Saturday, May 19, 2012

Resurrexit

Posted by marilena marino On aprile - 7 - 2012 ADD COMMENTS

Cari amici,
come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi
con le formule consumate del vocabolario di circostanza,
vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo
profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall’anima, quasi dall’imboccatura
di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà,
che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per
farvi capire di quanto amore intendo caricarla: “coraggio”!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore,
è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la
distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non
la fine. Non il precipitare nel nulla.
Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti
che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. Coraggio, giovani
senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad
accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria,
turba dolente e senza volto. Coraggio, fratelli che il
peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che
la povertà morale ha avvilito.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte
a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non
c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che
non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie
della vostra prigione. Vostro
don Tonino, vescovo

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Angeli & Demoni

Posted by guido.vergari@tin.it On febbraio - 25 - 2012 1 COMMENT

Siamo all’inizio del vangelo di Mc, dopo la discesa dello Spirito su Gesù (1,10) avvenuta nel Battesimo. Gesù aveva appena fatto l’esperienza della vicinanza di Dio, della sua presenza, dell’essere amato, accolto e voluto incondizionatamente.
Adesso, però, Gesù fa una nuova esperienza: quaranta giorni di deserto.
Quaranta, da cui viene la parola quaresima (40 giorni, appunto), è un numero simbolico. 40 sono i giorni che Mosé sta sul monte Sinai; 40 sono i giorni di cammino di Elia; 40 sono gli anni del popolo ebreo nel deserto; a 40 anni Maometto incominciò la sua missione; a 40 anni Buddha divenne un illuminato; a 40 anni Mosé incomincia la sua fuga nel deserto scappando dalla reggia del faraone.
Verso i 40 anni spesso avviene il grande cambiamento della nostra vita: la prima parte della vita se ne è andata, è alle spalle. Si è sposati, i figli crescono, il lavoro è stabile, la bellezza inizia a sfiorire, ci si accorge che molti ideali erano illusioni. La vita ci chiama a puntare e costruire su altre cose. Dall’esterno (casa, figli, lavoro) si passa all’interno: che senso ha vivere? Perché vivo? Come vivere? La vita ci chiama ad approfondire la nostra esistenza.
4, 40, è il numero dell’umano (4 i punti cardinali, 4 gli elementi del mondo nell’antichità), è il numero della transizione, del passaggio, della crescita, delle scelte.
La Quaresima, allora, è il tempo dove sono chiamato a crescere, a fare un passo, a compiere un passaggio (Pasqua vuol dire appunto passaggio) a fermarmi e farmi domande profonde: “In cosa devo crescere? In cosa devo maturare? Cosa devo lasciare e cosa di nuovo devo prendere?”. La quaresima è il tempo in cui si lascia una terra (l’Egitto), terra di schiavitù per andare verso una terra di libertà (terra promessa). E il passaggio è un deserto.

Tutti i vangeli concordano che subito dopo il battesimo Gesù fu mandato, potremmo dire spedito, nel deserto a confrontarsi con Satana e i demoni. Dai vangeli appare chiaro che l’esperienza del deserto e del confronto con i propri demoni è imprescindibile.
All’inizio della storia anche Adamo (l’uomo maschio o femmina che sia) viene condotto davanti al suo deserto. Il serpente (nahasc n-h-sc) è colui che conduce (n) verso il nucleo (sc) ma che sulla strada incontra una barriera (h). Il serpente viene definito “astuto” (‘arom) ma quella stessa parola qualche versetto prima, riferita ad Adamo ed Eva, è stata tradotta con “nudi”.
Il serpente, la tentazione, è nient’altro che essere nudi di fronte a se stessi, che vedersi per quello che si è. E’ nient’altro che affrontare le barriere, gli ostacoli, le montagne per diventare dei camminatori della vita; ostacoli che ci fanno evolvere e crescere nella strada verso di noi. Cioè: è inevitabile dover incontrare il deserto; è inevitabile nella nostra vita dover incontrare qualcosa che non vorremmo incontrare; è inevitabile scendere dentro di noi e incontrare tutti i nostri fantasmi.
Allora: mentre noi con tutte le forze tentiamo di evitarci le crisi, Dio vuole con tutte le forze che incontriamo le nostre crisi, i nostri lati oscuri e d’ombra, perché dalla tentazione ne usciamo più veri e più forti. Perché dietro ad ogni crisi c’è Lui che ci interpella.

Il deserto, allora, è un’esperienza che non possiamo evitare. L’esodo degli ebrei dall’Egitto è la grande esperienza che tutti noi a più riprese nella vita dobbiamo compiere. Vivo delle cose (gli ebrei erano andati in Egitto perché lì vi trovavano cibo e lavoro), sto bene, tutto funziona, ma poi le cose cambiano, poi il meccanismo si rompe, poi il rapporto rinsecchisce. Mi viene chiesto un qualcosa di più; inizio a sentirmi soffocato, insoddisfatto; ciò che prima mi andava bene adesso non mi va più. Nuove esigenze emergono; nuovi lati del carattere bussano alla porta; nuove situazioni e sfide mi si fanno avanti.
Allora è come andare nel deserto: 1. c’è da cambiare, 2. non si sa cosa ci aspetterà, 3. c’è da lasciare qualcosa, 4. non si può che contare su di sé e su Dio.
Ogni uomo deve andare verso la sua terra promessa, verso di sé, verso il suo profondo e verso Dio. Ma lungo la strada incontra il suo deserto: delle barriere, degli ostacoli, degli stop: è la crisi.
Si va in crisi perché la vita ci chiama ad evolverci e a cambiare. E’ normale andare in crisi! L’aspetto negativo della crisi è che è sempre un momento di dolore, difficile, di cambiamento e si scontra con la nostra resistenza a non voler cambiare, modificarci, progredire, andare avanti. Anche noi come gli Ebrei tante volte diciamo: “Basta, io mi fermo! Ma chi me l’ha fatto fare!”.
L’aspetto positivo della crisi è che si evolve, che si diventa (se la si affronta!) più profondi, più veri, più trasparenti, più inseriti nel mistero della vita, più capaci di amare, più uomini, più liberi. Ogni crisi ci costringe a tirare fuori energia, grinta, voglia di vivere, nuove risorse.
Di fronte ad una crisi, ad un deserto, possiamo fare come i bambini, quando nasce un fratellino, che pestano i piedi, che sono gelosi e che si arrabbiano. Oppure possiamo dirci: “Vediamo a cosa ci chiama la vita! Chissà cosa devo imparare adesso!”.
Nasce un figlio. Prima si era marito e moglie e tutta l’attenzione era rivolta al partner. Ma adesso c’è un’altra persona che assorbe molte delle nostre attenzioni. Allora si può diventare gelosi del figlio che ci sottrae la compagna oppure ci si può dimenticare del marito completamente assorbiti dal figlio. E’ una crisi: bisogna ridefinirsi, bisogna ritrovare le ragioni dello stare insieme. Ma una crisi ci permette di fondare più in profondità il nostro rapporto e il nostro amore. Una crisi non affrontata, invece, lacera, mina, la relazione.
Un uomo perde il suo lavoro. Aveva lavorato lì per vent’anni, “aveva dato il sangue” per quell’impresa. Adesso viene facilmente licenziato: crisi. Si sente un fallito, si chiede che senso abbia vivere. Aveva puntato tutto sul lavoro, gli sembrava di valere perché guadagnava molto e perché poteva permettere ai suoi figli un’alta condizione economica; adesso deve recuperare che amare i suoi figli non è solo guadagnare; che un uomo non vale tanto per quanto ha e per quanto porta a casa ma per quello che è.
Una donna perde sua madre. Sua madre era la sua amica e la sua confidente: crisi. Ma scopre che il rapporto con sua madre aveva coperto anche quello con il marito; scopre che non è molto autonoma e che si era sempre appoggiata a lei; scopre che deve diventare grande.
Una coppia va in crisi: hanno il lavoro, hanno una bella famiglia e dei bei figli. Ma sono insoddisfatti, nervosi l’uno con l’altro. Attraversando il loro deserto scoprono che con il tempo si sono allontanati intimamente l’uno dall’altro, che si sono un po’ persi e che hanno bisogno di recuperarsi e di farsi aiutare.
Un uomo è stanco di andare in chiesa. Sente un Dio formale, che non gli dà niente: crisi. Così si mette in ricerca, così lascia il Dio del catechismo per ritrovare una relazione personale con Dio, per sentirlo vicino, presente nella sia vita.
Un uomo ha quarant’anni, i figli sono grandi, il lavoro c’è, il rapporto con la moglie funziona. Eppure è in crisi. E si chiede: ma io che ci sto a fare in questa vita? Perché vivo? Che senso ha vivere? E’ una crisi di motivazioni, per cercare un senso o dei sensi per vivere.
Una donna ha quarantatre anni e si accorge di non essere più attraente come prima: le rughe, i primi segni del tempo che passa, ecc: crisi. Bisogna trovare allora ragioni più forti, più profonde per vivere.
Un uomo si accorge di aver vissuto dietro ad una maschera: chi lo vede fuori direbbe che è contento e felice. Ma dentro ha di tutto: sofferenza, ferite, pianto. Sente che il palco non è più sostenibile: crisi.
Una donna si porta dietro il trauma di una violenza: non ne ha mai parlato con nessuno ma è terrorizzata dagli uomini. Sa che dovrebbe aprirsi ma ha paura.
Dio dice al popolo ebreo: “Ti ho portato nel deserto per vedere quello che avevi nel cuore”. Il deserto mi mostra cos’ho dentro, mi toglie tutte le illusioni su di me e mi spoglia.
Tentazione vuol dire: “Guarda, questo hai nel cuore!”. E’ essere messi alla prova, non per vedere se siamo bravi o cattivi, ma perché sia reso trasparente, chiaro, cos’abbiamo dentro.
Il deserto è così, è spietato perché ti mostra per quello che sei. E’ come essere allo specchio: “Questo sei tu! Guardati! Non ti fuggire! Non nasconderti!”. Per questo lo eviteremo ben volentieri. Per questo è pericoloso. Per questo cerchiamo in tutti i modi di non andarci.
Il deserto sarà sempre il luogo dei demoni e di tutte le voci demoniache che abbiamo dentro. C’è una donna che ogni notte, in sogno, urla: quali voci, urla, avrà dentro? Un’altra donna ogni volta che si ferma piange la morte di suo figlio quindicenne. Un uomo ogni volta che si ascolta sente la colpa di aver tradito la moglie che ama. Voci demoniache sono ad esempio: “Bastardo, tu non sei mio figlio (voce di un padre); te lo meriti, potevi ascoltarmi; non vali niente; sei un fallito; chi ti potrà perdonare; se gli altri sapessero; guarda cos’hai fatto?; non sei capace d’amare; sei sempre il solito; sei un’incapace; non realizzerai mai niente; ma chi vuoi che ti ami?; per forza che nessuno ti vuole!; non ti aspettavamo; sei nato per sbaglio; sarebbe stato meglio che tu non ci fossi; sei come tuo padre!; avrei preferito che tu fossi handicappato piuttosto che prete!”. E chi vorrebbe ascoltare queste voci? E chi vorrebbe sentirle? Non è meglio stordirle con il fracasso, con fiumi di parole, di rumore o di cose da fare?
Anche Gesù ha dovuto confrontarsi con l’animalesco, il terribile, il demoniaco e il male.
Non si può compiere nessun serio viaggio cristiano (le tentazioni, in tutti i vangeli, precedono la vita pubblica di Gesù) evangelico, umano, senza questo terribile, confronto.
Nessuno di noi ha problemi sessuali. Ovvio! E’ chiaro! Nessuno ha bisogno di confrontarsi con questa sfera, di conoscerla, di comprenderla, d’integrarla.
Ma non si capisce come mai la pornografia sia così diffusa; non si capisce come mai la tv sia così vista di notte; non si capisce tutto questo “chiacchiericcio” e queste battutine tra colleghi sul sesso. Alcune persone non sanno parlare d’altro che di sesso! Cosa pensiamo quando vediamo certe donne così seducenti e attraenti? Non ci sono in noi istinti animali?
Nessuno di noi ha sentimenti di odio. Ovvio! E’ chiaro! Ma non si capisce la rabbia e la brutalità nello scagliarsi contro qualcuno che sbaglia. Non si capisce ciò che succede negli stadi (sono i nostri giovani, i nostri figli: li abbiamo educati noi, sono venuti nelle nostre scuole, hanno frequentato le nostre chiese!). Non si capisce gli amanti che si uccidono; non si capisce che appena posso “te la faccio pagare”, “non ti lascio passare niente”. Guardate come siamo al lavoro, per strada. Guardate come ci scagliamo con le persone, senza pietà: non siamo delle “bestie”?
Nessuno di noi ha difficoltà ad esprimere le emozioni. Ovvio! E’ chiaro! Tutti ci conosciamo benissimo e siamo padroni di noi stessi. Non abbiamo bisogno di nessun aiuto! Non si capisce, però, come mai 1/4 della gente soffre di problemi di de-pressione (il contrario è l’es-pressione) e come 1/5 abbia disturbi somatici; non si capisce l’insoddisfazione della gente: “Tutto va male, tutto fa schifo, che vita!”.
Nessuno di noi è ipocrita. Ovvio! E’ chiaro! Ma non si capisce poi il perché sorridiamo, a volte del male altrui; siamo contenti che si dica male del nostro nemico, che venga infangato da altri; che l’altro prenda meno di me; che l’altro sbagli; “ben gli sta; sono proprio contento; così impara!”. Non addentiamo nessuno, ma gioiamo se qualcun altro lo fa.
Noi mercoledì scorso ci siamo messi la cenere in testa: non è stato un gioco ma un bagno di umiltà. Devo avere l’umiltà di riconoscere che io sono anche questo. Devo riconoscere che il male abita in me e non solo negli altri.
C’è una poesia meravigliosa: “Guardo la Luna e ne vedo la parte illuminata. Ma so che nasconde la Luna buia. Allora chiedo al Sole di illuminare anche l’altra parte. Guardo la Luna e ne vedo ora la parte buia. Ma so che è in ombra la parte illuminata. Allora chiedo a me di tener presente che ogni Luna di luce ha una Luna di buio”.

Dopo quest’incontro intenso, terribile, con i fantasmi e i demoni interiori, Gesù ha acquisito tutta la forza per andare. Da qui in poi, nessuno potrà più fermarlo.
Nel deserto, infatti, Gesù non incontrò solo i demoni ma anche gli angeli (che lo servivano). Cioè: quegli stessi demoni, mostruosi e terribili, una volta capiti, compresi, conosciuti, addomesticati, sono diventati degli angeli, delle forze costruttive, a favore dell’uomo, amiche; da distruttive, contrarie all’uomo, nemiche, sono diventate le nostre risorse.
La potenza di un uomo è dentro di sé, gli viene data dall’essersi confrontato con tutto il potenziale distruttivo che c’è dentro e nell’averlo convertito in forza, energia, passione.
Il mio valore non è dato dall’esterno, né da ciò che gli altri pensano di me (potrebbero cambiare idea), né da ciò che conquisto (potrei perderlo) ma dall’interno, dalla mia capacità di confrontarmi con ciò che ho dentro e di imparare a conoscerlo, a gestirlo, a non prenderne paura. Il mio valore è dato dal non sottrarmi a ciò che ho dentro e dallo scoprire che i miei demoni sono i miei angeli. Che ciò da cui fuggo è ciò di cui ho bisogno.
Anni fa trovammo un gattino che qualcuno aveva lasciato per strada. All’inizio si avvicinava solo per mangiare e poi scappava via lontano da tutti. Prenderlo era impossibile. Ma un po’ alla volta si è fatto toccare, prendere, accarezzare, fino a diventare un ospite normale in casa nostra. Quel felino non era più pericoloso, anzi era un buon compagno della famiglia.
Niente di ciò che è dentro di noi è pericoloso se lo possiamo conoscere e addomesticare. Anche ciò che sembra distruttivo, pericoloso o malvagio può trasformarsi e diventare un angelo, una forza, una luce, una sensibilità, uno spazio d’amore. Rielke: “Ho paura che se i miei demoni mi lasceranno se ne andranno anche i miei angeli”. Pascal: “L’uomo non è né angelo né bruto, ma disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo faccia il bruto”.

E’ proprio dopo l’esperienza tremenda del deserto che Gesù diventa consapevole della propria forza. Perché? Perché è il confronto e lo stare con la sofferenza che ti matura, che ti fa più forte, che ti fa potente.
Le esperienze piacevoli rendono splendida la vita ma sono quelle dolorose che ci fanno crescere, che mettono il dito su di una parte di noi che deve ancora crescere, trasformarsi e mutare. Incontrare i nostri demoni ci farà sempre diventare più forti e ci farà incontrare i nostri angeli.
La gente crede di avere solo demoni dentro, solo schifezze, solo casini, difficoltà, problemi, confusioni? Poche persone credono in sé: e lo si vede dal fatto che pochi credono di avere una grande missione, che pochi credono che la loro vita sia significativa per il mondo, pochi credono di avere un compito particolare da svolgere in questo mondo. La gente, in genere, “tira avanti”.
Ma tu dentro hai Dio, non dimenticartelo. Lui è in te. Scopri il tuo valore! Riprenditi il tuo valore!

Tu hai delle mani e con le tue mani puoi accarezzare, abbracciare, costruire, lavorare, creare, dipingere, suonare, dare la mano, giocare a pallavolo o a ping-pong, cullare, scalare, scrivere, unire la tua mano alla mano di chi ami. Ma ti rendi conto di cosa puoi fare? Ti rendi conto del valore delle tue mani.
Tu hai degli occhi e puoi vedere il sole, la luna e le stelle, il mare, il cielo, il volo degli uccelli, la neve che cade a fiocchi, la smorfia di tuo figlio, il suo primo sorriso, il pianto di tua moglie quando le hai chiesto di sposarti, la luce negli occhi della gente.
Tu hai delle orecchie e puoi sentire la voce di chi ti ama e ti sussurra: “Tesoro; amore mio”, il pianto di tuo figlio che ti chiama e ti vuole, la voce tremante di chi ha paura, il canto degli uccelli o il suono delle onde del mare, il mormorio del vento, il respiro della tua donna che dorme accanto a te la notte, il grido di chi soffre, le voci gioiose dei bambini, la passione di chi parla. Ma ti rendi conto di cosa puoi sentire? Ti rendi conto di cosa puoi vivere?
Tu hai un corpo che può sentire l’acqua, il vento e la pioggia; puoi sentire la pace e l’unione dopo l’amore, puoi sentire un figlio che si sviluppa in te, puoi sentire l’amore pulsare, il cuore battere e il respiro entrare ed uscire in te.
Tu hai un cuore e con il tuo cuore puoi dire: “Ti voglio bene. Lo sai che sei importante per me. Lo sai che ti amo! Ci sarò nei tuoi momenti bui e difficile. Non ti preoccupare io non me ne andrò. Qui sei a casa”. Tu puoi accarezzare, abbracciare, baciare ed esprimere l’amore che hai dentro. Tu puoi farlo.
Tu hai un’anima che può decidere di vivere, di spendersi per qualcosa di grande, di appassionarsi per la vita e per tutto ciò che vive, che può non accontentarsi ma entrare nel mistero dell’esistenza; tu hai un’anima che può entrare in contatto con Dio, che può cogliere che tutto ha un senso, che può cogliere il senso della propria vita, che può lottare per grandi valori e ideali, che può cambiare certi destini, che può essere felice e vivere da liberata e illuminata.
Ma ti rendi conto di cosa puoi vivere?
E’ difficile tutto questo? Sì, lo è. Gesù ha vissuto tutto questo solo dopo aver passato il deserto e i demoni.
Ma guarda cos’ha vissuto! Non ne valeva la pena? Non vale la pena di essere purificati dal deserto per poter vivere tutto questo. Perché vivere come galline quando si è fatti per il cielo? Perché prendere paura per quaranta giorni di deserto quando si può vivere una vita così?
Non dimenticarti mai che tu sei Suo Figlio: tu hai un valore enorme, tu hai gli angeli che ti abitano dentro.
Gli angeli sono in te; tu sei ricco, tu puoi vivere cose intense, grandi, enormi. Non dimenticarti di chi sei. Non fare come gli ebrei che si erano abituati alla schiavitù. Non dimenticare la tua origine; non perdere mai memoria della tua dignità.

Il vangelo si chiude con Gesù che, appena uscito dal deserto, agisce. Si reca in Galilea; predica il regno di Dio e dice a tutti di convertirsi, di cambiare vita e di credere al vangelo. Gesù è consapevole dell’enorme potere che ha. Lo agisce e lo utilizza per il bene, per il regno di Dio.
Quando un uomo conosce i propri abissi conosce il potere del bene e del male che ha in sé. Finché noi non ci conosciamo profondamente riteniamo, ingenuamente, di non avere poi un così grande potere. Ma non è così: è fondamentale per l’uomo conoscere, mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,16). Perché l’uomo deve sapere il potere enorme che ha in sé; potere di vita e potere di morte; potere di bene e di male; di guarire e di ferire. Tu hai un potere enorme, abbine consapevolezza; renditi conto di ciò che puoi fare per te e per il bene dell’umanità; sii responsabile di fronte a ciò che fai o non fai per te e per l’umanità.
Un collega “si fa bello” davanti al capo: scegli se perdonare o se rimanere risentito.
Hai comprato il vestito nuovo, scendi dall’auto e s’incastra nella portiera: strappo e vestito da buttare. Scegli se ridere o se piangere di fronte a ciò.
Ti viene chiesto un aiuto al camposcuola con i ragazzi: scegli se creare unità o se distruggere (te ne freghi!).
E’ un po’ che ci provi a fare silenzio e a mettere a tacere la testa: ma non funziona. Scegli se perseverare o se lasciar perdere.
Tuo figlio ha preso un brutto voto a scuola nonostante lo studio: scegli se incoraggiarlo lo stesso o se rimproverarlo.
Devi decidere un cambiamento importante (di atteggiamento o di vita) ma ti costa fatica e non sai a cosa porterà. Scegli se agire o procrastinare.
Tua moglie ti ha trattato male e, secondo te, ti ha offeso. Scegli se fare il primo passo o se continuare la guerra.
Senti di avere delle intuizioni in te, una profondità, delle ricchezze. Scegli se credere in te stesso o se rinunciare a te.
Sei capace di parlare: scegli se sottolineare il positivo o il negativo di una cosa; scegli se mettere in luce il bene delle persone o il loro male; scegli se parlare per costruire o per distruggere.
Tu puoi decidere se spegnere la tv o no; se protestare rispetto ad una ingiustizia o no; se schierarti o no; se impegnarti nel sociale o no. Scegli se agire il tuo potere o se delegarlo.
Amare è un potere. Odiare è un potere. Intervenire è un potere, starsene zitti, anche. Conoscersi è un potere, tanto quanto decidere di non conoscersi. Cambiare è un potere (puoi, cioè, farlo) come anche non cambiare. Farsi aiutare è un potere come anche non farsi aiutare.
Non ti puoi sottrarre al potere che hai, sappilo!
Puoi solo decidere se usarlo per il bene o per il male, per la vita o per la morte.
Non puoi sottrarti al tuo potere: puoi solo decidere come usarlo.

Pensiero della settimana

Chi vuol conoscere la destra deve conoscere la sinistra;
chi vuol sapere cos’è l’alto deve sapere cos’è il basso;
chi vuole sapere cos’è il maschile deve conoscere il femminile;
chi vuol sapere cos’è il bene deve sapere cos’è il male;   ( Don Marco Pedron)

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Una Porta verso l’Infinito

Posted by marilena marino On gennaio - 26 - 2012 ADD COMMENTS

SULLA VIA DELLA BELLEZZA: PROSEGUE IL

PROGETTO “UNA PORTA VERSO L’INFINITO”

 

Monsignor Fisichella: “‘L’arte è espressione e rappresentazione del Vangelo”

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 13 gennaio 2012– Prosegue il percorso tracciato da Una porta verso l’Infinito. L’uomo e l’Assoluto nell’arte, il progetto promosso dall’Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma, che vuole essere una riflessione sull’arte come strumento di trasmissione della fede.

Domani mattina questa “Porta” si riaprirà nuovamente per condurci Sulla via della bellezza, come suggerisce il titolo della conferenza che si svolgerà alle 10.30 nella Sala Rossa del Palazzo Apostolico Lateranense.

«Il convegno intende approfondire le ragioni teologiche e culturali che animano il progetto – spiega a Zenit, don Walter Insero, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni sociali e direttore del progetto -. Grazie alle diverse prospettive che i relatori ci offriranno, rifletteremo sul rilancio della nuova evangelizzazione nella città di Roma, mettendo a fuoco principalmente l’arte e la comunicazione».

In questa via della bellezza, infatti, incontreremo tre illustri protagonisti: monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione; l’architetto Paolo Portoghesi, docente della Sapienza Università di Roma e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.

Accogliendo l’invito formulato da Benedetto XVI al convegno diocesano dello scorso giugno a percorrere la strada dell’arte per avvicinare alla fede, i relatori si confronteranno sul tema dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, attraverso tre differenti prospettive – quella teologica, artistica e della comunicazione – mediante la via della bellezza, “che conduce a Colui che è, secondo  Sant’Agostino, la Bellezza tanto antica e sempre nuova”.

Il linguaggio dell’arte, dunque, vissuto come una traccia da perseguire per arrivare alla strada privilegiata che porta direttamente a Dio e alle meraviglie del Creato, diventando, di conseguenza, strumento per la Nuova Evangelizzazione.

Proprio di questo Zenit ha parlato con monsignor Fisichella che ha dichiarato alla nostra agenzia come la via della bellezza sia “una via maestra”.

“Il cristianesimo dalle origini – spiega il presule – ha avuto con l’arte un rapporto privilegiato, poiché essa, nel susseguirsi di venti secoli di storia, attraverso capolavori di musica, poesia, pittura e scultura, non ha fatto altro che esprimere e comunicare la bellezza del Vangelo”.

Per tanto tempo, però, prosegue monsignor Fisichella, “la teologia ha comunicato solo con la filosofia”, e questo “se da una parte è stato positivo perché ne ha approfondito i contenuti”, dall’altra “ha impoverito la presentazione del Vangelo a mera scienza”.

“Credo, perciò, che sia importante non dimenticare che nel dialogo tra il teologo e il filosofo sia necessaria la presenza dell’artista – sottolinea il vescovo – perché il Vangelo non può essere solo ascoltato, il Vangelo è una persona, che va vista!”.

La rappresentazione del Vangelo è quindi “rappresentazione di Cristo stesso, del mistero di salvezza che supera la morte per esprimere l’amore e la vita”. Il teologo e il filosofo, aggiunge il presule, “devono riconoscere che il linguaggio usato dall’arte è un linguaggio più immediato, che va molto più al di là, nella comunicazione, di quanto possano fare la filosofia e la teologia”.

In conclusione, recuperare la via della bellezza, secondo monsignor Fisichella, vuol dire “recuperare, da un punto di vista teologico, il percorso della contemplazione”.

La bellezza, infatti, “per sua stessa natura, rapisce in essa e ci fa fermare, come il mistero che la fede presenta, che va contemplato e vissuto. In un periodo come il nostro, dove sembra che la bellezza venga meno, riproporla è una ‘provocazione’ necessaria su cui bisogna soffermarsi e riflettere”.

Il convegno di domani è il primo della serie di incontri promossi nell’ambito del progetto Una porta verso l’Infinito per l’anno 2012. L’iniziativa, che ha preso il via il 22 dicembre 2011 con il concerto su musiche di Mendelesshon e Schumann, nella Chiesa degli Artisti a piazza del Popolo, e ha visto la partecipazione del Coro del Teatro dell’Opera di Roma, prevede, inoltre, per questo nuovo anno, un calendario ricco di eventi relativi alla musica, al teatro, al cinema e alle arti figurative.

Per maggiori informazioni circa il programma e le date degli eventi, consultare il sito www.ucs.it alla voce Una porta verso l’infinito.

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Richard in cielo

Posted by marilena marino On dicembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Days of heaven – I giorni del cielo (1978) è il secondo film di Terrence Malick, l’ultimo prima di una pausa di venti anni. Rispetto a Badlands, la versione italiana risulta meno distorta nel doppiaggio.

Il titolo riconduce il film a una dimensione religiosa, essendo tratto da un brano delDeuteronomio (11,18 – 11,22): nel secondo discorso di Mosè, dopo la gratitudine per la bontà divina durante la traversata del deserto, e dopo gli ammonimenti del passato, seguono gli ammonimenti per il futuro: “Imprimetevi dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole (…) affinché i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, nel paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri, durino quanto i giorni del cielo sulla terra”. L’espressione “…durino quanto i giorni del cielo…” sta per “in eterno”. Nel film ricorrono segni religiosi di cui diremo più avanti: si tratta di segni visivi, ma il cui carico simbolico e religioso è principalmente conferito dalla voce over narrante di Linda (Cattaneo, cit., p. 100).

Casa del fattore

I giorni del cielo è stato accostato al cinema western (Cattaneo, cit.) col quale ha ben poco a che fare. Potrebbe piuttosto rimandare al dramma sociale, al quale appartengono diversi film hollywoodiani degli anni Trenta e Quaranta, tra cuiCom’era verde la mia valle (1939) e Furore (1940) di John Ford. I titoli di testa (la storia si svolge nel 1916) sono accompagnati da fotografie scattate tra gli anni Dieci e Trenta, alcune delle quali opera di Lewis Hine. L’ultima foto della serie raffigura Linda, la ragazzina protagonista del film, nonché voce narrante. Tuttavia anche questo rimando non è propriamente corretto.

Il film può essere diviso in cinque parti: (a) giorni di lavoro in fonderia, (b) fuga e giorni di lavoro nei campi, (c) idillio e giorni di gioco in campagna, (d) distruzione dei campi, (e) epilogo: morte del fattore e di Bill, fuga di Abby e di Linda. Il dramma sociale appartiene propriamente alla parte (a), la più breve del film. La messa in scena del lavoro nei campi è affatto differente e a questi segue l’idillio dei giorni di non-lavoro, di quella che chiamiamo (1.2.1.c.) Vita Nuova. I segni religiosi (di cui diremo in 1.2.1.b.) sono segni visibili e specialmente caricati dalla voce narrante. Dunque è difficile considerare I giorni del cielo un film appartenente al genere del dramma sociale.

Nessuno è perfetto. Al mondo non c’è mai stata una persona perfetta. Ognuno di noi è mezzo diavolo e mezzo angelo. In realtà, i giorni del cielo sono proprio quelli in cui ogni uomo cerca di migliorare la propria condizione, in cui si batte per essere perfetto, in cui immagina di ampliare i propri desideri al di là dell’orizzonte, tendendosi verso un illusorio paradiso, destinato a perdersi nell’eterna lotta tra l’amore per la vita e l’odio, la prepotenza, l’ignoranza radicata nell’animo umano. Laddove il cielo resta sempre perfetto e lontano, la terra permane nel suo stato di incertezza, di malessere, di imperfezione e noi siamo ancorati ad essa, tentiamo di liberarci, dimenandoci nelle nostre esistenze, ma senza ottenere alcun risultato. L’apparente felicità che possiamo raggiungere in una particolare fase della nostra vita è un vano fuoco destinato a spegnersi, così come i giorni del cielo sono sempre e comunque destinati a finire.

Certi hanno bisogno di più di quello che hanno e altri hanno di più di quello che gli serve. La nostra condizione sulla terra è sempre infelice e in continua tensione, le trasformazioni lo dimostrano e la vera battaglia è quella che combattiamo contro noi stessi e contro le regole che governano le nostre vite. Possiamo affidarci solo alla speranza di andare incontro ad un cambiamento positivo, ma, forse, quello che davvero cerchiamo, dentro di noi, è la pace, la fine di questa inutile ed eterna lotta verso un’irraggiungibile perfezione. E’ quello che possiamo dire a proposito del film I giorni del cielo interpretato da Richard Gere. Leggiamo la sua interessante intervista.

“Tutti provano disagio nei confronti dell’universo, io anche da giovane, e per capire meglio ho fatto studi e ricerche, finché il buddismo non mi ha colpito. Di solito vediamo la realtà con scetticismo, intorno a noi ci sono tanti stimoli fuorvianti, ma è possibile sviluppare un rapporto più vicino alla realtà e all’interpretazione che la scienza dà  dell’universo. Da qui, generosità, amore e senso di condivisione: sono sulla strada giusta per andare oltre la menzogna”“fare l’attore per me è un lavoro, un ottimo lavoro, ma non ho aspettative eccessive: per me conta la vita, quella la prendo sul serio, mi piace il lavoro, ma non lo personalizzo troppo, sono umile”. E, aggiunge Gere, “non ho mai programmato il futuro, non faccio piani, del resto, ho dedicato energie e impegno per proposte di cui non s’è fatto poi nulla”. Ma perché decide di accettare una parte? “Quando una proposta dà interrogativi e, quindi, apre a un viaggio per le risposte, un viaggio di vita”.“fare l’attore per me è un lavoro, un ottimo lavoro, ma non ho aspettative eccessive: per me conta la vita, quella la prendo sul serio, mi piace il lavoro, ma non lo personalizzo troppo, sono umile”. E, aggiunge Gere, “non ho mai programmato il futuro, non faccio piani, del resto, ho dedicato energie e impegno per proposte di cui non s’è fatto poi nulla”. Ma perché decide di accettare una parte? “Quando una proposta dà interrogativi e, quindi, apre a un viaggio per le risposte, un viaggio di vita”.

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La strada di Paolo

Posted by marilena marino On dicembre - 16 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

In occasione della VI edizione delFestival Internazionale del Film di Roma, il 2 novembre 2011 alle ore 18.00, presso il Palazzo delle Esposizioni, ha avuto  luogo nell’ambito di Risonanze, la proiezione di La strada di Paolo, un film di Salvatore Nocita prodotto da FAI Service (Federazione Autotrasportatori Italiani) e Officina della Comunicazione, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura e Rai Cinema

Il film narra la storia di Paolo, un autotrasportatore diretto per lavoro in Terra Santa. Il suo viaggio prende una direzione inaspettata quando si imbatte in alcune realtà che parlano al suo cuore di Dio, Fede, Grazia e Carità, aprendogli anche gli occhi sull’opportunismo e il cinismo umano. Nell’incontro/scontro con la religiosità e il mistero insondabile di quella Terra, immerso in situazioni surreali, a contatto con personaggi e storie incredibili, per Paolo si aprono nuovi orizzonti che lo porteranno a una decisione fondamentale. Interpretato da Marcello Mazzarella, Valentina Valsania, Gianni Bissaca, Milena Miconi e David Brandon, con la partecipazione straordinaria di Philippe Leroy, il film deve indicazioni imprescindibili per la sua struttura alle interviste a personalità come S.E. Card. Angelo Scola,Arcivescovo di Milano; S.E. Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Fabrizio Palenzona, Presidente di FAI Service; Roberto Vecchioni,cantautore; Salvatore Natoli, professore ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca e Lucetta Scaraffia,storica, giornalista e docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

Afferma S.E. Card. Angelo Scola: «Io credo che la strada per l’uomo di oggi sia quella di guardare fino in fondo ai tratti fondamentali dell’esperienza umana. Il primo, il più importante è la capacità dell’uomo di cogliere il senso della realtà: cioè, la realtà è intelligibile e chiede di essere ospitata dalla nostra intelligenza e questo già implica una tra-scendenza, cioè un andare oltre l’immediato». [estratto da intervista]

S.E. Card. Gianfranco Ravasi sottolinea: «Il bisogno di trascendenza potrebbe essere raffigurato attraverso un’immagine che è curiosamente lontana e vicina a Paolo, è lontana perché viene da un verso di un grande tragico greco che è Eschilo, e dall’altra parte è vicina perché Paolo, noi sappiamo, entra nell’interno dell’orizzonte della cultura greca. La trascendenza è sostanzialmente, se la vogliamo esprimere con un simbolo, proprio questa mano che viene dall’oltre, dall’altro rispetto all’orizzonte in cui siamo immersi. È per questo che Paolo in un certo senso echeggerà questa voce pagana in una maniera differente». [*]

Per Fabrizio Palenzona «Questo film è un esempio della direzione nella quale vogliamo camminare. Lavorare, guadagnare il giusto, rimettere nel circuito più risorse possibili per attenuare i costi delle nostre imprese, sostenere l’azione di difesa dei diritti e promozione dei doveri attraverso la federazione: insomma, ripeto, promuovere una cultura che metta al centro la persona umana. Per questo ci piace il film: il richiamo al senso della vita, al dubbio su cosa e perché siamo in questo mondo, al valore della solidarietà, della famiglia, della pace e del lavoro come strumento di promozione umana».

«Nel raccontarci l’imprevedibile percorso di un autotrasportatore diretto in Terra Santa, Nocita recupera uno dei tòpoi più ricorrenti della cultura e dell’arte di ogni secolo: la strada. Che non è mai solo un luogo fisico, un tratto di percorrenza, ma il simbolo stesso dell’uomo in cammino. Formidabile dispositivo di scambio simbolico, la strada è il luogo della scoperta, del perdersi e del ritrovarsi, dell’incontro con l’altro, con il sè, con Dio. Sulla strada l’uomo in cammino si trasforma divenendo, da vagabondo senza meta, un pellegrino del suo destino».

Chiude Roberto Vecchioni: «Io non credo che l’uomo del terzo millennio sia sordo ai temi che riguardano il trascendente. C’è modo e modo di interpretare il trascendente: per paura, per bisogno, per necessità o anche davvero per fede intensa. Il trascendente ha una valenza fondamentale e sublima anche le piccole azioni che facciamo, dà un significato».

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Arte e Dio

Posted by marilena marino On novembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

Il linguaggio dell’arte contemporanea per portare a Dio

Agnus Dei. William Zijltra -
Agnus Dei. Zurbarán

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Madrid, 15 luglio 2011.- L’innovazione e la storia non sono in conflitto.Nè l’arte contemporanea e la fede. Cosí dimostrano le 36 opere (installazioni,performances, quadri, fotografie) dell’esposizione Arte + Fede da paesi dei 5 continenti (Stati Uniti, Giappone, Olanda, Liberia, Australia e Filippine).

L’esposizione Arte + Fede riunirá alla Fondazione Pons di Madrid, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), le opere di artisti contemporanei cristiani provenienti da diverse parti del mondo, il cui obiettivo comune è che l’arte sia un ponte verso la fede. La mostra potrà esser visitata dal 9 al 26 agosto, nella sede della Fondazione Pons.

“È la prima volta che in Europa si organizza un’esposizione internazionale con artisti avanguardisti e impegnati con la loro fede cristiana, che sia cattolica, ortodossa o protestante. Il pensiero moderno vive una sfiducia generale. Questa esposizione vuole esser un modo per mostrare che l’arte costruisce, speranza”, ha spiegato María Tarruella, responsabile dell’esposizione.

La mostra ha potuto contare sulla collaborazione del National Museum of Catholic Art di Washington DC, dove l’esposizione sarà trasferita dopo la GMG.

Santa Teresa, san Juan de la Cruz, san Sebastián.Alejandro Mañas

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Tarruella ha sottolineato che questa mostra rivela che “il senso religioso non è qualcosa di ieri, ma qualcosa di insito nell’essere umano, che viene espresso attraverso il linguaggio artistico di ogni epoca. Le opere selezionate vanno dalle più concettuali ad altre con riferimenti più classici”.

È il caso dell’ olandese William Zijlstra,  che nella sua opera ‘Agnus Dei’ fa un chiaro parallelismo con l’ opera omonima di Zurbarán. Questa volta l’agnello è però immolato in un altare moderno, fatto con giornali che riportano la notizia ‘l’uomo è capace di qualunque orrore’, un articolo sull’ Olocausto. Inspiegabile dal punto di vista umano come la crocifissione di Cristo e le sofferenze del ventesimo secolo abbiano senso alla luce della fede.

Nowa Huta. David López

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Il significato del quotidiano
Dio e l’uomo non devono stare lontani. Così pensano molti di questi artisti, come il castiglianese Alejandro Mañas che utilizza tre bottiglie di Coca Cola smaltate per parlare di Santa Teresa, San Giovanni della Croce e San Sebastiano. Apparentemente simili, queste tre bottiglie sono proprio come noi: “la nostra forma esteriore è sempre la stessa però a seconda di come viviamo la nostra interiorità, vestiamo l’esterno”, spiega l’ artista.

“Ogni gesto quotidiano ha un significato più profondo che trascende il suo lato  più funzionale”, mette in guardia David López attraverso la sua opera ‘Nowa Huta’, nella quale si vede la sagoma di Cristo crocifisso, realizzata utilizzando  immagini del quotidiano.

Installazioni e ‘performances’
Anche la partecipazione trova posto in questa mostra. Ad esempio il lavoro “Le lacrime di Maria Maddalena” della sivigliana Adriana Torres de Silva: un’installazione con capelli appesi sopra un dipinto coperto d’acqua, che invita i visitatori a scoprirla spostando i capelli e, allo stesso tempo, rimanere inebriati dal profumo che viene versato nell’acqua.

Las lágrimas de María Magdalena. Adriana Torres Silva

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Oltre a questa, c’è l’ installazione realizzata dal filippino Jason Dy, artista e sacerdote gesuita, il cui lavoro consiste in bottiglie di vetro con dentro i ricordi di cari defunti. I visitatori potranno, se lo desiderano, riempire le bottiglie con un ricordo per i loro cari defunti, come fosse una lettera da inviare a Dio.

Esperienze nate in carcere

Virginidad. Sarai Aser

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In carcere ha anche trascorso la vita Sarai Aser, artista cilena trasferitasi a Rotterdam, questa volta per aiutare gli altri. La sua opera ‘Verginità’ desidera mostrare il messaggio che lei stessa trasmette alle donne nelle carceri: l’ opportunità di tornare indietro per ricominciare a vivere dopo situazioni di forte disagio a causa della prostituzione o altre ragioni legate alla sessualità.

L’ esposizione Arte + Fede è una delle oltre 300 attività che faranno parte della programmazione culturale della Giornata Mondiale. In concreto è una delle tre esposizioni d’arte principali, insieme all’ itinerario nel Museo del Prado ‘ I volti di Cristo’ e l’ esposizione del Museo Thyssen ‘Incontri’.

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Perugia e Bioetica

Posted by marilena marino On novembre - 23 - 2011 ADD COMMENTS

di Mariangela Musolino

PERUGIA, CAPITALE NAZIONALE DELLA BIOETICA: ARRIVA IL CONGRESSO DELLA SOCIETA’ ITALIANA PER LA BIOETICA
Il 25 e 26 Novembre nel capoluogo perugino (Convento di S. Francesco al Monte) i massimi esperti italiani si confronteranno sul tema dell’identità di genere dal punto di vista sociale, medico, bioetico e giuridico.

Perugia – E’ tutto pronto a Perugia, presso il Convento di S. Francesco al Monte (Monteripido) per ospitare venerdì 25 e sabato 26 Novembre il X Congresso Nazionale della Società italiana per la Bioetica e i Comitati Etici (SIBCE), organizzato dal Centro regionale di bioetica Fileremo.
“Identità di genere: aspetti sociali, medici, bioetici e giuridici” sarà il titolo dell’appuntamento e per il dibattito interverranno in Umbria i massimi esperti nazionali sugli argomenti. Tra questi, S.R.E. Mons. Ignacio Carrasco De Paula, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il Prof. Massimo Gandolfini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Ospedaliero di Brescia, Professore in Neurochirurgia, il prof. Filippo M. Boscia, Presidente nazionale della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici e Prof. Carlo Cirotto, Ordinario di Citologia ed Istologia, Università di Perugia, Presidente del MEIC.

Nel corso del congresso si punterà l’attenzione sull’influenza della cosiddetta “teoria del gender”, nata negli anni settanta del secolo scorso e sui suoi possibili risvolti biologici, sociali e giuridici. Nella prima sessione del venerdì si lavorerà su ”Bioetica tra Natura e Persona:una prospettiva da promuovere o da cambiare?” con Mons. De Paula, mentre nella sessione pomeridiana si tratteranno gli aspetti bio-psicologici della differenza sessuale. La giornata di sabato vedrà trattare gli aspetti socio-antropologici dell’identità sessuale, mentre la sessione conclusiva valuterà le ricadute bio-giuridiche della differenza di genere.

Il Congresso della SIBCE prenderà il via a partire dalle ore 9.00 del 25 Novembre. Al Convegno sono stati riconosciuti 12 crediti ECM pertanto, il personale medico che lo desiderasse, può richiedere l’attestato. Tutte le informazioni sulle iscrizioni sono disponibili al numero 348/6842253.

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Animatori all’Attack!

Posted by marilena marino On novembre - 15 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Gli orologi un’ora indietro, la festa dei santi, i colori dell’autunno, le castagne… e il corso Anicec. Eh sì, perché da quando, più di sette anni fa, il Direttorio (Comunicazione e missione, 121-142) ha in qualche modo “codificato” la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, per ben cinque annate la Chiesa Italiana ha messo a disposizione di tutte le diocesi un corso di alta formazione in e-learning per preparare proprio questa schiera di volontari a servizio delle proprie comunità nell’ambito strategico della cultura e della comunicazione. Il corso 2011 si sta avviando alla conclusione, quello 2012 (il sesto, dunque) sta per aprire le iscrizioni. Non rimane che invitarvi, come sempre, a spargere la voce, ad informarne chi può essere interessato, o magari (perché no?) a decidere di iscrivervi, se qualcuno ancora non lo avesse fatto.
In occasione del consueto incontro residenziale del corso ANICEC, corso di alta formazione in e-learning per Animatori della Cultura e della Comunicazione, che si terrà dal 18 al 20 novembre 2011 presso la Domus Pacis Torre Rossa Park (via Torre Rossa 94, Roma), Dario Edoardo Viganò (Direttore scientifico del corso ANICEC) terrà la relazione di apertura dal titolo “I digital media e la nuova audience”. Oltre alla presenza di Viganò, sono previsti nei tre giorni di convegno gli interventi di: Antonio Spadaro (Direttore de «La Civiltà Cattolica»), Silvano Petrosino (Università Cattolica di Milano), Chiara Giaccardi (Università Cattolica di Milano), Ruggero Doronzo e Arianna Prevedello (Animatori culturali). A chiudere i lavori del convegno sarà mons. Domenico Pompili (Sottosegretario CEI, Direttore Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali), con una relazione dal titolo “Animatori, per quale servizio?”. Per informazioni: www.anicec.it; http://www.chiesacattolica.it/comunicazione.
Dopo la pubblicazione del Documento CEI dal titolo “EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO”, che impegna la Chiesa Italiana per il prossimo decennio a riflettere ed agire sul delicato tema, il Corso di Formazione intende offrire una nuova occasione per renderci maggiormente consapevoli di quali rischi cela la cultura digitale e quali opportunità si aprono per chi non intenda rinunciare ad essere educatore. La perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione, sono stati indicati dal Papa nel suo recente discorso al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, come i rischi più pericolosi. Nel nuovo contesto culturale dominato dai media, sta infatti nascendo una nuova umanità, incidendo “sul contesto vivente e pulsante nel quale i pensieri, le inquietudini e i progetti degli uomini nascono alla coscienza e vengono plasmati in gesti, simboli e parole”. Il corso vuole aiutare tutti a riflettere sull’urgenza di iniziative che pongano anche noi sulla strada della comunicazione, riuscendo così a dire il bene che ci anima, la Parola che ci sostiene, a trovare quelle parole nuove che vivificano la comunicazione e la rendono pienamente umana. Ricordiamo che  il corso di alta formazione a distanza per “Animatori della comunicazione e della cultura” si avvale del supporto accademico della Pontificia Università Lateranense, nel quadro delle attività del Centro interdisciplinare Lateranense.  Esso propone di formare una figura che sappia utilizzare tutte le forme della comunicazione per promuovere attività culturali e comunicative all’interno della propria comunità e della propria diocesi, con particolare attenzione al territorio e ai relativi contesti culturali.

Il Direttorio delle comunicazioni sociali
“Comunicazione e missione”, Il Direttorio delle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, della Conferenza Episcopale Italiana, vuole essere una magna charta delle comunicazioni sociali per sottolineare l’impegno della Chiesa italiana a comunicare il vangelo nella cultura mass mediale attraverso la proposta di nuovi percorsi e iniziative pastorali.
Il documento è una piattaforma unitaria per i media ecclesiali, gli organismi e le iniziative nel campo delle comunicazioni sociali e per i professionisti cattolici che operano nelle strutture pubbliche e private della comunicazione sociale.
Il Direttorio richiama i cattolici a non essere passivi, a trasformarsi da spettatori a protagonisti attivi acquisendo una prospettiva critica che è proprio del cristiano capace di discernere le potenzialità dei media contemporanei. Il documento individua fra gli “imprescindibili impegni della comunità ecclesiale”, la formazione e la promozione di nuove figure di animatori nel campo della comunicazione e della cultura.

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FORMULA UNO: GRAN PREMIO D’ITALIA 2011

Posted by Daniela Asaro Romanoff On giugno - 30 - 2011 ADD COMMENTS

INTERVISTA AD ENRICO FERRARI, DIRETTORE DELL’AUTODROMO DI MONZA

Quanto lavoro dà al personale di un Autodromo il Gran Premio di Formula Uno?

Tanto lavoro. Alla fine di un Gran Premio, si comincia a lavorare per la gara dell’anno successivo.

Per gli appassionati di automobilismo è una grande delusione che non ci siano i test prima del Gran Premio.

Sappiamo della delusione, la condividiamo, ma per contenere i costi e tutelare le scuderie meno ricche, è stata presa questa decisione.

Il Gran Premio di Roma è un ricordo lontano?

Sì, il Sindaco Alemanno ha rinunciato ufficialmente.

Quale futuro per la Formula Uno?

Vedremo cosa succederà nel 2012, in tale data scade il contratto tra la FOA e i Team.

In occasione del Gran Premio cosa offre Monza agli appassionati di F.1?

Il Comune di Monza si è sempre impegnato ad organizzare molte interessanti manifestazioni collaterali. Anche quest’anno ci saranno tanti eventi.

Le previsioni per l’affluenza del pubblico al Gran Premio di settembre sono buone?

Ci difendiamo, considerata la recessione economica.

Non c’è dubbio, l’Autodromo di Monza ha una buona squadra di lavoratori, anni fa Schumacher aveva lodato le pulitrici dell’Autodromo durante un briefling. Direttore, qual è il segreto per avere una buona squadra?

Il rapporto umano che si instaura con il personale è sempre determinante.

I prezzi per assistere al Gran Premio sono alla portata di tutti?

Noi abbiamo cercato di fare il possibile per contenere i prezzi. Si inizia con un importo di 100 euro per i tre giorni gara, non potevamo abbassare ulteriormente i costi, c’è la necessità di coprire le spese.

Daniela Asaro Romanoff

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Gioco in corso

Posted by Agostino On giugno - 25 - 2011 ADD COMMENTS

Sembrava che anche il sole fosse curioso di vedere, lo scorso venerdì mattina, visto che ogni tanto usciva allo scoperto delle nuvole sparse e scaldava i già accaldati bambini dell’oratorio di Bagnaia. Ma, vedere che cosa? Ha si, dimenticavo, vedere i bambini dell’oratorio giocare con Enrico De Meo e Giancarlo Vulpes, due giovani attori professionisti di teatro, che venerdì mattina hanno messo in scena “Gioco in corso”; una trascinante interpretazione pratica di coinvolgenti e semplici giochi collettivi cui tutti i bambini hanno risposto con una partecipazione diretta ed entusiasmante. E’ stato molto bello vedere la “Tribù dei piedi neri” alla conquista del “sapone blanc” mentre attraversavano furiosi la prateria e il ponte con sonori colpi di mano sulle anche o in alternanza sul petto, per raggiungere il fiume, nelle cui acque far tornare bianchi i propri piedi. Proprio così, stavano tutti dietro alla storiella che i due attori raccontavano e che loro magistralmente interpretavano, senza fare errori. E poi molto originale la storia della pulce ritrovata sulla gamba di Enrico, capace di fare tanti salti acrobatici e avvitamenti spericolati per poi posarsi disgraziatamente, alla fine, sulla mano di Giancarlo, che per applaudirla l’ha fatta fuori. Povera pulce, aveva fatto tanto ridere mentre saltava e andava chi sa dove, senza farsi vedere molto bene, se non dalla mimica dei due attori e dagli occhi dei curiosi spettatori. Poi, che dire della corsa ad ostacoli dove tutti i bambini si sono cimentati in una sfida, davvero senza risparmio di energie, pur di fare il percorso netto in meno dei sedici secondi, che era il tempo medio di quasi tutti i bambini. Ha vinto, come era logico, Sabiana, la bambina più piccola del gruppo con la felicità di tutti i presenti ed anche del folto pubblico, non pagante, che assisteva seduto alla panchina (due anziani di Bagnaia, sicuramente sorpresi nel vedere tanta genuina e spontanea allegria, sbizzarrirsi sul giardinetto dedicato alla Madonna vicino alla canonica). E poi ancora la sfida tra le due squadre dei “Cocomeri” e dei “Meloni” nel portare dell’acqua, con un bicchiere mezzo bucato e con un lungo percorso da fare, prima di poterla versare dentro la propria bottiglia. E poi ancora il gioco della pecora (tutti i bambini) e del lupo (i due attori) dove i più deboli si potevano salvare attaccandosi alla “casa”, che per l’occasione era un qualsiasi tronco, dei numerosi alberi sparsi nel giardino dietro la chiesa. Il gioco poi è continuato con il movimentato ballo che si bloccava a tratti, come una istantanea fotografica, alla corrispondente interruzione della musica. La fantastica mattinata si è poi conclusa con un sonorissimo saluto di tutti i bambini ai due animatori, che hanno poi posato tutti insieme nella foto di gruppo per la stampa. Ha, dimenticavo, il fotografo ufficiale della mattinata è anche lui un bambino di 9 anni che corrisponde al nome di Andrea e che metterà a disposizione di tutti i bambini e delle famiglie il suo lavoro nella festa di chiusura dell’oratorio. A rivederci quindi al 27 agosto prossimo quando potremo tutti insieme rivedere e rivivere questa bella giornata, che più di uno ha fatto commuovere, nel vedere tanti sorrisi illuminare i visi dei bambini.

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Sabato 4 giugno laboratorio teatrale dei Burattini

Posted by Agostino On giugno - 5 - 2011 ADD COMMENTS

di Agostino Lupo . Anche lo scorso sabato 4 giugno tanti bambini e alcuni ragazzi e ragazze hanno animato, con impegno e tanta fantasia, nella sala della comunità di Bagnaia, il laboratorio per la costruzione dei burattini, guidato da Giancarlo Vulpes e Ada Mirabassi. Quest’ultimo è stato un momento di intenso lavoro dove tutti sono entrati nella parte di “Geppetto” per dare vita, partendo da materiale veramente povero e a disposizione di tutti, a dei burattini che fossero espressione esclusiva di ogni singolo bambino. Seguendo i suggerimenti e le accortezze degli insegnanti anche i bambini più piccoli sono riusciti a trasformare rotoli di carta igienica, colorati ritagli di stoffa e gomitoli di lana in tanti veri e variopinti burattini. “Ma alla fine – ha domandato una bambina – posso tenerlo con me questo burattino” E’ una domanda eloquente e che manifesta il grande entusiasmo messo in un’attività desiderata e appagante. Quel burattino, costruito con le suo manine, era diventato parte della sua stessa esistenza e a lui può ora confidare i suoi stessi profondi segreti esistenziali. “Questo lusinghiero successo riscontrato nelle esperienze laboratoriali di teatro a Bagnaia, attivate come tentativo per conoscere i desideri e le potenzialità dei nostri bambini e ragazzi che frequentano la vita parrocchiale, per allargare il cerchio di vita comunitaria – ha detto il parroco don Aldo Milli – ci incoraggia a proseguire e rilanciare un programma più intenso per il prossimo anno”. Peraltro da queste prime esperienze si conferma la bontà del semplice obiettivo che ci si era posti: rivitalizzare il teatro per farlo divenire uno spazio di vita dove i bambini, ragazzi e anche adulti, possano rivivere la dimenticata esperienza di manifestare agli altri il proprio vissuto interiore e partecipare così alla costruzione di una comunità che vive della esperienza e della voglia di condividere la vita in comune. Inoltre è un mezzo molto efficace per allontanare, almeno temporaneamente, i bambini dall’imperante e condizionante mondo della TV, dove si è abituati a vivere passivamente i messaggi di altri senza poter interloquire con essi, e divenire invece attivi portatori di interiori messaggi personali da scambiare comunitariamente con gli altri.

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MyChurch: i fedeli si uniscono tramite Facebook

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 14 - 2011 Commenti disabilitati

Ninja Marketing, sito specializzato in marketing e comunicazione, recensisce MyChurch, un prodotto davvero innovativo destinato al settore religioso che vale la pena segnalare. Si tratta di un’applicazione per Facebook che ha come scopo di tenere uniti i fedeli tra di loro e con le rispettive comunità di appartenenza. Tramite MyChurch è infatti possibile convidere e commentare richieste di preghiere, passi della Scrittura e tutto quello che la fantasia suggerisce.

Una riprova della serietà del progetto è data dal fatto che si tratti di un’applicazione a pagamento, e non gratuita, come diverse altre del settore. I costi vanno dai 9 ai 199 dollari mensili e permettono di evitare qualsiasi forma di pubblicità, particolare questo non secondario in progetti del genere.

Particolarmente interessante e stimolante il quesito lanciato da Ninja Marketing: “In generale, l’utilizzo dei social network anche per le pratiche religiose permette di raggiungere target sempre meno interessati come quello dei giovani, allargando così il numero di fedeli e permettendo il rafforzamento dei legami all’interno della comunità. Ma, d’altra parte, il rischio di allontanare i soggetti più legati alla tradizione ed alla “fisicità” è alto, e non bisogna dimenticare un eventuale pericolo di banalizzazione di tali pratiche che potrebbe derivare come conseguenza dell’elevato utilizzo dei mezzi digitali. E allora è giusto utilizzare i social network anche quando si parla di religione e fede?”.

Domanda alla quale, per rispondere, non basterebbe un trattato. In generale si può affermare che l’uso dei social network è certamente lecito anche nel campo spirituale, ma quale potrà essere il loro sviluppo lo vedremo solo quando arriveremo alla seconda generazione dei cosiddetti nativi digitali. Per ora siamo solo all’inizio del fenomeno e non resta altro da fare che aspettare (e sperimentare).

(via SpiritualSeeds.info)

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Tutti i Video Del Direttorio

Posted by Terzilio Mancinelli On marzo - 6 - 2011 ADD COMMENTS

Tutti i video contenuti nel Direttorio delle comunicazioni sociali: COMUNICAZIONE E MISSIONE.

Questo sussidio video era contenuto nel Documento del Direttorio nella prima versione  dell Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali.

Ogni singolo video descrive visivamente il contenuto di ogni capitolo del Direttorio.

Una sintesi ben fatta che aiuta a capire il contesto dove la nuova figura dell Animatore della Cultura e della Comunicazione  dovrebbe interagire.

Video realizzati per essere diffusi e discussi nelle Diocesi e nelle Parrocchie.

Un materiale molto valido che spesso finisce poco considerato negli archivi dei Parroci.

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Rianimato a Bagnaia un vecchio teatro parrocchiale

Posted by Agostino On febbraio - 12 - 2011 ADD COMMENTS

di Agostino Lupo

Riattivata oggi 12 febbraio la sala della comunità di Bagnaia con uno spettacolo teatrale dal titolo “Di fiaba in fiaba”, improntato alla rivisitazione delle fiabe classiche, con il coinvolgimento dei bambini. Un insalata di fiabe alla Rodari, presentato dalla compagnia “tieffeu” (teatro di figure umbro) e impersonato da Giancarlo Vulpes ed Enrico De Meo, hanno sviluppato, con la manipolazione anche di marionette, un percorso di rianimazione di personaggi noti e vivissimi nella mente dei bambini quali: Cappuccetto Rosso, Pollicino, Biancaneve e altri. “Mi è piaciuto moltissimo – ha detto a caldo la bambina Caterina di 7 anni – perchè parlava di storie belle, che conoscevo, e che fanno tanto felici”. La grande collaborazione dei bambini presenti, che suggerivano agli attori le loro programmate dimenticanze, ha messo in luce la straordinaria gradevolezza dello spettacolo, che segna il punto di partenza per un impegno futuro, su questo fronte, della locale Parrocchia nella piccola frazione paesana alla periferia di Perugia.

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A San Giovanni Rotondo, l’audience del sacro.

Posted by ginofusco On febbraio - 4 - 2011 ADD COMMENTS

di Gino Fusco

Resto sbigottito. Ma la Puglia, dov’è? Quella che avevo nella mente – mi dico -, quella fatta di olio, di pane e di vino. E in­vece, tutt’intorno è tutt’un cantiere. Sì, è proprio così, anche quaggiù s’è inverato il miracolo della pseudo modernità. Le olive, sono state tra­sformate in brecciame; le viti, in lunghi e contorti tondini di acciaio portante; i mulini, in ansimanti e rumo­rose betoniere. Il verde della campagna s’è ritratto sconfitto, per fare posto al non colore del ce­mento, ubiquo e disordinato. Tutto dà l’idea del provvisorio, anche perché tanti sono i fabbri­cati non ultimati. Per via del muschio, molti sembrano addirit­tura abbandonati, a mo’ di meste sculture del pre­sente. Lungo i cigli della strada d’accesso al paese, e per gran parte dei sen­tieri, innumerevoli sono le micro discariche; tono su tono, per­ché fatte di bidoni arrugginiti, di sacchetti di cemento semia­perti, di car­toni di mattonelle non utilizzate. Incessanti le moto­pale gialle, che gi­rano vorticosamente; sembrano seguire le re­gole d’un gioco che an­cora non ci è dato conoscere. “Centro di spiritualità”, è il nome dell’albergo che ci ospita. Una costru­zione recente; una cascata di marmi intarsiati, di onici lucci­canti, di persiane telecomandate, di serrature elettroniche e di livree da compagnia aerea. Insomma, qui sembra di stare a Dubai. Giu­sto il tempo di mangiare la pizza al po­modoro di mammà (por­tata da casa), e via, subito al Santuario, per salu­tare Padre Pio. Lì, poche emozioni; anzi, pochissime. Poverino, l’hanno messo sopra un pretenzioso baldacchino, fatto di vetro e di marmo, col tetto a spiovente. La forma ricorda la confe­zione del cioccolato Toblerone; sì, quello mandorlato, che si trova soprattutto negli Autogrill. Poco c’è mancato che l’impacchettassero con un fiocco di raso rosso, quello da re­galo. Su quei cristalli, a centi­naia rimbalzano i flash delle mac­chine fotografiche; come dei laser, alla stregua di un video­game. Mi viene d’improvviso una gran pena; per lui, esposto così spudoratamente. A dispetto del carattere brusco e impa­ziente che aveva in vita, ora sembra che in lui prevalga un’enorme pazienza; accetta di prestarsi a questo show senza co­pione.

Per scaldare il cuore, per solleci­tarne un benefico sus­sulto, bisogna volgere lo sguardo altrove. Ai simboli, che per i vicoli della memoria ci rimandano alle cose che veramente cer­chiamo. Al Cro­cifisso, che lui avrà certa­mente invocato; all’altare ligneo (quello coi due dipinti incasto­nati), sul quale si sarà senz’altro inginocchiato; alla piccola fine­stra quadrata del convento, dalla quale salutava le folle ado­ranti. Intanto, là fuori i giovani del posto si contendono gl’incroci, per distribuire ai pas­santi i volantini pubblicitari degli al­berghi e dei ristoranti. Sullo sfondo, a poche centinaia di metri, la gio­vane ed enorme chiesa di San Pio dal tetto verde; quella di Renzo Piano. Sembra ad­dormentata, sfiancata dalle linee ardite disegnate dal suo grande architetto. Seconda per ampiezza solo a quella di San Pie­tro, è in quest’istante abitata solo da due anziani, che chiac­chierano di calcio su una panca. Due i giovanissimi cu­stodi, in uniforme blu d’ordinanza; sotto le lampade supersoft, lui com­pone messaggini sul suo telefonino, mentre lei, sbadi­gliando, tiene a bada un cruciverba. Per un beffardo paradosso, un po’ di luce vera si potrà trovare 85 gradini sottoterra, 20 chi­lometri più in là. A Monte Sant’Angelo, nello sguardo di un gio­vane prete polacco, che confessa nella Chiesa di San Michele. Op­pure nelle ferme parole del camilliano padre Al­berto, che esor­tano a mettersi quotidianamente in discussione. Un invito co­stantemente ignorato da chi ha la responsabilità di ciò che ac­cade a San Giovanni Rotondo. Un luogo antico e santo, per­ché attraversato da santi; da quelle vite dolorose e prodigiose, il cui spi­rito sembra essersi diluito nella besciamella aggiu­statutto dell’immancabile pasta al forno.

Nessuno, tra chi poteva, ha pensato di conservare in qualche maniera la semplicità di quel frate così speciale che l’ha abitato. E così, proprio qui, ca­rità e misericordia ri­sultano assenti ingiustificate; l’audience di questa nostra contemporaneità impone le sue norme, e le ha relegate nell’ufficio oggetti smarriti. La paccottiglia in confezione regalo ha prevalso sul raccoglimento, unico ponte verso il Divino. Tutto è ru­more di fondo, ritmato dai pistoni delle motopale un po’ più a valle. Chissà. Forse, per stare meglio, basterebbe intravedere il marrò d’un saio; sì, uno di quei frati “alla Francesco”. Ora mi manca la fru­galità dei loro modi; spicci e schietti. La ricetta la penso semplice. Due chiacchiere, intorno a una stufa a legna; si aggiungono pane, formaggio e olive; s’insaporisce col vero, che spazza via le tempeste interiori, e ri­porta il sereno. Eppure, ripensandoci… Eppure, ripeto, in due interi giorni di frati non ne ho incrociato neanche uno. Mah, si saranno ritirati nelle loro celle. A fare cosa? Certamente intenti a pregare, perché inorri­diti da ciò che li circonda. E anche perché non voglio immagi­narli a contare denaro.

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La prima pietra…

Posted by Matteo Maria Giordano On dicembre - 15 - 2010 2 COMMENTS

Sabato 11 dicembre, è stata posta a Roma la prima pietra per la nascita di una rete nazionale degli animatori della comunicazione e della cultura. Una rete che possa diventare territorio di scambio di esperienze e base per una comunità che agisce unita e integrata, un nuovo sistema per condividere esperienze di comunicazione e cultura, un percorso di piena corresponsabilità verso l’attuazione del Direttorio.

Presenti all’incontro alcuni animatori provenienti da tutta Italia, assieme a  Mons.Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali e Sottosegretario della CEI, che ha accolto con favore l’entusiasmo dell’iniziativa e dei partecipanti.

Si è convenuto sulla necessità di dare un seguito concreto all’eccellente preparazione ottenuta tramite il corso ANICEC, affinchè al momento formativo possa subentrare un momento di reale attivismo nelle nostre diocesi e parrocchie. Il tutto in una forma che sia il meno burocratizzata, “sindacalizzata” e autoreferenziale possibile. Come animatori della comunicazione e della cultura, dobbiamo necessariamente muoverci nel solco tracciato dal Direttorio, in collaborazione con gli uffici diocesani per le Comunicazioni Sociali e con tutte quelle istanze comunicative o culturali che gravitano nelle nostre realtà diocesane.

A breve il comitato promotore dell’iniziativa, metterà a disposizione di tutti una relazione dettagliata dell’incontro e degli obiettivi che ci siamo prefissati per i prossimi mesi.

Perciò….restate connessi!!!

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Prima riunione nazionale degli Animatori della Comunicazione e della Cultura.

Posted by Matteo Maria Giordano On novembre - 29 - 2010 2 COMMENTS

É stata fissata per sabato 11 dicembre a partire dalle ore 10 presso l’Hotel Nova Domus di Roma, la prima riunione nazionale degli Animatori della Comunicazione e della Cultura.

L’incontro è stato voluto ed organizzato dal comitato promotore della costituenda Associazione Nazionale degli Animatori della Comunicazione e della Cultura, che vedrà i suoi natali proprio in tale occasione.

Ci sono ancora una decina di posti disponibili, perciò chiunque desiderasse partecipare all’evento può contattarci al seguente indirizzo email: animatori.cs@gmail.com.

Vi aspettiamo!!!

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Associazione nazionale degli Animatori

Posted by marilena marino On novembre - 18 - 2010 10 COMMENTS

Carissimi Animatori della Comunicazione e della Cultura,

durante il recente incontro di Camposampiero tra alcuni di noi animatori si è preso coscienza che, agli incontri formativi, è sempre più necessario affiancare uno spazio dove confrontarci e mettere in relazione le nostre diverse esperienze nelle Diocesi in cui operiamo.

Così si è pensato di costituire dapprima una rete e successivamente un’associazione nazionale degli animatori della comunicazione e della cultura che diventi un punto di riferimento per ciascuno di noi, un luogo ideale in cui sia possibile scambiare le nostre esperienze per rendere vivo il Direttorio nei nostri territori e creare sempre più una nuova cultura delle comunicazioni sociali.

Pertanto è stato elaborato un manifesto programmatico di invito all’adesione che vi sottoponiamo.

Siamo certi che possiate accoglierlo positivamente, anzi possiate offrire immediatamente il vostro contributo, scrivendo alla mail animatori.cs@gmail.com nel contempo diffondendo questa iniziativa agli animatori che conoscete non presenti nell’elenco.
Contiamo di organizzare un incontro sabato 11 Dicembre a Roma, i cui dettagli contiamo di definire nei prossimi giorni e che vi saranno comunicati.
Questa proposta è stata presentata a mons. Pompili, con apposita nota nei giorni scorsi.
Al comitato promotore iniziale ma a cui altri via via si stanno aggiungendo, era formato da:

Carmen de Fontes (Reggio Calabria), Antonio Giuseppe di Caro (Caltanisetta), Francesco Fascinato (Treviso), Agostino Lupo (Perugia-Città della Pieve), Terzilio Mancinelli (Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino), Matteo Maria Giordano (Concordia-Pordenone), Pia Pezza (Napoli), Marilena Marino (Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino), Pierpaolo Ruello (Messina – Lipari – S. Lucia del M.) e Antonio Tavilla (Messina – Lipari – S. Lucia del M.),

Chiunque lo desideri può inserirsi nel comitato promotore, anzi siamo desiderosi che altri si uniscano.

Un fraterno abbraccio

Per eventuali contatti telefonici potrete chiamare:
Matteo Maria Giordano 3397218918
Marilena Marino 3272913391
Antonio Tavilla 3389481573

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