Saturday, May 19, 2012

Ero forestiero e mi avete ospitato

Posted by michelangelo On aprile - 27 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

“Che cosa significa la parola «decente» applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa” (Caritas in veritate, 63).

Sono le parole utilizzate da Papa Benedetto XVI nella sua terza Enciclica “Caritas in veritate” pubblicata il 29 giugno 2009. Il Pontefice pone la sua attenzione sul diritto al lavoro di ogni uomo, riferendosi in modo particolare alla difficile condizione degli immigrati. Forse a qualcuno il termine “decente” in ambito lavorativo non dice nulla, eppure è proprio l’assenza di questa dignità operaia che pone la nostra società di fronte a mille contraddizioni.
Non possiamo dimenticare, infatti,  gli incresciosi avvenimenti susseguitisi nel gennaio scorso a Rosarno, in Calabria. Sfruttamento, salari insufficienti e alloggi precari sono state le motivazioni che hanno scatenato la violenta protesta di molti africani residenti a Rosarno che lavorano, in condizioni vergognose e disumane, nel settore agricolo della provincia calabrese.

Nella famosa tragedia di Euripide (Medea) leggiamo una considerazione molto attuale per il nostro tempo: “Non è giusto disprezzare chiunque tu abbia veduto senza averne sperimentato l’animo chiaramente e senza averne ricevuto l’offesa. L’ospite deve adeguarsi alla città che lo ospita, ma non è lodabile che chi ci ospita ci tratti acerbamente per sua tracotanza o difetto di conoscenza”.
Sulle migrazioni valgono molte valutazioni, a carattere storico, sociologico o politico. Vale anche sottolineare, che non è possibile ignorare tale fenomeno né, tanto meno, demandarlo alla sola competenza territoriale affidata alle leggi dello Stato. E’ necessario poter guardare i limiti della propria diversità e quella altrui (etnico-religiosa che sia) con maggiore tolleranza e soprattutto con la capacità di accogliere ogni distinzione culturale, di nazionalità o di religione con la responsabilità civile e personale che è patrimonio storico e ontologico di ogni uomo e civiltà.

Le pagine della Sacra Scrittura, a tal proposito, documentano un episodio particolare vissuto dai componenti della sacra Famiglia. Immediatamente dopo la nascita di Gesù, l’evangelista Matteo racconta, infatti, che «un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”» (Mt 2, 13). La santa Famiglia di Nazareth è dunque costretta ad allontanarsi dalla propria patria per stabilirsi in Egitto, ripetendo così l’esperienza dell’esilio e della deportazione dell’antico popolo di Israele a Babilonia. Giovanni Paolo II, in occasione del viaggio apostolico in America Latina, ebbe a dire a questo proposito: «Il Signore… volle anche assumere, con sua Madre santissima e san Giuseppe, questa condizione di emigrante, fin dall’inizio del suo cammino su questo mondo. […] La fuga improvvisa, l’attraversamento del deserto con i precari mezzi disponibili, e l’incontro con una cultura differente, mettono sufficientemente in rilievo fino a che punto Gesù ha voluto condividere questa realtà, che non poche volte accompagna la vita dell’uomo. Quanti emigranti di oggi e di sempre, possono vedere la loro situazione riflessa in quella di Gesù, che deve allontanarsi dal suo paese per poter sopravvivere! […] Ogni situazione di emigrazione si lega intimamente con i piani di Dio. Ecco, quindi, la prospettiva più profonda nella quale deve essere considerato il fenomeno dell’emigrazione» (Argentina, 9 aprile 1987).

Sono ancora tanti i pregiudizi, le paure e le ostilità nei confronti degli immigrati. Nella Chiesa però nessuno può essere considerato straniero, “Rendetevi conto – continuava con estrema schiettezza Giovanni Paolo II – che questa paura e questi pregiudizi non hanno altro fondamento che il proprio egoismo”.
Cristo chiede di essere riconosciuto in ogni uomo, «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35). L’immigrato può non essere considerato il “forestiero” a cui Gesù con esplicita determinazione fa riferimento?
Gesù, inoltre, per santificare il suo popolo, offre se stesso e muore in Croce fuori della porta della città di Gerusalemme, “come un forestiero”, senza un vero e proprio diritto di cittadinanza. Così San Paolo ammonisce: «Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13, 13-14).

Nessuno si affanni… dopotutto «noi siamo stranieri e pellegrini come i nostri padri» (1 Cr 29, 15).

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La giustizia che non muore.

Posted by Sergio Scacchia On aprile - 26 - 2010 ADD COMMENTS

È più che mai attuale quello che anni fa scriveva Igino Giordani, scrittore, giornalista e politico italiano, direttore della Biblioteca Apostolica Vaticana e cofondatore del Movimento dei Focolari di Chiara Lubich: “…se la Chiesa è immersa nell’umanità, per esserne anima deve poterla seguire nelle sue grandi trasformazioni, non mutando le proprie verità ma inserendole nelle forme nuove”.
Il succo del discorso è che la Chiesa non è separata dal mondo ma vive in esso.
Dal fondo dei secoli a oggi, torna ancora di attualità il discorso della montagna: “Beati i poveri di spirito perché di questi è il Regno dei cieli…..beati coloro che hanno fame e sete di giustizia….”.
Il termine biblico di “giustizia” riguarda la volontà di Dio rivelata nella storia della salvezza per cui il Creatore ama tutti, anche se peccatori e quelli che hanno fame e sete di giustizia altro non sono, che quelli che desiderano l’attuazione della volontà di Dio sulla terra.
Di che tipo di giustizia possiamo parlare in un mondo oggi dove due terzi degli uomini patiscono la fame, l’altro terzo, pur avendo pane, spesso soffre di fame spirituale derivante dalle angosce e dalle frustrazioni di vite difficili? Quale giustizia può essere praticabile quando si continuano a potenziare le tecniche belliche capaci di sterminare la vita a scapito d’iniziative in grado di risolvere i disordini culturali e politici di tanti paesi nel mondo?
Spesso Benedetto XVI ha legato i temi della vita e della giustizia. In uno dei suoi appelli ha detto: “…diventano sempre più drammatici quei meccanismi che producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono l’esistenza umana, offendendo la vita e colpendo i più deboli”.
Il cristiano deve contribuire a formare società giuste, ma come? Se lo chiedono tutti gli uomini di buona volontà nell’ora di maggiore carestia di quell’energia vitale che è la carità.
Diventa urgente l’intervento dei laici che devono più che mai riacquistare amore per la Chiesa, intesa come luogo di giustizia per recuperare pieno senso della vita così come ideata e realizzata dal Creatore.
Noi, i più, siamo nella Chiesa senza avere piena coscienza dei suoi valori. Realizziamo a malapena qualche pratica di pietà, magari superstiziosa, ma senza amore profondo per la giustizia, senza solidarietà, senza essere, come chiedono i Vangeli, braccia di Cristo. Siamo inerti, riducendoci alla pratica della santa Eucarestia domenicale, senza una vera partecipazione ma come semplici spettatori. Questo sperpero di valori offre il fianco a ideologie materialiste e a nuove forme di politiche che non tengono conto di fratellanza e di equità sociale.
Ecco, se gli ideali che il Cristo Risorto ha portato nel mondo si incarneranno veramente in milioni di spiriti, forse potremo sperare nella civiltà della Ragione che è Gesù il quale è Amore, Giustizia, Vita. Allora sì che la Costituzione, massima espressione umana, veramente riuscirà a fondersi con il Cristianesimo donando la concreta speranza di un mondo nuovo libero da ingiustizie come la fame, le guerre, il razzismo, realizzando la vera rivoluzione nella vita religiosa, familiare, sociale dell’umanità.

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