di Sergio Scacchia
L’altro giorno, mentre in parrocchia le donne del gruppo volontariato vincenziane erano impegnate nella distribuzione dei pacchi alimentari agli indigenti che affollavano la chiesa, riflettevo sull’importanza spirituale della Quaresima.
Questo tempo propizio di conversione all’amore di Dio e dei fratelli, a volte sembra scivolarci addosso, senza operare nulla di concreto.
Sono quaranta giorni di purificazione, di liberazione da ogni tipo di condizionamento temporale, per ritrovare la propria radice cristiana, per riunirsi nel Signore e servirlo degnamente in azioni buone ormai rarefatte nel tempo.
La sapienza della tradizione cattolica consiglia di servirsi d’indispensabili strumenti che possano aiutare in questa che è un’autentica battaglia contro la tentazione, nel rinnegare l’orgoglio dell’auto sufficienza.
È questo il senso delle tre colonne della vita per l’uomo giusto già presente nella più antica tradizione ebraica: la preghiera, il digiuno, la condivisione.
La preghiera come luogo di silenzio da rumori e presenze per sentire, nel deserto dell’anima, la voce dello Spirito di Dio e la Parola che salva; il digiuno come estrema riduzione di quell’io preponderante che esige e comanda la nostra anima, nella certezza di esprimere così ai fratelli una solidarietà credibile, concreta e efficace; la condivisione, come esprime mirabilmente il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, nel privarsi di quanto si possiede personalmente per farne parte ai bisognosi.
Le tre colonne dell’uomo giusto che sa riconoscere la meschinità del tentare la potenza e l’amore di Dio a vantaggio dei propri capricci, conducono alla porta della salvezza solo se riusciremo a dare il giusto significato alle parole.
La preghiera deve diventare privazione del proprio tempo di cui non si deve più essere padrone. E’ la gioia del donare minuti che non riavremo più al nostro Signore, meditando accanto a Lui e facendogli posto primario nella nostra vita.
Così il digiuno deve farci riflettere che il cibo e la nostra esistenza sono doni del Signore che ci chiede di dominare le pulsioni e i finti bisogni.
La condivisione, vista come elemosina o come opere di misericordia, non deve essere solo mera traslazione di un nostro superfluo che non fa patire una vera privazione, ma solo pura carità che parte dal cuore. Un gesto di reale impoverimento a favore dell’altro.
Raniero Cantalamessa parla, appunto, di una misericordia del cuore e una delle mani, significando in questo che dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, dobbiamo a nostra volta attuarla con i fratelli nel bisogno e nella sofferenza; misericordia per avere misericordia, come insegna mirabilmente la parabola dei due servitori.
Il tutto, come espresso nella lettera quaresimale del vescovo della Diocesi di Teramo Atri, Monsignor Michele Seccia, di uno stile di vita sobrio che non confonda la ricchezza economica con quella della vita, generando un dissennato consumismo a scapito dei bisogni di milioni di individui.
Difficile, quasi utopistico, in un mondo in cui ci si serve di sms o assegni, per inviare aiuti di qualche euro per sentirsi a posto con la coscienza.
Nella nostra Caritas parrocchiale, durante la distribuzione delle derrate alimentari alle famiglie povere, si vive il senso del sentire questi fratelli meno fortunati, come parte della vita che stiamo passando e non realtà virtuale per una donazione a poveri che non vogliamo attraversino la nostra strada.
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