Saturday, May 19, 2012

Le tre colonne della vita.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 10 - 2010 1 COMMENT

di Sergio Scacchia
L’altro giorno, mentre in parrocchia le donne del gruppo volontariato vincenziane erano impegnate nella distribuzione dei pacchi alimentari agli indigenti che affollavano la chiesa, riflettevo sull’importanza spirituale della Quaresima.
Questo tempo propizio di conversione all’amore di Dio e dei fratelli, a volte sembra scivolarci addosso, senza operare nulla di concreto.
Sono quaranta giorni di purificazione, di liberazione da ogni tipo di condizionamento temporale, per ritrovare la propria radice cristiana, per riunirsi nel Signore e servirlo degnamente in azioni buone ormai rarefatte nel tempo.
La sapienza della tradizione cattolica consiglia di servirsi d’indispensabili strumenti che possano aiutare in questa che è un’autentica battaglia contro la tentazione, nel rinnegare l’orgoglio dell’auto sufficienza.
È questo il senso delle tre colonne della vita per l’uomo giusto già presente nella più antica tradizione ebraica: la preghiera, il digiuno, la condivisione.
La preghiera come luogo di silenzio da rumori e presenze per sentire, nel deserto dell’anima, la voce dello Spirito di Dio e la Parola che salva; il digiuno come estrema riduzione di quell’io preponderante che esige e comanda la nostra anima, nella certezza di esprimere così ai fratelli una solidarietà credibile, concreta e efficace; la condivisione, come esprime mirabilmente il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, nel privarsi di quanto si possiede personalmente per farne parte ai bisognosi.
Le tre colonne dell’uomo giusto che sa riconoscere la meschinità del tentare la potenza e l’amore di Dio a vantaggio dei propri capricci, conducono alla porta della salvezza solo se riusciremo a dare il giusto significato alle parole.
La preghiera deve diventare privazione del proprio tempo di cui non si deve più essere padrone. E’ la gioia del donare minuti che non riavremo più al nostro Signore, meditando accanto a Lui e facendogli posto primario nella nostra vita.
Così il digiuno deve farci riflettere che il cibo e la nostra esistenza sono doni del Signore che ci chiede di dominare le pulsioni e i finti bisogni.
La condivisione, vista come elemosina o come opere di misericordia, non deve essere solo mera traslazione di un nostro superfluo che non fa patire una vera privazione, ma solo pura carità che parte dal cuore. Un gesto di reale impoverimento a favore dell’altro.
Raniero Cantalamessa parla, appunto, di una misericordia del cuore e una delle mani, significando in questo che dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, dobbiamo a nostra volta attuarla con i fratelli nel bisogno e nella sofferenza; misericordia per avere misericordia, come insegna mirabilmente la parabola dei due servitori.
Il tutto, come espresso nella lettera quaresimale del vescovo della Diocesi di Teramo Atri, Monsignor Michele Seccia, di uno stile di vita sobrio che non confonda la ricchezza economica con quella della vita, generando un dissennato consumismo a scapito dei bisogni di milioni di individui.
Difficile, quasi utopistico, in un mondo in cui ci si serve di sms o assegni, per inviare aiuti di qualche euro per sentirsi a posto con la coscienza.
Nella nostra Caritas parrocchiale, durante la distribuzione delle derrate alimentari alle famiglie povere, si vive il senso del sentire questi fratelli meno fortunati, come parte della vita che stiamo passando e non realtà virtuale per una donazione a poveri che non vogliamo attraversino la nostra strada.

Popularity: 44% [?]

Il bossolo per l’elemosina e la vera ricchezza

Posted by michelangelo On marzo - 10 - 2010 1 COMMENT

di Michelangelo Nasca

“Una volta Levi Isacco fu invitato a una riunione di una comunità e gli dissero: «Vogliamo che da ora in poi i poveri non mendichino più alla soglia della casa, ma che venga messo un bossolo e tutti gli abbienti vi depongano del denaro, ciascuno secondo le proprie sostanze, e con questo si provveda ai bisogni». Udita questa proposta rabbi Levi disse: «Fratelli miei spero che il bossolo per l’elemosina non sia un modo per non guardare i poveri negli occhi»” (M. Buber, I racconti dei Chassidim, Mondadori).

Il monito contenuto in questo breve racconto cassidico ci costringe a rivedere il senso generato da alcune delle nostre azioni. Non è difficile, oggi, estrarre una monetina dalla tasca e lasciarla scivolare nella mano del mendicante; un gesto che qualche volta rischia di diventare persino meccanico se non è adeguatamente motivato o addirittura accompagnato con una preghiera.

Bisognerebbe guardare gli occhi dei nostri poveri ed entrare, solo per un istante, nel dramma della loro indigenza e questo, tuttavia, non risulterebbe ancora bastevole. Sarebbe però già tanto! Un’occhiata di intendimento ma soprattutto uno sguardo amorevole capace di ridurre le distanze.

A poco a poco si inizierebbe a diventare amici, e il povero avrebbe così un amico capace di prendersi cura di lui; un giorno gli porti una coperta, poi un sacchetto con un po’ di spesa; gli chiedi se ha dei bambini e se vanno a scuola così da portare qualcosa anche per loro; tu impari il suo nome e lui il tuo, adesso non è più uno dei milioni di poveri che esistono al mondo ma il tuo “amico povero”.

Mi vengono in mente, a tal proposito, le parole che Antoine De Saint-Exupéry affida al piccolo principe e alla volpe per descrivere l’amicizia:

«Vieni a giocare con me», le propose il piccolo principe, «sono così triste…»
«Non posso giocare con te», disse la volpe, «non sono addomestica».
«Ah! scusa», fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
«Che cosa vuol dire addomesticare?»
[…]
«È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…»
«Creare dei legami?»
«Certo», disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo» (A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe).

In che cosa consiste allora la vera povertà? Coltivare in sé un po’ di benevolenza verso chi non ha nulla, lasciandogli un po’ di denaro (per noi superfluo e talvolta ceduto con sospetto) e basta? Povertà, quella vera, quella che coinvolge la materia e lo spirito, non dovrebbe forse essere “distacco” da ciò che mi tiene ancorato al mondo e alle sue strategie di mercato?

Papa Benedetto XVI ci ricorda che “i beni materiali, in sé, sono cose buone. Non sopravviveremmo a lungo senza denaro, abiti e un’abitazione”, il vero problema è “l’ingordigia”, il desiderio di avere sempre di più, senza saziarsi mai. Nella esperienza della fede cristiana la parola “povertà” affonda le sue radici nella persona stessa di Cristo. “Cristo povero” (lo comprese bene Francesco d’Assisi) vuol dire spoglio da tutto ciò che può impedire di obbedire incondizionatamente a Dio Padre. Chi oggi si fa povero nel cuore e nello spirito (e perché no, talvolta anche nel denaro) è vicino alla povertà prototipa di Cristo, è capace di spogliarsi delle cianfrusaglie prodotte da certa parte di mondo (mi guarderei bene dal dire che il mondo è “tutto” corruzione, sarebbe un controsenso visto che è una creazione di Dio), è capace di guardare con libertà e distacco tutto ciò che è presente nella sua vita, è in grado di condividere con gli altri una vera “amicitia Christi”, ma soprattutto si rende disponibile a lasciarsi abbracciare dall’amore di Dio… che il Cristianesimo si “ostina” a considerare l’unica e vera ricchezza!!!

A tal proposito è interessante leggere questa breve citazione del teologo carmelitano P. Antonio M. Sicari:

“[…] Amare i veri poveri e la vera povertà – come Gesù propone – non significa coltivare in sé una generica benevolenza verso i bisognosi, destinando loro qualche briciola. Significa anzitutto collocare dignitosamente se stessi in una specie di distacco reale – e, quando ciò non è possibile, almeno spirituale e psicologico – dal mondo dei buontemponi e dei gaudenti: distacco soprattutto da quei luoghi e quei tempi in cui il mondo si esprime come un insieme di baracconi da fiera, come un immenso supermercato del superfluo, come un interminabile divertimento in cui tutto fa spettacolo, come un continuato spot pubblicitario: basta pensare, a questo proposito, alla organizzazione sempre più scintillante e volgare del quotidiano divertimento offerto dai mass-media. Non si può essere poveri senza una particolare custodia e una difesa della dignità del proprio mondo interiore: dei propri desideri, delle proprie immaginazioni, dei propri giudizi…” (P. Antonio M. Sicari).

Popularity: 30% [?]

“SHEMA’, ISRAEL”

Posted by marilena marino On marzo - 9 - 2010 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Quaresima e Monte Sinai: la Chiesa ci ricorda il tempo dell’Esodo, il tempo del deserto. Un popolo schiavo, pieno di zoppi, ciechi, sordi, si appresta a ricevere la Torah perfetta ai piedi del Monte per l’Alleanza  tra Dio e il suo eletto. I rabbini vedono l’Esodo come come una nuova creazione, in contratto sponsale tra Dio e la Sposa, il suo popolo Israele; quando si presenta nel Monte Sinai, dice: “Shema’ Israel! Ascolta Israele! Io sono l’unico Signore. Amerai il Signote tuo Dio con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e con tutte le tue forze”.

Ecco la Quaresima! Cosa significa amare dio con tutto il cuore? Amarlo con tutto il corpo, senza mormorare perchè fa caldo, perchè si mangia male, perchè si hanno i reumatismi, perchè fa caldo, perchè fà freddo, perchè sei sola, perchè sei solo! Anche Israele mormorava e non voleva la manna, si ricordava della carne, delle cipolle e dei pesci d’Egitto!

Amerai Dio con tutta la tua anima e tutta la tua mente, ma mal si sopporta la precarietà, non sapere dove sta la verità, dove sta Dio… il popolo sta nel deserto molti anni e si domanda: che ci sto a fare qui? Questo Mosè ci fara’ morire tutti nel deserto!

Allora la Chiesa ci ricorda che amare Dio con tutta l’intelligenza, anche, significa accettare che porti Lui la storia come vuole, come la Vergine Maria che non ha mormorato sotto la croce, quando la sua maternità è stata esposta a dura prova e la sua anima trapassata da una spada.

Il combattimento delle tentazioni si affronta con il digiuno anche “personale”:  dall’astenersi da provocazioni volute, da frasi volute, da esibizioni volute, dal non fare cose che solitamente sollecitano facilmente i nostri sensi…

I soldi e quel  passo del Vangelo di Luca (18, 22) “Và, vendi i tuoi beni e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”.  Liberarsi da sè stessi, essere liberi.. e la preghiera, soprattutto quella del cuore, come il russo Teofane il Recluso che,  con il suo libro “Pratica della preghiera del cuore”, cita l’orazione incessante che accende la fiamma continua del cuore, come una respirazione: questo calore costante della preghiera,(della presenza di Cristo nel tuo cuore), è la vera respirazione di questa vita, in modo che il progresso del nostro pellegrinaggio spirituale, si arresta quando si estingue questo calore interiore, cosi’ come la vita del corpo si estingue quando cessa la respirazione naturale.

Popularity: 44% [?]

Assisi. La Tenda del Risorto.

di Marilena Marino La Chiesa di Dio che è in Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino, memore del comando del suo [...]

Cinema e religioni a Trento e Cannes (passando per Buddha)

“Viaggi della fede. Viaggi della speranza”: è questo il tema dell’edizione 2010 (la tredicesima) di Religion Today Film Festival, che [...]

Essere straordinari nell’ordinario: la semplice eredità di don Luigi Monza.

1.200 persone hanno assistito alle 3 repliche di “…scrivi: «Amore»” , lo spettacolo ispirato al messaggio del Beato Luigi Monza. [...]

MAGGIO, MESE DELLA MAMMA

da Mariangela Musolino FEDERAZIONE UMBRA MOVIMENTO PER LA VITA comunicato stampa – 6 maggio 2010 MAGGIO, MESE DELLA MAMMA: IL [...]