo Ruini, presidente Comitato per il Progetto culturale della Chiesa italiana, a celebrare la messa, domenica 24 gennaio a Dovadola (Forlì-Cesena), nel 46° anniversario della morte della venerabile Benedetta Bianchi Porro (1936-1964), scomparsa a soli ventisette anni a causa di una malattia che l’aveva resa cieca, sorda e paralizzata. Alle 10.30 nella Badia di Sant’Andrea, dove si trova la tomba della venerabile, il cardinale presiederà l’eucaristia, concelebrata da don Alfeo Costa, parroco di Dovadola e vicepostulatore della causa di beatificazione di Benedetta. Il card. Ruini giungerà a Forlì la sera del 23 e sarà accolto dal vescovo, mons. Lino Pizzi, e da un gruppo di sacerdoti. La mattina del 24, prima della partenza per Dovadola, sono previsti un’intervista al settimanale diocesano “Il Momento” in occasione della festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, e un omaggio a papa Giovanni Paolo II nella piazza di fronte al duomo, intitolata alla memoria del pontefice.


