Saturday, May 19, 2012

Non e’ qui. E’ Risorto.

Posted by marilena marino On aprile - 9 - 2012 ADD COMMENTS

Esultino i cori degli angeli,
esulti l’assemblea celeste.
Per la vittoria del più grande dei re,
le trombe squillino
e annuncino la salvezza.
Si ridesti di gioia la terra
inondata da nuovo fulgore;
le tenebre sono scomparse,
messe in fuga dall’eterno Signore della luce.
Gioisca la Chiesa madre nostra,
irradiata di vivo splendore,
e questo tempio risuoni
per le acclamazioni del popolo in festa.
Ci assista Cristo Gesù, nostro Signore e nostro Dio,
che vive e regna col Padre, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Popolo: Amen.
Diacono: Il Signore sia con voi.
Popolo: E con il tuo spirito.
Diacono: In alto i nostri cuori.
Popolo: Sono rivolti al Signore.
Diacono: Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.
Popolo: È cosa buona e giusta.
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo,
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
Tu hai consacrato la Pasqua per tutte le genti
senza immolazione di pingui animali,
ma con il corpo e il sangue di Cristo,
tuo Figlio unigenito.
Hai lasciato cadere i riti del popolo antico
e la tua grazia ha superato la legge.
Una vittima sola
ha offerto se stessa alla tua grandezza,
espiando una volta per sempre
il peccato di tutto il genere umano.
Questa vittima
è l’Agnello prefigurato dalla legge antica;
non è scelto dal gregge,
ma inviato dal cielo.
Al pascolo nessuno lo guida,
poiché lui stesso è il Pastore.
Con la morte e con la risurrezione
alle pecore tutto si è donato
perché l’umiliazione di un Dio
ci insegnasse la mitezza di cuore
e la glorificazione di un uomo
ci offrisse una grande speranza.
Dinanzi a chi lo tosava non volle belare lamento,
ma con voce profetica disse:
“Tra poco vedrete il Figlio dell’uomo
assiso alla destra di Dio”.
Col suo sacrificio, o Padre, a te riconcilia i tuoi figli
e, nella sua divina potenza, ci reca il tuo stesso perdono.
Tutti i segni delle profezie antiche
oggi per noi si avverano in Cristo.

Ecco: in questa notte beata
la colonna di fuoco risplende
e guida i redenti alle acque che danno salvezza.
Vi si immerge il Maligno e vi affoga,
ma il popolo del Signore salvo e libero ne risale.
Per Adamo siamo nati alla morte;
ora, generati nell’acqua dallo Spirito santo,
per Cristo rinasciamo alla vita.
Sciogliamo il nostro volontario digiuno:
Cristo, nostro agnello pasquale,
viene immolato per noi.
Il suo corpo è nutrimento vitale,
il suo sangue è inebriante bevanda;
l’unico sangue che non contamina,
ma dona salvezza immortale a chi lo riceve.
Mangiamo questo pane senza fermento,
memori che non di solo pane vive l’uomo
ma di ogni parola che viene da Dio.
Questo pane disceso dal cielo
vale più assai della manna,
piovuta dall’alto come feconda rugiada.
Essa sfamava Israele,
ma non lo strappava alla morte.
Chi invece di questo corpo si ciba,
conquista la vita perenne.
Ecco: ogni culto antico tramonta,
tutto per noi ridiventa nuovo.
Il coltello del rito mosaico si è smussato.
Il popolo di Cristo non subisce ferita,
ma, segnato dal crisma, riceve un battesimo santo.

Questa notte dobbiamo attendere in veglia
che il nostro Salvatore risorga.
Teniamo dunque le fiaccole accese
come fecero le vergini prudenti;
l’indugio potrebbe attardare l’incontro
col Signore che viene.
Certamente verrà e in un batter di ciglio,
come il lampo improvviso
che guizza da un estremo all’altro del cielo.
Lo svolgersi di questa veglia santa
tutto abbraccia il mistero della nostra salvezza;
nella rapida corsa di un’unica notte
si avverano preannunzi e fatti profetici di vari millenni.
Come ai magi la stella,
a noi si fa guida nella notte
la grande luce di Cristo risorto,
che il sacerdote con apostolica voce oggi a tutti proclama.
E come l’onda fuggente del Giordano
fu consacrata dal Signore immerso,
ecco, per arcano disegno,
l’acqua ci fa nascere a vita nuova.
Infine, perché tutto il mistero si compia,
il popolo dei credenti si nutre di Cristo.
Per le preghiere e i meriti santi di Ambrogio,
sacerdote sommo e vescovo nostro,
la clemenza del Padre celeste
ci introduca nel giorno del Signore risorto.
A lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Preconio Pasquale)

 

 

 

 

 

 

Popularity: unranked [?]

Nobell Buona Resurrezione

Posted by marilena marino On aprile - 4 - 2010 ADD COMMENTS

Nobell vi augura una Buona Pasqua di Resurrezione

Popularity: 38% [?]

Ai piedi della Croce

Posted by michelangelo On aprile - 2 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre “Donna, ecco il tuo figlio! ”. Poi disse al discepolo “Ecco la tua madre! ”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 25-27).

La nostra vita, potremmo dire, è una interminabile sequenza di incontri. Incontri con altre persone che hanno avuto il pregio di cambiare la tua esistenza, incontri determinanti per la tua realtà affettiva, incontri di amicizia ecc. Ogni incontro, bello o brutto che sia, nella gioia o nel dolore, lascia in noi un segno indelebile e il ricordo si aggrappa a mille particolari: il luogo in cui è avvenuto l’incontro, l’ora, le persone che ti stavano accanto…

Ai piedi della Croce, insieme alla Madre di Dio, quel giorno, c’era anche Giovanni, il discepolo prediletto, il più giovane tra gli apostoli. “Il Signore ha fatto grazia” questo è il significato ebraico del nome Giovanni. I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, da subito, erano entrati a far parte del gruppo dei Dodici. Giovanni fu, probabilmente, uno dei primi a seguire Gesù.

Adesso il giovane Apostolo sostava davanti al corpo martoriato del suo Signore. Le parole del Maestro dovevano echeggiare ancora nel suo cuore: “Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua…”. Il giorno in cui incontrò Gesù, le passeggiate in riva al Mare di Galilea, la pesca miracolosa, la chiamata degli altri apostoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la resurrezione di Lazzaro… erano immagini ancora nitide nella mente e nel cuore di Giovanni.

Non era un sogno ciò che lui, insieme agli altri apostoli, aveva vissuto e la gioia che in Gesù aveva sperimentato. Non era un sogno nemmeno quella Croce presso la quale, adesso, Giovanni silenziosamente sostava raccogliendo le ultime parole e gli spasimi dell’amato maestro: «“Donna, ecco il tuo figlio! ”. Poi disse al discepolo “Ecco la tua madre! ”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa»”. Maria, Giovanni e le altre donne sono immagine della Chiesa che rimarrà impressa nello sguardo e nel cuore di Dio. Tutto è ormai compiuto! Alcuni istanti ancora per affidare il genere umano al Padre, e poi il soffio del Suo ultimo respiro benedirà la giovane Chiesa radunata sotto la croce.

Lasciare tutto ciò che nel mondo è garanzia e stabilità di vita (affetti familiari, lavoro, averi ecc.), «condividere» un cammino faticoso e imprevedibile custodendo nel cuore la certezza della fede. Questa era la vera sequela proposta da Gesù. Egli stesso, inchiodato sul legno del patibolo, stava già aprendo un varco per i suoi primi seguaci. La Croce, per ogni uomo che decide di seguire Cristo, è posta all’orizzonte di questo cammino; essa è visibile da qualsiasi angolatura ed possibile raggiungerla compiendo (analogamente a Cristo) un vero e proprio atto di affidamento e di abbandono nelle mani di Dio. “Ai suoi apostoli, che hanno lasciato ogni cosa per lui, non assicura né il vitto né l’alloggio, ma solo la condivisione del suo stesso modo di vivere” (F. X. van Thuan).

“Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l’Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici … Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15)” (Benedetto XVI).

Popularity: 46% [?]

Mi guarirai

Posted by michelangelo On aprile - 1 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

“Mi guarirai da ogni malinconia attraverso di lui che siede alla tua destra e intercede per noi. Perché altrimenti sarei disperato. Son molte e grandi, infatti, le mie malinconie, son molte e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina” (S. Agostino).

Si può piangere per diversi motivi: per esprimere una gioia, per un dolore, per l’emozione, per amore, per compassione… In ognuna di queste circostanze, talvolta, le lacrime sono incontenibili e scorrono in abbondanza sul volto dell’uomo; e il nostro cuore, seppur tacitamente, spera e desidera di incontrare qualcuno capace di compassione.
Parlare oggi di compassione risulta, forse, un po’ difficile vista la spietata attenzione che in molti riservano solo a se stessi!

Il termine compassione è un felice dono della cultura latina. Lo possiamo considerare un felice dono poiché tale termine esprime il generoso legame e la partecipazione al dolore altrui. “Cum-passus” (compatire), partecipare all’altrui patimento… condivisione, dunque, di una sofferenza o di una gioia! Niente di più bello e di più sacro, che ci permette di portare conforto a chi è rimasto schiacciato dalla solitudine!

La Bibbia ci ricorda, con quattro splendide citazioni, l’importanza di imparare a condividere la vita degli altri che il Signore ci ha offerto in dono:
«Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri» (Gb 30, 25).
«Non evitare coloro che piangono e con gli afflitti mostrati afflitto» (Sir 7, 34).
«Beati voi che ora piangete, perché riderete» (Lc 6, 21).
«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15).

Chi meglio di Maria ha sperimentato tale compassione?
“Maria… condivide la compassione del Figlio per i peccatori. Come affermava san Bernardo, la Madre di Cristo è entrata nella Passione del Figlio mediante la sua compassione (cfr Omelia per la Domenica nell’Ottava dell’Assunzione). Ai piedi della Croce si realizza la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35) dal supplizio inflitto all’Innocente, nato dalla sua carne. Come Gesù ha pianto (cfr Gv 11,35), così anche Maria ha certamente pianto davanti al corpo torturato del Figlio. La sua riservatezza, tuttavia, ci impedisce di misurare l’abisso del suo dolore; la profondità di questa afflizione è soltanto suggerita dal simbolo tradizionale delle sette spade. […] Maria è oggi nella gioia e nella gloria della Risurrezione. Le lacrime versate ai piedi della Croce si sono trasformate in un sorriso che nulla ormai spegnerà, pur rimanendo intatta la sua compassione materna verso di noi” (Benedetto XVI).

Dobbiamo necessariamente ricreare i presupposti dell’amore vicendevole, non si può continuare a far finta di non vedere! L’alternativa a certi modelli – prodotti dalla cultura mondana del nostro tempo, attraverso gossip e televisione – sei TU!
Un “Tu” capace di accogliere e contenere un altro; un “Tu” generato dall’amore di Cristo sofferente in Croce e risorto, capace di diventare, come Lui, medicina e sollievo!!!

“Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel risorgere. Io sono la metamorfosi. Come cambiano pane e vino così cambia il mondo in me” (H.U. von Balthasar).

Dio ha scelto la concretezza della carne per rivelarsi all’uomo e questo fa del cristianesimo il più grande paradosso religioso di tutti i tempi.

Una delle conclusioni alle quali giunge Jacob Neusner – il grande erudito ebreo citato da Papa Ratzinger nel suo libro Gesù di Nazaret – riguarda l’assurdo accostamento tra la Parola di Dio contenuta nelle sacre scritture e la persona di Cristo.

«Così – disse il maestro – è questo che il saggio Gesù aveva da dire?».
Risposi: «Non precisamente, ma quasi».
Allora mi domandò: «Che cosa ha tralasciato?».
E io: «Nulla».
Ribatté il maestro: «Che cosa ha aggiunto allora?».
E io: «Se stesso».
Lui: «Oh…!».
(Jacob Neusner, Un rabbino parla con Gesù)

Talvolta cerchiamo di spiegare alcuni aspetti marginali dell’esistenza di Cristo, piuttosto che contemplare  l’avvenimento principale della fede, “il fatto” cioè che un Dio per farsi carne abbia scelto la misera condizione umana e sia venuto ad abitare in mezzo a noi e che, nel presente, nell’oggi della nostra vita quotidiana ritorni a mendicare la debole e vacillante attenzione dell’uomo.

Popularity: 44% [?]

BUONA PASQUA!

Posted by FLORIANO CARTANI' On aprile - 1 - 2010 ADD COMMENTS

Parlare delle tradizioni pasquali che si sono svolgono nel nostro Sud ed in tutta la provincia di Taranto in particolare, è quasi un voler tornare indietro nel tempo per ognuno di noi.

Un’età nel corso della quale i ritmi della vita erano ancora quelli scanditi dal suono delle campane e non dalla “suoneria” all’ultimo grido scaricata sul proprio cellulare.

Nella nostra Settimana Santa si continua a vivere ancora oggi un atteggiamento piuttosto mesto, nel quale praticamente tutti si ricordano, in un modo o nell’altro, del sacrificio di Cristo sulla croce.

In queste giornate, come in una sorta di “recital senza copione”, dove tuttavia ognuno poteva e può ritagliarsi una propria parte ben precisa e consapevole, ci si è preparati ancora una volta alla fatidica “attesa”. Una Speranza che ha valenza per tutto l’ anno se non, addirittura, per una vita intera, come accade per molti di noi.

Per tutti Essa è comunque racchiusa nella fatidica notte del Sabato Santo nella quale anche le campane, il cui suono era stato “legato al silenzio” per ben quaranta giorni, finalmente “scapolano”, nell’inconfondibile segno che la Vita, anche per quest’anno, si è (ri)presa la vittoria sulla Morte.

Ogni Pasqua vista attraverso le lenti del nichilismo che attanaglia sempre più il nostro tempo, ci sembra sempre più uguale a quella dell’anno passato, ma siamo noi, in un certo senso, che fortunatamente cerchiamo di cambiare e possiamo cambiarla col dono della fede. Perché, in sè e per sé, il messaggio cristologico nel corso di questi millenni è rimasto sempre estremamente lo stesso: cioè attuale sotto ogni punto di vista e, clamorosamente, l’unico veramente alla portata di tutti quanti noi.

Per certi versi è forse proprio questa l’innovazione semplice e rivoluzionaria al contempo introdotta nel mondo da quel Cristo, piombato nella storia umana circa duemila anni fa: il sacrificio di Uno per recuperare tutti e la non necessità estrema di altri “mediatori” per arrivare a Lui, se non Lui stesso. Quello stesso Dio che, fattosi uomo, ogni giorno sulla croce del Golgota, media per ogni altro uomo.

Ed è’ così che il sacrificio, il dolore di ciascuno, diventa il Suo Sacrificio, il Suo Dolore, nel momento in cui l’”Uomo Divino” si trascende, toccando compiutamente il fondo, il baratro dell’”uomo umano”, cioè la morte.

Una parola che, impregnata delle superfetazioni antropologiche e deistiche affibbiatole dal tempo, nell’azione cristologica assurge invece ad un significato proprio ed ineguagliabile, che va al di là della fine di tutto, per completarsi invece nella sublimazione della fisicità, del “termine”, in favore della spiritualità, dell’eternità.

Solo così, con una fede penetrante ed oltrepassante la stessa corporeità di ognuno di noi che si ripone nel progetto messianico di Cristo, possono trovare giusta giustificazione le masse di tanti fedeli devoti che, praticamente in tutta Italia e nel mondo, stanno vivendo in questi giorni i Riti della Settimana Santa e quelli della Via Crucis in particolare.

Una forma, quest’ultima, che se da un lato corre oggigiorno il rischio di rasentare una forma di bieca abitudine e spettacolarità popolare, dall’altro racchiude ancora intatti, almeno nella propria essenza, quel crogiuolo di significati religiosi e penitenti, che una monaca spagnola, tale Eteria, vissuta intorno al V secolo, importò nell’Europa al ritorno da un viaggio a Gerusalemme.

(FLORIANO CARTANI’)


Anche quest’anno, in occasione della cosiddetta festività delle Palme, alcune mamme di bambini che hanno frequentato o che frequentano la scuola dell’infanzia “Sacro Cuore” di Carosino, retta da suor Paola del Divino Amore, hanno inteso partecipare alla raccolta di fondi in favore delle missioni di questo sodalizio religioso. Si tratta di delegazioni sparse nei quattro continenti, che vedono impegnate in prima fila le religiose nell’attuare una forma di apostolato attraverso il proprio conforto e la parola di Dio nel mondo intero. Dal Perù alle Filippine, dall’India alla Colombia, questi progetti sono nati un pò ovunque spontaneamente, possono sembrare dei minuscoli contributi nel mare grande dei problemi dell’infanzia di quei territori: come i bambini abbandonati, gli orfanelli o quelli privi di qualsiasi profilo di istruzione. Ma anche per questa forma di dono, vale l’espressione coniata dalla stessa Madre Teresa di Calcutta che soleva ripetere in simili circostanze:” Anche se la più piccola delle carità è solo una goccia nell’oceano, l’oceano senza quella goccia sarebbe più povero”. In primo piano quindi, al di là delle realizzazioni vere e proprie, la cosiddetta “cultura del donarsi” intesa soprattutto come vero e proprio atto d’amore in favore del prossimo. Una tematica questa molto a cuore anche all’attuale parroco di Carosino don Lucangelo De Cantis. Attraverso tali gesti, infatti, questi graziosissimi lavoretti artigianali delle mamme finiscono con l’assumere un valore immensamente simbolico che va certamente oltre quello meramente materiale. Come nelle passate edizioni sono stati in diversi a fermarsi e devolvere il proprio contributo presso l’apposito banchetto di raccolta fondi, dove era possibile visionare anche alcune istantanee scattate dalle stesse suore del Divino Amore, le quali forniscono un contributo visivo al degrado incontrato dalle religiose nel corso delle loro missioni e testimoniano le opere costruite in fasore di questi fratelli bisognosi.

Il gruppo dei Giovanissimi di don Graziano Lupoli, vicario della parrocchia Santa Maria delle Grazie, guidati dallo stesso parroco don Lucangelo De Cantis, hanno predisposto una preparazione ai riti della Settimana Santa, con uno stupendo momento di preghiera e di canti che ha coinvolto la comunità e che ha avuto come scopo quello di farci immergere adeguatamente nel Mistero per eccellenza della cristianità. L’incontro è stato tenuto nella stessa chiesa Madre della cittadina jonica gremita di fedeli ed ha visto l’alternarsi di canti, riflessioni e preghiere, che hanno celebrato la vita, la fede, l’attesa e la speranza dell’uomo, quale fruitore “…dell’Amore Immenso di Dio, il quale è fautore e custode del cammino di ogni creatura verso la pienezza del suo esistere.”

Floriano Cartanì

Popularity: 35% [?]

L’uovo, simbolo di vita e di pace.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 31 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia

Un’antichissima leggenda racconta che Maria Maddalena, notoriamente una delle donne accorse al sepolcro di Gesù, avendolo trovato vuoto, si precipitò nella povera baracca dove erano riuniti in preghiera i discepoli e, trafelata, annunciò la straordinaria novità.
Pietro guardò smarrito la donna ed esclamò che avrebbe dato credito a tutto ciò solo se le uova, contenute in un cesto lì vicino, fossero divenute rosse. Subito i gusci si colorano di un rosso intenso.
Da quella leggenda nacque la tradizione di colorare le uova, simbolo della vita che si rinnova con la resurrezione dal peccato.
All’uovo si legano infinite tradizioni di Pasqua in Abruzzo.
Addirittura, anche la diffusissima usanza della “squilla” quando, il sabato precedente la Pasqua, la campana del paese rintoccava a lungo invitando alla conciliazione e pace, si completa con la tradizione del “bacio dell’uovo”.
E’ questo un rituale molto caro alle popolazioni contadine del sud dell’Italia.
Nel giorno della santa Pasqua s’invitavano a casa delle persone amiche e qualcuno con il quale si c’erano stati dissapori durante l’anno.
Anche se non intercorrevano buoni rapporti, nessuno poteva in quel giorno rifiutare l’invito. Sarebbe stata una mancanza verso il Cristo Risorto!
Di fronte a tutti gli intervenuti, i padroni di casa prendevano da un cestino un uovo debitamente colorato con infusi di foglie, fiori, erbe, cipolle. Si scocciava contro un altro uovo realizzando il “rito del bacio”.
Con la rottura delle due uova era sancita la pace e uno speciale “comparato” fra i due ex litiganti.
Seguiva una sorta di festa tra fette di colomba e dolci della “pupazza”.
Questa era una pasta intrecciata con, al centro, un uovo reso sodo dalla cottura al forno.
La pasta assumeva, sotto le mani esperte delle cuoche, la forma di un pupazzo femminile con i seni, le braccia curve sui fianchi che fungevano da maniglie per prenderla, chicchi di caffè al posto degli occhi e, per l’appunto, l’uovo collocato nella pancia che aveva anche un messaggio propiziatorio per le bimbe cui il dolce era regalato.
Un giorno era questo l’augurio, sarebbero diventate feconde, procreando un nuovo cristiano.
Le uova comparivano anche nella colazione di Pasqua, dopo il grande digiuno del triduo.
Le donne preparavano delle omelette rigorosamente con uova deposte dalle galline il giorno del venerdì santo e sul tavolo comparivano i cibi benedetti in vigilia.
Era usanza il sabato santo, nel pomeriggio, far benedire i pani che tutti portavano dentro enormi cesti con un bianco tovagliolo. Le pagnottelle erano fatte di farina grezza, rappresentazione del corpo del Salvatore.
Dentro il contenitore vi erano cinque uova a ricordo dello stesso numero di piaghe subite dal Cristo, tre pezzi di radice di liquirizia come i tre chiodi usati per mettere in croce Gesù e budella di animali a simboleggiare le corde usate per legare il Redentore alla colonna durante la flagellazione.

Popularity: 43% [?]

Nello stupore della Pasqua

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 30 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia
Gli evangelisti raccontano che la domenica delle Palme, la moltitudine degli Ebrei al grido dell’ ”Osanna”, accolse trionfalmente Gesù ritenuto a quel punto del suo cammino terreno, il Messia promesso da Dio al suo popolo, colui il quale doveva con grande potenza restaurare il regno di Davide  e liberare Israele. “Osanna”, una parola che, etimologicamente deriva da due radici ebraiche “hoshi- lana”, cioè “aiutami”, è un termine meno usato dell’alleluia e dell’amen ma non di minore significato. Tutti noi abbiamo ripetuto questo grido liberatorio di salvezza e di gioia agitando i ramoscelli di ulivo la domenica dell’ingresso trionfale in Gerusalemme. Al contrario della folla che non sapeva cosa sarebbe accaduto di lì a poco, il nostro “Osanna” è l’acclamazione trionfale di chi sa che Gesù, di là della sua apparente sconfitta con la morte in croce, sta per conoscere la sfolgorante vittoria della risurrezione. L’”Osanna”, non è solo la terza parola ebraica che la chiesa ha conservato gelosamente nella sua preghiera liturgica, senza traduzione, né rappresenta soltanto l’esultare di gioia, ma è anche il grido del peccatore pentito che sentendo sopra di sé la colpa riprovevole del peccato contro Dio e riconoscendo i suoi errori, implora il divino perdono. S. Agostino ne parla come della parola più grande, il grido di chi prorompe in sentimenti di amore verso il Creatore. Con l’”Osanna al Figlio di Davide” siamo entrati così nel tempo cristiano più importante dell’anno: quello che porta alla Pasqua, giorno del Signore e signore dei giorni. La Pasqua è sinonimo di primavera, risveglio, luce dopo il buio dell’inverno e il dolore degli ultimi giorni di Gesù per la tradizione cristiana. Passione, morte e risurrezione avvengono in un periodo breve, la cosiddetta “settimana santa”, densa di avvenimenti, tanto che nel mondo cristiano- ortodosso in oriente è denominata la “Grande Settimana”. Sono quei giorni dal profondo significato, in cui si commemora nel mondo il sacrificio di un Dio che ama il suo popolo e che torna alla vita eterna dopo aver redento con il sangue l’umanità. La Pasqua, quindi, non è semplicemente una festa tra le altre: essa è “la festa delle feste”, la “solennità delle solennità”, così come l’Eucarestia è il sacramento dei sacramenti. Sant’Atanasio la chiama ”La Grande Domenica” e ricorda, nei suoi scritti, che anche chi non crede si è soffermato almeno una volta nella sua vita, in meditazione sul “vero agnello che ha tolto i peccati del mondo, che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita” (prefazio pasquale I). Il trionfo di Cristo si riflette con tutta la sua forza sulla nostra esistenza, sul buio che permea i nostri giorni, sulla disperazione di tanti, sulle infinite miserie dell’uomo e sullo scenario di una società allo sbando in forza di una libertà che è solo capriccio e prevaricazione sugli altri. Una festività che ha radici ben più antiche legate ai festeggiamenti per il ritorno della bella stagione. Appare intrigante per l’uomo moderno, il rapporto con la Pasqua ebraica, ricordo della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù d’Egitto, in cui permane la celebrazione del pane azzimo non lievitato propria della tradizione più antico contadino, con la festività pastorale nomade della “pesach” e l’agnello in voga già nel mondo egizio ed ereditato dal cristianesimo. Ancora più intima l’unione della Pasqua con i riti celebrativi della primavera orientale o le ataviche feste pagane in cui il dio della natura moriva e risuscitava nelle piante usate dall’uomo per cibarsi: orzo per mangiare, vite per bere. Pasqua è anche tradizione e folclore. A Sulmona, la Madonna correrà di nuovo in piazza dall’antica chiesa medievale di Santa Maria della Tomba, prima vestita a lutto e poi con la veste gioiosa di chi ritrova il figlio vivo; a Pianella di Pescara tornerà l’antico omaggio che i signorotti longobardi pretendevano dai propri vassalli, quel “Bongiorno” che brigate di cantori accompagnati da trombe, tamburi e piatti porterà come saluto pasquale sotto le finestre del paese; a Spoltore si giocherà in piazza con “Lo Scuocchio”, cercando di rompere le uova sode dell’avversario; a Orsogna, il martedì in Albis, si svolgerà di nuovo la festa dei “Talami”, quadri viventi rappresentanti scene del Nuovo e Vecchio Testamento. Ovunque si proporranno eventi interessanti non solo per il turismo religioso ma anche per la tutela dei valori antropologici.

Popularity: 37% [?]

“Maior Hebdòmada”: la settimana santa.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 29 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia
Un vecchio proverbio abruzzese riassume i due momenti contrastanti della vita di Gesù: “…oggi in figura, domani in sepoltura”.
L’antico adagio, monito per tutti gli uomini, ricorda che si può passare in un attimo dall’esaltazione, come accadde a Gesù osannato a Gerusalemme, alla polvere.
Non esiste altra settimana, eccetto i sei giorni in cui Dio creò il mondo, che sia più importante di quella che precede la Santa Pasqua.
Ne erano consci i nostri nonni che attribuivano grandi significati ai giorni prima della Resurrezione.
Il lunedì, martedì e mercoledì santi, nelle campagne del sud- Italia, si formavano gruppi che attraversavano paesi e contrade, cantando e mimando la passione del nostro Signore.
Con testi poco curati, a volte tramandati per tradizione e ripetuti ossessivamente, si descrivevano con fede le ultime ventiquattrore di vita del Salvatore, terminando questa sorta di “rappresentazione” teatrale con preghiere, cui tutti aggiungevano il loro ”amen” finale.
Tutti profittavano del momento per partecipare al rito della Riconciliazione e apporre una firma nel “registro dei Confessati”, a solenne attestato del dovere compiuto.
Alla pratica dei “Sepolcri” del giovedì Santo, erano legate alcune usanze.
Nelle principali città del sud dell’Italia, mentre i fedeli sostavano in preghiera, una banda musicale suonava una struggente marcia funebre.
Era credenza popolare che, allo smantellamento del sepolcro, chi riuscisse a impossessarsi di fiori, candele, olio santo, riuscisse a tenere lontano dalla propria casa, malattie e pericoli nell’anno.
Dal momento in cui le campane tacevano, nessuno osava più spazzare la casa, né rifare letto o agghindare la tavola con tovaglie.
Tutti si chiudevano in religioso silenzio, molti osservavano il digiuno delle quarantotto ore detto “de lu trapasse” e i contadini sostituivano durante il lavoro nei campi, il tradizionale vino con acqua di fonte.
Le donne, di sera, accanto ai camini, recitavano per trenta tre volte il “credo in Dio” in ginocchio a ricordo degli anni del Cristo. Queste preghiere recitate per sette anni di seguito, liberavano una tra le anime più bisognose del Purgatorio.
Il venerdì Santo era soprattutto l’appuntamento dell’alba con la processione della Madonna Desolata a Teramo alla ricerca del Figlio perduto. In città da tutti i paesi, giungevano tanti fedeli e il seguito dietro la processione era enormemente superiore alle presenze di questi ultimi anni.
Il corteo antelucano a Teramo, ancora oggi sfida i secoli, frutto di una profondissima tradizione che all’Addolorata in cerca del figlio ha dedicato drammi sacri, laudi, sermoni e poemetti.
Con lo scoprimento delle croci, liberate dei drappi viola il sabato a tarda sera e lo scioglimento delle campane, iniziavano i grandi preparativi per la domenica.
Le uova, simbolo di vita, erano colorate per la festa del Risorto, da contadini, ingenuamente entusiasti, con infusi di foglie, fiori, erbe, cipolle. Al mattino della domenica la colazione sanciva la fine delle restrizioni culinarie e l’inizio della grande festa, tra spianate e dolci di Pasqua.

Popularity: 30% [?]

La Pasqua ebraica

Posted by Giuseppe Delprete On marzo - 25 - 2010 ADD COMMENTS

(Tratto dal saggio introduttivo di Daniel Lifschitz dal volume: Sholem Aleichem, Mendele Mokher Sforim, Yitzchaq Leib Peretz, Le feste ebraiche3. Pessach – Pasqua, Ed. Paoline, 2001)

Il mese di Nissan

Con il mese di Nissan inizia l’anno religioso, In questo mese i nostri padri furono liberati dalla schiavitù dell’Egitto, nel mese di Nissan diventammo nazione. Nel mese di Nissan, quindi, inizia la festività di Pessach, memoriale di tutti questi eventi.

Durante tutto il mese – con un’unica eccezione – è vietato digiunare, pronunciare preghiere penitenziali, cantare lamentazioni. Durante lo shabbath che precede Pessach – lo chiamiamo Shabbat ha Gadol il grande Shabbath, per i grandi miracoli che avvennero in quel tempo -, il Rabbi dà alla comunità una catechesi sui precetti di Pessach e alla vigilia di Pessach i primogeniti digiunano in memoria del castigo che si abbatté sull’Egitto, la decima e più terribile delle dieci piaghe: la morte dei primogeniti. Israele ne fu risparmiato, non per i suoi meriti – non ne aveva – ma per l’amore infinito del Santo, benedetto sia. Per i ragazzi che non hanno ancora raggiunto i tredici anni, la Bar-Mitzvah, digiuna il padre; ma se lui stesso è un primogenito e deve quindi digiunare per se stesso, al posto del figlio digiuna la madre.

Vivere la Pasqua

Pessach 1 non è una pia commemorazione di eventi lontani: è invece un’esperienza. La Pasqua invita ogni ebreo a partecipare oggi a un evento fondamentale per lui, per il suo popolo e per tutta l’umanità.

Celebrando la Pasqua l’ebreo collabora con Dio nella redenzione del mondo.

Ma com’è possibile partecipare oggi ad un evento che ebbe luogo più di tremila anni fa? La Torah chiama le grandi feste ebraiche Moadim (giorni di incontro con Dio). Ognuna delle grandi feste ebraiche trasmette un messaggio divino, radicato in un evento storico.

La Pasqua trasmette la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. È una meraviglia che quel messaggio non ci raggiunga da un passato remoto, ma che ci venga donato ogni anno di nuovo, celebrando un evento storico che diventa oggi una parola eterna di Dio per noi.

Per l’uomo occidentale questo è difficile da capire, perché egli considera il tempo come una linea diritta, che parte da un passato remoto e non tornerà mai più, dirigendosi verso un futuro imprevedibile che nessuno può conoscere. Spicca una sola certezza, quella della propria morte. Da questa l’uomo “occidentale” cerca di fuggire in molteplici faccende alienandosi dal proprio oggi.

Perciò gli eventi dell’Esodo dall’Egitto gli sembrano un lontano passato, senza alcun significato attuale.

Ma l’ebreo non vive il tempo in questa maniera: Dio è intervenuto nella sua storia e continua a intervenire, caricandola di un significato eterno e sempre attuale.

Mentre la storia avanza, l’ebreo non avanza su una linea diritta, lasciando il passato dietro a sé,: “Noi ci muoviamo in cerchio o, meglio, in una spirale, e perciò passiamo anno dopo anno attraverso le stesse stagioni, nelle quali avvennero gli interventi storici di Dio in favore dei nostri padri” 2

Per questo gli ebrei, quando ringraziano Dio per i miracoli che ha operato nella loro storia, non parlano dei grandi eventi dicendo “in quei giorni”, ma dicono “in quei giorni, in questo nostro tempo”; ancora oggi ne sono partecipi.

Quando dunque un ebreo veglia durante l’inter notte di Shavuoth 3, scrutando la Torah, non commemora semplicemente il dono della Torah sul Sinai, ma si prepara oggi a riceverla di nuovo. Quando a Tisha be Av digiuna, cantando lamentazioni seduto tutto il giorno per terra, egli partecipa alla tragedia della distruzione del Tempio e la rivive. Quando, a Sukkoth, vive per otto gironi con tutta la famiglia in una capanna di frasche, attraverso la quale si deve intravedere il cielo, egli non si ricorda semplicemente dei suoi padri che, guidati da Dio, vissero per quaranta anni pellegrini nel deserto, ma proclama attraverso quel segno che anch’egli è pellegrino su questa terra e che la sua sola luce gli viene dal cielo, da dove aspetta la venuta del Messia.

Tutto questo lo riassume molto bene Moshe Chaim Luzzato, rabbino e qabbalista italiano: ” Ogni impresa operata da Dio, ogni luce che brillò in un certo tempo della nostra storia, quando questo tempo ci raggiunge attraverso la memoria, lo splendore di questa luce brilla di nuovo e i frutti di quell’impresa possono essere mietuti da chiunque è presente per raccoglierli “4.

Ogni festa dell’anno liturgico ebraico contiene dunque la propria specifica e unica emanazione di santità, e l’ebreo può così rivivere i grandi avvenimenti della sua storia e, entrando nel loro spirito, attingere forza e ispirazione per il suo cammino 5.

La prima e principale festa dell’anno – principale perché segna gli inizi del popolo ebraico ed è quindi madre di tutte le feste dell’anno liturgico, anche dello Shabbath - è Pessach, la Pasqua, che gli ebrei chiamano ” il tempo della nostra liberazione “.

Questa liberazione cade sempre di primavera, nel mese di Nissan. Ma questo non è, il mese della liberazione perché in esso avvennero i prodigi dell’esodo: i prodigi dell’esodo avvennero invece in quel mese perché così Dio l’aveva preordinato per manifestarsi e per liberare, innestando la liberazione spirituale in un fenomeno naturale di vita, festeggiato ciclicamente da tutti i popoli: la primavera.

È la stagione nella quale la natura, libera dalle catene dell’inverno, si rinnova e si riveste di nuovo splendore. Questa è la stagione della libertà nella quale risuona la voce dell’amato: ” Alzati, amica mia, vieni, mia bella, mettiti in cammino. Ecco l’inverno [della schiavitù] è passato 6.

Questa è la stagione nella quale sono state aperte le sorgenti della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; liberazione per poter servire ed amare Dio. Queste sorgenti che si aprono nuovamente ogni anno zampillano con tutta la loro forza ogni mese di Nissan.

La schiavitù e la liberazione dall’Egitto costituiscono la pietra di fondazione di Israele; su di esse poggia tutta la sua storia. Per questo i saggi di Israele possono dire: ” Ogni periodo di esilio nella storia del nostro popolo fu prefigurato dalla schiavitù d’Egitto e ogni atto di liberazione, fino a quando giungerà quello definitivo, l’ avvento del Messia, ha le sue radici in questa redenzione originale, che avvenne durante l’eterna stagione della nostra liberazione dall’Egitto “.

Ecco perché l’ebreo nella notte di Pessach diventa partecipe di quell’intervento fondante attraverso il quale Dio stesso si scelse un popolo, lo adottò e lo strappò dal potere di un altro, dimostrando così che egli è il Signore della storia.

Entrando in questa esperienza e assorbendone gli insegnamenti, l’ebreo prepara il mondo per la venuta del Messia, aspettando l’ultima manifestazione della gloria di Dio e la liberazione definitiva del suo popolo e dell’umanità.

Come avviene questo? Quando giunge questa notte gli ebrei si siedono, famiglia per famiglia, comunità per comunità, come fecero i loro padri, attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha operato per loro; poi mangiano e bevono (consumando si partecipa) i segni della loro salvezza, la loro stessa liberazione.

il Seder pasquale è quindi un dono di Dio, un’opportunità che Dio offre per rivivere e non soltanto per ricordare l’esodo dall’Egitto.

Rabbi Yitzchaq Luria, il grande mistico e qabbalista 7, dice: ” Quando la Pasqua è preparata e celebrata come si deve le forze spirituali che si manifestarono durante la prima Pasqua agiscono nuovamente. Per questo il Talmud dice: “In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall’Egitto”. Ecco perché la preparazione della Pasqua è una condizione essenziale per poter riviverla ” 8

Dice il Maharal 9: ” Ognuno si applichi con riverenza a seguire le indicazioni dei saggi che hanno fissato nella Haggadah lo svolgersi dei riti del Seder. Nessun dettaglio ci sembri di troppo, anche se ci sono molte cose attorno alla Pasqua che ci potrebbero sembrare superflue. Neanche il minimo segno, il minimo gesto è senza significato ed efficacia “.

Il Sefer Hachinuch10 aggiunge: ” Una persona è motivata per le sue azioni “.

L’esperienza del proprio esodo non può essere un esercizio intellettuale, un pio sentimento o una decisione della nostra buona volontà. Bisogna preparare e lavorare per creare un ambiente e un clima nei quali l’esodo sia evocato attraverso segni evidenti.

Questo è lo scopo del Seder pasquale. Le sue parole e i suoi segni sono intesi a provocare un’esperienza personale e comunitaria di liberazione dalla schiavitù. Perciò ogni pur minimo segno e dettaglio usato durante la notte devono essere considerati come strumenti che aiutano a raggiungere questo scopo spirituale: sono come tessere di un mosaico, indispensabili perché Dio possa comporre per l’uomo l’insieme di un disegno.

I riti del Seder e i minimi dettagli del testo della Haggadah sono stati composti con uno scopo ben preciso: aiutare a ri-sperimentare la redenzione dall’Egitto. Questo viene anche significato dal nome ” Seder di Pasqua “, cioè ordine di Pasqua: ogni minimo dettaglio della notte pasquale fa parte di un progetto unico. Perciò una serie di segni scandisce ogni tappa della notte di Pasqua. Chi è presente in questa notte viene condotto dall’esperienza di schiavitù alla gioia della libertà.

il Maharal afferma ancora: – Seguendo tappa per tappa il modello tracciato dai padri, prepariamo l’avvento della redenzione finale perché, come si è già detto, ogni Pasqua fa rivivere l’esperienza della prima liberazione e fa presagire quella successiva, fino all’ultima e definitiva liberazione “.

Quali sono i principali elementi che devono precedere il Seder pasquale?

  1. L’annuncio della Pasqua;
  2. La preparazione della Pasqua.

Tutta la vita dell’uomo è preparazione. La storia prepara l’umanità per il regno di Dio, per la venuta del Messia e per la risurrezione dai morti. La vita di ogni singolo individuo lo prepara per la vita eterna. Anche nella vita quotidiana dell’uomo, ogni passo importante, ogni decisione che inciderà sul futuro devono essere preparati.

Così non stupisce che prima di uscire dall’Egitto e poi, di nuovo, prima del dono della Torah, sia stato comandato agli ebrei di prepararsi per quei grandi eventi.

L’ebreo si prepara attraverso il proprio vissuto a uscire da se stesso. Quando si alza al mattino proclama: ” Preparati, Israele, all’incontro con il tuo Dio “11. E così, di comandamento in comandamento, si prepara. Quando si alza al mattino, si lava per prepararsi alla preghiera mattutina, poi prega per prepararsi alla storia che lo aspetta lungo la giornata. Ogni giorno della settimana è preparazione per lo Shabbath. I saggi dicono: ” Chi ha lavorato prima dello Shabbath, avrà qualcosa da mangiare il giorno dello Shabbath“. Durante lo Shabbath l’ebreo si prepara per la vita eterna. Ma in nessuna occasione la preparazione viene così insistentemente sottolineata dalla Torah come a Pessach, perché a Pasqua si esce dalla schiavitù. Questa preparazione ha il suo centro attorno a un segno.

L’eliminazione di ogni lievito

Poco tempo dopo Pessach, l’ebreo si deve già dare da fare per mettere da parte, dopo la mietitura, la farina più pura e custodirla fino al Pessach successivo da ogni contatto con qualsiasi elemento che possa farla fermentare e lievitare. Tutto l’anno egli deve essere attento che nessun chametz (cibo lievitato) penetri in armadi, libri, corrispondenza, eccetera. Molte settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a pulire ogni angolo e fessura della casa da qualsiasi residuo di lievito; lo conserva in uno spazio sempre più ristretto, il giorno prima di Pessach in una piccola stanza. Poi, durante la notte che precede Pessach, tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz. Questo viene poi bruciato al mattino, mentre tutta la famiglia danza attorno al fuoco.

Ma che cosa significa tutta questa preparazione e precauzione?

Alcuni rabbini hanno osservato che la differenza tra la parola chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera He e la lettera Cheth. Le altre lettere contenute nelle due parole sono uguali. E perché He e Cheth siano uguali manca solo un puntino. Quando Israele uscì dall’Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna, dallo stato in cui Dio, secondo i saggi, non può più salvare l’uomo, perché ha varcato il limite della degradazione e ha perso ogni sensibilità spirituale.

Se Dio non fosse intervenuto in tutta fretta a liberarlo, Israele sarebbe rimasto in Egitto.

Infatti, la minima quantità di lievito rende chametz tutta la massa 12.

Il lievito è simbolo e segno dell’istinto malvagio che abita nell’uomo. Il desiderio di annientare ogni traccia di lievito e di cibo lievitato prepara l’ebreo per la festa di Pessach, nella quale deve essere annientato ogni istinto malvagio in noi.

Il rabbi chassidico Baruch di Medzibosh diceva, mentre pronunciava la benedizione sull’annullamento dello chametz: ” Ogni lievito “, cioè tutti gli istinti d’egoismo, ” che è ancora in mia proprietà, certamente ne esistono dentro la mia anima, quello che ho visto e quello che non ho visto, penso di averli visti, ma purtroppo non li ho visti, che ho distrutto e che non ho distrutto, penso di averli distrutti, ma purtroppo non li ho distrutti, siano considerati nulla. Sii tu, Signore, a nullificarli e a distruggerli “.

Rabbi Shmuel di Sochatchov dice: ” La ricerca e il bruciare dello chametz alludono al comando di distruggere Amaleq “13.

Lo chametz significa l’istinto malvagio, l’arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto e la menzogna.

La matzah invece significa l’istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell’operare il bene, la prudenza, l’umiltà e la verità.

Lo chametz è più gustoso e gradevole della matzah, più bello e più appariscente, come l’istinto malvagio, il quale tenta l’uomo con i piaceri di questo mondo, gli suggerisce e gli mette davanti agli occhi cose piacevoli…

È un precetto distruggere completamente questo chametz e perciò lo si deve cercare negli angoli e nelle fessure e in ogni luogo dove si sarebbe potuto nascondere. £ebreo deve scoprire i nascondigli dell’istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le sue opere cattive, per poterli distruggere e annientare.

Desiderando liberarsi dal dominio dell’istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell’Egitto.

Dice il Talmud: ” Nella notte del quattordici Nissan si cerchi con diligenza ogni sostanza con lievito alla luce di una candela “.

Così, a partire dalla prima notte del suo quattordicesimo anno, giorno in cui il giovane ebreo ha celebrato la sua Bar-Mitzvah, egli è tenuto a cercare il lievito in sé e a combattere l’istinto malvagio ” con la candela del comandamento e con la luce della Torah ” 14.

Che cosa viene considerato chametz = lievitato?

Qualsiasi seme o farina dei cinque tipi di cereali nominati nella Bibbia.

Quando uno di questi entra in contatto con l’acqua per il tempo necessario a lievitare – cioè otto o dieci minuti -, a meno che venga impastato e subito infornato, è considerato chametz. È assolutamente vietato mangiare, utilizzare o conservare questo chametz nella propria casa durante i sette giorni della festa di Pasqua. Qualsiasi prodotto che contenga la minima componente dei cinque tipi di cereali è chametz15.

Si capisce così il vero senso di tutta questa preparazione: prima di sedersi alla mensa del Seder per lasciarsi penetrare dallo spirito di Pessach, bisogna rimuovere ogni briciola di chametz dalla propria casa come segno che si desidera rimuovere dalla propria vita e da sé quello che significa lo chametz.

Il Talmud fa derivare l’obbligo di cercare lo chametz di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: ” L’anima dell’uomo è come una luce del Signore, che scruta tutte le stanze del cuore “16.

A ovvio che c’è un significato molto profondo che viene espresso attraverso la ricerca dello chametz: è la ricerca nel proprio io.

Rabbi Pinchas di Koretz così spiegava l’affermazione del secondo libro dei Re: ” Difatti una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda” 17: questo allude alla distruzione degli altari pagani e di ogni luogo di idolatria, operata da Giosia dopo questa Pasqua. Egli eliminò veramente tutto il lievito.

” Portare alla luce il nostro chametz, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale “.

Punto di Partenza: la liberazione

” Ogni anno liturgico viene a noi per chiamarci a rinnovare il nostro servizio di Dio e ogni giorno dell’anno incide in questo rinnovamento. La chiave del nostro rinnovamento è la nostra coscienza dell’amore di Dio, re dell’universo, che si manifestò al mondo nell’esodo, facendo di noi il suo popolo. Per questo anche la nostra preghiera quotidiana ricorda la nostra liberazione dall’Egitto. Il riposo sabbatico, in particolare, è un memoriale della nostra liberazione dalla schiavitù che Dio operò con miracoli e segni, con i quali si fece conoscere come Creatore e Signore dell’universo “18.

Il versetto: ” Ha lasciato un memoriale delle sue meraviglie, pietoso e misericordioso è il Signore “19 viene interpretato da Rashi in questo modo: ” Poiché Dio è pieno di amore e compassione e desidera che i suoi figli siano santi, ha dato loro dei sabati e delle feste perché possano fare un memoriale della schiavitù in Egitto “.

Ma la festa di Pessach è innanzi tutto il pozzo e la sorgente di ogni liberazione. È in questo giorno che possiamo ri-sperimentare il principio della manifestazione di Dio e la creazione del popolo ebraico come nazione libera.

” Tutte le altre feste hanno il loro punto di partenza nella Pasqua. La libertà ottenuta attraverso l’esodo è sviluppata a Shavuoth (Pentecoste) attraverso il dono della Torah e trova la sua espressione finale a Sukkoth quando l’ebreo, costruendo una capanna di frasche, esce da questo mondo temporale e si trasferisce nella Sukkah, che rappresenta le ali della Shekinah (l’Emmanuele, Dio con noi) “20.

La Pasqua segna l’inizio del regno di Dio su Israele, e la sua celebrazione porta con sé un frutto meraviglioso: ” Che tu ricordi il giorno in cui sei uscito dal paese d’Egitto per tutti i giorni della tua Vita 21.

L’influsso della Pasqua perdura per tutto l’anno come fondamento di tutti i comandamenti, e per questo uno deve osservare i comandamenti per la Pasqua con totale dedizione “22.

I tre segni principali: Agnello Matzah e Maror

pesach.gif (9223 byte) Tutto il Seder pasquale gira da sempre attorno ai tre comandamenti che segnarono la prima notte di Pasqua in Egitto: l’agnello pasquale,
la matzah e
il maror (le ” erbe amare “).

Ora come allora, questi comandamenti ” Obiettivi ” (non si tratta di comandamenti morali o divieti, ma di fatti da preparare, da proclamare, da indicare ben visibilmente e da mangiare) formano il nucleo del Seder pasquale. Certo, si sarebbe potuto concepire una celebrazione basata unicamente sul racconto degli eventi, ma l’uomo è plasmato dalle proprie azioni più che da idee, speculazioni filosofiche e ideologie.

Perché Pessach sia un’esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un’azione concreta: l’obbedienza ai precetti pasquali.

I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall’Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede – infatti stavano per varcare la quarantanovesima e ultima porta della degradazione, dopo la quale neanche Dio poteva più intervenire – e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e ” stupida ” obbedienza alla parola di un altro, Mosè 23, che parlava a nome di Dio.

Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto.

Ora capiamo perché la Haggadah vieta di dire: ” Per quello che il Signore ha fatto per me “, se l’agnello (dopo la distruzione del tempio e la cessazione dei sacrifici, significato da un osso di gallina o di agnello), la matzah e le erbe amare (maror) non sono esposti sulla mensa.

La matzah è oggi il segno più importante e unisce l’esilio alla redenzione.

Da un lato è lechem oni, il pane dell’umiliazione e della povertà, che in Egitto veniva mangiato dagli schiavi, i quali non potevano aspirare a un pane migliore 24; dall’altro è il segno della libertà, perché quando scoccò l’ora della liberazione, tutto si svolse con tale rapidità che gli ebrei non ebbero neppure il tempo di far lievitare il pane e uscirono con le loro provviste di pane azzimo non cotto. La caratteristica principale della matzah è l’assenza di ogni lievito; il lievito fa crescere la pasta e le dà gusto ed è perciò il segno dell’autoaffermazione, dell’oppressione e del peccato. Come schiavi del faraone, gli ebrei, se desideravano la liberazione, non avevano altra scelta che umiliarsi e sottomettersi a Dio.

Preparazione delle Matzoth

Il frumento per le matzoth viene macinato almeno quattro settimane prima di Pessach.

Per evitare ogni lievitazione, non deve essere vecchio, né deve aver avuto contatto con la minima goccia d’acqua. Il mulino nel quale viene macinato deve servire solo per il frumento destinato alla cottura delle matzoth; la pietra del mulino deve essere ogni anno nuovamente levigata, l’imbuto sopra la pietra va acquistato nuovo ogni anno, così i contenitori, i sacchi e tutto ciò che occorre per la conservazione, la macinazione, la cottura e la consumazione delle matzoth. Tutto questo processo viene fatto sotto la stretta sorveglianza di uomini pii e dotti.

La stessa acqua che serve per impastare le matzoth dev’essere acqua pura di fontana o di sorgente e, prima di usarla, tra il tramonto e l’alba – la confezione delle matzoth deve avvenire di preferenza di notte, per evitare ogni calore, agente di lievitazione – deve essere attinta con un mestolo nuovo, passata attraverso un panno nuovo e versata in un altro recipiente che serve unicamente per l’impasto delle matzoth. Se si impasta la matzah di giorno, si deve badare che nessun raggio di sole tocchi il tavolo, la farina, l’acqua o l’impasto. Mentre si impastano le matzoth non ci si deve fermare neanche un momento.

Pessach nel Santo Tempio – il sacrificio dell’Agnello

A Pessach ogni ebreo doveva offrire il sacrificio pasquale nel Tempio di Gerusalemme. Così, tra le grandi feste di pellegrinaggio a Gerusalemme, Pessach, Shavuoth e Sukkoth, Pessach era quella che attirava il più grande numero di pellegrini. Centinaia di migliaia di ebrei venivano da tutti gli angoli della terra di Israele per radunarsi in quella occasione.

Il Talmud racconta:
Un mese prima di Pessach si riparavano tutte le strade che conducevano a Gerusalemme e si riempivano tutte le cisterne e i pozzi lungo il cammino per garantire ai pellegrini l’acqua necessaria durante il loro viaggio verso la città santa.

Gerusalemme stessa si preparava febbrilmente per ricevere il popolo che affluiva. I pellegrini si contavano per centinaio di migliaia ma, cosa stupefacente, c’era posto per tutti nella città e mai qualcuno ebbe a lamentarsi di non aver trovato un buon alloggio. La gioia e l’entusiasmo del popolo non conoscevano limiti.

Il sacrificio dell’agnello pasquale, l’evento più solenne della festa, avveniva durante il pomeriggio della vigilia di Pessach.

Ogni famiglia numerosa aveva preparato un agnello, che sorvegliava attentamente durante diversi giorni, affinché nessun incidente lo rendesse improprio al sacrificio. Le famiglie più piccole si organizzavano in comunità di famiglie per offrire il sacrificio comune, poiché la Pasqua prescrive che tutta la carne dell’agnello deve essere consumata durante la notte di Pessach. Le comunità familiari e quelle spirituali (chaburot) erano migliaia ma, nonostante il loro numero, tutti riuscivano a offrire il sacrificio pasquale in quel pomeriggio (cfr. Mc 14,12).

Il sacrificio si svolgeva così: la moltitudine dei fedeli veniva divisa in tre gruppi, ammessi successivamente nel grande cortile del tempio.Dopo l’entrata del primo gruppo, le pesanti porte venivano chiuse. Tre suoni di tromba annunciavano l’inizio dei sacrifici. I sacerdoti, muniti di bacini d’oro e d’argento, si disponevano in diverse file che si dirigevano all’altare, i sacerdoti muniti di bacini d’oro in file distinte da quelle dei sacerdoti muniti di bacini d’argento. Immediatamente dopo lo scannamento dell’animale (shchitah), il sacerdote più vicino al sacrificio riceveva il sangue dall’israelita che aveva sacrificato accanto a lui e passava il bacino al sacerdote sul gradino superiore e così via fino all’altare sul quale veniva versato il sangue. I bacini avevano una forma particolare: erano stretti in basso, in modo che non potevano essere posati per terra senza rovesciarsi. I sacerdoti dovevano perciò passarli di mano in mano, senza versare una goccia di sangue. Bisognava fare presto per evitare il coagularsi del sangue. La destrezza e la velocità dei sacerdoti erano uno spettacolo stupendo. Dopo che il sangue veniva sparso sull’altare, alcune parti dei sacrifici (il grasso e le viscere) venivano bruciate sull’altare.

Appena il primo gruppo aveva terminato, veniva ammesso per il sacrificio il secondo e, finalmente, il terzo.

Durante i sacrifici, tutti i fedeli, diretti dai leviti, cantavano salmi di lode. Poi si arrostivano gli agnelli pasquali, come prescrive la Torah (TalmudB Pessachim 64a).

Quando giungeva la notte, ogni comunità di famiglie che aveva offerto il comune sacrificio si radunava in casa per celebrare il Seder secondo un rito peraltro molto simile a quello che celebriamo adesso. Avendo partecipato nel tempio al sacrificio stesso, non mettevano sul piatto del Seder l’osso disossato che ricorda oggi la mancanza del sacrificio a causa della distruzione del tempio, ma disponevano sulla mensa la carne arrostita dell’agnello sacrificato.

Si celebrava allora il Seder con i quattro segni sacramentali principali: agnello, matzah, maror e le quattro coppe di vino. Gli altri simboli (uovo, Charoset, lattuga) furono aggiunti dopo la distruzione del tempio.

Che gioia regnava in quei giorni a Gerusalemme! Molti gentili venivano da ogni parte del mondo per assistere alla meravigliosa celebrazione della Pessach nella città santa (Gv 12,20; At 2,5-11).

Nei nostri giorni, celebrando il Seder nell’esilio e ricordandoci di quei giorni gloriosi, quando il tempio si ergeva ancora in tutto il suo splendore, proclamiamo: ” Quest’anno qui (nell’esilio), ma desideriamo celebrare Pessach l’anno prossimo nel tempio, a Gerusalemme! ” Concludiamo infatti il Seder con le parole: ” L’anno prossimo a Gerusalemme! ”

Il Seder può iniziare

Quando, la prima sera di Pessach, gli uomini tornano dalla Sinagoga, appena entrati in casa, sono avvolti dall’atmosfera calda e unica di quella festa.

La madre pronuncia la benedizione sulla luce. In mezzo alla stanza migliore brilla la mensa, coperta da una tovaglia bianca e ricamata, apparecchiata con i segni pasquali. La stanza è illuminata il più possibile, e anche il capofamiglia ” brilla ” vestito del suo kittel bianco, nel quale un giorno verrà rivestito da altri, in attesa di presentarsi al suo Dio per la risurrezione e il giudizio universale. Indossa la kippah di seta bianca ed è cinto di una corda bianca, come lo furono i nostri padri in Egitto, pronti ad essere guidati dall’inviato di Dio, Mosè, dalla schiavitù alla libertà.

Pieni di stupore e meraviglia, i bambini contemplano la mensa e tutti i segni particolari che caratterizzano questa notte. Davanti ad ognuno dei commensali è posta una Haggadah di Pasqua ed una coppa.

Durante il Seder quattro coppe di vino berrà ognuno, piccolo o grande, ricco o povero, uomo o donna. Anche il vino è stato preparato con la stessa cura prestata alle matzoth. Ogni volta che si beve alla coppa – e si berrà almeno quattro volte – la coppa deve essere vuotata. Si beve con la destra, appoggiati sul fianco sinistro, come banchettavano gli uomini liberi al tempo dei Romani.

Come un grande ” mistero “, il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati.

Vi sono poste tre matzoth, ognuna separata dall’altra da una tovaglia di lino. Sul piatto sono posti la lattuga, frutto della terra, il maror, l’erba amara, il charoset, un dolce in forma di mattone, un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato.

Raccontare l’Esodo

” …Perché tu possa raccontare nelle orecchie di tuo figlio e di tuo nipote quello che ho operato in Egitto, i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così conoscerete che io sono il Signore25

I segni dell’agnello, della matzah e delle erbe amare sono la base per il racconto dell’Esodo. I rabbini leggono le parole “pane dell’umiliazione” anche come “pane sopra il quale si dicono molte cose”26.

La matzath e il maror devono essere ben visibili sulla mensa, ma prima di mangiarli, l’ebreo deve parlare dell’uscita dall’Egitto.

La stessa parola ” Pessach ” è stata intepretata dai rabbini: pe sach = ” la bocca parla “, sottolineando l’importanza di esprimere l’evento in parole. Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l’unità tra il fatto e l’articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell’assemblea gli antichi prodigi.

Il comando di parlare della liberazione dall’Egitto implica il racconto di tutti quegli eventi nella loro unicità miracolosa.

Ma perché proprio quelli e non altri interventi di Dio, come, per esempio, il dono della Torah sul Sinai o la conquista della Terra Promessa?

Perché l’esodo è il fondamento di tutto. perché l’esodo è una nuova creazione, l’inizio della storia di Israele come popolo di Dio attraverso l’intervento amoroso e totalmente gratuito di Dio nella storia dell’umanità; l’esodo è la manifestazione della regalità di Dio su tutte le nazioni.

Attraverso questa redenzione fu rivelato a Israele e a tutti i popoli che solo a Dio appartengono il regno, il potere e la gloria in cielo e in terra.

Il faraone, all’apice del suo dominio sull’impero più civilizzato del suo tempo, fece una domanda che risuona fino ad oggi nella storia dei popoli e di ogni individuo: – Chi è perché io debba ascoltare la sua voce? ” 27.

Dice il Ramban: ” Gli eventi e le circostanze dell’esodo sono una parola eterna per ogni faraone e per tutta l’umanità: “lo sono, il Signore, in mezzo alla terra, non un Dio astratto, che abita in un cielo distante, ma mia è la terra 28 e ne posso disporre secondo la mia volontà”. Dio, sposando sul Sinai il popolo che si è riscattato, dice di se stesso: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dèi di fronte a me29.

” Nell’evento liberatore dell’Egitto, Dio si è manifestato come l’unico vero sposo “30.

Per questo l’ebreo deve parlare di ognuno degli eventi dell’esodo fin nei più minuti dettagli ed entrare nei loro significati storici e spirituali per poterli sperimentare nella propria esistenza. Questi eventi sono il fondamento e il presupposto di tutta la sua storia.

Finché gli uomini rifiuteranno di riconoscere la fragilità del proprio potere e i limiti di ogni loro impresa, il racconto dell’esodo ricorderà sempre che l’uomo è argilla nelle mani del suo Creatore e che la sua vita dipende da Dio. Per questo l’Aggadah di Pasqua insiste che ” più uno parla dell’esodo dall’Egitto, più è meritevole di lode “.

Domanda e risposta

Dobbiamo porre l’attenzione su un altro aspetto unico che caratterizza il Seder pasquale: il dovere di parlare dell’esodo deve compiersi attraverso domande e risposte tra il padre e i figli.

” Quando tuo figlio domani ti domanderà: “Che significa ciò?” tu gli risponderai: “Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire… “31.

Perché questa insistenza sulla formulazione di domande? Solo colui che veramente si pone delle domande sarà interessato alla risposta.

Esiste una domanda fondamentale che ognuno si deve fare ogni volta che ascolta la Parola di Dio: ” Che cosa mi dice con questa Parola il Signore? “.

La notte di Pessach è una meravigliosa occasione per porsi questa domanda e il fatto di porla al proprio padre è un mezzo per risvegliare la coscienza dei figli e di tutti i presenti32.

Celebrare il Seder nella cerchia familiare è l’esperienza dell’Egitto, quando gli Israeliti si radunarono nelle loro case attorno a ” un agnello per ogni famiglia, uno per ogni casa ” 33. Lo stesso modo di celebrare è già una dimostrazione di libertà. Come schiavi non potevano vivere una normale vita familiare e ora potevano radunarsi nella propria casa, mentre fuori si compiva il giudizio di Dio sull’Egitto. Gli schiavi non conoscono una relazione padre-figlio, i figli di uno schiavo non gli appartengono.

Ma c’è di più. l’esodo è l’evento in cui Dio Padre si scelse una famiglia 34. La liberazione dall’Egitto segna la nascita degli ebrei come nazione, unita da un legame particolare dei figli con il padre. ” Israele è il mio primogenito “35

investito da lui di una missione particolare e benedetto con l’indistruttibilità.

” Così come Dio al principio creò dal nulla mondo perfetto, così ha creato dal nulla la sua esistenza il suo popolo. Israele non è frutto di un processo evolutivo, come avviene per tutti i popoli, ma creazione di Dio, che sfida ogni legge della natura e della storia “36.

Dice rabbi Samson Rafael Hirsch: ” Fu introdotta una nazione in mezzo a tutte le altre, che doveva dimostrare con la sua vita e il suo destino che Dio è l’unico fondamento della vita e che il vero senso della vita è il compimento della volontà di Dio. La Torah è l’unico legame che unisce questo popolo. Dio dovette dunque scegliere un popolo, al quale mancava tutto quello sul quale l’umanità costruisce la propria grandezza e il proprio potere… Per questo fu tolto alla famiglia di Giacobbe tutto ciò che fa di un popolo un popolo e di un uomo un uomo: la terra, la dignità, la libertà, infine la vita familiare. Doveva diventare popolo attraverso l’esodo in modo del tutto nuovo, dalle stesse mani di Dio “37.

La Pasqua, quindi, è il natale del popolo ebraico. Ora si capisce perché Israele conta i mesi dell’anno cominciando dal mese di Nissan. Questo spiega anche una differenza sostanziale tra la celebrazione della Pasqua e la celebrazione di tutti gli altri grandiosi eventi della storia ebraica. In nessun’altra occasione l’ebreo è tenuto con un comandamento esplicito a raccontare i prodigi operati da Dio. In nessun’altra festa la Torah chiede una preparazione così meticolosa e segni così particolari ed evidenti da osservare rigorosamente.

” È Pessach che ha operato la nascita di Israele; perciò le leggi per la conversione al giudaismo sono derivate dagli eventi dell’esodo. È da allora che esistono ebrei. Per questo i segni che iniziano alla comprensione di Pessach e parlano dell’evento pasquale devono essere assolutamente chiari e non si può tollerare la minima impurità “38.

La notte del Seder viene celebrata in famiglia, perché la continuità di una nazione ha le radici naturali nella famiglia. Se comprendiamo questo, comprendiamo anche il comando di riunirsi per famiglie in Egitto che dura fino ad oggi. Fino alla venuta del Messia la famiglia o la comunità ebraica si radunerà la notte per il Seder. Notte in cui, ogni anno, un padre deve nuovamente parlare ai figli, per renderli pienamente coscienti delle loro origini e per aggiungere un nuovo anello alla ininterrotta catena della tradizione.

I figli fanno l’esperienza degli eventi della Pasqua in un ambiente che li colpisce, perché raccontare quello che si è sperimentato lungo tutta la storia non è il racconto di una leggenda ma la testimonianza di un fatto storico esperienza di tutto un popolo.

padre non parla ai figli come un individuo privato, debole e mortale, ma come il rappresentante di una nazione che parla con autorità. I presenti sono testimoni che trasmettono la fede di Israele ai loro figli.

Nella notte di Pasqua l’ebreo sfida le forze della ” normalità “, rappresentate dalle nazioni del mondo e, per poter fare questo, Dio lo ha creato indistruttibile. Come popolo di Dio deve dimostrare al mondo che la normalità non è altro che un’illusione e che ” l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio “39.

Dalla schiavitù alla libertà

” … E ti celebreremo per il nostro riscatto e la redenzione della nostra anima ” (Haggadah).

Trasmettendo il messaggio di Pasqua ai suoi figli, il padre segue anche un’altra indicazione della tradizione: ” Cominci con la parte umiliante della nostra storia e concludi con quella gloriosa “.

Anche questo aiuta a sperimentare la liberazione dall’Egitto. Senza alienarsi, l’uomo deve avvertire e riconoscere i propri limiti e le proprie schiavitù in tutta la loro concretezza. Solo così può realmente apprezzare con gratitudine la propria liberazione e prendere a cuore i suoi insegnamenti.

Per questo, i segni del Seder esprimono sia schiavitù sia libertà e ci aiutano a uscire dal- le nostre proiezioni e a entrare nella nostra vera storia. Entrando in essa con Dio possiamo uscire dall’Egitto verso la libertà.

” I bambini che osservano tutto quello che succede in questa notte sono aiutati dai segni a domandare: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?”. Vedono, palpano e gustano la schiavitù attraverso le erbe amare e il pane dell’afflizione e gustano la libertà bevendo dalle quattro coppe della salvezza e mangiando appoggiati sul gomito. Alle loro domande il padre risponde che in questa notte sperimentiamo i due estremi: schiavitù e libertà “40.

Ma qual è il significato di questa schiavitù e di questa libertà? Si tratta solo di una liberazione politica o essa ha un significato più profondo? Su questo la Haggadah ci riferisce due opinioni: Rav ritiene che il racconto debba iniziare partendo dalla schiavitù d’Egitto 41. Shmuel invece lo fa iniziare dalle origini, dalla schiavitù dell’idolatria del clan di Abramo e le accetta entrambe. Prima si risponde: ” Siamo stati schiavi in Egitto “, poi si approfondisce andando indietro nella storia fino alle origini: ” In principio i nostri padri erano adoratoti di idoli ” 42.

Questo sottolinea due aspetti dell’esperienza storica di Israele. Da un punto di vista puramente socio-politico si fa presente la schiavitù fisica e la liberazione. Ma perché essere grati a Dio per questa liberazione se è lui stesso che l’ha decretata 43 e vi ha sottoposto Israele?

Questa domanda riceve risposta se si guarda alla schiavitù d’Egitto sotto una prospettiva più profonda e spirituale. Dalle origini Israele, come tutti gli altri popoli, fu schiavo della paura della morte e dell’egoismo, la forma più profonda e distruttrice della schiavitù. Dominato dalla paura della morte, Israele non poteva diventare il popolo di Dio, l’araldo del suo messaggio liberatore al mondo.

” Solo buttato nella fornace d’Egitto ed essendone tratto fuori miracolosamente (“Vi ha fatto uscire dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, perché foste un popolo che gli appartenesse, come siete oggi”)44 Israele poté essere illuminato e condotto a vette spirituali che lo liberarono dalla schiavitù originale dello spirito “45.

La Haggadah parla, quindi, di una duplice schiavitù e Maimonide, dando indicazioni al maestro del Seder, le riassume così: ” Il padre deve cominciare col raccontare che in principio, ai tempi di Terach e prima di lui, i nostri antenati erano idolatri che andavano dietro a vanità e si sviavano dietro agli idoli e deve terminare con la vera fede, cioè che Dio ci ha portati vicino a sé, ci ha separati da tutti gli altri e ci ha condotti a riconoscere la sua unicità. Allo stesso modo il padre cominci spiegando che fummo schiavi del faraone in Egitto, raccontando tutto il male che egli ci fece e terminando con i miracoli e le meraviglie che Dio operò per noi e per la nostra liberazione “.

Le quattro coppe, le quattro notti…

” Nella notte di Pasqua tutto quello che avvenne in Egitto si rinnova e risorge. E questo affretta l’ultima redenzione “46 .

Mentre Dio entra in comunione con Israele attraverso i segni della schiavitù (la matzah spezzata e il maror) che egli ha assunto (” Sarò con lui nell’oppressione, lo libererò e lo glorificherò “) 47, Israele entra in comunione con Dio attraverso i segni della libertà e del regno di Dio: la seconda e terza matzah della provvidenza nel deserto e le quattro coppe.

Perché quattro coppe? Perché la salvezza, lungo la storia della salvezza, si è manifestata attraverso molte salvezze. Per questo il Salmi dice: ” Alzerò la coppa delle salvezze (kos ye shuoth) e griderò il nome del Signore “48.

Tra le innumerevoli salvezze operate da Dio ce ne sono però quattro fondamentali dalle quali derivano tutte le altre.

Il documento pasquale più antico che ne parla è il Targum Onkelos a Es 12,42:

(Nella traduzione dall’Aramaico di P. Giovanni Odasso):

” Notte di veglia fu questa per il Signore, per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.Notte predestinata e preparata per la redenzione nel nome del Signore,  al tempo della liberazione dei figli di Israele, redenti dalla terra d’Egitto.

” In realtà, quattro notti sono scritte nel libro dei memoriali.

” La prima notte quando il Signore si manifestò sul mondo per crearlo: “Il mondo era deserto e vuoto e la tenebra si estendeva sulla superficie dell’abisso, ma il Verbo del Signore era la luce e illuminava. Ed egli la chiamò: notte prima49 .

La seconda notte quando Il Signore si manifestò ad Abramo dell’età di cento anni, mentre Sara sua moglie, aveva novanta anni, affinché si compisse ciò che dice la Scrittura: “Certo Abramo genera all’età di cento anni e Sara partorisce all’età di novant’anni” 50. Isacco aveva trentasette anni quando fu offerto sull’altare. I cieli si abbassarono e discesero e Isacco ne contemplò le perfezioni e i suoi occhi rimasero abbagliati per le loro perfezioni. Ed egli la chiamò: notte seconda51.

” La terza notte quando il Signore si manifestò contro gli egiziani durante la notte: la sua mano uccideva i primogeniti d’Egitto e la sua destra proteggeva i primogeniti di Israele per compiere la parola della Scrittura: “Israele è il mio primogenito” 52. Ed egli la chiamò: notte terza53 .

” La quarta notte quando il mondo giungerà alla sua fine per essere redento. Le sbarre di ferro saranno spezzate e le generazioni degli empi saranno distrutte. E Mosè salirà dal deserto e il re messia dall’alto: l’uno camminerà alla testa del gregge e l’ altro camminerà alla testa del gregge e il suo Verbo camminerà in mezzo a loro ed essi cammineranno insieme54.

” È la notte di Pasqua nel nome del Signore notte predestinata e preparata per la redenzione di tutti gli Israeliti in ogni loro generazione.”
__________________________

Raccontare il cammino dalla schiavitù alla libertà suscita riconoscenza a Dio, lode e benedizione per tutto quello che egli ha compiuto. Israele alza le quattro coppe, cantando l’Hallel 55, e così si fanno rivivere i canti di lode che gli ebrei cantavano uscendo dall’Egitto.

La Redenzione futura

Questo cammino di liberazione, che ha avuto inizio con la fede di Abramo, ha raggiunto il suo termine? Guardiamoci intorno, guardiamo in noi stessi, e la risposta sarà chiaramente: no!

E così nella notte di Pasqua Israele gioisce per l’alba della liberazione dall’Egitto e per l’amore liberatore di Dio nella sua storia, alzando lo sguardo verso l’ultima e piena redenzione che deve ancora venire. Questa è la speranza, l’attesa di questa notte: la certezza che, rivivendo gli eventi dell’esodo e consacrandosi nuovamente al Signore, che allora si manifestò come fonte di ogni libertà, si apriranno, oggi, le sorgenti della salvezza e metteranno in movimento le acque che aprirono per far passare Israele attraverso mare della morte. Vicina è la notte della liberazione definitiva!

Iella notte di Pasqua, Israele volge lo ardo verso due eventi: la liberazione dall’Egitto e la redenzione definitiva. Quando Dio ò a Mosè dal roveto ardente, gli disse: ” Io sarò colui che sono ” 56. Il Midrash spiega questo come una promessa: ” lo sarò con loro in questo tempo di sofferenza, come sarò con loro quando saranno schiavi di altri poteri “.

La stessa promessa la fa il profeta Michea: ” Proprio come quando uscisti dall’Egitto ti mostrerò cose prodigiose57. Ma la redenzione che aspetta non sarà una semplice conseguenza dell’esodo: l’esodo è preludio della redenzione finale e messianica. Per questo il Talmud dice che quando il Messia verrà, l’uscita dall’ Egitto passerà in secondo piano”58.

Nella liberazione dall’Egitto in quella remota .notte di Pasqua si trova il seme di ogni salvezza futura.

Israele esprime questi due Poli (Esodo e attesa del Messia) che animano tutta la notte con il canto dell’Hallel, che è diviso in due parti.

I primi due salmi, che si riferiscono direttamente all’uscita dall’Egitto, vengono cantati prima del pasto e segnano la fine del racconto dell’esodo; gli altri salmi, tutti rivolti alla lode di Dio, sono cantati dopo il pasto, quando Israele guarda al futuro, alla redenzione che viene al Messia, con in bocca ancora il gusto della matzah conservata e nascosta, dell’afikoman, segno della liberazione definitiva. Il Seder, inteso così, si divide in due parti: dal Qiddush al pasto fa memoriale del passato, attualizzandolo; dal pasto fino alla fine del Seder guarda al futuro invocando la venuta del Messia:

Maran atha! Vieni, Signore!


NOTE

1. Così anche la Pasqua cristiana

2. Rabbi E. Dessler; Mikhtav mi Eliahu

3. La festa del dono della Torah, celebrata sette settimane dopo Pessach, che corrisponde alla
Pentecoste cristiana

4. Derekh hashem di rabbi Moshe Chaim Luzzato (il Ramchal), Padova 1707 – Akko 1747

5. Sfath Emeth, di rabbi Jehudah Arye Leib Alter di Ger (1847 – 1903)

6. Ct 2,10-11. Molti chassidim terminano il Seder cantando, fino all’alba il Cantico dei Cantici

7. Yitzaq Luria (Safed 1534 -1572)

8. bTalm. Pessachim 116b

9. Maharal, rabbi yehudah Loeve di Praga (poznan 1528-1609), I pozzi dell’esilio

10. Sefer Hachinuch, attribuito a rabbi Aharon ha-Levi (il Reach 1235-1300)

11. Cfr. Es 12,1-28; 19, 1-15; Am 4,12

12. Cfr. 1Cor 5,6 ss.

13. Amaleq, Cfr. Es 17,14-16

14. Cfr. Prv 6,23

15. bTalm. Pessachim

16. Prv 20, 27

17. 2Re 23, 22-24

18. Ramdam (Maimonide, Cordova 1135 – Cairo 1204). Commento a Dt  5,15

19. Sal 111,4. Questo salmo viene cantato duranto lo Hallel del Seder

20. Affermazione del Maharal, rabbi Yehudah Loeve di Praga (Poznan 1528-1609), nella sua opera
I pozzi dell’esilio

21. Dt 16,3

22. Zohar

23. La stoltezza della predicazione

24. Per questo il pane è schiacciasto, insipido, non si gonfia, significando una vita senza gusto. La
matzah, fatta a mano, è rotonda, a singnificare il cerchio della schiavitù nel quale gli ebrei erano
rinchiusi senza via d’uscita

25. Es 10,42

26. La parola oni = umiliazione, può intendresi anche “rispondere, parlare”

27. Es 5,2

28. Lv 25,33

29. Es 20,2-3

30. Nachmanide (Rambam, Gerona 1194 -Palestina 1270)

31. Es 13,14

32. È commovente incontrare lo stesso schema di domanda e risposta nei capitoli 13-17 del
vangelo di Giovanni. In Giovanni il clima della Cena Pasquale non viene evocato, come nei
sinottici, da un racconto succinto del Seder pasquale, ma proprio attraverso questo fiducioso
rapporto di domanda e risposta tra padre e figli che è tipico del Seder

33. Es 12, 3-4

34. Cfr. Sal 68,6-7

35. Es 4,22

36. Maharal, I pozzi dell’esilio

37. Samson Rafael Hirsch (1808-1888), Commento alla Torah

38. Maimonide

39. Dt 8,3

40. Abarbanel

41. Cfr. Dt 6,21

42. Cfr. Gs 24,2

43. Cfr. Gn 15,13

44. Dt 6,21

45. Maggid di Dubno (Setil 1741 – Dubno 1804)

46. Moshe Chaim Luzzato

47. Sal 91,15

48. Sal 116,13

49. Qiddush (prima coppa; cfr. Lc 22,14-18)

50. Targum a Gn 18,12

51. Seconda coppa

52. Es 4,22

53. Terza coppa (cfr. Lc 22.19-20: l’esodo dall’Egitto si compie nell’esodo di Gesù)

54. Manca testo. Si può però immaginare Mosè da un lato, Elia dall’altro e il Messia (la Parola) tra i
due (cfr Lc 9, 30-31)

55. Lo Hallel, Salmi 113-118 e Salmo 136: “Il grande Hallel

56. Es 3,14

57. Mi 7,15

58. bTalmud Berachot 12b


Popularity: 46% [?]

Un’Ultima Cena sempre più ricca (e a rischio obesità)

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 24 - 2010 1 COMMENT

Cosa c’è nel piatto dell’Ultima Cena? E, soprattutto, com’è cambiata l’alimentazione in questi ultimi duemila anni? Al curioso ed intrigante interrogativo a provato a dare una risposta un accurato studio pubblicato dal “Giornale internazionale dell’obesità”. Inutile dire che l’analisi di decine e decine di dipinti aventi come soggetto l’ultimo pasto consumato da Gesù e dai suoi discepoli ha evidenziato come le porzioni alimentari siano andate progressivamente aumentando nel corso degli anni e dei secoli. Ciò che colpisce è però la dimensione di tale aumento.

Mettendo a raffronto le dimensioni delle teste dei personaggi e quelle degli alimenti, infatti, i ricercatori hanno scoperto che le dimensioni del piatto principale sono aumentate del 69%, il piatto e il pane, dal canto loro, sono lievitati del 23%.  Altro elemento curioso è rappresentato da ciò che la tavola offre. Se il racconto evangelico fa riferimento solo a pane e vino, nel 18% dei casi tele evidenziano anche la presenza di pesce, nel 14% di agnello e addirittura nel 7% si riscontra la presenza di maiale, il cui consumo –va ricordato- è assolutamente vietato agli ebrei.

Il risultato di queste variazioni e di questo aumento di quantità è che invece di Ultima Cena sarebbe più opportuno parlare di Ultima Abbuffata.

(via SpiritualSeeds)

Popularity: 43% [?]

Assisi. La Tenda del Risorto.

di Marilena Marino La Chiesa di Dio che è in Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino, memore del comando del suo [...]

Cinema e religioni a Trento e Cannes (passando per Buddha)

“Viaggi della fede. Viaggi della speranza”: è questo il tema dell’edizione 2010 (la tredicesima) di Religion Today Film Festival, che [...]

Essere straordinari nell’ordinario: la semplice eredità di don Luigi Monza.

1.200 persone hanno assistito alle 3 repliche di “…scrivi: «Amore»” , lo spettacolo ispirato al messaggio del Beato Luigi Monza. [...]

MAGGIO, MESE DELLA MAMMA

da Mariangela Musolino FEDERAZIONE UMBRA MOVIMENTO PER LA VITA comunicato stampa – 6 maggio 2010 MAGGIO, MESE DELLA MAMMA: IL [...]