‘Quale grazia sarà mai se in un corpo così bello non c’è neppure un granello di sale?’ (Catullo). E’ un’intelligente provocazione che si adatta bene ai modi di essere e di pensare del nostro tempo sempre più drammaticamente trasgressivi. Questa iniziale osservazione entra immediatamente in conflitto con il saggio-inchiesta di Carmelo Abbate – “Babilonia”, Viaggio nell’Italia del sesso, edito dalla Piemme – che racconta le abitudini sessuali, devianti e trasgressive, di “alcuni” italiani. Un itinerario narrativo raccolto in trecentoventi pagine che, dai club privé alle vacanze erotiche, attraversa tutta l’Italia per svelare i retroscena di un vertiginoso e ricco giro d’affari. Ne viene fuori, purtroppo, l’immagine degradante dell’italiano medio, patologicamente depresso e sessualmente insoddisfatto; una dinamica relazionale di coppia (tra marito e moglie) dimessa e irresponsabile; una corporeità femminile e maschile priva di vitalità interiore.
Siamo tutti davvero così? Sesso-dipendenti, esclusivamente inclini agli istinti sessuali?
Le relazioni tra l’uomo e la donna (anche quelle sessuali) non hanno invece bisogno di un respiro molto più ampio e di un luogo migliore per incontrarsi?
C’è in ogni uomo un’intelligenza del cuore (che non esiterei a definire “tenerezza”) che non bisognerebbe mai mortificare e verso cui imparare a scommettere con maggior intensità e responsabilità. Il nostro corpo non è un oggetto che possiamo stropicciare e offendere a seconda delle circostanze della vita o dei propri istinti sessuali. Usare il corpo di un altro vuol dire, quasi sempre, entrare nel suo stesso “io”. Ciascuno di noi, infatti, può esprimere se stesso anche attraverso la propria fisicità. Perfino il più piccolo stato d’animo, come per esempio la gioia o la tristezza, viene registrato nel nostro corpo e mostrato attraverso il corpo stesso con un sorriso o uno sguardo mesto.
L’unione sessuale di due corpi può esprimere addirittura due realtà assolutamente e drammaticamente opposte. Ci si può donare all’altro (amandosi) col desiderio di diventare con lui una cosa sola e di appartenergli sempre, nell’anima e nel corpo; oppure (tecnicamente in modo analogo) si può pretendere di possedere il corpo dell’altro per esprimere attraverso la violenza e la sopraffazione la conquista di uno squallido potere o di un mero piacere personale. Si annullano così nella persona offesa i valori principali della dignità umana, della libertà e dell’integrità del proprio corpo, trasformandola in un oggetto del proprio godimento.
I nostri giovani hanno bisogno di imparare questa “tenerezza del cuore”. Bisogna aiutarli a comprendere che la vera sessualità è dono di sé all’altro e fecondità che nulla ha da spartire con le mode trasgressive del nostro tempo.
Una volta non era così, ma oggi molti giovani hanno paura di stringere legami duraturi con la persona della quale si sono innamorati. Non sembrano molto disposti a pronunciare seriamente quella particolare ed intramontabile espressione che fa dire l’uno all’altra: “Ti amerò per sempre”. I problemi della nostra società, la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e duraturo, la drammatica esperienza del divorzio vissuta da alcuni dei loro genitori, hanno in qualche modo scoraggiato i nostri giovani a compiere scelte decisive e definitive come quella del matrimonio. Si preferisce allora fare esperienze d’amore a breve termine e libere da ulteriori responsabilità.
L’altro non è il terreno delle nostre personali passioni, ma un luogo che possiamo definire sacro. ‘Per questo – scriveva Papa Ratzinger nella sua prima Enciclica – l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende’.

















