Saturday, May 19, 2012

Salone del Libro

Posted by Moreno Migliorati On maggio - 10 - 2012 ADD COMMENTS

Prende il via oggi a Torino (per concludersi il 14 maggio) la XXV edizione del Salone internazionale del libro. Ben rappresentata anche l’editoria cattolica, in particolare, nello stand curato dall’Associazione Sant’Anselmo(Padiglione 2, Stand G10), con la collaborazione della Arcidiocesi di Torino, dell’Unione Editori e Librai Cattolici Italiani, e del Consorzio Editoria Cattolica, dove saranno presenti libri selezionati fra tutti gli editori italiani e riviste italiane di teologia e cultura religiosa.

Il tema del Salone del Libro 2012, la rivoluzione digitale, per le sue ricadute sulla comunicazione e sui legami tra le persone, si intreccia con il tema della famiglia, che sarà oggetto pochi giorni dopo di un grande evento mondiale a Milano a cui parteciperà anche papa Benedetto XVI.

Questo aggancio è la proposta dello stand al Salone del Libro curato dall’Associazione Sant’Anselmo per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana, sia nella selezione dei libri esposti nello stand, sia negli incontri che organizza.

Lo stand, oltre a presentare le ultime novità concernenti i temi dell’antropologia religiosa, della Bibbia, della teologia, della storia e dell’arte religiosa, dedica uno spazio ai testi che riguardano i cambiamenti personali e familiari dell’era digitale, e uno spazio alla produzione editoriale italiana sui temi della famiglia del lavoro e della festa. Allo stesso modo gli incontri, trattano del significato antropologico e di quello cristiano del matrimonio e della famiglia, anche con testimonianze e occasioni di dibattito con posizioni diverse.

(via SpiritualSeeds.info)

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Non e’ qui. E’ Risorto.

Posted by marilena marino On aprile - 9 - 2012 ADD COMMENTS

Esultino i cori degli angeli,
esulti l’assemblea celeste.
Per la vittoria del più grande dei re,
le trombe squillino
e annuncino la salvezza.
Si ridesti di gioia la terra
inondata da nuovo fulgore;
le tenebre sono scomparse,
messe in fuga dall’eterno Signore della luce.
Gioisca la Chiesa madre nostra,
irradiata di vivo splendore,
e questo tempio risuoni
per le acclamazioni del popolo in festa.
Ci assista Cristo Gesù, nostro Signore e nostro Dio,
che vive e regna col Padre, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Popolo: Amen.
Diacono: Il Signore sia con voi.
Popolo: E con il tuo spirito.
Diacono: In alto i nostri cuori.
Popolo: Sono rivolti al Signore.
Diacono: Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.
Popolo: È cosa buona e giusta.
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo,
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
Tu hai consacrato la Pasqua per tutte le genti
senza immolazione di pingui animali,
ma con il corpo e il sangue di Cristo,
tuo Figlio unigenito.
Hai lasciato cadere i riti del popolo antico
e la tua grazia ha superato la legge.
Una vittima sola
ha offerto se stessa alla tua grandezza,
espiando una volta per sempre
il peccato di tutto il genere umano.
Questa vittima
è l’Agnello prefigurato dalla legge antica;
non è scelto dal gregge,
ma inviato dal cielo.
Al pascolo nessuno lo guida,
poiché lui stesso è il Pastore.
Con la morte e con la risurrezione
alle pecore tutto si è donato
perché l’umiliazione di un Dio
ci insegnasse la mitezza di cuore
e la glorificazione di un uomo
ci offrisse una grande speranza.
Dinanzi a chi lo tosava non volle belare lamento,
ma con voce profetica disse:
“Tra poco vedrete il Figlio dell’uomo
assiso alla destra di Dio”.
Col suo sacrificio, o Padre, a te riconcilia i tuoi figli
e, nella sua divina potenza, ci reca il tuo stesso perdono.
Tutti i segni delle profezie antiche
oggi per noi si avverano in Cristo.

Ecco: in questa notte beata
la colonna di fuoco risplende
e guida i redenti alle acque che danno salvezza.
Vi si immerge il Maligno e vi affoga,
ma il popolo del Signore salvo e libero ne risale.
Per Adamo siamo nati alla morte;
ora, generati nell’acqua dallo Spirito santo,
per Cristo rinasciamo alla vita.
Sciogliamo il nostro volontario digiuno:
Cristo, nostro agnello pasquale,
viene immolato per noi.
Il suo corpo è nutrimento vitale,
il suo sangue è inebriante bevanda;
l’unico sangue che non contamina,
ma dona salvezza immortale a chi lo riceve.
Mangiamo questo pane senza fermento,
memori che non di solo pane vive l’uomo
ma di ogni parola che viene da Dio.
Questo pane disceso dal cielo
vale più assai della manna,
piovuta dall’alto come feconda rugiada.
Essa sfamava Israele,
ma non lo strappava alla morte.
Chi invece di questo corpo si ciba,
conquista la vita perenne.
Ecco: ogni culto antico tramonta,
tutto per noi ridiventa nuovo.
Il coltello del rito mosaico si è smussato.
Il popolo di Cristo non subisce ferita,
ma, segnato dal crisma, riceve un battesimo santo.

Questa notte dobbiamo attendere in veglia
che il nostro Salvatore risorga.
Teniamo dunque le fiaccole accese
come fecero le vergini prudenti;
l’indugio potrebbe attardare l’incontro
col Signore che viene.
Certamente verrà e in un batter di ciglio,
come il lampo improvviso
che guizza da un estremo all’altro del cielo.
Lo svolgersi di questa veglia santa
tutto abbraccia il mistero della nostra salvezza;
nella rapida corsa di un’unica notte
si avverano preannunzi e fatti profetici di vari millenni.
Come ai magi la stella,
a noi si fa guida nella notte
la grande luce di Cristo risorto,
che il sacerdote con apostolica voce oggi a tutti proclama.
E come l’onda fuggente del Giordano
fu consacrata dal Signore immerso,
ecco, per arcano disegno,
l’acqua ci fa nascere a vita nuova.
Infine, perché tutto il mistero si compia,
il popolo dei credenti si nutre di Cristo.
Per le preghiere e i meriti santi di Ambrogio,
sacerdote sommo e vescovo nostro,
la clemenza del Padre celeste
ci introduca nel giorno del Signore risorto.
A lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Preconio Pasquale)

 

 

 

 

 

 

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Se Titanic sapesse di cielo

Posted by marilena marino On aprile - 3 - 2012 ADD COMMENTS
Il regista è al lavoro sulla rimasterizzazione digitale e tridimensionale del kolossal del 1997. Uscita mondiale prevista per il 6 aprile, in concomitanza con il centesimo anniversario del varo del transatlantico.
LUCA CASTELLI
Il Titanic se la vedrà di nuovo contro l’iceberg. Questa volta, però, in 3D. Paramount Pictures, Twentieth Century Fox e Lightstorm Entertainment hanno annunciato ufficialmente la data di uscita della nuova versione tridimensionale del film di James Cameron, campionissimo di incassi nel 1997. La data non è casuale: 6 aprile 2012. Più o meno cento anni esatti dal giorno in cui il transatlantico “inaffondabile” salpò dal porto di Southampton per il suo sventurato viaggio d’inaugurazione (era il 10 aprile 1912, il naufragio avvenne nella notte tra il 14 e il 15 aprile).Cameron e la sua squadra di tecnici alla Lightstorm Entertainment hanno dunque ancora quasi un anno di tempo per terminare i lavori di rimasterizzazione digitale del film. E per lanciare la sfida in famiglia ad Avatar, il kolossal fantascientifico del 2009 che proprio grazie alla tecnologia 3D (e al biglietto maggiorato) ha scalzato Titanic dalla classifica dei più alti incassi cinematografici di tutti i tempi (2,781 milioni di dollari contro 1,835 milioni). Una rimonta difficile, anche se aiutata dal prevedibile effetto nostalgia che potrebbe richiamare in sala il pubblico che quindici anni fa rimase ipnotizzato dalla storia d’amore tra Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, conclusa con l’epico affondamento del titano (il film si portò a casa anche undici statuette Oscar).

“C’è un’intera generazione che non ha mai visto Titanic per come era stato concepito, cioè per il grande schermo”, ha dichiarato Cameron. “Questo Titanic, che nessuno ha mai visto, è stato rimasterizzato in digitale a 4K e meticolosamente convertito in 3D. Conservando intatto il potere emotivo e offrendo immagini più intense che mai, il film sarà un’esperienza epica tanto per i vecchi fan quanto per i nuovi spettatori”.

Un’esperienza epica e anche una piccola grande verifica per il 3D, la tecnologia destinata a salvare e rilanciare il cinema in sala e oggi avvolta dai primi dubbi – artistici ed economici – dopo la sbornia del 2010. Per molti mesi il botteghino ha sorriso agli investimenti delle case produttrici e degli esercenti, e non solo grazie all’exploit di Avatar (Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton è sesto incasso di sempre, con più di un miliardo di dollari). L’effetto trainante sembra però essersi un po’ placato, e affianco ai tanti blockbuster per famiglie e a qualche esperimento di autori insospettabili (Werner Herzog e la sua esplorazione di una grotta preistorica in Cave of Forgotten Dreams), cresce il numero di registi che rifiutano di girare i propri film nel nuovo formato (vedi Christopher Nolan per Inception e il prossimo Batman).

Un’altra incognita riguarda la presenza, almeno in Italia, di sale che permettano al pubblico di provare appieno l’esperienza spettacolare e tecnologica promessa da questi nuovi superfilm. Proprio il 3D ha spinto molti gestori – soprattutto nelle grandi multisale – a velocizzare la conversione digitale dei loro schermi. E’ di ieri l’apertura all’UCI Cinemas di Pioltello della prima sala italiana di prima visione che risponde ai requisiti della tecnologia IMAX (schermo da 200mq, audio avvolgente, esperienza di “immersione” nel film). Sono però ancora abbastanza pochi gli schermi con proiettori a tecnologia 4K (quella citata da Cameron). E il biglietto per un film in queste nuove astronavi dell’intrattenimento può arrivare a costare anche 13 euro. L’obiettivo rimane ben chiaro: rilanciare l’attrattiva della sala cinematografica rispetto al boom della visione domestica, tra homevideo e Internet. Anche da questo punto di vista, l’esito del nuovo ambizioso viaggio del Titanic potrà offrire utili risposte.

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L’annuncio dell’obbedienza

Posted by michelangelo On marzo - 24 - 2012 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Gli Angeli non sono l’espressione romantica della nostra fede (come vorrebbe invece farci credere qualche buontempone). Tali creature vivono sotto lo sguardo di Dio, non si sottraggono al compito che viene loro assegnato e che ha come primo intento quello di “custodire” la vita dell’uomo.

Papa Ratzinger ci ha ricordato che : «“Angelo” vuol dire “inviato”. In tutto l’Antico Testamento troviamo queste figure, che nel nome di Dio aiutano e guidano gli uomini. […] toglieremmo una parte notevole del Vangelo, se lasciassimo da parte questi esseri inviati da Dio, i quali annunciano la sua presenza fra di noi e ne sono un segno. Invochiamoli spesso, perché ci sostengano nell’impegno di seguire Gesù fino a identificarci con Lui».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cf n. 336) ci ricorda che gli angeli custodiscono la vita umana, circondandola con la loro protezione. Essi sono esseri spirituali ed incorporei e intercedono per noi presso Dio. “Ogni fedele – affermava San Basilio Magno – ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita”.

Se venissi raggiunto da un Angelo il senso del suo annuncio riguarderebbe certamente il tema dell’obbedienza. La Vergine Maria, in tal senso, ce ne ricorda l’importanza.

“«Vieni e seguimi» (Mt 4,19). Gli apostoli abbandonarono tutto per seguire il Signore. Come loro, ti deciderai a seguirlo per sempre quando ti chiamerà, già dalla prima volta? O quante volte dovrà chiamarti?” (F.X. Nguyen Van Thuan).

C’è un momento nella nostra vita dove l’invito a seguire Cristo si rivela con maggiore chiarezza, mettendo in discussione molti dei nostri progetti. Per chi sono nato e cosa vuole da me il Signore!
Questo interrogativo prima o poi (se con lealtà abbiamo imparato a conoscere Dio nella fede) non tarderà a manifestarsi. Santa Teresa d’Avila prendendo a cuore il senso di tale domanda risponderà: “Sono nata per te, per te Signore. Dimmi che vuoi da me, dimmi Signore”.

La scelta della vocazione deve talvolta misurarsi con i ritmi (spesso incalzanti) del nostro tempo e con le mille prerogative del mondo. “La decisione di seguire il Signore – ricorda ancora F.X. Van Thuan – non è proprio come «mettere una firma» o come pronunciare un giuramento; è piuttosto il continuo sacrificio quotidiano nel portare avanti questa decisione per tutta la vita”.

Quando Gesù viene ad abitare sulla terra si trova di fronte i resti di una umanità disobbediente e disgregata. L’intera storia della salvezza, infatti, è tormentata dal dominio del peccato che rallenta il cammino dell’uomo verso Dio, mettendo alla prova quella fedeltà esigita da Dio stesso nel momento in cui stabilisce la sua alleanza. Era indispensabile la venuta al mondo di un Dio-Uomo capace di superare ogni limite umano, con un’obbedienza più grande del peccato stesso, al quale persino il male doveva rivolgere il suo ossequio: “Signore, anche i demòni ci obbediscono, quando invochiamo il tuo nome” (Lc 10,17), “Allora Gesù con parole minacciose comandò al demonio di uscire da lui” (Mt 17,18).

Cristo è dunque l’immagine prototipa del Figlio che obbedisce incondizionatamente al Padre. Questo particolare ed esigente modo di agire di Gesù diventa il principale elemento programmatico, la condizione essenziale per porsi alla Sua sequela. Egli, infatti, chiede al discepolo di separarsi definitivamente dagli affetti familiari, dal proprio lavoro, dai propri averi, da tutto ciò che di più sicuro può garantire la vita dell’uomo, e lo chiama a condividere con lui un cammino nuovo, umanamente imprevedibile, un cammino che conduce alla croce, dove l’unico atteggiamento che l’uomo (perfino Gesù) può assumere è quello di affidarsi, di abbandonarsi nelle mani di Dio.

Per entrare nel mistero di Cristo non basta solo riconoscerne la Verità , magari osservandola garbatamente da lontano; bisogna andare fino in fondo alla radice del proprio cuore (là dove è custodita l’immagine di Dio) per scoprire le tracce del Suo disegno, compromettendo tutta la nostra umanità e la nostra intelligenza, magari lasciando più spazio agli imprevisti, capaci di mettere a soqquadro i nostri progetti, pazientemente organizzati, misurati secondo il nostro tempo e i nostri gradimenti.

Chi obbedisce non mortifica la propria identità, ma riconosce in qualcuno un’autorità capace di farlo crescere, se poi questo qualcuno è Dio anche il demonio preferisce ritirarsi.

Credo che un Angelo, nel suo annuncio, non potrebbe non chiedermi di aderire a questo meraviglioso e impegnativo progetto.

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I primi giorni di cristianesimo

Posted by michelangelo On marzo - 3 - 2012 1 COMMENT

di Michelangelo Nasca

Su quali fondamenta era strutturata la vita delle prime comunità cristiane? Quali erano le loro principali occupazioni? Quali le attività riservate alla formazione del singolo credente?
Diciamo subito che il cristiano vive la propria esperienza di fede in compagnia di altri uomini, dentro una comunità (la Chiesa) che lo custodisce nel rapporto con Cristo e con i fratelli. Tale vocazione caratterizza, fin dall’inizio, l’identità del Popolo d’Israele: «Ecco quanto è buono e quanto soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133,1) e, in un secondo tempo, sarà Cristo stesso a rilevarne l’importanza attraverso la sua predicazione: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Read the rest of this entry »

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Epifania ἐπιφάνεια

Posted by marilena marino On gennaio - 1 - 2012 ADD COMMENTS
di Marilena Marino

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La festa dell’Epifania fra storia e costume

 

L’Epifania è una festa cristiana che cade il 6 gennaio, cioè dodici giorni dopo il Natale. Il suo significato, dalla parola greca epifaneia, è “manifestazione”, “apparizione”, “venuta”, “presenza divina” e nella tradizione cristiana assume il significato del primo manifestarsi, ai Re Magi e al mondo intero, dell’umanità e divinità di Gesù Cristo. Nella tradizione cristiana i Magi sono astrologi e sacerdoti zoroastriani (una religione dell’Iran antico) i quali, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo “il suo astro” giunsero da Oriente a Gerusalemme  per adorare il bambino Gesù, il “re dei Giudei” che era nato. Alcuni vangeli sinottici ne riportano i nomi: Melchiorre, Baldassarre  e Gaspare. La stella cometa che guida i Re Magi ha un significato simbolico: rappresenta il Messia atteso dagli ebrei nel Vecchio testamento. Sono state tentate anche divere interpretazioni astronomiche.

Le tradizioni popolari hanno trasformato l’origine religiosa della ricorrenza in fenomeno di costume, combinando simboli e tradizioni di origini diverse: scambio di doni, feste popolari, ecc., tra cui la tradizione dei regali ai bambini (nella calza), soprattutto nei paesi di tradizione cattolica. In Italia, i doni sono portati dalla Befana (impersonificata da una vecchia brutta ma buona, legata secondo la tradizione all’adorazione dei Magi). In Spagna, invece, i regali sono portati dai Re Magi.

celebriamo con l’Epifania la prima manifestazione pubblica di Gesù, con la visita solenne dei tre Saggi orientali e l’offerta dei loro doni. Epifania significa in greco “manifestazione”. E la Chiesa ha mantenuto intatto l’antico nome di questa festa. Si tratta di una manifestazione con molteplici significati, che si richiamano a vicenda. Manifestazione di Gesù come Figlio di Dio: quel bambino è in realtà l’atteso delle genti, il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio. Manifestazione della salvezza a tutti i popoli della terra, rappresentati dai Magi stranieri. Per questo, la tradizione ha raffigurato i magi come re, e di diverso colore della pelle, nelle tre razze allora conosciute: semiti (ebrei e arabi), camiti (neri) e giapeti (bianchi indoeuropei). Per gli ebrei l’unico popolo eletto era quello ebraico. Ora invece «non c’è né giudeo né greco, né schiavo né libero né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù» (Gal.3,28). Epifania: la Festa dei Doni. Madre Teresa di Calcutta, a questo proposito, diceva: «Quello che importa non è la quantità del dono, bensì l’intensità dell’amore con cui lo diamo…Dona ciò che ti costa di più: proprio questo ha valore di fronte a Dio e dimostra il tuo amore per Lui». Questa Festa non è da identificare con l’aspettata “befana”, la vecchietta che va di notte su una scopa, con un sacco di regali e carbone. Non è che un altro appuntamento consumistico. La festa religiosa viene così stravolta e diventa una festa pagana. “Stupida questa festa” osservava Pasolini, perché non ha più niente di cristiano, ma è carica dei vizi del consumismo”. I nostri bambini tra computers e play stations fanno fatica a riconoscere Gesù Bambino… La presenza di una stella alla nascita di Gesù è un simbolo messianico. Il riferimento biblico è la profezia di Balaam su una stella, che sarebbe spuntata da Giacobbe (Nm.24,17). Benché la stella sia stata spesso identificata col re Davide, già prima della nascita di Cristo, alcuni ebrei l’avevano identificata col Messia. Nel secondo secolo Origene ed Ireneo di Lione richiamarono questa profezia in relazione alla Stella di Betlemme. Origene cita il perduto trattato “Sulle comete”, scritto dal precettore di Nerone, Cheremone, secondo il quale era prassi accettata che l’apparizione di comete o nuovi astri segnalasse la nascita di importanti personaggi ed era quindi plausibile che i Magi si fossero messi in viaggio al suo apparire. Ma questi Magi, non ci ricordano i pastori di Natale? Di tutti quelli che sanno della notizia, solo i pastori e i Magi riconoscono nel Bambino la presenza del Figlio di Dio. I Magi, quindi, sono l’immagine dell’uomo che cerca, che indaga, che si muove e segue la stella. Non come Erode e i sacerdoti del tempio che, pur “sapendo”, restano ai loro posti. Per riconoscere Gesù occorre smuoversi, mettersi in cammino, lasciare, indagare, seguire, lasciarsi provocare, cercare. Cristo si lascia trovare, solo da chi lo desidera, non da chi lo ignora. «Prostràti in adorazione, offrono incenso, oro e mirra».  Oro, dono destinato ai re, incenso, resina destinata a Dio e mirra, unguento usato per imbalsamare i cadaveri, simbolo dell’Uomo Sofferente. Nel bambino riconoscono il Signore, il Dio, il Crocifisso. E noi, alla fine di questo tempo di Natale, come e con che cosa arriviamo alla grotta? È nell’Eucaristia, nella Santa Messa che offriamo questi doni. Essa è mirra, perché ci ri-presenta il sacrificio di Cristo; è oro, cioè l’offerta al del Re-Gesù al Padre di tutto ciò che siamo; è incenso, adorazione, preghiera, che, ripieni di Spirito Santo, eleviamo in continuo rendimento di grazie. Dalla visita dei Magi a Gesù Bambino, possiamo imparare a imitarli nella loro ricerca del Cristo Salvatore. Nessuno di noi può pensare di avere del Cristo una conoscenza sufficiente. Che cosa sappiamo del suo mistero, della sua persona, dei suoi insegnamenti, del suo amore? Nulla o molto poco. Nel cammino di ricerca dei Magi viene quasi tracciato l’itinerario della nostra fede. Uscire da noi stessi per andare a Lui; abbandonare le nostre abitudini o almeno rimetterle sotto esame; diffidare di una religione e di un culto, fatti solo di cerimonie o di pratiche più o meno abitudinarie. Questo cammino, come quello dei Magi, sarà talvolta luminoso, piacevole, altre volte oscuro, incerto e faticoso, ma sicuramente, nella costanza, ci porterà ad un incontro personale con Lui, fondamento della fede vera. «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal.97, 2). Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre Magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. «In questo impegno dovete tutti aiutarvi l’un l’altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere» (S. Leone Magno). Perché mai, poi, si confonde l’Epifania con…la “befana”? Esiste una leggenda a questo proposito. Si racconta che i Re Magi stavano andando a Betlemme, per rendere omaggio al Bambino Gesù. Giunti in prossimità di una casetta, decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme, perché là era nato il Salvatore. La donna che non capì dove stessero andando i Re Magi, non seppe dare loro nessuna indicazione. I Re Magi chiesero alla vecchietta di unirsi a loro, ma lei rifiutò perché aveva molto lavoro da sbrigare. Dopo che i tre Re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di unirsi a loro per andare a trovare il Bambino Gesù. Ma nonostante li cercasse per ore ed ore non riuscì a trovarli e allora fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino. E così ogni anno, la sera dell’ Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c’è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.

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IL MONASTERO SRETENSKY

Posted by Daniela Asaro Romanoff On settembre - 7 - 2011 ADD COMMENTS

Il Monastero Sretensky è uno dei più antichi monasteri russi, essendo stato fondato nel 1397. Fu edificato per commemorare il miracoloso evento dell’incontro dei cittadini di Mosca con l’Icona di Vladimir, raffigurante la Madre del Signore. Il Monastero si trova al centro di Mosca.

La storia della Russia, intessuta di ferventi preghiere, spiritualità e rivoluzioni nefaste, che hanno portato alla negazione di Dio, si riflette nella storia del Monastero.

Nel 1395 le sentinelle delle steppe russe diedero un tristissimo annuncio: un terribile conquistatore stava preparandosi ad occupare la Russia. Khan Timur, meglio conosciuto con il nome di Tamerlano, suscitava moltissima paura. Tamerlano veniva considerato invincibile, avendo intrapreso campagne militari contro l’India, la Persia e la Trans-Caucasia.

Tamerlano, con il suo potente esercito, arrivò vicino a Mosca e il Gran Duca Vasily si preparò ad affrontarlo, domandando che si pregasse senza intermissione in tutto il Paese, affinché la Russia fosse liberata dal nemico. Vasily aveva la consapevolezza che l’esercito russo era inferiore numericamente rispetto a quello di Tamerlano. Il Gran Duca si affidò all’orazione e si rivolse all’Altissimo, pregò assieme al suo esercito ferventemente, implorando aiuto. Tutto il Popolo pregò intensamente i Santi russi e Vasily diede l’ordine di portare a Mosca da Vladimir l’Icona che rappresenta la Madre del Signore, affinché intercedesse per la Terra russa. Il Clero della Cattedrale della Dormizione di Mosca fu inviato nella città di Vladimir. Dopo la liturgia, i sacerdoti staccarono l’Icona dalla parete e iniziò la processione verso Mosca. La gente pregava:”Santa Madre di Dio salva la nostra Terra.”

L’8 settembre avvenne l’incontro del popolo di Mosca con l’Icona. Il Metropolita Cipriano portò con solennità la Sacra Icona nella Cattedrale della Dormizione del Cremlino.

Proprio quando i cittadini di Mosca incontrarono la Sacra Icona, Tamerlano fece un sogno che lo turbò assai. Nel sogno vide una maestosa montagna, dalla sommità di questa montagna scendevano i Santi russi sostenendo una Croce dorata, dinanzi a loro stava una Signora, il cui abito era luminoso. La Signora ordinò a Tamerlano di lasciare la Terra che stava occupando. Svegliandosi terrorizzato, Tamerlano si informò in merito a quel suo strano sogno, e gli fu detto che la Signora era la Protettrice dei Cristiani.

Tamerlano lasciò il giorno dopo i confini della Russia.

Gli storici stanno ancora discutendo su questo ritiro, ma chi ha il dono della Fede sa che le preghiere ferventi dei popoli possono fermare le guerre. Sin dalla nascita al Cristianesimo, il Popolo russo e la Madre Protettrice hanno avuto un intenso dialogo, davvero particolare, autentico e prezioso, questo dialogo ha subito prove durissime, ma non potrà venir mai interrotto.

In memoria della liberazione, proprio nel luogo dell’incontro dell’immagine miracolosa con i cittadini di Mosca, fu fondato il Monastero Sretensky. Ogni anno, l’8 settembre, l’Icona della Madonna di Vladimir, veniva portata lì in processione. Era la principale festa storica e religiosa di Mosca. Durante la guerra patriottica del 1812, l’Icona venne tenuta costantemente nel Monastero. Quasi tutti i pellegrinaggi del popolo russo, degli zar e dei patriarchi cominciavano con delle preghiere al Monastero Sretensky.

Il Patriarca Nikon (1605-1681) dimostrò grande attenzione per il Monastero e accadde che un artista, mentre decorava con degli affreschi la nuova Cattedrale in pietra, dipinse anche il Patriarca Nikon tra i Santi russi, era l’anno 1707.

Dopo la rivoluzione del 1917, il Monastero Sretensky divenne il centro delle battaglie tra le autorità della Chiesa Ortodossa e le ‘autorità’ che volevano sconfiggere con inaudita violenza la fede cristiana. In epoca sovietica, Sergey Izvekov, il futuro Patriarca Pimen, prese i voti proprio al Monastero Sretensky. Sua Santità, il Patriarca Tichon, eletto dal Consiglio della Chiesa russa nel 1917-18, sorvegliatissimo dai bolscevichi, rimase nel Monastero per confortare la gente con i sacri servizi.

Il suo amico Hilarion incontrò la morte in un campo di concentramento di Stalin. Hilarion fu l’ultimo Abate del Monastero prima della chiusura. Straordinario predicatore, eccezionale teologo, fece tutto quanto era in suo potere per fermare la feroce persecuzione contro la Chiesa Russa Ortodossa, una persecuzione senza precedenti. Fu grazie all’eroismo di questo straordinario Abate che il Monastero rimase consacrato fino al 1925. Alla fine di quell’anno il Monastero venne chiuso. Furono distrutti parecchi edifici e Chiese del Monastero: la Chiesa di Maria d’Egitto, la Chiesa di San Nicola, le porte sante con il campanile e il chiostro dell’abate. Ben presto il Monastero divenne la residenza del Commissariato del popolo degli affari interni. Trovarono posto anche gli edifici della Ceka, che precedettero il KGB. In quel luogo sacro ci furono molte cruente sparatorie. Quando il complesso monastico fu restituito alla Chiesa Ortodossa, in memoria di tutte le vittime del potere senza Dio, fu eretta una Croce all’entrata del Monastero, la Croce fu consacrata da sua Santità il Patriarca Alessio.

Prima della rivoluzione, all’interno del Monastero, c’era un cimitero, dove erano state sepolte le vittime della guerra patriottica del 1812. Durante il regime sovietico, proprio sul terreno del cimitero, atto sacrilego, fu costruita una scuola di avanzati studi di lingua francese. Non è necessario alcun commento … di nessun tipo … . L’unico edificio ben preservato, la Cattedrale dell’Icona di Vladimir, fu restituito alla Chiesa Russa Ortodossa nel 1991. Seguirono alcuni anni difficili in cui la Cattedrale fu contesa da un gruppo di ‘rinnovatori della Chiesa’, figure pseudo religiose, che in collusione con i bolscevichi avevano avuto il Monastero per un anno, dal 1922 al 1923. Malgrado la campagna diffamatoria di tali personaggi, la vita monastica rifiorì. Nel 1995 Sua Santità il Patriarca di Mosca emanò un editto, dichiarando che il Monastero Sretensky è sotto diretta autorità del Patriarca.

Attualmente il Monastero Sretensky viene considerato uno dei centri religiosi più importanti di tutta la Russia. Ogni giorno si celebra il servizio divino nella Cattedrale.

Si è costituita nel Monastero la Casa Editrice Sretensky, che pubblica vari libri teologici, liturgici, storici.

Il complesso monastico è un’oasi di pace al centro della città. Le sacre reliquie del martire Hilarion furono portate qui da San Pietroburgo nel 1999.

Nel 1997 sono stati celebrati i 600 anni della fondazione del Monastero, più di 30.000 fedeli presero parte alla processione, malgrado la pioggia scrosciante.

Nel 1999 fu aperta la Scuola Superiore di Teologia Sretensky. Gli studenti partecipano attivamente alla vita della Comunità Monastica.

Fanno parte del Monastero due eremitaggi, uno per gli uomini e uno per le donne. Un eremitaggio è stato dedicato a San Serafino di Sarov e si trova nella regione di Ryazan, l’altro Monastero è dedicato al profeta Elia e non è lontano da Mosca.

Daniela Asaro Romanoff

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IL MONASTERO DELLA SANTA DORMIZIONE DELLE GROTTE DI PSKOV

Posted by Daniela Asaro Romanoff On luglio - 7 - 2011 ADD COMMENTS

Il Monastero della Santa Dormizione delle Grotte di Pskov è situato in una zona della Russia che possiamo definire storica, a 50 Chilometri ad Ovest della città di Pskov, vicino al confine con l’Estonia, a 340 Chilometri da San Pietroburgo.

Il Monastero fu fondato nel mese di agosto del 1473. In tale data il fondatore del Monastero, Jonah, consacrò la Chiesa della Dormizione della Santissima Madre di Dio. La Chiesa fu costruita in una cavità della collina. La vita monastica iniziò in quel luogo assai prima della consacrazione della Chiesa. Cominciò quando un gruppo di eremiti, in cerca di solitudine, venne a vivere in alcune grotte. Le sante reliquie di uno di questi eremiti, San Marco, denominato ‘colui che dimora nel deserto’, tuttora si trovano nelle grotte e molti si recano a venerarLe.

Le Cronache del Monastero ci fanno sapere che fu proprio la Purissima Vergine a scegliere questo luogo nella valle delle grotte, benedisse il posto e lo rese più confortevole attraverso la bellezza spirituale degli eremiti che qui vennero ad abitare. Il Monastero avrà sempre una particolare protezione. Sono trascorsi più di cinque secoli dalla fondazione, il Monastero ha avuto sia momenti di gloria sia momenti di tragedia, ma mai la santa luce è scomparsa, mai la preghiera ha cessato di essere pronunciata.

Gradualmente aumentarono gli edifici del Monastero ed anche la sua buona fama. Il XVI secolo fu un tempo molto proficuo, quando divenne Abate Cornelius, furono costruite le Chiese dell’Annunciazione e di San Nicola. Venne edificato anche il campanile in pietra e fu eretta una protezione di mura e bastioni. I confratelli raggiunsero un numero notevole: duecento monaci.

L’Abate Cornelius arricchì la biblioteca, diede inizio alla stesura quotidiana delle Cronache e fondò un laboratorio dove venivano dipinte delle Icone. Il Monastero divenne un importante centro Missionario e si adoperò per rafforzare l’ortodossia al confine occidentale della Russia.

Purtroppo, per quanto concerne la morte dell’Abate Cornelius, ci vengono tramandate notizie assai tristi. L’Abate fu calunniato da gente invidiosa e venne decapitato per ordine di Ivan il Terribile il 20 febbraio 1570. Cornelius viene annoverato tra i Santi Martiri della Chiesa Russa Ortodossa.

Nel XVI e nel XVII secolo il Monastero subì numerosi attacchi da parte di truppe polacche, lituane, svedesi e tedesche. Nell’autunno del 1581 subì un attacco notevole da parte delle truppe polacche, condotte dal loro Re Stephan Batory.

In tempi più recenti, nel 1920, in accordo con il trattato di Tartu, il Monastero si ritrovò al di fuori del territorio russo, in Estonia. La nuova situazione non interruppe i servizi ecclesiastici, comunque i monaci ebbero numerosi problemi dovuti ai cambiamenti.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, negli anni Cinquanta, in seguito al decentramento del potere, che conferì all’Estonia una certa autonomia rispetto al potere sovietico, il luogo di culto ritornò ai suoi anni migliori. L’Archimandrita Alipi fece riparare le Chiese, le mura e i bastioni. La vita spirituale monastica ebbe un grande impulso. Sotto la protezione della Santissima e Purissima Madre di Dio, si riunirono in questo luogo Sacro parecchi monaci. Attraverso la loro preghiera, rinacque la grande tradizione dell’ascetismo ortodosso.

Attualmente ci sono dieci Chiese all’interno del Monastero. Un grande numero di persone vi si reca alla ricerca di guide spirituali.

I monaci lavorano i campi e badano alla manutenzione degli storici edifici. C’è una Scuola di restauro di Icone. C’è una Foresteria per i pellegrini e una Casa dove vengono accolti i monaci anziani. Il Monastero è famoso per il suo Coro di bambini.

Nel 2003 è stato celebrato il 530° anniversario della sua fondazione e della sua opera salvifica all’interno della Chiesa Ortodossa.

Daniela Asaro Romanoff

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IL MONASTERO ANDRONIKOV

Posted by Daniela Asaro Romanoff On maggio - 20 - 2011 ADD COMMENTS

IL MONASTERO ANDRONIKOV E L’ARTE DI ANDREJ RUBLEV

Il Monastero Andronikov si trova sulla riva sinistra del fiume Yauza. Il monaco più conosciuto, che visse in questo Monastero, è il pittore di sacre icone, Andrej Rublev. Il Metropolita di Mosca, Alessio, aveva promesso che avrebbe fatto costruire un Monastero e una Cattedrale, se fosse sopravvissuto ad una terribile tempesta marina, che tormentò il suo viaggio di ritorno a Mosca da Costantinopoli, nel 1358. Promise anche che avrebbe denominato il Monastero con il nome del Santo, commemorato nel giorno in cui fosse sbarcato sano e salvo. Il giorno, in cui Alessio giunse a Mosca, era dedicato a nostro Signore (in russo: Spas). Sulla riva del fiume Yauza fu edificato il luogo sacro. Quando il Metropolita Alessio si assentò temporaneamente dal Monastero per recarsi a Sarai dal Kahn del Kypchak, il monaco Androniko lo sostituì alla guida del Monastero. Androniko divenne il primo Abate, e, in seguito, il luogo sacro fu denominato con il suo nome. Tra il 1425 e il 1427 fu costruita la Cattedrale del Salvatore, è il più antico edificio di Mosca. La nuova Cattedrale edificata in pietra sostituì la prima Cattedrale costruita in legno. L’interno della nuova Cattedrale fu decorato con affreschi dipinti da Andrej Rublev. Questi affreschi sono un capolavoro del maestro. Durante il XVII secolo furono costruite attorno al Monastero mura e torri. Il Monastero divenne anche una fortezza. Sempre nel XVII secolo fu costruita in stile barocco la Chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Nel XVIII secolo l’architetto Rodion Kazakov progettò la torre campanaria del Monastero. Il progetto prevedeva una torre altissima, molto più alta di ogni edificio di Mosca. Lo zar Paolo I ordinò di ridurre l’altezza, poiché nessun edificio doveva superare la torre campanaria del Cremlino.

La torre del Monastero Andronikov fu distrutta dai Bolscevichi nel 1930. Il Monastero era già stato gravemente danneggiato dai soldati dell’esercito napoleonico nel 1812. Il Monastero venne chiuso dai Bolscevichi nel 1919. Gli edifici furono utilizzati come alloggi per gli operai del distretto Rogozhsko-Simoovsky. Il cimitero divenne un campo di calcio. Dopo la Seconda Guerra mondiale rinacque una certa sensibilità storica e artistica nei confronti del Monastero Andronikov. Nel 1947 il cimitero divenne un monumento nazionale. Nei sotterranei si iniziò a costruire il Museo dell’antica arte russa. Il Museo Centrale dell’Antica Arte e Cultura russa ‘Andrej Rublev’ fu ufficialmente aperto in onore dei 600 anni della nascita del grande pittore. Il Museo non contiene opere di Rublev, ma ci sono delle meravigliose opere della Scuola di Rublev. Nel 1989 il Monastero fu restituito alla Chiesa Russa Ortodossa. Il 17 luglio 1989 fu celebrata una liturgia divina nel primo anniversario della santità di Andrej Rublev. Attualmente la Cattedrale del Monastero è una Chiesa parrocchiale. La tomba di Andrej Rublev non è più rintracciabile. Si pensa che i suoi resti mortali fossero sepolti sotto la torre campanaria, che fu distrutta dai Bolscevichi, ma il maestro continua a vivere nelle sue opere ed in quelle dei pittori formatisi alla sua Scuola.

Andrej Rublev nacque nel 1360. E’ considerato il più grande pittore medievale russo di icone ed affreschi. Non ci sono molte informazioni relative alla sua vita. Di sicuro visse per tanti anni nel Monastero della Santa Trinità vicino a Mosca. Rublev viene menzionato per la prima volta nel 1405, quando dipinse le icone e gli affreschi per la Cattedrale della Annunciazione nel Cremlino moscovita. Rublev fu coadiuvato dai pittori Teofanes e Procor. Teofanes era un importante maestro, che lasciò le terre bizantine per andare a vivere in Russia. Da molti è considerato il maestro  di Rublev. Le Cronache ci informano che nel 1408 Rublev, assieme a Danil Cerni, eseguì i dipinti per la Cattedrale dell’Assunzione a Vladimir. Eseguì molte opere anche per la Cattedrale della Santa Trinità. Dopo la morte di Danil, Andrej andò a vivere nel Monastero Andronikov di Mosca, dove eseguì i suoi ultimi capolavori: icone e affreschi per la Cattedrale del Salvatore.

L’Icona, che sicuramente ed interamente è stata dipinta dal maestro, è la conosciutissima Icona della Trinità (1410). Attualmente la preziosa Icona si trova presso la Galleria Tretyacov di Mosca. Rublev ha tratto ispirazione da una precedente Icona, denominata ‘L’ospitalità di Abramo’. L’alto ascetismo e l’armonia dell’arte bizantina si uniscono nelle opere di Rublev. La pace e la calma caratterizzano la sua pittura. Le sue icone furono subito apprezzate e considerate il modello da seguire nell’ortodossia iconografica. Andrej Rublev fu proclamato Santo dalla Chiesa Russa Ortodossa nel 1988. Viene ricordato il 29 gennaio e il 4 luglio di ogni anno. La Chiesa Episcopale degli Stati Uniti d’America lo ricorda il 29 gennaio. Andrej Rublev è considerato il simbolo dell’identità storica e artistica russa. Nella sua ricerca della fraternità, della calma, dell’amore divino, Andrej Rublev fu di certo influenzato da Sergio di Radonezh. Nelle icone di Rublev prevale la semplicità, l’artista si discosta dal severo prevalere della forma, del colore, dell’espressione. Gentilezza e grande armonia troviamo nelle sue icone. Molti studiosi considerano la Trinità di Rublev il perfetto dipinto iconografico, il migliore che sia mai stato realizzato. Questo lavoro fu richiesto a Rublev dall’Abate del Monastero della Trinità, Nikon, un discepolo di Sergio di Radonezh. Nikon desiderava commemorare Sergio con tale dipinto. Sin dagli inizi del Cristianesimo, per la gente era difficile capire la Trinità. Non solo la gente, ma anche i teologi avevano difficoltà a comprendere un Dio uno e trino.

Tentando di rappresentare la Trinità, rimanendo fedeli alla proibizione di raffigurare Dio, i pittori di icone si ispiravano all’ospitalità di Abramo, che riceve la visita di tre nomadi. Rublev eliminò gli elementi della narrativa biblica e prese in considerazione i tre angeli. Per la prima volta nell’Icona di Rublev tutti e tre gli angeli hanno uguale importanza. Anziché forzare i fedeli a credere nella Santa Trinità, Rublev, gentilmente e delicatamente, accompagna il credente al Dogma. Nell’Icona viene raffigurata una Trinità dialogante. Il Padre spiega al Figlio come sia necessario il suo sacrificio, il figlio risponde, accettando la volontà del Padre. L’Angelo, che rappresenta la Santa Trinità, conforta il Padre e il Figlio. In Russia la Fede cristiana è sempre stata profondamente presente nella vita di tutti i giorni, e quindi la troviamo protagonista anche nella politica. Nella Trinità i russi videro la critica della divisione feudale e del giogo mongolo. La Trinità ispirò i russi nel loro desiderio di unire le Terre divise ed essere liberi. La Trinità di Rublev è la rappresentazione dell’unità e dell’amore divino.

Il messaggio più importante dell’Icona: in questo mondo i nostri pensieri e le nostre azioni portano molto frutto se permangono nell’ambito dell’amore trinitario. Con la sua Icona Rublev ci mostra la Casa del perfetto Amore

Daniela Asaro Romanoff


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SAN SERGIO DI RADONEZH E IL MONASTERO DELLA SANTA TRINITA’

Posted by Daniela Asaro Romanoff On aprile - 18 - 2011 ADD COMMENTS

San Sergio di Radonezh fondò, nel XIV secolo, il Monastero della Santa Trinità nelle foreste a nord di Mosca. Sergio Radonezhky nacque in una famiglia di Boiari (propietari di vasti terreni) vicino a Rostov. La data della nascita non è conosciuta con precisione, tre sono gli anni presunti: 1314, 1319 e 1322. Vengono ritenuti attendibili il mese e il giorno, si ricorda la sua nascita il 3 maggio. Venne battezzato con il nome di Bartolomeo. Era il secondogenito di Kyril e Maria, che ebbero altri due figli. Quando il padre dovette fronteggiare dei notevoli problemi finanziari, perché gli furono tolti quasi tutti i terreni, la famiglia fu costretta a lasciare Rostov e si stabilì in un’altra citttadina, era il 1328.
Crescendo, Batolomeo dimostrava una capacità di studiare e di apprendere assai superiore rispetto a quella dei suoi fratelli Stefan e Pietro. Il giovanissimo Bartolomeo iniziò ben presto ad avere anche dubbi, problemi e sofferenze. Fu determinante l’incontro con un Monaco, al quale Bartolomeo spiegò i suoi problemi. Il Monaco gli diede  un piccolo pezzo di pane eucaristico, dicendogli:” Tieni e mangia, questo pane ti viene dato come segno della Grazia del Signore, affinché tu comprenda le Sacre Scritture.” Dopo aver ricevuto quel prezioso messaggio, tutte le difficoltà apparvero a Bartolomeo come un lieve peso.
Nel 1334, rimasto orfano di entrambi i genitori, Bartolomeo si recò a Khotkovo, una cittadina vicina a Mosca, e si ricongiunse con il fratello Stefano, che era rimasto vedovo. Nel 1337 la sua vocazione religiosa fu una magnifica realtà,  divenne Monaco. Il fratello Stefano lo seguì. Entrambi cercarono un posto che fosse più possibile lontano da ogni mondanità. Si fermarono nella fitta foresta vicina alle colline Marovets, costruirono una piccola cella ed una semplice Cappella, dedicata alla Santa Trinità.
Era l’anno 1340. Ben presto Stefano si stancò di una vita così ascetica e lasciò Sergio, per andare a vivere la sua vocazione nel Monastero dell’Epifania a Mosca. Dopo la partenza del fratello Sergio visse per molti anni da solo nella foresta. Animali selvaggi come volpi e orsi sembravano riconoscerlo, e si avvicinavano a lui senza fargli alcun  male. Un orso si era talmente affezionato a Sergio, che condivideva con lui i pasti molto frugali.
La gente venne a conoscenza della profonda  Fede di questo Monaco che viveva da eremita nella foresta e molti iniziarono a recarsi  da lui per avere dei consigli e soprattutto una guida spirituale. Vennero costruite altre celle e Sergio iniziò a condividere la sua vita monastica con altri undici confratelli. Il luogo dove si trovavano iniziò a diventare assai conosciuto, venne denominato l’Eremiaggio della Santa Trinità. In questo centro spirituale vennero a vivere altri Monaci. Ad un certo punto sorsero delle divergenze di opinione: proseguire con la vita eremitica oppure introdurre un comune stile di vita monastico, Segio cercò di favorire la coesistenza monastica. Affinché non sussistessero più tutte le discussioni che nuocevano alla convivenza nel Monastero, Sergio decise di fondare un altro Monastero vicino a Makrish, A causa della lontananza di Sergio, l’Eremitaggio della Santa Trinità conobbe un progressivo declino e, trascorsi quattro anni, i Monaci rimasti supplicarono Sergio di ritornare alla Santa Trinità. Sergio ritornò e il Monastero della Santa Trinità vide l’arrivo di molti altri Monaci, alcuni di loro furono mandati a  diffondere la Buona Novella nei centri abitati della Russia del Nord. A quei tempi governava Dimitri Ivanovich, chiamato Donskoy. Quasi quattrocento Monasteri furono fondati dai discepoli, furono costruiti anche nei posti più impervi. Ricordiamo i Monasteri di Borisoglebsky, vicino a Rostov, Ferapontov, Kyrillo Belozersky, Golutvin e Pokrovsky. Attorno a molti di questi Monasteri vennero costruiti dei villaggi. Tutto questo dimostra la grande considerazione che la gente aveva per tali luoghi di culto, molte famiglie costruirono le loro case attorno al Monastero della Santa Trinità e sorse una cittadina denominata  Sergiyev Posad. La fama di uomo devoto e monaco straordinario si estendeva sempre di più. Filoteo, il Patriarca di Costantinopoli gli inviò un documento che confermava le nuove regole, stabilite da Sergio per la comunità monastica della Santa Trinità. A Sergio vennero anche affidati compiti di estrema delicatezza per quanto concerne  la riconciliazione dei Principi di Mosca. Avrebbero voluto dargli anche l’incarico di metropolita di Mosca, ma Sergio rifiutò tali onori, perché non si conciliavano con la sua vita ascetica.
Quando il Principe Dimitri Ivanovich partì, nel 1380, per combattere i Tartari, Sergio lo benedisse, pronunciando le seguenti parole:” Va Principe coraggioso e confida nell’aiuto del Signore.” La vittoria che Dimitri riportò a Kulikovo fu decisiva per la Storia della Russia. Il Monastero della Santa Trinità divenne conosciutissimo in tutta la Russia, sempre di più assumeva le caratteristiche di punto di riferimento importantissimo per la vita spirituale.
Sergio morì il 25 settembre 1392. Fu proclamato Santo nel 1452. E’ commemorato dalla Chiesa Ortodossa il 25 settembre, giorno della sua morte, e il 5 luglio, poiché in tale data furono ritrovate le sue reliquie non corrotte dal tempo. San Sergio di Radonezh ha un posto speciale nella Storia del monachesimo russo. La sua vita ascetica  fu ed è tuttora un grande esempio per molti ed il Monastero della Santa Trinità è sempre stato uno splendido modello di vita claustrale. Sergio viene ricordato anche per aver fondato delle scuole monastiche e per aver insegnato agli agricoltori metodi nuovi e migliori per coltivare la terra. La Chiesa Cattolica riconosce la  santità di Sergio di Radonezh ed ha introdotto il suo nome nel Martirologio Romano.

Daniela Asaro Romanoff

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IL MONASTERO DI KIRILLO BELOZERSKY

Posted by Daniela Asaro Romanoff On marzo - 14 - 2011 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

La piccola cittadina, denominata Kirillov, fino a qualche anno fa, era conosciuta solamente dagli archeologi e dai ricercatori storici e artistici.

Kirillov si trova nella regione Vologda. Dal punto di vista storico, artistico e soprattutto spirituale è molto interessante il Monastero Kirillo-Bélozersky. Nella città si trova pure il Convento della Resurrezione di Cristo, fondato nel XVI secolo.

Nella zona ci sono interessanti reperti archeologici. L’essere umano ha trovato dimora in questi luoghi sin dai tempi antichissimi, dal periodo mesolitico (9.000 anni a.C.) fino al medioevo.

Il Monastero Kirillo-Bélozersky è uno dei più grandi della Russia, per poter vedere tutto il Monastero si deve camminare per Chilometri. Ci si stupirà della presenza di così tanti monumenti e si rimarrà incantati dal meraviglioso panorama circostante.

Il Monastero è stato fondato nel 1397 dal Monaco Kiril, proveniente dal Monastero San Simone. Kiril era stato un discepolo di San Sergio Radonezhsky. Kiril visse per trent’anni sulle rive del lago Siverskoye. Morì nel 1427 all’età di novant’anni. Fu canonizzato nel XV secolo. Essendo una persona colta ed un bravo copista, introdusse nel Monastero una Biblioteca, che si arricchì di testi sempre più preziosi.

Dal XV al XVII secolo il Monastero è stato uno dei maggiori centri religiosi e culturali del nord della Russia. Il Monastero ebbe parecchie donazioni dagli Zar.

Il Complesso architettonico monastico si divide in tre parti. La zona antica comprende il Monastero della Dormizione, assieme alla maggior parte delle Chiese e delle costruzioni. In seguito venne edificata la Chiesa di San Giovanni Battista. La parte, ritenuta più recente, comprende le alte e possenti mura.

Nella Cattedrale della Dormizione troviamo dei bellissimi affreschi risalenti al XVII secolo (1641-1650). Accanto a queste Chiese ne troviamo altre: la Chiesa di San Kiril, costruita sulla tomba del fondatore, le Chiese di San Vladimir e di Santa Epifania. Vicinissima c’è la Cattedrale della presentazione al Tempio della Vergine con il refettorio. Dietro la Cattedrale della Dormizione c’é la Chiesa dell’Arcangelo Gabriele. La costruzione di questa Chiesa è legata alla visita di Vassili III e di sua moglie Elena Glinskaja. I Principi si recarono al Monastero nel 1528. I due pregarono il Signore affinché concedesse loro la Grazia di poter avere un figlio. Per ringraziare e commemorare la nascita del discendente fecero costruire altre due Chiese, una delle quali è la già citata Cattedrale di San Giovanni Battista.

Durante l’invasione polacca e lituana, all’inizio del XVII secolo, le alte e possenti mura difesero il luogo sacro da un lungo assedio. Nel secolo XVIII iniziò il declino di questo Monastero. Si ridusse il numero dei Monaci, l’imponente fortezza perse di significato.

In seguito alla cruenta rivoluzione bolscevica, il Monastero fu chiuso nel 1924.

Attualmente, nella città di Kirillov, vengono organizzate delle mostre assolutamente interessanti, che riguardano il passato storico, culturale, artistico, artigianale e commerciale della città.

Va ricordato, che ancor prima dell’edificazione del Monastero, Kirillov fu un centro di cristianizzazione.

Gli archeologi hanno rinvenuto Croci ed Icone fatte con vario materiale, anche con la pietra. E’ stata ritrovata una preziosa Icona su pietra, rappresentante San Gleb, purtroppo il lavoro era rimasto incompiuto.

Di San Gleb abbiamo già parlato precedentemente. Gleb e suo fratello Boris erano figli di Vladimir il Grande. Erano figli tenuti in grande considerazione. Entrambi morirono a causa di una guerra interna. Dalle Cronache apprendiamo che fu il fratello Sviatopolk a volere la loro morte.

Boris e Gleb furono canonizzati dalla Chiesa Ortodossa Russa nel 1071. La Chiesa Russa li ricorda il 24 luglio e il 4 agosto.

Daniela Asaro Romanoff

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SAN DANIELE E IL SUO MONASTERO

Posted by Daniela Asaro Romanoff On gennaio - 10 - 2011 ADD COMMENTS

Di Daniela Asaro Romanoff

Il Monastero di San Daniele fu il primo costruito a Mosca. Venne fondato dal Principe Daniele, che era il figlio più giovane di Alexander Nevsky, grande condottiero, devoto, persona di profondissima fede, canonizzato dalla Chiesa Ortodossa Russa, valoroso rappresentante del suo Paese.


Daniele nacque a Vladimir nel 1261. Come abbiamo già appreso, Vladimir era la città più importante del Gran Principato omonimo. Il padre Alexander morì quando il piccolo aveva soltanto due anni, ma ci fu tra il figlio e quel meraviglioso padre una bellissima comunione spirituale. Il condottiero, il devotissimo Alexander trasmise a Daniele tutta la sua saggezza ed il suo coraggio.

Nel 1272, appena undicenne, ereditò il Principato di Mosca, che era il più povero se confrontato con gli altri Principati, che i suoi fratelli stavano governando. Daniele accolse l’incarico affidatogli e per trent’anni governò senza causare mai spargimenti di sangue, anteponendo la pace alla guerra.

Durante il suo trentennale governo, fu il condottiero di una sola battaglia. Quando Costantino, il Principe di Ryazan, decise di appropriarsi delle Terre moscovite, con l’aiuto dei Mongoli, Daniele, assieme al suo esercito, uscì vincitore da quella battaglia. Costantino fu sconfitto, ma Daniele non lo catturò con brutalità. Lo portò a Mosca e gli offrì una confortevole ospitalità, finché fu firmato un armistizio.

Questo Principe saggio era molto rispettato dai suoi compatrioti, e anche dai suoi nemici. Il suo carattere umile, mite, pacifico sorprendeva molti, rendendolo gradito ed amabile.

Durante il suo governo il Principato di Mosca divenne sempre più importante. Daniele iniziò quell’opera di progressivo avvicinamento, e di unione di tutti i territori russi a Mosca, l’opera venne portata a compimento con grande determinazione, e fu lui a diventare il primo Principe governatore di tutta la Russia.



Le Cronache dell’epoca ci fanno sapere che Daniele tenne sempre in considerazione la qualità della vita del popolo russo, essendo molto religioso, fece edificare sulla riva destra della Moscova, a cinque miglia dal Cremlino, il primo Monastero di Mosca. La Chiesa venne completamente costruita in legno.

Il 17 marzo 1303, a 42 anni, il Principe Daniele morì. Prima di lasciare questa terra, riuscì a trascorrere alcuni anni conducendo vita monastica nel luogo di culto che aveva fatto costruire. In accordo alle sue volontà, fu sepolto nel cimitero del Monastero.

Nei 700 anni in cui il complesso monastico di San Daniele fu un punto di riferimento per tutti i fedeli, la Storia della Russia si intrecciò con quella del Monastero, come spesso accadde nella Terra, che non a caso venne definita Santa Russia.

Nel 1330 i Monaci furono portati all’interno del Cremlino, dove fu fondato un nuovo Monastero, dedicato a nostro Signore.

Nel 1490 il Monastero cambiò nuovamente ubicazione. Trovò una sua sede sulla collina Krutitskiy, sulla riva della Moscova. Ricevette anche un’altra denominazione: ‘Nuovo Monastero di nostro Signore’.

Per 250 anni il Monastero di San Daniele fu pressoché abbandonato. Al posto del Monastero sussistette una piccola Chiesa parrocchiale.

Nel XVII secolo il Principe Daniele fu canonizzato dalla Chiesa Russa Ortodossa ed il Monastero ritornò ad essere un prezioso luogo di culto, con grande affluenza di fedeli. San Daniele viene ricordato il 17 marzo e il 12 settembre.


Anche durante i secoli di apparente inattività il Monastero fu uno strumento del Salvatore.

Gli uomini si agitano, ma è il Signore che li conduce”.

Nel 1591, le temibili truppe mongole furono sconfitte proprio vicino alle mura del Monastero.

Nel 1606, accanto al Monastero di San Daniele, l’esercito dello zar Basil Shyiskiy sconfisse i ribelli di Bolotnikov.

Nel 1610 il Monastero fu bruciato dal falso Dimitri II.

L’edificio venne ricostruito e circondato da mura e sette torri.

Nel 1812 le armate napoleoniche rubarono il tabernacolo argentato, dissacrando la Chiesa e il Monastero.

Dopo il passaggio di questi ulteriori dissacratori, il Monastero venne ristrutturato e riconsacrato. Molte volte fu abbattuto, ma altrettante volte rinacque, grazie alla protezione di San Daniele.

Vari artisti e letterati espressero il desiderio di essere sepolti nel cimitero del Monastero, tra essi ricordiamo Gogol, il musicista Rubinstein, il poeta Yazikov, il pittore Perov.

Dopo la sanguinosa rivoluzione bolscevica, la Chiesa e il Monastero furono chiusi, va ricordato che il Monastero di San Daniele fu l’ultimo ad essere chiuso , e quasi tutti i monaci furono fucilati nel 1937.

Il Monastero cadde nell’oblio, ma la Chiesa fu ristrutturata, e i resti di coloro che avevano trovato sepoltura nel cimitero di San Daniele furono portati in altri cimiteri. Nella zona del complesso monastico furono aperti negozi e fu istituita una colonia estiva per bambini.

Nel 1983, il primo Monastero che venne restituito alla Chiesa Ortodossa Russa, fu proprio quello di San Daniele.

Nel 1988, l’anno in cui venne ricordato il battesimo delle popolazioni russe, avvenuto mille anni addietro, il Monastero di San Daniele fu completamente riedificato, divenendo nuovamente uno dei centri di spiritualità più importanti della Russia.

In questo storico Monastero c’è la residenza del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia.

Il 4 settembre 1997, in occasione della commemorazione degli 850 anni della città di Mosca, sulla Piazza Tylskaya fu benedetto il monumento dedicato a San Daniele, riportato sullo stesso luogo dove era rimasto per trecento anni, fino alla rivoluzione bolscevica. Con il prezioso aiuto di antichi disegni, il monumento fu rifatto esattamente come il precedente, distrutto durante la cruenta rivoluzione.

Il Monastero è diretto dal Patriarca di Mosca e di tutta la Russia.

I monaci prestano il loro servizio nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri. Con grande umanità e devozione religiosa sono vicini a tutti i problemi della società russa. La loro presenza, portatrice di speranza, fiducia, fortezza, è insostituibile.

Daniela Asaro Romanoff




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SANT’ALEXANDER NEVSKY: VITA E SPIRITUALITA’

Posted by Daniela Asaro Romanoff On dicembre - 3 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

Nella Terra Russa la spiritualità non veniva vissuta intensamente solo nei Monasteri, ma permeava la società in tutte i suoi aspetti, in tutte le sue espressioni. Per cui non dobbiamo meravigliarci se un grande condottiero, un politico agì con tanta onestà ed amore per la sua Patria, da essere proclamato Santo dalla Chiesa Ortodossa Russa.

Alexander Nevsky è un gigante della Fede e della Storia russa. Analizzando la sua vita possiamo ben capire come l’equazione preghiera = azione, interpretata da quest’ uomo, abbia avuto splendidi esiti. Quindi, in questa rubrica, non possiamo prescindere da una figura così eccezionale, al quale il devoto popolo russo dedicò tante Chiese e Monasteri.

Alexander trascorse i primissimi anni di vita a Pereaslav, dove era nato il 30 maggio 1220. Pereaslav era una tranquilla cittadina adagiata sulle rive di un lago, circondata da prati e boschi. Su una collina, vicino alla città c’era un Monastero, dove i suoi religiosissimi parenti si recavano spesso, portando con loro il piccolo Alexander, che era figlio del Principe Yaroslav, ma soprattutto era figlio di Dio.

Quando suo padre fu eletto Principe di Novgorod, Alexander aveva tre anni. Come abbiamo già detto, in Terra Russa, la religiosità era insita anche in coloro che avevano l’incarico di governare. Tre volte alla settimana, nella Cattedrale di Santa Sofia, si riuniva il Consiglio dei Boiari di Novgorod.

Nella particolarissima Repubblica di Novgorod, che aveva scelto di venir governata dai Principi di Vladinmir e Kiev, c’erano tantissime tensioni.

Il Principe Yaroslav volle che il figlio lo accompagnasse a tutte le riunioni. Sin dalla più tenera età il piccolo Alexander assistette a violente discussioni e capì che sul suo Paese incombevano gravi minacce, comprese, quindi, che anche lui aveva dei doveri ben precisi nei confronti dei cittadini.

La sua spiritualità si rafforzò, e, asieme agli elementi prioritari dell’Educazione, che veniva impartita a tutti i ragazzini, come abbiamo precisato in una precedente parte di questa rubrica, iniziò a conoscere l’Antico ed il Nuovo Testamento.

Yaroslav iniziò ad assentarsi sempre più spesso da Novgorod. A nove anni Alexander rimase in città con il suo fratello maggiore Theodor. I due ragazzi erano sorvegliati da persone di fiducia, ma la solitudine ed il distacco dal padre che, disgustato da quanto accadeva a Novgorod, preferì andare a vivere altrove, furono fardelli pesanti da portare.

Il fratello maggiore Theodor morì prematuramente, e quando suo padre succedette, nel 1236, al Principe di Kiev, divenendo il governatore di tutti i territori russi, gravò sul giovanissimo Alexander un arduo compito. Dovette occuparsi di un difficilissimo e particolarissimo incarico: la Repubblica di Novgorod.

Per sedici anni fu fedele alla sua missione.

Nel 1238 l’invasione mongola, nel nord della Russia, fu miracolosamente fermata e le orde barbariche ritornarono nella steppa.

Era appena adolescente Alexander, e si ritrovò con responsabilità assai onerose, accettò la volontà di Dio e promise di offrire la sua vita per il bene comune.

Capì subito che doveva combattere i separatismi e dare più forza ai legami con il potere centrale. L’egemonia economica dei Boiari, i proprietari di immensi territori, era opprimente, creava tanta ricchezza per pochi e tanta povertà per molti.

Alexander abolì molti privilegi dei Boiari, come, ad esempio, il tributo del tutto immotivato, da loro richiesto per il commercio delle pellicce.

Quanto gli stava più a cuore era difendere non solo il patrimonio materiale del suo Paese, ma soprattutto quello spirituale.

Il suo nome viene tuttora ricordato per la sua grande religiosità e le memorabili vittoriose resistenze contro gli invasori Svedesi e i cavalieri Teutonici e Lituani.

Quando divenne principe di tutta la Terra russa, si adoperò per stabilire, con buon senso, un modus vivendi con i capi dei Mongoli. La sua prima vittoria, riportata contro gli Svedesi, sulle rive della Neva, gli valse il titolo di Nevsky.

Prima di affrontare la battaglia, che lo affidò alla storia, Alexander, non ancora ventenne, pregò a lungo nella Chiesa di Santa Sofia, affinché il Signore gli desse il dono della saggezza.

Alla morte del padre Yaroslav, che fu avvelenato, come abbiamo già accennato, Alexander divenne Principe di tutte le terre della Rus’: Vladimir, Kiev e Novgorod.

Nel 1253, a Pskov, respinse un nuovo attacco dei cavalieri Teutonici, indubbiamente i nemici più subdoli ed insidiosi.

Alexander spese tutta la sua vita al servizio del popolo e della Chiesa russa.

Al ritorno da un viaggio a Sarai, per consolidare il rapporto con i Mongoli, morì nel Monastero della cittadina di Gorodets, era il 14 novembre 1263.

Nell’elogio funebre, il suo Padre spirituale, il metropolita Cyrill, disse:”Non ci sarà Principe più grande di te, figliolo mio, in Terra Russa.”

Il 23 novembre accadde un fatto straordinario. Quando il corpo di Alexander fu deposto nella Cripta del Monastero della Natività, a Vladimir, il Metropolita Cyrill ed il suo collaboratore Sebastian presero la mano di Alexander, un rituale che assicurava l’assoluzione plenaria. Il Santo Principe, come fosse stato un uomo vivente, strinse la mano del suo Padre spirituale.

Alexander Nevsky fu canonizzato dalla Chiesa Ortodossa Russa nel 1547.

Pietro il Grande desiderò che le sue Reliquie fossero trasferite nella nuova capitale, San Pietroburgo, dove si trovano tuttora nel Monastero che porta il suo nome. Il Monastero fu fondato da Pietro I nel 1710, proprio allo scopo di ospitare le Reliquie del Santo.

Riportiamo ora due brevi preghiere russe, tramite le quali i devoti si rivolgono a Sant’Alexander Nevsky.

Il Kontakion (in greco: κοντάκιον) è una forma di inno eseguito nelle Chiese ortodosse orientali. Il vacobolo deriva dalla parola greca kontax (κόνταξ) e può essere interpretato come il il polo, ciò che nella preghiera ha fondamentale importanza . Il termine richiama l’attenzione sul modo in cui vanno lette le parole su una pergamena. Il Kontakion è stato originariamente utilizzato per descrivere una precoce forma poetica bizantina, le cui origini risalgono sicuramente al 6 ° secolo d C, e forse anche prima.


Vi onoriamo come la più radiosa stella spirituale,
che sale da est, scendendo a ovest.
Come si arricchisce il popolo russo con le vostre buone opere e i vostri miracoli.
Illuminate ora chi Vi ricorda con fede, o Beato Alexander.
Oggi, mentre celebriamo il vostro sonno, Vi chiediamo di supplicare il Signore affinché Egli possa rafforzare i suoi servi, che sono nella sofferenza, e possa salvare tutti i cristiani.

Troparion (anche tropar; tropari plurale) è un tipo di inno in musica bizantina, nella Chiesa ortodossa e nelle altre chiese cristiane orientali. Si tratta di un breve inno di una stanza, o una di una serie di strofe, questo può portare la connotazione ulteriore di un inno interpolato tra i versi di un Salmo.

Cristo si rivela, o Benedetto Alexander,
attraverso un nuovo lavoratore e le sue gloriose meraviglie; Voi siete un uomo e un principe ben gradito a Dio e un tesoro divino della terra russa.
Oggi ci siamo riuniti nella fede e nell’amore
per glorificare il Signore ricordandoVi con gioia. Egli Vi ha concesso la grazia di operare guarigioni, pertanto intercedete per noi affinché il Signore rafforzi i suoi figli sofferenti e salvi i cristiani.

Daniela Asaro Romanoff

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IL MONASTERO DI YURIEV

Posted by Daniela Asaro Romanoff On ottobre - 11 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

Nell’ultima parte di questa rubrica, dedicata ai Monasteri dell’antica Russia, abbiamo parlato di una splendida figura di Santo: St Antoniev. Prodigiosamente Antoniev fu portato da Roma a Novgorod, dove fondò un Monastero, trasmettendo a confratelli e fedeli un grande amore per la preghiera.

Novgorod, come tante altre città russe, accoglie molti altri luoghi sacri. Nella zona sud della città, sulla riva sinistra del fiume Volkhov, vicino al lago Llmen, si trova il Monastero di Yuriev (Monastero di San Giorgio). Nelle cronache dell’epoca sta scritto che il Monastero fu fondato nel 1119 da Vsevolod Mstislavich, principe di Novgorod. Secondo una leggenda, il Monastero sarebbe stato fondato nell’undicesimo secolo da Yaroslav il Saggio. Abbiamo già fatto conoscere Yaroslav il Saggio precedentemente. Ricordiamo che Yaroslav nacque a Kiev nel 978 d.C. e morì a Kiev nel 1054. Durante il suo lungo regno si adoperò per offrire una buona qualità di vita non solo alle popolazioni dei territori da lui governati, ma anche a quelle della Repubblica di Novgorod, poiché gli abitanti di questa città lo avevano aiutato moltissimo nella guerra che dovette combattere per ridare stabilità, equilibrio e prosperità alla sua terra. Jaroslav è conosciuto per aver promulgato il primo codice di leggi della regione, ed essendo religiosissimo, fondò parecchie Chiese e Monasteri.


E’ molto probabile che il Monastero di Yuriev sia stato fondato da Vsevolod Mstislavich nel 1119, come ci è stato trasmesso dalle cronache. Vsvevolod, venerato come Santo dalla Chiesa Ortodossa Russa, nacque a Novgorod nel 1088. Il suo nonno materno era il Re di Svezia Ingold I. Governò la Repubblica di Novgorod, rispettando sempre la forma di governo scelta dai cittadini, dal 1117 al 1136.

Vsevolod, secondo gli scritti dell’epoca, era anche ‘Egumeno‘, il vocabolo ’Egumeno’ equivale al vocabolo occidentale ’Priore’. Nel XIII secolo, a decorrere dal 1230 all’Egumeno del Monastero di Yuriev venne conferito il titolo di Archimandrita, vocabolo abbastanza equivalente alla definizione occidentale ’Vescovo’, data la diversità delle religioni non ci può essere una vera e propria equivalenza di titoli ed incarichi. Gli Archimandriti del Monastero di Yuriev furono spesso denominati Archimandriti della città di Novgorod.


Il Monastero di Yuriev è un’importante fonte di informazioni per gli studiosi in merito a tutto ciò che concerne la Repubblica di Novgorod nel periodo medievale. Una parte delle prime cronache di Novgorod fu compilata completamente nel Monastero.

La Chiesa di San Giorgio si trova nel complesso monastico, è una delle più grandi di Novgorod e zone limitrofe. Al suo interno si possono ancora vedere degli affreschi medievali che si sono conservati bene. La Chiesa fu ristrutturata nel 1902. La figura più importante rappresentata dagli affreschi è senza dubbio quella del Cristo Pantocrator. C’è anche un piccolo ritratto di Vsevolod Mstislavich. Al complesso monastico di Yuriev appartiene pure la Chiesa dell’Esaltazione della Santa Croce. Questa Chiesa fu costruita nel XVIII secolo.

Cinque delle sei chiese del Monastero furono distrutte nel 1928, durante il regime sovietico. Il Monastero venne chiuso nel 1929. Durante la II guerra mondiale gli edifici monastici furono occupati dalle truppe tedesche e vennero gravemente danneggiati. Il Monasteo di Yuriev fu restituito alla Chiesa Ortodossa Russa nel 1991, e da allora, con vari restauri, si sta cercando di far rinascere il meraviglioso luogo di preghiera. Essendo un dono del Signore, lo spirito cristiano non ha mai abbandonato questo luogo sacro, è stato mantenuto vivo dalle preghiere di tanta gente.

Dal 1993 il Monastero di Yuriev è considerato Patrimonio dell’Umanità.

Va ricordato che prima del 1917 c’erano più di 6.000 Monasteri in Russia. Attualmente ci sono quasi duemila Monasteri, ma in molti altri luoghi di culto sono in corso lavori di restauro. La Santa Russia si è riappropriata della sua identità e dignità. La grande spiritualità e la religiosità sentita profondamente per secoli hanno trovato la loro dimora ideale in queste Terre.

Recentemente, in autobus, ho incontrato una signora che mi ha chiesto delle indicazioni stradali, nel salutarmi, parlando un ottimo italiano, mi ha detto di essere russa e con grande gioia ha affermato:”Noi russi siamo sempre stati profondamente religiosi, essendo per natura delle persone riflessive, la fede è strettamente connessa alla nostra esistenza. Le dirò di più, noi esistiamo in virtù della nostra fede.”

Daniela Asaro Romanoff


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SANT’ANTONIO DI NOVGOROD E IL MONASTERO A LUI DEDICATO

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 17 - 2010 ADD COMMENTS

Il Monastero, in seguito dedicato a San’Antonio, fu fondato a Novgorod nel 1117, la sua costruzione fu ultimata nel 1119.

Una leggenda ci racconta che il Santo volò da Roma sino a Novgorod, sostenuto da una roccia. Attualmente la roccia si trova nella Chiesa della Natività della Madre di nostro Signore. Antonio divenne Egumeno del Monastero nel 1131, fu consacrato dall’Arcivescovo Niphon.

Il Santo fu sepolto all’interno della Chiesa della Natività.

Attualmente il Monastero non appartiene più alla Chiesa Russa Ortodossa, ma fa parte del Museo di Novgorod.

Sant’Antonio di Novgorod nacque a Roma nel 1067. I suoi genitori rimasero fedeli alla ortodossia delle Chiese orientali, che trasmisero al loro figlio. Va ricordato che nel 1054 la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa Orientale si divisero a causa di insormontabili differenze politiche ed ecclesiastiche. Il Patriarca di allora, Michael Cerularius, rifiutandosi di riconoscere la Chiesa di Roma, fu scomunicato. Le due Chiese cercarono di trovare un’unità nel 1274 (secondo Concilio di Lione) e nel 1439 (Concilio di Firenze), ma i Concili furono in seguito ripudiati dalla Chiesa Ortodossa. Nel 1965 il Papa Paolo VI ed il Patriarca di Costantinopoli annullarono gli anatemi risalenti al 1054. Secondo la Fede ortodossa lo Spirito Santo ha origine dal Padre, secondo la Fede cattolica dal Padre e dal Figlio. Il ‘filioque’ non venne mai accettato dalla Chiesa Ortodossa Orientale. Un altro motivo di divisione fu il pane eucaristico. La Chiesa Orientale non accettò che il pane eucaristico potesse essere azzimo.

Antonio ricevette un’ ottima educazione. Era capace di leggere le Sacre Scritture sia in greco sia in latino. Perse entrambi i genitori quando era molto giovane, appena diciassettenne. Questa triste vicenda lo convinse ancora di più a dedicare la sua vita a Dio. Distribuì i suoi beni ai poveri. Lasciò la città troppo rumorosa e si ritirò in ricerca di solitudine.

Incontrò dei monaci che preservavano la loro Fede ortodossa e si unì a loro, trascorse vent’anni conducendo una vita ascetica. Quando la Chiesa romana sconsacrò il Monastero, Antonio trovò rifugio in un luogo vicino al mare, su una roccia. Rimase su quella roccia per un anno, pregando e nutrendosi con erbe e radici. Il 5 settembre del 1105 ci fu una terribile tempesta. Antonio si ritrovò miracolosamente trasportato a Novgorod. Questo evento è testimoniato nelle Cronache di Novgorod.

Antonio seppe da un mercante greco di essere tra popolazioni ortodosse e la sua felicità fu grande. Imparò la lingua parlata dalla gente e fu ben accolto dal Vescovo St. Nikita, detto l’Eremita. Il Vescovo, venuto a conoscenza del prodigioso viaggio di Antonio, lo considerò un Angelo mandato dal Signore. Il luogo, dove c’era la roccia, che aveva portato Antonio in Russia, fu benedetto dal Vescovo e venne dato l’ordine di costruire lì una Chiesa.

Come abbiamo accennato all’inizio, in due anni (1117-1119), fu costruita una Chiesa in onore della Natività della Santa Theotokos. La chiesa fu adornata all’interno da pregevoli affreschi, ed è giunta ben preservata fino ai nostri tempi.

Il Vescovo che succedette a Nikitas, Niphon, convinse Antonio a diventare sacerdote e gli assegnò l’incarico di Abate nel 1131. Antonio fu una guida sicura e saggia per i monaci, era laborioso ed ascetico, sia la sua cella che la sua cappella erano piccolissime.

In seguito, alcuni pescatori, scoprirono in mare un piccolo barile, malgrado l’Abate Antonio l’avesse riconosciuto, i pescatori non volevano restituirlo. Solo dopo un onesto processo, avendo l’Abate descritto il contenuto del barile, gli venne consegnato. Antonio utilizzò il denaro trovato all’interno del barile per comperare terre per il Monastero. All’ascetismo e alla preghiera la vita monastica univa un’ intensa laboriosità.

Sin da quando Antonio aveva incontrato il Vescovo Nikita, aveva chiesto che la storia del suo viaggio miracoloso non fosse mai rivelata. Solo verso la fine della sua vita, l’Abate rivelò l’eccezionale viaggio ad uno dei suoi monaci: Andrea.

Morì il 3 agosto 1147.

Il miracolo venne a conoscenza della gente per la Gloria di Dio.

Con grande cura i monaci custodirono i pochi oggetti che erano appartenuti all’Abate: una canna da pesca, i poveri abiti e la santa roccia. Si proseguì con il regolamento cenobitico.

Attualmente le reliquie di San’Antonio giacciono incorrotte in un reliquiario aperto.

Nel 1597 la glorificazione di Antonio fu voluta dall’Archimandrita Cyril.

La prima biografia relativa alla vita del Santo fu scritta, subito dopo la sua morte, dal suo discepolo e successore Andrea.

Nel 1598 fu pubblicata un’altra biografia scritta da un novizio del Monastero Antoniev: il monaco Niphon.

Nella regione di Novgorod Sant’Antonio viene considerato il Padre del monachesimo. Il Santo viene ricordato il primo Venerdì dopo la Festa degli Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno), inoltre, viene ricordato il 17 gennaio.

Daniela Asaro Romanoff

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LE ORIGINI DELLA PREGHIERA NEI MONASTERI DELLA RUSSIA

Posted by Daniela Asaro Romanoff On maggio - 31 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

Possiamo davvero affermare che la Russia, dopo la conversione al Cristianesimo della sua popolazione, fu una Terra benedetta dal Signore. Il principato russo di Vladimir, che adottò il Cristianesimo di rito bizantino, divenne un Paese unico al mondo.

La Russia trovò la sua identità nei Monasteri e nelle preghiere senza intermissione dei mistici, dei pellegrini, dei Santi. E per parecchi secoli l’albero rigoglioso della Fede ebbe le sue possenti radici in questa Terra.

Finora abbiamo parlato dei Monasteri e continueremo a farlo, ma adesso è opportuno soffermarsi sulle preghiere, sui credenti, sui religiosi dell’antica Russia, per cercare di capire meglio la spiritualità di questo Paese, ricordando che la preghiera è azione.

Nei Monasteri russi la preghiera ha prediletto sempre il silenzio, solo nel silenzio possiamo sentire il sussurrare di Chi ci guida.


Per pregare veniva e viene tuttora usata una corda molto simile al Rosario cattolico. E’ costituita da nodi di lana oppure di cuoio, proprio per non provocare il benché minimo rumore. La corda da preghiera dei primi monaci cristiani, che vivevano nell’Egitto del IV secolo, poteva avere anche 300 nodi. Il Rosario russo ha 103 nodi, il numero dei nodi trae le sue origini da un’ antica ‘scala di preghiera’. I nodi sono suddivisi in quattro gruppi da alcuni grani. Abbiamo 17 nodi, 33, 40, 12. I numeri si riferiscono agli Evangelisti, agli Apostoli, ai Profeti, e alla vita di Cristo. La preghiera che univa i monaci russi al Soprannaturale era la ‘Preghiera di Gesù’, tuttora questa preghiera viene considerata fondamentale nel Cristianesimo ortodosso. La ‘Preghiera di Gesù’ viene definita ‘azione spirituale’. Questa azione trae le sue origini da una corrente spirituale risalente ai Padri del deserto. Attraverso la preghiera, l’orante passa dalla mente al suo cuore, pronunciando costantemente queste parole:”Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio,

abbi pietà di noi peccatori.” Nominare Gesù, senza intermissione, purifica il pensiero, l’anima viene illuminata dalla Grazia divina e l’orante acquisisce la consapevolezza che il suo corpo è il tempio dello Spirito Santo.

La Fede cristiana fu accolta in Russia con grande intensità, i credenti non si accontentarono di una Fede superficiale, Cristo doveva far parte di tutti i momenti della loro vita. I credenti russi si immersero nella preghiera e nella meditazione. Un popolo di così grande spiritualità offrì alla sua amatissima Fede tantissimi monaci, che si avvicinarono in modo spontaneo all’ ascetismo orientale. Il più antico Monastero della Russia è il Monastero delle Grotte di Kiev, diede notevoli frutti spirituali, tanto da venir definito: il vivaio del monachesimo.


Abbiamo parlato del Monastero delle Grotte nella prima parte di questa rubrica.

Noi occidentali, a malapena, possiamo comprendere quanto essenziale fosse la vita monastica per tutti i russi, non solo per i monaci, i russi si sono sempre ispirati a tale modello di vita. Anche coloro che governarono il Paese, i Rurik prima e, dal XVII secolo, i Romanoff, amarono profondamente i Monasteri della loro Terra, parecchi abbandonarono incarichi prestigiosi, comprendendo che nulla può essere più prestigioso della preghiera, molti principi divennero mistici, pellegrini e alcuni furono canonizzati dalla Chiesa ortodossa, anche la Chiesa cattolica venera certi santi ortodossi: San Vladimir, ad esempio, il principe che accolse il Cristianesimo, e per tutti gli altri i cattolici hanno il massimo rispetto e grande devozione. Nessun Paese al mondo è stato governato da persone di così grande spiritualità.

Nella Rus’ i Monasteri erano i luoghi dove la Grazia di Dio si manifestava in tutta la sua potenza, costituivano un punto di riferimento per il mondo circostante.

La ‘Preghiera di Gesù’ ha sempre dato forza e serenità a tutti i credenti che ad essa si sono accostati. Tale preghiera è radicata nel Nuovo Testamento.


Sicuramente, nella Rus’ la preghiera giunse dall’oriente. Va ricordato San Simeone, detto il Nuovo Teologo (949 – 1022), uno dei pochi mistici ortodossi che comunicò attraverso i suoi scritti l’esperienza della sua vita.

Proprio a Simeone viene attribuito dalle cronache antiche un opuscolo:”Metodo della santa preghiera e attenzione”. Al monaco veniva consigliato di sedere nella sua cella in un posto tranquillo, per poter elevare la mente al di sopra di tutto ciò che è materia. Il monaco poi, chinando il suo capo fino ad appoggiare il mento sul petto, rivolgeva l’occhio corporeo al centro del ventre.

L’inspirazione doveva venir compressa per un breve periodo, non respirando pienamente si può vedere meglio all’interno di se stessi con la mente, per scoprire quel posto del cuore dove ha dimora la forza dell’anima. In un primo tempo ci sarà oscurità, difficoltà a concentrarsi, ma, insistendo, si verrà pervasi da una felicità infinita, durante la ripetizione della preghiera:”Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me”. Il monaco sempre di più rivolgerà l’attenzione al suo cuore.

Questo metodo, che ha lo scopo di aiutare l’orante ad esprimere in modo proficuo la sua preghiera, viene definito esicasmo (voc. greco: hesychia = calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione).

Un’altra importantissima forma di preghiera si espresse nell’antica Russia attraverso la creazione delle icone. Dipingere un’icona è una preghiera. Le prime scuole iconografiche risalgono all’XI secolo e avevano sede a Kiev. Le icone sono frutto di una tecnica e di una simbologia ben precisa.

In Russia, fin dall’antichità, si prediligeva il legno di tiglio o di pino. Gli antichi metodi vengono tuttora utilizzati. Sulla tavoletta in legno viene steso del gesso colloso mescolato a finissima polvere di alabastro, questo lavoro viene eseguito a caldo sulla tavola e su una tela in lino, che viene poi incollata sulla superficie della tavola. Tramite il carboncino oppure con una lieve incisione, il disegnatore delinea le figure secondo le prescrizioni canoniche.

Qualora si renda necessaria la doratura, un esperto prepara un fondo rosso per le zone dove verranno inserite le foglie d’oro, la stesura dell’oro viene rifinita con l’agata o con il dente di lupo per ottenere più lucentezza. I primi pittori di icone usavano solo quattro o cinque colori fondamentali, verso la metà dell’Ottocento se ne utilizzavano venti. I pigmenti colorati, ottenuti dai vegetali, vengono sciolti nell’acqua e mescolati con il rosso dell’uovo e qualche goccia di aceto o Kvas (distillato di pane, ribes e uva passita).

Nella prossima parte, dedicheremo ampio spazio alla preghiera che accompagna la creazione di un’icona e alla simbologia del materiale adoperato.

Daniela Asaro Romanoff

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Qualcuno che stia dalla nostra parte!

Posted by michelangelo On maggio - 19 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Il movimento generato dall’evento della Pentecoste (che sancisce l’inizio ufficiale della Chiesa) è simile (per usare una immagine cara al teologo svizzero von Balthasar) ad una “trasfusione di sangue”. Dio, infatti, dona il suo Spirito agli uomini, qualcosa del suo «io» entra nelle vene del nostro «io». Non si tratta di un elemento corporeo ma spirituale, un elemento appartenente a Dio stesso ed estraneo all’uomo, un elemento divino. L’amore di Dio, così, il legame intimo tra il Padre e il Figlio si fondono nella persona dello Spirito Santo effuso nella Chiesa come dono esclusivo di un dio la cui principale caratteristica è quella di essere “Comunione di Persone”.
Cinquanta giorni dopo la resurrezione di Cristo, dunque, gli Apostoli, rigenerati dalla pienezza dello Spirito Santo, comprendono che la “Grazia di Dio” non è un semplice concetto spirituale che li avvicina un po’ di più al Signore ma un “luogo” dove Dio ha scelto di continuare ad abitare. “Noi siamo entrati nello spazio intimo di Dio, quasi nella sua eterna autocoscienza, per così dire, là dove egli conosce e sa delle sue profondità e dei suoi segreti” (Von Balthasar). Questo – afferma San Paolo (in 1Cor 2, 9-12) – è ciò che “nessun occhio ha mai visto e nessun orecchio ha mai udito”, questo è ciò che “Dio ha preparato a coloro che lo amano… rivelato per mezzo dello Spirito”.

A proposito di Spirito Santo leggo, tra gli scritti del Santo Curato d’Ars, una interessante descrizione circa l’identità della terza Persona della Trinità: “Il buon Dio, mandandoci lo Spirito Santo, si è comportato con noi come un grande re che incarica il suo ministro di guidare uno dei suoi sudditi dicendogli: «Accompagnerai quest’uomo ovunque, e lo ricondurrai a me sano e salvo»”.

Nel Vangelo dell’apostolo Giovanni leggiamo, infatti: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore [Parákletos, ndr] perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv 14, 16-18); e ancora: «Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26).

Questo è il compito (se così possiamo esprimerci) del “Paraclito”; Colui che prende le nostre difese, l’avvocato, il mediatore di ogni uomo. “Parákletos”, infatti, significa: “colui che è invocato” (da para-kaléin, “chiamare in aiuto”), e dunque “il difensore”, “l’avvocato”. A tal proposito ricordiamo che nella nuova edizione del Lezionario liturgico della Chiesa italiana il termine “Consolatore” è stato sostituito – con l’intento di esplicitarne ed ampliarne il significato – con il termine “Paraclito”.

“Questo termine – affermava Giovanni Paolo II – ci permette di cogliere anche la stretta affinità tra l’azione di Cristo e quella dello Spirito Santo, quale risulta da una ulteriore analisi del testo giovanneo. Quando Gesù nel Cenacolo, alla vigilia della sua Passione, annuncia la venuta dello Spirito Santo, si esprime così: “Il Padre vi darà un altro Paraclito”. Da queste parole si rileva che Cristo stesso è il primo paraclito, e che l’azione dello Spirito Santo sarà simile a quella da lui compiuta, costituendone quasi il prolungamento. Gesù Cristo, infatti, era il “difensore” e lo rimane. Lo stesso Giovanni lo dirà nella sua prima lettera: “Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato (Parákletos) presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2, 1). L’avvocato (difensore) è colui che, mettendosi dalla parte di coloro che sono colpevoli a motivo dei peccati commessi, li difende dalla pena meritata per i loro peccati, li salva dal pericolo di perdere la vita e la salvezza eterna. Gesù Cristo ha compiuto proprio questo. E lo Spirito Santo viene chiamato “il Paraclito”, perché continua a rendere operante la Redenzione con cui Cristo ci ha liberati dal peccato e dalla morte eterna” (Giovanni Paolo II, Udienza Generale,  24 maggio 1989).

C’è Qualcuno, dunque, che sta dalla nostra parte!!!

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Nuovo sito web per la Diocesi di Concordia-Pordenone

Posted by Matteo Maria Giordano On maggio - 17 - 2010 ADD COMMENTS

La Diocesi di Concordia-Pordenone risponde concretamente all’invito della Chiesa Italiana di abitare stabilmente il cyber-spazio ed il continente digitale, lanciando il suo nuovo sito proprio in occasione della 44^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Lo fa allineandosi pienamente ai parametri della CEI, utilizzando le tecnologie più attuali, impiegando strutture, linguaggi e strumenti del web 2.0, avviando quel processo di pastorale nel mondo digitale, indispensabile per la missione evangelizzatrice della Chiesa moderna.

Il nuovo sito diocesano si presenta completamente rinnovato nella sua veste grafica e fin dalla sua homepage delinea un carattere fortemente comunicativo: il videomessaggio di benvenuto del Vescovo, Mons. Ovidio Poletto, l’utilizzo di immagini, banner, colori ed un’intera colonna dedicata alle news dagli uffici diocesani ed ai media cattolici locali e nazionali danno grande dinamicità alla pagina principale.

È stata predisposta un’area riservata per l’apprendimento a distanza, accessibile con account e password riservati e la completa integrazione agli standard del web 2.0 garantisce la massima accessibilità e cross-medialità dei contenuti.

La piattaforma web su cui poggia il sito è estremamente flessibile e permetterà a parrocchie, associazioni, movimenti, istituzioni e uffici diocesani di realizzare e gestire propri siti web indipendenti, all’interno della medesima piattaforma. Si tratta di un’importante novità che garantisce uniformità e coordinamento d’immagine oltre che un elevato tasso di controllo a livello di amministrazione.

Il sito è il frutto di un lungo lavoro di ricerca e di ascolto delle esigenze di chi abitualmente fruisce dell’interfaccia web della Diocesi. È ovviamente rivolto a tutti, esperti e meno esperti della Rete, ma certamente strizza l’occhio ai più giovani affinché sentano che la Chiesa di oggi non è lontana dal loro mondo, ma è una Chiesa che sa parlare il loro linguaggio, che sa abitare i loro spazi e che sa veicolare i propri contenuti attraverso gli strumenti che loro abitualmente utilizzano.

www.diocesi.concordia-pordenone.it

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