Saturday, May 19, 2012

Un angelo di nome Marco

Posted by marilena marino On novembre - 4 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Nell’omelia pronunciata da mons. Francesco Lambiasi al funerale del motociclista Marco Simoncelli a Coriano, c’è un passaggio molto “coraggioso”.Quello in cui si fa piazza pulita di certe espressioni, specchio di una teologia un po’ sbilenca.

“Alle volte – ha detto il vescovo – noi credenti pensiamo di svignarcela con l’allusione enigmatica a una indecifrabile volontà di Dio. Ci ripetiamo, instancabili: “è la volontà di Dio”, e non ci rendiamo conto che, sbandierando parole senza cuore, rischiamo di far bestemmiare il suo santo nome. Il mio animo si ribella all’idea volgare di un Dio che si autodenomina “amante della vita”, che mi si rivela come il Dio che “ha creato l’uomo per l’immortalità” (Sap 2,23) e poi si apposta dietro la curva per sorprendermi con un colpo gobbo o una vile rappresaglia. Permettetemi di ridire sottovoce a me e a voi qual è questa benedetta volontà di Dio, con le parole pronunciate un giorno da suo Figlio sotto i cieli alti e puri della Palestina, mentre a Rimini si stava ultimando il ponte di Tiberio: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato. Che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39)… Dove stava allora Gesù in quell’istante fatale in cui il corpo di Marco ha cessato di vivere? Stava lì, pronto per impedire che Marco cadesse nel baratro del niente e per dargli un passaggio alla volta del cielo”.
Certo, occorre fede e ne occorre davvero molta davanti a queste parole, ma se pensiamo che gli ebrei, di cui i cristiani sono fratelli minori, credono decisamente che Dio permette ogni cosa e ha cura del piu’ piccolo dei nostri capelli, allora questa omelia si prospetta come una forte attualizzazione della storia che appartiene a tutti noi. E’ vero che questo solare ragazzo fosse gia’ di per se’ un semplice giovane alla mano, amante della vita e benvoluto da tutti, ma che sappiamo che, attirandolo a se’ Dio non sapesse gia’ che di la’ a venire la sua vita si sarebbe persa nel “baratro del niente” ?! Forse questo concetto non puo’ subito consolare chi lo piange e chi lo piangera’, ma ricordiamoci la vicenda terrena di una donna che divenne santa per questo: l’aver pregato il buon Dio di togliere dalla terra i suoi amati figli che altrimenti per vendicare il padre, si sarebbero macchiati di un delitto gravissimo agli occhi di Dio. Non certamente la madre di Marco si augurava per il figlio un simile epilogo, ma considerando l’atto di fede di Santa Rita da Cascia, se il genitore di questo eccezionale campione del motociclismo pensasse che l’ Onnipotente, per amore al loro figlio, l’abbia preso prematuramente con se’, forse la pace tornerebbe ad albergare nella casa dei cari di Simone. Ce lo auguriamo e intanto un fiore lo depositiamo anche noi fan di questo Angelo chiamato Marco.

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Cominciamo con la domanda più difficile. Mi faccio portavoce di quanto la maggioranza degli Italiani pensa in merito al Gran Premio che si vorrebbe organizzare a Roma, viene considerato come l’ennesimo capriccio della dirigenzza della F.1.

Facciamo chiarezza su chi ha cercato e chi ha risposto ad una precisa richiesta. Sono stati degli imprenditori romani a contattare Ecclestone, ovviamente una domanda così allettante è stata accolta molto favorevolmente dalla F.1.

Eccclestone è sempre assai attento al business.

Io ci tengo a precisare che Ecclestone spesso viene descritto a tinte fosche, io apprezzo i lati positivi di quest’uomo, è una persona di parola, non pugnala mai alle spalle, se opera delle scelte lui le comunica al suo interlocutore, per quanto possano essere dolorose, non usa mai i giri di parole, parla chiaramente.

Ora la F.1 non appartiene più a Ecclestone, ma alla C.V.C., una multinazionale che comprende più di 150 aziende, che hanno la loro sede in vari Paesi del mondo.

Se c’è questa esigenza economica, non certamente sportiva, di avere un Gran Premio a Roma, perché non si è tenuto conto dell’Autodromo di Vallelunga?

L’autodromo di Vallelunga ha un circuito interessante, viene gestito molto bene, ma non è facilmente raggiungibile. Gli imprenditori hanno pensato ad un pacchetto motoristico e turistico da offrire alla gente. Loro vorrebbero che il Gran Premio si svolgesse a Roma una settimana prima del Gran Premio di Monza, in modo da proporre alle persone, soprattutto a chi viene dall’estero, un soggiorno in Italia che duri una settimana. Questo soggiorno comprenderebbe il G.P. di Roma, una sosta di due o tre giorni in una città di grande interesse artistico-culturale, che potrebbe essere Firenze, ad esempio, e il G.P. di Monza. Con la crisi che attanaglia molti cittadini europei ed extraeuropei non credo che moltissima gente, come credono questi imprenditori, potrebbe aderire a tale iniziativa.

La zona dove verrebbe creato questo circuito è già stata individuata. Mi può dare una conferma in merito?

Certamente, è già stato effettuato un sopralluogo dall’architetto di Ecclestone, il tedesco Tilke. E’ stata scelta la zona delle tre Fontane.

Mi permetta un commento, la preziosa zona delle tre Fontane, dove per tre volte rimbalzò la testa di San Paolo decapitato, diverrebbe una zona di mercato, proprio quel tipo di mercato che ha visto la reazione decisa, energica, determinata di un certo Gesù, un filosofo per i non credenti, la via, la verità e la vita per i cattolici. A proposito di religione cattolica ci sono stati articoli di giornalisti attendibili, artcoli scritti seriamente, che indicavano nello Stato del Vaticano, un luogo ideale al quale abbinare il G.P., dal momento che in Italia c’è il G.P. di Monza, cosa può dirmi a proposito di queste idee?

Mi meraviglio che siano stati scritti degli articoli seri in merito, nessuno ha mai pensato di abbinare un G.P. allo Stato del Vaticano. Anche questo dimostra il degrado del giornalismo. Ciò che conta è far notizia, anche offendendo il comune buon senso.

Mi faccio di nuovo portavoce di ciò che pensa la maggior parte degli Italiani. In questo nostro Paese c’è ben altro da costruire e di cui prendersi cura, quindi, il G.P. romano non viene visto in modo molto positivo. Il fatto che una gran quantità di denaro venga ’sperperata’ per costruire un autodromo non fa di sicuro piacere alla gente. Lei cosa pensa?

Sono perfettamente d’accordo con l’opinione pubblica, anche perché non sarebbe un autodromo permanente, che può anche servire per i test automobilistici allo scopo di apportare dei miglioramenti applicabili alle vetture di tutti noi. L’autodromo di Roma verrebbe allestito in occasione del Gran Premio e poi rimosso. Si tratterebbe di un circuito cittadino del tutto temporaneo.

Tantissimi Italiani amavano in modo particolare il circuito di Imola. Se non erro il Gran Premio di San Marino veniva apprezzato molto dai piloti e anche dallo stesso Ecclestone. Come mai è svanito un G.P. così importante?

A onor del vero, non posso non evidenziare che la dirigenza della F.1, Ecclestone in particolare, ha atteso che nell’autodromo di Imola venissero eseguiti quei lavori necessari alla F.1 attuale, Imola non ha onorato gli impegni, per cui ha perso il Gran Premio.

Mi permetto di esprimere un’altra opinione personale. In nessun autodromo come ad Imola io ho visto Ecclestone così rilassato, molto gentile, estremamente educato. I suoi bimbi erano piccoli e ricordo come fosse un padre molto attento ed affettuoso, ad Imola ho anche visto Ecclestone andare di box in box ad aiutare pure i meccanici, qualora fosse necessario.

Posso confermare che l’autodromo di Imola era nel cuore di Ecclestone. Anche lui ha un cuore. Ovviamente, con tutte le richieste che giungono alla F.1 da parte degli imprenditori di tutto il mondo, non poteva attendere che Imola si decidesse ad eseguire i lavori per anni.

Come mai certe nazioni possono permettersi di avere due Gran Premi?

Le faccio l’esempio della Spagna, lì gli autodromi hanno prevalentemente dei finanziamenti statali e comunali. L’autodromo di Monza è un’ente senza scopo di lucro, noi non abbiamo i finanziamenti statali e neppure li vogliamo. Avere un Gran Premio per un autodromo è costosissimo, possiamo subire delle perdite, e nel caso che ci siano dei riscontri a noi favorevoli, i soldi vengono reinvestiti per l’organizzazione di manifestazioni automobilistiche o culturali, utili per tutti i cittadini.

Perché due Gran Premi in Italia non potrebbero più coesistere?

In Italia gli autodromi, non avendo supporti economici statali, devono poter contare su altre fonti di finanziamento. La situazione economica attuale non consente la coesistenza di due G.P..

E il pacchettto turistico, tenendo presente anche questo problema, non è una buona iniziativa.

Assolutamente No.

Gli appassionati di motori hanno l’impressione che la storia degli autodromi conti ben poco. E’ così?

Gli imprenditori non considerano solo il business, la storia ha il suo peso. L’autodromo di Monza è il primo costruito in Europa e funziona benissimo dal 1922.

Negli ultimi anni molti costruttori hanno abbandonato la F.1. Si sente la mancanza della loro genialità. Ricordiamo gli anni gloriosi in cui la F.1 ha dato spazio alla creatività dei fratelli Maserati, della famiglia Cooper, etc..

Noi, appassionati di motori, consideriamo positivo il fatto che il primo arricchito, che si occupa di tutt’altro, spesso per nulla interessato di motori, non abbia più la macchina ’di rappresenranza’ in F.1, però vedere le vetture dei colossi automobilistici non è poi così appassionante, ci manca molto la sfida tra costruttori di talento.

Non ’ è più possibile un ritorno ai geniali costruttori?

Nella F.1 attuale direi proprio di no.

Ritornando ai circuiti, noi donne appassionate di motori siamo abbastanza perplesse quando vediamo gli autodromi del ‘deserto’, va ricordato che in quegli autodromi assai spesso le donne non possono entrare, eventualmente ci possono essere dei posti a loro riservati.

I Gran Premi di quei circuiti danno un notevolissimo riscontro alla F.1.

Se posso fare un confronto tra F.Indy e F.1, devo esprimere tutta la mia ammirazione per la F.Indy, che ha saputo conservare la sua identità. La F.1, per inseguire le opportunità di buoni affari in tutto ilo mondo, ha smarrito completamente la sua fisionomia. La F.Indy, molto apprezzata in tutto il mondo, non ha mai preteso di ’possedere il pianeta Terra’ . Penso che sarebbe auspicabile per la F.1 un’identità europea, con alcune performance in altri Paesi al di fuori del campionato.

Non è sicuramente questo che vogliono gli imprenditorei della F.1.

Si parla di un ritorno della F1 in Sud Africa , sono attendibili queste notizie?

Sì, perché la F.1 desidera essere presente in ogni Continente, quindi alla F.1 manca il Sud Africa.

Cosa può dirmi in merito al Gran Premio in Russia? Si dice che la F.1 potrebbe entrare in Russia a decorrere dal 2014.

Agli imprenditori della F.1 interessa moltissimo un Gran Premio in Russia. Si sono già avvicinati a tale nazione, ma non hanno finora avuto dei buoni riscontri. Ora c’è stato un altro concreto approccio alla Russia e ovviamente i dirigenti della F.1 sperano che vada a buon fine.

Seguo la F.1 sin da quando ero piccolissima, ma una F.1 senza i geniali costruttori, senza una precisa identità, una F.1 del tutto imprenditoriale … beh, non vorrei proprio che ’sbarcasse’ in Russia per portare un business che di solito va a beneficio di pochi.

Daniela Asaro Romanoff


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La F.1 dà pessimi segnali non sportivi: Ecclestone, quo vadis?

Posted by Daniela Asaro Romanoff On settembre - 19 - 2010 ADD COMMENTS

All’onnipotente proprietario di una Formula Uno in declino, porgiamo i nostri più sentiti ringraziamenti per le molestie, i pugni, il gusto e il divertimento nell’esprimere la crudeltà mentale della sua polizia privata.

Vorrei ricordare al grande Bernie che se vuole che la sua polizia’lavori’ in un Paese che ha già le sue forze dell’ordine, perlomeno a tali persone si faccia un corso di lingua italiana, se non sanno comunicare, come può la gente capire cosa chiedono tali energumeni?

Ho solamente osato ad andare a pranzare.

Se quest’anno viene chiesto il pass per uscire, non per entrare in ristorante … (follia pura) … presumo che il prossimo anno verrà chiesto il pass … per accedere o per uscire dai bagni? Ce lo faccia sapere Signor Ecclestone, così potremo ogganizzarci.

Daniela Asaro Romanoff

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Questa rubrica è dedicata agli ex biancorossi. Con grande piacere desidero offrire ai lettori l’intervista alla dott.ssa Rita Guarino, ex calciatrice della gloriosa squadra di calcio femminile ‘Fiamma Monza’. Attualmente la dott.ssa Guarino collabora con Patrizio Sala presso il centro calcistico ‘Individual football coaching’ di Collegno, e si occupa della Nazionale di calcio femminile.

Il calcio femminile, e credo che nessuno di noi avesse il benché minimo dubbio, è un calcio davvero sportivo, che può dare un grande esempio al settore maschile. Inoltre, il calcio femminile, e la sottoscritta ricorda molto bene il suo bravissimo allenatore, rispetto a quello maschile è spesso migliore dal punto di vista tecnico e, soprattutto, per quanto riguarda la preparazione fisica.

Dott.ssa Guarino, come mai da ragazzina Lei si è avvicinata al calcio?

Ho praticato molti altri sport. Fino ai quattordici anni ho dedicato molto del mio tempo libero al pattinaggio artistico a rotelle, lo praticavo a livello agonistico. Poi, avendo un fratello maggiore, un po’ per curiosità, un po’ per emulazione, ho iniziato a giocare a calcio.

La comprendo benissimo, anch’io ho un fratello maggiore, che ha contribuito notevolmente ad avvicinarmi al calcio. I genitori erano d’accordo con la sua scelta?

Assolutamente no. Fortunatamente poi si sono convinti, hanno capito che avevo fatto una buona scelta, vedendo il mio entusiasmo e la mia grande passione per il calcio.

Se io pronuncio due vocaboli: sport e infanzia, cosa Le viene in mente?

Il mio meraviglioso oratorio a Collegno, lì si poteva avere tutto quello che i ragazzini desiderano: sport, film, teatro, gioco, divertimento e tanti sani punti di riferimento importanti. Però ricordo con grande nostalgia anche i giochi di cortile, ora i cortili sono desolatamente vuoti.

Concordo con Lei, sia io che mio fratello dobbiamo molto agli oratori, e per quanto riguarda i giochi di cortile … beh, è davvero triste, attualmente è assai raro vedere bimbi che giocano nei cortili.

La mia educazione sportiva è iniziata in oratorio e con l’educazione sportiva pure l’educazione alla vita, anche nei cortili.

In quale squadra ha iniziato a giocare?

Ho iniziato a giocare alla ‘Juventus’ di Torino.

Era forse affiliata alla blasonata squadra maschile?

Purtroppo no, in Italia noi non abbiamo le società calcistiche che comprendono sia la squadra maschile sia la squadra femminile.

Ricordo la grande serietà di certi dirigenti, di tanti allenatori, tutte persone autenticamente sportive, denaro ne circolava pochissimo.

In che ruolo ha iniziato a giocare e qual era il calciatore che attirava di più la sua attenzione?

Io ho iniziato a giocare come attaccante e ho sempre ricoperto quel ruolo. A quei tempi, un calciatore che ammiravo molto era Michel Platinì, che tra l’altro giocava nella ‘Juventus’ maschile e, quindi, nella stessa città in cui giocavo anch’io.

Anche se le squadre non erano affiliate, c’erano perlomeno dei contatti tra calciatori e calciatrici? Venivano organizzati degli incontri o delle partitelle?

Purtroppo no, niente di tutto questo.

Peccato, speriamo bene per il futuro. Se posso esprimere una mia modesta opinione preferisco che un calciatore dialoghi e sia in compagnia di una calciatrice, piuttosto che si intrattenga con la solita ‘soubrette’ … . Comunque abbiamo avuto in passato un calciatore ‘open-minded’, che si allenava con una calciatrice: Baggio.

In quale serie militava la ‘Juventus’ femminile?

Ho ricordi bellissimi, con le compagne di squadra siamo cresciute assieme sportivamente e umanamente, fino a raggiungere la serie A, e abbiamo vinto tutto quello che si poteva vincere. Il Campionato italiano, la Coppa Italia.

Lei è un’ex biancorossa, come e quando è approdata a Monza?

Nel mio curriculum, dopo la ‘Juventus’ c’è  la Reggiana, poi sono giunta alla gloriosa ‘Fiamma Monza’. Mi aveva voluta in quella squadra Mr Levati, che sarebbe stato il mio allenatore, e che mi osservava da tempo,  già quando giocavo nella ‘Juventus’.

Quali sono i suoi ricordi della Monza calcistica?

Un’organizzazione esemplare. La ‘Fiamma Monza’ è una delle poche squadre italiane che hanno uno Stadio proprio: il vecchio ‘Sada’. E’ davvero una grande fortuna per una squadra di calcio femminile poter disporre di un proprio Stadio, senza dover accontentarsi dei lassi di tempo in cui non si allena la squadra maschile.

Potevate anche usufruire del Centro Sportivo  ‘Monzello’?

No, però Le assicuro che per noi era davvero una grande opportunità poter avere a disposizione il ‘Sada’, e allenarsi regolarmente.

In quale serie militava il ‘Fiamma Monza’ quando Lei giocava?

In serie A, ricordo una società calcistica solida, molto simile alle società del Nord Europa, dove il calcio femminile è seguito da un pubblico appassionato.

A proposito di pubblico, Lei ha giocato in varie città, c’è forse qualche città in Italia in cui il calcio femminile è più seguito?

Il calcio femminile, in Italia, non è così seguito come nei Paesi del nord e dell’est Europeo, la nazionale femminile attira il pubblico.

Lei ha giocato anche in Nazionale, in quel periodo la Nazionale Italiana di calcio femminile conseguiva dei buoni risultati?

Posso dire che abbiamo sempre gareggiato, senza sfigurare, anche contro le blasonate squadre dell’est e del nord Europa, il confronto con queste fortissime giocatrici mi ha dato tanto sia dal punto di vista sportivo sia dal punto di vista umano.

Lei attualmente collabora con Patrizio Sala e si occupa della Nazionale femminile. Nelle squadre e nei centri sportivi in cui opera è una figura abbastanza nuova. L’allenatore psicologo, che in altri Paesi viene considerato determinante e affianca spesso l’allenatore in campo, in Italia non è ancora molto conosciuto e riconosciuto.

Beh, sì, l’allenatore psicologo è una figura non molto valutata in Italia.

Lei ha conseguito una Laurea, un Dottorato ed un Master in psicologia, quindi è un esempio per i giovanissimi. Abbinare sport agonistici allo studio si può.

Certamente, si può. Per me è stato indispensabile, perché con il calcio femminile si hanno poche possibilità di sbocchi lavorativi, con una buona preparazione è ben diverso.

Io ho spesso intervistato un suo collega italo-spagnolo, il dott. Feliciano Di Blasi, che affianca Mauricio Pochettino nell’allenamento dell’R.C.D. Espanyol, squadra della ‘Primera Division’ spagnola. In una conferenza, che il dott. Di Blasi ha tenuto presso l’Università di Barcellona, ha detto che oramai ci sono dei limitati margini di miglioramento per quanto concerne tattiche e strategie, ma infiniti percorsi di sviluppo concernenti l’allenamento psicologico. Lei concorda?

Sì, sono perfettamente d’accordo con il collega spagnolo.

Quali metodi adopera Lei? Ci dìa una spiegazione semplice, affinché possiamo comprendere un tipo di allenamento che per molti di noi è una novità.

I metodi ci sono stati trasmessi dagli allenatori americani, è negli U.S.A. che sono nati e sono stati elaborati.

I metodi devono tener conto della fascia d’età. Per i più piccoli si abbinano gli esercizi di acquisizione della consapevolezza in merito alle capacità relative alla conoscenza del proprio corpo agli esercizi di coordinamento e di scarico della tensione eccessiva. Dai quattordici anni in poi l’attenzione va al potenziamento cognitivo con l’obiettivo di visualizzare, capire profondamente se stessi per controllare le emozioni in campo. Ripeto, sono pienamente d’accordo con il dott. Di Blasi, i margini di miglioramento dell’allenamento psicologico sono grandissimi e danno ottimi risultati in campo.

Concludendo, ritorniamo ai suoi trascorsi monzesi.

La ‘Fiamma Monza’ mi ha dato tantissimo. Ho, incontrato in quella società, allenatori e dirigenti sportivi che hanno saputo trasmettermi indicazioni fondamentali per lo sport e per la vita, ho giocato due anni a Monza, sempre in serie A.

La ‘Fiamma Monza’ è una delle squadre più blasonate d’Italia, è una società storica, di grandi tradizioni. Auguro un futuro calcistico splendido ad una società che ha sempre saputo creare pari opportunità, per il calcio femminile c’è sempre stata la massima attenzione.

Grazie alla dott.ssa Rita Guarino, è stato molto interessante intervistare un’autentica sportiva, una donna che ama il calcio davvero, troppo spesso il calcio, mi riferisco a quello maschile, è circondato da ‘devastanti’  figure femminili, che purtroppo fanno parte dello ‘star system’, che sta rovinando l’identità e la dignità calcistica; per riappropriarsi dei suoi valori intrinseci il calcio maschile ha un’ assoluta necessità di trarre esempio dal calcio femminile.

Daniela  Asaro  Romanoff

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Impressioni sui Mondiali

Posted by marilena marino On giugno - 17 - 2010 ADD COMMENTS

di Pietro Mancinelli  Foto di Daniela Asaro Romanoff

Vi regaliamo in esclusiva le immagine più belle del Moses Madhiba stadium di Durban, che ospiterà alcune delle più importanti partite del mondiale sudafricano.

A proposito di questo inizio campionato… L’ avvio ufficiale era stato dato proprio dalla nazionale ospitante, il Sudafrica, che sebbene non avesse valori tecnico-tattici molto elevati, ha comunque fatto una bellissima figura nel pareggio per 1-1 contro il Messico: purtroppo le speranze di passare al turno successivo per i bafana bafana sono state notevolmente ridotte dopo la dolorosa sconfitta per 0-3 contro l’ Uruguay.

In generale, le Grandi non hanno esordito nel modo migliore: Inghilterra, Francia e la stessa Italia hanno pareggiato con avversarie potenzialmente più deboli di loro, mentre la Spagna ha addirittura perso (1-0) contro un’ organizzata Svizzera. Leggermente meglio per Olanda, Argentina, Brasile che vincono ma non convincono. L’ unica nazionale a convincere sotto tutti gli aspetti, al momento, è stata quella Tedesca che ha superato per ben 4 reti a 0 un’ imbarazzante Australia.

Uno spazio, seppur meno importante, può e deve essere dedicato alle sorprese di questo campionato: le asiatiche. Sotto l’ impulso del Giappone, vincente per 1-0 contro il Camerun di Eto’o, anche la Sud Korea ha portato a casa una sorprendente vittoria contro la Grecia. Non poteva fare di meglio, invece, la Nord Korea segnando comunque un bellissimo gol con il Brasile e perdendo infine per 1-2.

In casa Italia non si respira certo aria di ottimismo, soprattutto dopo gli stop di Pirlo e Buffon, le cui date di rientro sono tuttora da stabilire: Il pareggio col Paraguay ha fatto emergere buon gioco, ma scarsa vena realizzativa sotto porta. Le note positive vengono soprattutto da nomi nuovi come Pepe, Montolivo e Criscito che sembrano essersi integrati bene negli schemi di Lippi.

Le ultime considerazioni, assieme ai nomi delle nostre prossime avversarie del girone ( Slovacchia e Nuova Zelanda) ci lasciano ben sperare per quello che riguarda la qualificazione agli ottavi.

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di Daniela Asaro Romanoff

Siamo oramai alla vigilia del Campionato del mondo di calcio, che si svolgerà in Sudafrica. Migliaia di articoli verranno pubblicati su questi mondiali dai giornali di tutto il mondo. La mia modesta opinione di ex calciatrice e di attuale allenatrice è che il calcio sia solo un gioco. Troppa importanza viene data al calcio, snaturandolo, perché essendo divenuto un grande affare a livello mondiale non ha più caratteristiche sportive, comunque la coscienza sportiva, come tutto ciò che è autentico e fondamentale, può venir soffocata, perché ai mercanti dà fastidio, ma poi la coscienza sportiva rinasce, rinasce sempre, ci sono già state delle epoche in cui è stata calpestata. Per offrire ai lettori alcuni commenti non banali su questi campionati, desiderando dare una giusta dimensione all’ evento, mi sono rivolta ad un mio caro amico, che vive in Sud Africa e, durante i Campionati, lavorerà per il servizio di sicurezza. Beau, questo è il nome con cui lo chiamano i parenti e gli amici, è uno sportivo autentico, spero che le sue informazioni possano interessare.

Allora, Beau, tutto pronto? Quando si comincia?

Si inizia l’11 giugno con la partita Sud Africa – Messico.

Il calcio in Sud Africa è seguito? E’ uno sport popolare?

Sì, il calcio è molto popolare, comunque in Sud Africa vengono seguiti tantissimo anche altri sport come il rugby e il cricket.

Questo evento ha dato lavoro ai sudafricani? Sì, certamente, per la costruzione degli stadi, ma è stato un lavoro temporaneo, ora tutto volge al termine.

Il governo sudafricano è stato costretto a sforzi economici non prevedibili?

Direi di sì, lo stadio di Durban, la città dove vivo, doveva costare esattamente la metà di quello che poi in realtà è venuto a costare, comunque verrà utilizzato anche per il rugby e per il cricket.

Perlomeno il turismo porterà delle opportunità di guadagno alla gente del posto?

Non molto, erano previsti moltissimi turisti, ora la cifra più attendibile è 250.000 persone, che sosteranno soprattutto a Johannesburg o nelle altre città dove si svolgeranno le partite. Le zone sudafricane che hanno più bisogno , non credo che vedranno alcun turista.

L’atmosfera com’è, lo spirito sportivo sopravvive?

Non molto, anche i sudafricani più ingenui hanno capito che il Campionato del mondo di calcio è soprattutto un grande affare. Questo è il male di tutti gli sport esageratamente professionistici.

Cosa pensano i sudafricani delle ‘stelle’ del calcio pagate eccessivamente?

Chi ha dei principi sportivi cosa può pensare? Tutto ciò è scandaloso.

In Sud Africa si segue il calcio europeo?

Moltisimo.

E cosa pensa la gente di quelli che vengono definiti grandi allenatori …?

Chi è sportivamente e calcisticamente preparato vede nell’allenatore attuale un manager, la cui bravura deve sottostare alle esigenze dell’azienda per cui lavora.

La squadra sudafricana è ben preparata?

Sì, la squadra è stata portata in Sudamerica ad allenarsi,qualche giorno fa abbiamo battuto a sorpresa la Danimarca.. Staremo a vedere.

Credo che vi giungano le notizie relative alla violenza che purtroppo fa parte del calcio, come si è organizzato il Sudafrica per contenere questo grave problena?

I sudafricani saranno coadiuvati dalla Polizia internazionale, che ha già provveduto a vietare la partenza alle persone più pericolose. Gli inglesi hanno 40 poliziotti specializzati appartenenti all’ ‘Air Service’ che collaboreranno con altri poliziotti provenienti dall’Inghilterra.

Quando si svolge il vostro campionato di calcio avete problemi di violenza?

Per fortuna no, i sudafricani allo stadio non si comportano in modo aggressivo come può succedere in Europa.

In questa epoca di recessione per quasi tutti i Paesi non è controproducente che vengano organizzati eventi così faraonici? Si dà alla gente ‘panem et circernses’, ma … .

Sono perfettamente d’accordo con te, tutte le enormi quantità di denaro, spese per organizzare questi mondiali, avrebbero potuto aiutare moltissimo i sudafricani con la costruzione di case, scuole, ospedali, dando alla gente dei veri posti di lavoro.

Grazie, Beau, e auguri alla squadra di casa.

Grazie.

Daniela Asaro Romanoff

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CALCIO E PSICOLOGIA – INTERVISTA A FELICIANO DI BLASI

Posted by Daniela Asaro Romanoff On maggio - 13 - 2010 ADD COMMENTS

INTRODUZIONE

Feliciano Di Blasi è il ‘braccio destro’ di Mauricio Pochettino, allenatore dell’R.C.D. Espanyol, squadra della Primera Division della Liga spagnola.

L’allenatore psicologo che affianca l’allenatore tradizionale è oramai una realtà del calcio da parecchi anni, si può risalire tranquillamente agli anni ottanta. Nel nostro Paese una squadra all’avanguardia per quanto concerne la psicologia applicata al calcio è stata il ‘Milan’, di questa società sportiva Feliciano Di Blasi parla con molto rispetto. Ricordiamo che il dott. Di Blasi prima di collaborare con il ‘Paris Saint Germain’ e da alcuni anni con l’R.C.D. Espanyol ha lavorato in molte società calcistiche italiane. Proprio quando collaborava con l’Udinese si è laureato in Psicologia all’Università di Rijeka (l’italiana Fiume). In seguito Feliciano ha conseguito il dottorato e il Master in Psicologia negli Stati Uniti.

Considerato l’interesse che molti appassionati di calcio hanno nei confronti dell’allenamento psicologico abbiamo chiesto al dott. Feliciano Di Blasi un’ulteriore intervista, concernente la sua professione di psicologo dell’R.C.D. Espanyol, mi sono recata a Barcellona ed in una giornata di grandi impegni, il dott. Di Blasi è stato gentile a trovare il tempo per Nobell.it.

INTERVISTA AL DOTT. FELICIANO DI BLASI – 24 APRILE 2010

Quando ha iniziato con la sua attività di allenatore psicologico nelle Società calcistiche?

Ho iniziato verso la fine degli anni ottanta all’Udinese calcio.

Lei ha studiato psicologia in una città mitteleuropea e propria nella mitteleuropa è nata questa scienza.

Sì, ho studiato all’Università di Rijeka, città italiana fino alla II guerra mondiale.

Già, l’italiana Fiume, di D’Annunziana memoria … .

Il Master lo ha conseguito negli Stati Uniti, vantaggi e svantaggi dei metodi di insegnamento statunitensi?

Il vantaggio è che si inizia dalla pratica per passare poi alla teoria e questo metodo semplifica di molto l’apprendimento. Lo svantaggio è che gli americani sono assai settoriali, per cui lo psicologo americano non ha una cultura universitaria a 360°.

E’ esattamente così anche per la Fisica, partire dalla pratica aiuta moltissimo.

Secondo Lei, quali società calcistiche sono state all’avanguardia per quanto riguarda la psicologia abbinata al calcio?

Io credo che l’Italia, ed in particolare il Milan, siano sempre stati all’avanguardia. Ricordo che al Milan io ho potuto fare un buon lavoro assieme al prof. De Michelis.

Nella conferenza che Lei ha tenuto all’Università di Barcellona, ha detto che i metodi relativi al modulo, alle strategie, alla tecnica, ecc. non hanno un grande margine di miglioramento. Le ‘strategie psicologiche’ sono appena agli inizi e attraverso questi studi si può fare molto per migliorare la qualità di gioco del calciatore e la coesione della squadra.

Il training psicologico è molto articolato e complesso. In parole semplici posso dirle che innanzitutto teniamo sotto controllo lo stress con periodici controlli ormonali. Attraverso la visualizzazione dei problemi il calciatore trae notevole vantaggio al fine di un ottimale equilibrio psicosomatico. La visualizzazione aiuta il calciatore ad eliminare il sovraccarico di stress. Con la visualizzazione si fa prevalere quanto è positivo su ciò che è negativo. Ovviamente l’apprendimento di nuove tecniche e strategie proposte dall’allenatore viene reso più veloce dal potenziamento cognitivo. Bisogna, inoltre, tener presente che può non essere facile per un calciatore gestire lo spazio-tempo, e, soprattutto gestirlo assieme al gruppo, pertanto con l’allenamento psicologico si lavora tantissimo per migliorare questa indispensabile abilità.

In certi casi particolari vengono coinvolte anche le famiglie dei calciatori?

Abbiamo lavorato parecchio con le famiglie quando ero al ‘Paris Saint Germain’, era stato elaborato un programma ben preciso. L’R.C.D. Espanyol coinvolge le famiglie solo in casi di estrema necessità e gravità.

Mi ha colpito molto il rendimento positivo di Osvaldo.

Siamo molto soddisfatti della presenza di Osvaldo in squadra. Non dimentichiamo che a inizio campionato l’Espanyol aveva una grande difficoltà a realizzare, da quando è arrivato Osvaldo abbiamo un attacco senza dubbio più incisivo. E’ un calciatore di grande talento, il suo inserimento nel gruppo è sempre stato molto buono. Osvaldo è convinto, motivato ed abbiamo i risultati, finora ha segnato sei goal.

Quando ci siamo incontrato in gennaio qui, alla sede dell’R.C.D. Espanyol, l’allenatore Mauricio Pochettino mi aveva detto che durante tutto il campionato 2009/10 la priorità sarebbe stata data al ‘progetto salvezza’ e per il campionato 2010/11 avreste elaborato un programma molto interessante, per portare l’Espanyol in zone più alte della classifica. Ora siamo alla fine del campionato 2009/10, il ‘progetto salvezza’ si è realizzato esattamente come Voi avevate previsto?

Mancano ancora delle partite per la fine del campionato, però credo di poter dire che abbiamo lavorato e stiamo continuando a lavorare con grande tenacia, cercando di dare tutti quanti sempre il meglio di noi stessi.

Auguri a tutti Voi.

Grazie.

Daniela Asaro Romanoff

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Incontro Augustì Benedito, martedì 6 aprile, nella sede di piazza San Jaume, dove sta lavorando alacremente con i suoi collaboratori per portare a buon fine la sua candidatura come Presidente del Barcellona F.C., gloriosa squadra di calcio e uno dei simboli dell’affascinante città catalana.

Augustì arriva puntualissimo all’appuntamento e colpisce subito la sua tranquillità ed affabilità. Appare sereno, sembra immune dallo stress, malgrado in questo periodo stia lavorando con grande intensità.

E’ mia intenzione proporgli delle domande non dirette in merito al suo programma molto interessante denominato ‘l’alternativa Benedito’, programma che tiene ben presente la trasparenza, la democrazia nell’ambito di questo ambiente calcistico, che già aveva tradizioni di grande democrazia, ma, con il tempo, certi principi e certi valori hanno perso gran parte del loro significato. Benedito ribadisce che il Barcellona F.C. deve essere una squadra di calcio vicina a tutti, con delle domande a 360° desideriamo avere ulteriori risposte che confermino i suoi propositi.

La domanda di rito per tutti gli ‘addetti ai lavori’ :”Come mai si è avvicinato al calcio e non ad altri sport?”

Il calcio mi ha sempre entusiasmato tantissimo e tuttora il calcio mi trasmette lo stesso entusiasmo.

L’organizzazione del Barcellona F.C. é davvero interessante, la squadra appartiene ai soci e il presidente viene eletto, anche le altre squadre della liga spagnola sono così organizzate?

Quattro squadre in Spagna hanno un presidente che viene eletto, le altre hanno un presidente che detiene la maggioranza del pacchetto azionario.

E’ auspicabile che i soci delle quattro squadre, in cui il presidente non detiene la maggioranza del pacchetto azionario, non siano semplicemente delle persone che pagano una quota annuale, ma possano essere attivi, propositivi, liberi di esprimere la propria opinione in merito alla gestione della squadra.

Premetto che la quota associativa non è assolutamente onerosa (ndr 150 euro ca.). Ogni anno c’è un incontro al quale partecipano 4.000 soci in rappresentanza di tutti gli altri, che sono quasi 174.000, e c’è spazio per i soci che in qualsiasi modo desiderano essere più attivi.

Secondo Lei quale importanza hanno i valori sportivi nel calcio attuale?

I valori sportivi devono sempre essere di fondamentale importanza. Tutto quello che rappresenta il Barcellona F.C. ha un bisogno assoluto di essere sostenuto da valori e principi ben precisi.

Si nota, ed è molto evidente, che c’è una differenza abissale tra il modo di pensare e di agire dei veterani del Barcellona F.C. e il comportamento, nei confronti degli appassionati di calcio e dei giornalisti, dei calciatori del primero equipo. Secondo Lei non sarebbe importante per la maturazione dei giovani calciatori, che i tempi e i media attuali trasformano purtroppo in ‘idoli’, la vicinanza, l’incontro, il dialogo con i veterani?

Già avvengono questi incontri, comunque sono d’accordo con Lei, la saggezza e l’equilibrio dei veterani può essere molto utile ai calciatori del primero equipo.

Tutti noi sportivi autentici vorremmo un calcio più vicino agli appassionati, un calcio più sportivo, un calcio a misura d’uomo, un calcio lontano dalla politica. Il suo programma prevede trasparenza, democrazia e separazione tra sport e politica, cosa mi può dire in merito?

Ci tengo a dirlo e a ribadirlo: separazione tra sport e politica, lo sport ha una sua identità, che la politica non può sconvolgere.

Secondo Lei non si potrebbe spendere di meno, se si riponesse più fiducia nei calciatori del vivaio, che sicuramente possono essere calciatori di grande talento, perché ricorrere al ‘calciatore divo’ spesso non necessario?

Noi diamo molte opportunità ai calciatori del nostro vivaio e lo abbiamo dimostrato. Il Barcellona F.C. è una delle poche squadre ad aver vinto la ‘Champions league’ con un gruppo formato prevalentemente da calciatori provenienti dal vivaio. Ci tengo a precisare che stiamo proseguendo su questa linea.

Una sua opinione su Cruyff neopresidente onorario del Barcellona F.C..?

E’ una persona straordinaria. Qualsiasi incarico gli venga affidato, dimostra sempre grandi qualità, che sia calciatore, allenatore o manager dà sempre il meglio di sé.

Secondo Lei chi è stato il migliore allenatore del Barcellona F.C.?

Secondo me, nel passato il migliore allenatore del Barcellona F.C. é stato proprio Cruyff, in questo meraviglioso presente abbiamo lo straordinario Guardiola.

Oggigiorno molti presidenti di squadre di calcio sono figure lontanissime dalla gente, ricordano i Faraoni dell’antico Egitto, forse si può vederli, ma da lontano, conversare con loro, intervistarli è fuori luogo, eppure rappresentano o meglio dovrebbero rappresentare lo sport. Se Lei verrà eletto, mi concederà un’altra intervista?

Per quale motivo non dovrei farlo? Io sono consapevole che come presidente avrò maggiori responsabilità proprio per rappresentare i valori sportivi.

Grazie per la sua disponibilità e i miei migliori auguri a Augustì Benedito proper president del Barcellona F.C..

Desidero esprimere un ringraziamento particolare a Silvia Ortiz, valida e gentilissima collaboratrice di Augustì Benedito.

Daniela Asaro Romanoff

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A piedi sulle orme di Lutero e a cavallo sulle tracce di Padre Pio

Posted by Moreno Migliorati On aprile - 13 - 2010 1 COMMENT

Anche lo sport può aiutare il dialogo tra religioni e confessioni diverse: questo devono aver pensato gli ideatori e gli organizzatori di due originali manifestazioni, la prima delle quali partita da poco tempo mentre la seconda è prevista per il prossimo 28 aprile.

Nel primo caso si tratta di “Von Luther Zum Papst” (“Da Lutero al Papa”): venticinque corridori di cinque diverse nazioni (Germania, Polonia, Italia, Stati Uniti e Kenya) sono partiti da Lutherstadt Wittenberg, in Germania, per raggiungere la Città del Vaticano. La distanza, circa duemila chilometri, sarà coperta in 15 tappe. Al loro arrivo a Roma il 21 aprile, i partecipanti saranno ricevuti da Papa Benedetto XVI. L’idea alla base di questa maratona è di ripercorrere, a distanza di cinquecento anni, il cammino verso Roma di Martin Lutero sostituendo le divisioni e rotture, seguite al primo viaggio, con l’armonia e la volontà di riunire uomini di razza e religioni diverse nello stesso percorso quest’oggi. La staffetta ha anche uno scopo benefico: grazie alla partecipazione di due maratoneti del Kenya, infatti,  verranno raccolti fondi per aiutare le vittime dei conflitti civili in Kenya.

Nel caso della seconda manifestazione si tratta invece del Primo itinerario religioso a cavallo Pietrelcina – San Giovanni Rotondo: cinque giorni di trekking a cavallo o in bicicletta sui luoghi legati alla presenza e alla vita di Padre Pio.

(via SpiritualSeeds)

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EX CALCIATORE DELLA NOSTRA NAZIONALE, CAMPIONE D’ITALIA CON IL TORINO E GRANDE ESEMPIO DI SPORTIVITA’

Introduzione

Patrizio Sala è stato un calciatore della nostra Nazionale e ha partecipato al Campionato del mondo di calcio, svoltosi in Argentina nel 1978. Chi lo ha seguito nel percorso calcistico, ricorda la sua tenacia, la sua onestà, il mettersi sempre con grande determinazione a disposizione della squadra. Spesso, giustamente, si parla di tecnica, di tattica, ma si dovrebbe tenere in considerazione anche il gioco onesto, che, di frequente, fa la differenza tra una sconfitta e una vittoria. Gioca onestamente il calciatore che sa far parte della squadra, che passa la palla, anziché tenerla per vani esibizionismi, penalizzando i compagni.
Patrizio Sala è nato a Bellusco, paese della Brianza, nel 1955. Bellusco dista solo 12 Km da Monza, ma ancor prima di venir formato nel fantastico vivaio del Monza calcio, Patrizio Sala trovò proprio nella sua Bellusco una realtà sportiva molto propositiva nei confronti dei ragazzi: l’oratorio.

INTERVISTA

Breve premessa

E’ doveroso premettere che fa piacere ad un giornalista intervistare Patrizio Sala, perché si trovano in questo ex calciatore quei principi e quei valori sportivi, che conducono alla semplicità, all’autenticità, per cui si ha la certezza che non si sta parlando con uno dei tanti calciatori ed ex calciatori, che si sono messi su un piedistallo, ma con un vero appassionato di sport.

Quando hai iniziato ad essere attratto dal gioco del calcio, e perché hai preferito il calcio agli altri sport?

Da ragazzo frequentavo con entusiasmo l’oratorio del mio paese. Si potevano praticare tanti sport: pallavolo, pallacanestro, tennis e ovviamente anche il calcio. Io ho praticato tutti gli sport, però, già da

piccolino, sono rimasto affascinato dal calcio. Ci tengo a precisare che l’oratorio, il parroco, i suoi collaboratori erano dei punti di riferimento importantissimi per i ragazzini del paese non solo per quanto riguarda l’attività sportiva. All’oratorio si veniva educati alla vita. Ricordo che c’era un regolamento ben preciso, ci veniva data una tessera e se, durante la settimana, non frequentavamo l’oratorio, la domenica non potevamo giocare. Secondo me era un regolamento giusto, si deve aiutare il bambino a procedere, indicandogli delle linee di percorso.
Durante l’anno scolastico, dopo la mattinata trascorsa a scuola, si andava ogni giorno al campo ad allenarsi dalle 14 alle 17, poi subito a casa, a fare i compiti. D’estate, logicamente, avevamo molta più libertà per dedicarci al calcio.
Fino ai quindici anni ho giocato nella squadra del paese e, a quel punto la svolta: mi vennero proposti due provini, uno dal Monza calcio, l’altro dall’Atalanta. A sedici anni iniziai a giocare nella squadra allievi del Monza. A 18 anni ero in prima squadra, disputai due campionati: 1973/74, 1974/75, allora il Monza era in serie C.

Il Monza calcio ha lasciato in te dei bei ricordi?

Bellissimi. Gli allenatori del Monza si preoccupavano in modo particolare di sviluppare il talento di ogni singolo ragazzo. Ricordo con grande riconoscenza gli allenatori del settore giovanile: Pellizzoni, Canali, Rigamonti, da questi uomini ho appreso tanto e non solo dal punto di vista tecnico, a quell’epoca gli allenatori erano anche degli educatori. Nei due Campionati in cui ho giocato in prima , ho avuto come allenatori: David e Magni, rispettivamente nel 1973/74 e nel 1974/75.

Il primo vocabolo che ti viene in mente se dico Monza calcio.

Organizzazione. Inoltre, va sempre ricordato l’eccezionale vivaio che hanno avuto e che hanno tuttora, tanti giocatori, che abbiamo visto in Nazionale, possono dire:”Io ho iniziato a giocare al Monza calcio.”

Secondo te non è controproducente per il Monza continuare ad allenare calciatori per le altre squadre?

Il Monza dovrebbe tenere anche per sé i calciatori di talento del suo vivaio.

Nel 1975 un’altra svolta: da Monza a Torino.

Fu una bella soddisfazione poter giocare nel Torino, era il Campionato 1975/76, avevamo un allenatore di grande esperienza: Gigi Radice e nel 1976, a ventisette anni di distanza dall’indimenticabile scudetto del 1949, il Torino vinceva di nuovo il Campionato di calcio italiano.

Credo che lo scudetto ottenuto dal Torino nel 1976 ebbe una valenza particolare.

Certamente, non poteva non essere così, dal momento che tantissimi torinesi ricordavano ancora la triste vittoria risalente al 1949.

A Torino tu hai avuto la fortuna di vincere lo scudetto e di essere seguito da giornalisti per i quali il fattore umano non era un optional.

Ho conosciuto il grande Ormezzano ed un giornalismo che aveva una certa etica.

Lasciato il Torino nel 1981, hai proseguito a giocare in altre squadre fino al 1990. Fosti convocato per il Campionato del mondo del 1978. Finito il tuo percorso di calciatore, hai allenato alcune squadre, tra queste le giovanili del Monza. Attualmente ti stai dedicando ad un progetto molto interessante e ti impegni con grande entusiasmo, si tratta dell’Individual Football Coaching.

La nostra è una scuola di calcio che tiene presente soprattutto il percorso di crescita del ragazzino. Aiutiamo i ragazzi a perfezionare la tecnica individuale, potenziamo il loro sviluppo coordinativo, diamo grande importanza all’allenamento psicologico. Il percorso educativo che noi proponiamo si rivolge non solo ai ragazzi che amano il calcio, ma anche alle ragazze. E’ nostra preziosa collaboratrice proprio un’ex calciatrice, Rita Guarino, che ha conseguito il Master in Psicologia.
Nel caso i ragazzi ed i loro genitori volessero ottenere ulteriori notizie in merito alla scuola e al nostro metodo, hanno a disposizione un sito con molte spiegazioni in merito: www.faigol.com.

L’anno scorso, proprio in una sala della Sede del Monza calcio, è stato presentato un libro dal titolo:”Mi era rimasto un calzettone”, scritto da Antonio Cracas, parlami di questo libro che ti riguarda.

E’ la storia della mia vita, una biografia romanzata.

E credo che sia interessante proprio perché propone quel bel calcio sportivo, che poteva diventare anche … poesia.

Beh, è cambiato molto, oggigiorno, la fretta deteriora l’attività calcistica, i media ed i tifosi non sono in grado di conoscere cosa sia il rispetto, comunque tanti disastri mediatici dipendono dal carattere del calciatore e allenatore, talvolta, la frenesia della visibilità può essere molto controproducente.

Daniela Asaro Romanoff

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LA LETTERA DI SILVIO BALDINI: GRAZIE A SILVIO PER AVERLA SCRITTA

Posted by Daniela Asaro Romanoff On marzo - 6 - 2010 ADD COMMENTS

Tutti gli allenatori e i calciatori allontanati ‘misteriosamente’ dai loro presidenti dovrebbero scrivere delle lettere chiarificatrici come quella di Silvio Baldini, altrimenti i tifosi, i giornalisti, gli appassionati di calcio, tra tante farse e compromessi calcistici, hanno l’impressione di assistere non più a delle partite, ma a delle commedie in cui si ‘recita a soggetto’. Silvio ci ha fatto capire molto, altri ‘addetti ai lavori’ preferiscono il controproducente silenzio.
Desidererei che una persona ricca di umanità, lealtà e onestà, come Silvio Baldini, non venisse giudicata ancora e sempre per quel calcio. Sono consapevole che è stata una situazione diseducativa, soprattutto per i giovanissimi, ma, lavorando in una scuola, mi sono resa conto che i ragazzi hanno compreso molto meglio degli adulti, e, forse giustamente, li ho sentiti chiedere punizioni anche per i provocatori. Oggigiorno, in questo periodo di fortissimo degrado del calcio, bisogna vivere nelle società calcistiche, poi si può giudicare, eventualmente … .

D. Asaro Romanoff

“Cosi vado via…in punta dei piedi e senza fare rumore, dalla porta secondaria, senza polemiche e senza clamori. Con la stessa discrezione mostrata al mio arrivo…emozionato come se fosse per me una prima volta, o un primo giorno di scuola, e forse in fondo era proprio questo. Cosi lascio il Catania e Catania, che doveva rappresentare il mio punto di “Ripartenza” come se nulla fosse successo, per ricominciare a calcare quei campi e riassaporare nuove esperienze dopo le delusioni di Palermo, Parma e Lecce.
Volevo dare un calcio alla sfortuna e agli accadimenti che si erano frapposti alla mia scalata da tecnico innovativo ed emergente, ad allenatore vulcanico e con la panchina che scotta. Con un calcio era partita anche la mia strada con il Catania a Parma, un bel calcio in “culo” dato al collega Di Carlo e via alle prime polemiche, dibattiti e censure…ma in fondo era solo l’estrinsecazione di un uomo passionale che aveva esagerato alle provocazioni ma subito mi ero scusato e pentito.
Calcio nel sedere per scacciare i fantasmi del passato, per non ripetere gli errori di prima..insomma forse era stato un gesto liberatorio per dire a tutti: “sono tornato e sono agguerrito, non permetterò a nessuno di battere il mio Catania”.
Fatichiamo nelle prime giornate incassando sconfitte e pareggi e subito i soloni della critica eccoli ad aprire il ritornello dei paragoni tra me e Marino. Il difensivista contro l’attaccante: Ma io che ho fatto giocare insieme Rocchi, Di Natale e Maccarone quando non erano nessuno, io che ho scoperto e lanciato Vannucchi e io che nel mio piccolo ho coniato il 4-2-3-1, oggi modulo scheggia giocato dalla migliore Roma, proprio io difensivista?
Va beh! Chi se ne frega… Ho pensato: devo salvare il Catania con quello che mi ritrovo, e con quello che mi hanno messo a disposizione…parole da Aziendalista cosi mi sono definito alla presentazione da neo tecnico del Catania.
Cosi da aziendalista ho dovuto inghiottire i bocconi targati Caserta, venduto il 31 Agosto dopo aver impostato tutto il pre-campionato col mio modulo ideale 4-2-3-1 con Caserta tassello indispensabile e quid perfetto per far quadrare i conti e dare profondità ad un attaccante come Spinesi che non rientrava tra gli attaccanti che fanno al caso mio e solo cosi avrebbe trovato più rifornimenti.
Fa niente, digeriamo e rimbocchiamoci le maniche….a cosa serve piangersi addosso o creare polemiche inutile in fondo sono un allenatore ed il mio mestiere lo amo anche per questo e poi per me è troppo importante sfruttare la possibilità che mi ha consegnato il Catania e l’affetto che mi sta donando questa città
Miracoli? No semplice lavoro e ritorno al modulo caro ai miei giocatori il 4-3-3 ma mutato nell’interpretazione per non fare acqua in difesa provando ad esaltarsi soprattutto in casa con la spinta del pubblico del Massimino. Cosi riusciamo a volare grazie alla mano di Dio di Martinez contro l’Empoli, seguita dalla lezione di calcio che abbiamo dato al Milan di Ancelotti, passando per le vittorie contro Livorno e Sampdoria ed i pareggi esterni di Cagliari e Siena. Riusciamo a raccogliere 3 vittorie e tre pareggi in sei partite.
Io pensavo o giochiamo cosi o rischiamo di prendere inbarcate colossali perchè qui i soli che sanno difendere sono Terlizzi e Stovini. Non potevo scoprirmi non potevo lasciare Vargas solo sull’out di sinistra a spingere e chi copriva…allora ho trovato in Mascara il giocatore in più quello a cui affidare le chiavi del sacrificio e della qualità…sapevo anche io che avrei perso qualcosa in avanti ma l’equilibrio è più importante e alla lunga la giocata con Vargas e Mascara la inventi sempre in fase di spinta con la speranza che Spinesi si decida a metterla dentro.
E poi signori ricordate: avevo quel Martinez che toglieva le castagne dal fuoco con la sua inventiva e la sua imprevedibilità con un Colucci pronto a rientrare per dare quella qualità al centrocampo lasciata scoperta dalla partenza di Caserta.
Qualcuno mi ha sempre chiesto: mister i suoi centrocampisti non tirano…sfido io, ho ragazzi fantastici e ottimi combattenti in cui credo come Izco, Edusei e Biagianti fatti giocare anche nella grande gara di San Siro contro il Milan, ma oggi neanche Baiocco e Tedesco mi riescono a dare quello che desidero, perché in fin dei conti sono falegnami della sfera e riescono a fare il compitino, ma non ha darmi quella qualità che deve essere espressa a centrocampo per cambiare ritmo alla partita.
Quindi speravo che Colucci rientrasse presto, essendo l’unico capace di garantirmi la copertura a tre in mediana e la spinta alle spalle di Spinesi in fase di possesso…insomma il Caserta della situazione con tempi e caratteristiche diverse.
Quando il giocattolo cominciava a girare, con il rientro in pianta stabile di Terlizzi al fianco di Stovini, con l’aver rigenerato Sardo come esterno, i tempi dettati da Colucci in mezzo, con la legna applicata da Edusei e Baiocco senza dimenticare Izco e Biagianti e un attacco vivo e tenuto dalla fantasia di Mascara ed i gol di Martinez anche la sterilità di Spinesi passava in secondo piano.
Eravamo riusciti a tappare i buchi trovando l’equilibrio della squadra, riuscendo a far sentire importante Sardo nell’unica cosa che sa fare, cioè applicarsi in marcatura, rigenerando le motivazioni di quel testone di Terlizzi al fianco di una sicurezza come Stovini. Sguinzagliando Vargas sfruttando il suo tiro dalla media distanza; mentre Mascara per me era leader poteva fare quel che voleva e potevo chiedergli anche il sacrificio…con Colucci esaltato nel suo nuovo ruolo….cosi abbiamo stracciato il Palermo e umiliato quel signor Marino che non conosco e non voglio conoscere ma la sua ombra mi ha sempre rotto le scatole…
Vittorie, 22 punti in classifica, Coppa Italia conquistata ai danni di Milan e Udinese…e poi magicamente il buio….
Un giorno Terlizzi comincia a rompere, con il suo solito protagonismo e mi “ in#@*% !” perché il limite di questo ragazzo è la testa infatti se avesse seguito i miei consigli per le sue doti oggi sarebbe in nazionale o in qualche grande club…prestazioni orrende contro la Reggina, contro la Roma e contro il Genoa dove ne combina più di Bertoldo…per carità mica sto dicendo che Cristian è la causa dei mali, lungi da me…
Il Catania scricchiola…perdiamo a Reggio senza lottare, veniamo scippati dalla Juventus con un rigore da ammattire e perdiamo altri due punti per un gol regolare non dato a Spinesi contro il Parma. La crisi nera comincia qui, con l’imbarcate di Marassi, inghiotte un altro boccone amaro contro l’Inter in casa e cade nella doppia trasferta Firenze-Empoli.
Ecco il patatrac…dopo lo scippo juventino, cominciano i problemi fisici di Martinez e Morimoto, arrivano gli infortuni di Sardo e Sabato, e perdo a livello mentale un giocatore indispensabile come Terlizzi. Di necessità virtù avanzo Colucci sulla linea di Mascara e Spinesi, ma tolgo l’unica qualità che avevo per il centrocampo del Catania. Cosi Mascara oltre che coprire doveva rinculare per creare dalla trequarti quel gioco che nessuno poteva costruire tra i miei portatori d’acqua. Cosa centra l’allenatore se il portiere decide di non parare tiri da distanza siderale e incassiamo sempre gol dai venti metri o trenta metri? Per carità può capitare anche a Polito… ma la sfiga si prende anche Bizzarri che mi aveva portato in semifinale di Coppa Italia con le sue parate. Edusei finisce la benzina, e non ho un metodista da mettere li perché il campionato ha detto che Baiocco, Izco o Biagianti non riescono a ricoprire quel ruolo.
Chiedo giustamente qualcosa per non andare in sofferenza cercando giocatori che possano dare una mano ad un gruppo già troppo spremuto nella prima parte della stagione. Mi chiedo nella difficoltà: come faccio a giocare la seconda parte della stagione senza una vera alternativa a Spinesi o un giocatore che mi possa dare quelle reti decisive per il finale di stagione? Chiedo Brienza o Makinwa cosi li strappiamo alla Reggina… invece la società decide di portare due difensori, bravi per carità, ma non mi servono e un brasiliano che non vede la porta come attaccante da circa cinque anni.
Tutti mi danno del difensivista ma io non so come possa questa squadra segnare, allora cambio modulo provo a blindare il centro della difesa con Silvestre rilanciando Silvestri, sguinzagliando le sgroppate di Vargas che diventa il nostro quid indispensabile per la fase offensiva. Col Milan va bene tiriamo un sospiro, ma ancora Polito e una mia scelta errata di schierare Silvestri esterno consegnano la sconfitta di Livorno. La storia di oggi la conoscete…ho provato, ho gioito, ho sofferto, ho dialogato… insomma ho provato tutte le soluzioni per fare nel migliore dei modi l’Aziendalista… ma forse dovevo essere solamente il Baldini che ho sempre conosciuto, avrei dovuto puntare i piedi, avrei dovuto dare qualche calcio in culo in più, invece di stare come un agnellino a cucire e tappare problemi e mancanze altrui… Oggi vado via in punta di piedi ma con il cuore in mano, con la consapevolezza di aver dato tutto per i miei ragazzi… Ho sbagliato?  Scusatemi ma sono un uomo… .”

Silvio Baldini

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VANCOUVER:“THE SHOW MUST GO ON “

Posted by marilena marino On febbraio - 22 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

Già da tempo anche le Olimpiadi dell’era moderna, i giochi sportivi nati da una felice idea del barone Pierre de Coubertin, sono stati corrotti da “sovrastrutture” commerciali e politiche, per cui pure nell’ambito olimpico la coscienza sportiva viene calpestata senza scrupoli. E’ fragile e allo stesso tempo molto forte la coscienza sportiva, come tutto ciò che è autentico, sincero, genuino; non è difficile per i figli delle tenebre calpestarla, però rinasce, rinasce sempre.

Nel corso dei secoli, dai giochi di abilità motoria, dalle gare che si svolgevano nell’antica Grecia fino ai nostri giorni, quante volte per l’attività ludica, denominata nella nostra epoca:’Sport’, ci sono stati dei momenti difficili. Ma in ogni periodo di degrado, si sono alzate delle voci forti e chiare per denunciare gli scandali e per testimoniare che la purezza e l’ onestà di pensiero non si possono eliminare. Ai tempi dell’antica Grecia il filosofo Platone derideva gli atleti, che bighellonavano alle Terme, belli, famosi, profumati, con tutti i loro muscoli … . Nulla di nuovo sotto il sole, e, quindi, chi crede nel valore dello sport, ha il dovere morale di evidenziare che anche a Vancouver, per l’ennesima volta, lo sport vero è stato aggredito dai format commerciali nonché politici, per cui … the show must go on … . La morte dell’atleta georgiano, la cui passione sportiva, ai nostri occhi, ha molto più valore di quella degli strapagati divi capricciosi del calcio, non è stata una fatalità. Uno sportivo autentico è morto a vent’anni perché i format commerciali non consentono di organizzare bene, rispettando le norme di sicurezza, una gara di slittini.

Nodar aveva detto che il tracciato era pericoloso, ma cosa può valere la parola di un ragazzino, che è autenticamente appassionato di sport, di fronte al ricavato … . Non si può perdere tempo a migliorare una pista per slittini, bisogna procedere, il dio quattrino si fa pigliare da chi va avanti, sempre avanti con determinazione. Il ragazzo è uscito di pista? E’ morto …? Ma prepariamo delle belle parole per il pubblico e i familiari, e non pensiamoci più, the show must go on … .

Dobbiamo essere consapevoli, soprattutto i giovanissimi spero che acquisiscano questa consapevolezza: lo Sport è in una fase di fortissimo degrado, il materialismo, la disonestà di pensiero e di azione lo stanno deteriorando e, quindi, noi veri sportivi abbiamo il compito di difenderlo dai tanti sproloqui e avidità nonché aridità.

NODAR E’ SEMPRE VIVO NELLA COSCIENZA SPORTIVA UNIVERSALE.

Muoiono, ancor prima di nascere, le grandi competizioni commerciali-politico-mediatiche. Tali faraonici spettacoli attraggono coloro che preferiscono la superficialità e la passività.

Ragazzi, svegliatevi, non siate superficiali, e, quindi, sappiate distinguere tra sport vero e mistificazioni, le mistificazioni lusingano, ma offrono tanta amarezza, chiedendo in cambio i compromessi più subdoli.

Ultimo commento su queste Olimpiadi invernali: la torcia olimpica, che dovrebbe avere un grande significato sportivo, è recintata, per cui molti turisti si sono giustamente lamentati, non riuscendo a fotografarla, riflettiamo, è davvero emblematico che la torcia olimpica sia … ‘imprigionata’.

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allenare una squadra ….. il fattore umano

Posted by Daniela Asaro Romanoff On febbraio - 18 - 2010 ADD COMMENTS

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INTERVISTE DEL CALCIO SPORTIVO

Posted by Daniela Asaro Romanoff On febbraio - 12 - 2010 ADD COMMENTS

Per Mauricio Pochettino il fattore umano non è un optional

Mauricio Pocchettino è nato a Murphy, in Argentina, nel 1972, è di origini italiane, il suo bisnonno giunse in Argentina dal Piemonte. Mauricio inizia a giocare giovanissimo in prima squadra.

INTERVISTA

Hai iniziato a giocare a 17 anni nella prima squadra: ‘Newell’s old boys’, fondata dagli inglesi a Rosario, quindi possiamo dedurre che avevi un ottimo talento calcistico e hai incontrato dei bravi allenatori.

Ho avuto la fortuna di incontrare l’allenatore Marcelo Bielsa.

Come mai ti ha attratto il calcio e non altri sport?

Ho iniziato a giocare a calcio quando ero un bambino piccolissimo, semplicemente perché per divertirsi a giocherellare a calcio basta un pallone e uno spazio anche non molto grande. Andavo a vedere le partite con mio padre, è stato lui a trasmettermi la grande passione per il calcio. La mia famiglia non mi ha mai ostacolato, anche quando ho dovuto lasciare l’Argentina per venire a giocare in squadre europee.

Il tuo percorso calcistico è iniziato in Argentina nel 1988, sei stagioni con i ‘Newell’s old boys’, poi ben 10 stagioni con l’Espanyol, ma c’è stato un intermezzo francese di due stagioni con il ‘Paris Saint Germain’, com’é il calcio francese?

E’ un calcio non molto seguito in Europa, andrebbe seguito di più perché è un buon calcio, i francesi danno molta importanza alla tecnica. Il campionato è fatto di competizioni molto difficili.

La squadra del tuo destino è senz’altro l’Espanyol, 10 stagioni come calciatore e dal 20 gennaio 2009 sei l’allenatore di questa squadra. Ricordiamo che come calciatore hai giocato anche nella Nazionale argentina, al campionato del mondo 2002, e, sempre come calciatore hai conseguito, assieme ai compagni, tre coppe per squadre di club, due con i ‘Newwsll’s old boys’ e una con l’Espanyol, cosa ti proponi come allenatore?

Sono l’allenatore di una squadra che non ha grandi budget, ma io credo molto nei giovani che provengono dal nostro vivaio e credo che la passione sportiva può condurli ad esprimersi sempre meglio. Ho un programma a scadenza mediolunga, per quest’anno è importante la salvezza, ma già quest’anno iniziamo a sperimentare, a verificare, affinché durante il prossimo campionato l’R.C.D. possa essere tra le migliori squadre in classifica.

Hai un validissimo tecnico che ti aiuta, un uomo di grande esperienza, ha lavorato con molte squadre italiane di serie A, è un uomo di grande cultura, ha una laurea in Psicologia, con tanto di dottorato e master conseguiti negli Stati Uniti, ed è una persona semplice, di grande umanità, tutto il tuo staff è costituito da persone collaborative.

L’amicizia e la stima reciproca è la nostra forza, ed è questa la forza che cerchiamo di trasmettere anche ai calciatori, se non sono amici, se non c’è coesione, che squadra può mai essere?

Voi visionate le partite con tutti i ragazzi, per capire, apprendere, studiare e migliorare, ma preferite il rapporto individuale se si tratta di risolvere dei problemi.

Non servirebbe a niente convocarli per parlare dei problemi, ognuno li interpreta a suo modo, quindi se ne starebbero muti ad ascoltarmi, invece, quando parlo con il singolo giocatore, si apre e nasce il dialogo.

Come mai oggigiorno il tifoso è diventato talmente superficiale da non riuscire a capire il talento dell’allenatore e neppure il talento del calciatore?

E’ così in Italia e anche in Spagna, siamo in una società superficiale, per cui è apprezzato il futbòl resultadista, la gente vuole il risultato e subito, non comprende più il programma di lavoro di un allenatore e di un a squadra.

Si avvicina il giorno della partita e vedo che ad ogni giocatore viene dato un software, relativo alla squadra avversaria, per capirla meglio, inoltre vengono date delle schede elaborate al computer dai vostri validissimi informatici.

Sì, i ragazzi si devono impegnare in campo, ma devono anche essere in grado di allenarsi mentalmente, studiare, capire gli avversari, ragionare.

Sto guardando l’indice del fascicolo di schede e mi colpiscono alcuni titoli:
Aspectos tacticos defensivos, Filosofia, Presion, Aspectos Tacticos Ofensivo, Filosofia, ricorre il termine ‘filosofia’, posso dare un’occhiata? La mia curiosità di allenatrice è grande. Riporto solo il primo punto della filosofia difensiva, perché è troppo interessante, il resto deve rimanere top secret, non dobbiamo dare il minimo spunto informativo all’avversario, ora anch’io comincio ad essere una supporter dell’ R.C.D.:

“Orden y sacrificio, lineas muy juntas evitando los espacios y las situaciones de 1×1. Equipo muy junto y compacto (sin balòn) te ceden terreno para intensificar la labor defensiva en su campo.”

Considerando che sei una persona disponibile e cordiale ti pongo un’ultima domanda da piccola allenatrice, per imparare: immagina di avere di fronte una squadra che si barrica in difesa, fa pressing, qualche veloce e pericolosa azione d’attacco, che strategia adotteresti?

La mia squadra deve avere molta mobilità per cercare di scoordinare una difesa così intensificata, bisogna muoversi sempre, mai stare fermi, questa è una regola per tutte le partite. Tenere la palla il più possibile ed essere molto attenti e vigilanti per prevenire gli attacchi.

Credo proprio che sentiremo parlare di questo trentasettenne allenatore emergente, ha le idee chiare, sa comunicare e ama il calcio sportivo.
I nostri più cordiali auguri a Mauricio Pocchettino.

Daniela Asaro Romanoff

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Lo sport deve riappropriarsi della sua dignità e identità.

Posted by Daniela Asaro Romanoff On febbraio - 11 - 2010 ADD COMMENTS

Il sito di Daniela Asaro Romanoff:

Su qualsiasi spazio verde rimasto
tra i palazzoni delle periferie delle città,
su qualsiasi campetto di calcio improvvisato,
dove le porte sono delimitate
dagli oggetti più disparati,
in qualsiasi minuscolo paesino
di tutto il mondo,
un po’ dappertutto,
ci sono ragazzini che giocano a calcio.

Con il pallone in mano,
all’improvviso,
anche il bimbo più triste è pieno
di entusiasmo.

Ma oggi questo sport è malato,
non ha più la sua identità e dignità,
il suo messaggio educativo è sparito…

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RIAPPROPRIARSI DELLA SUA DIGNITA’

Posted by Daniela Asaro Romanoff On febbraio - 10 - 2010 ADD COMMENTS

IL CALCIO, PER AVERE LA SUA IDENTITA SPORTIVA,’ DEVE RIAPPROPRIARSI DELLA SUA DIGNITA’

LE INTERVISTE DEL CALCIO SPORTIVO INTRODUZIONE

Sono felicissima di aver potuto intervistare Luigi Bonizzoni, questo ragazzo novantenne, che tanto ha dato al calcio italiano e tanto continua ancora a dare attraverso i suoi libri. L’ultimo è stato presentato il 15 maggio 2009. Vi consiglio vivamente di leggere i suoi interessanti libri.

Il percorso calcistico eccezionale di Luigi Bonizzoni è iniziato proprio al Monza Calcio, durante il campionato 1947/48, in qualità di allenatore. Dopo essere stato un bravo calciatore, Luigi iniziava ad allenare.

Sicuramente molti di Voi lo ricordano, dopo il Monza calcio ha allento varie squadre, in tutta Italia, molte di serie A. Il dirigente che ricorda con più affetto è quello che fu il presidente del Brescia: l’industriale delle armi Beretta. Luigi ricorda sempre con gratitudine la meravigliosa esperienza che gli fece fare questo presidente. Lo mandò ad apprendere tecniche e strategie calcistiche in Inghilterra, presso l’Arsenal. Luigi fu favorevolmente colpito dal fatto che ogni calciatore della prima squadra avesse, quasi ‘in adozione’, un ragazzo promettente a cui insegnava non solo a essere migliore in campo, ma anche nella vita, trasmettendogli molte informazioni utili su come avrebbe dovuto conciliare il calcio con gli altri impegni della sua esistenza. Molti ricordano Luigi Bonizzoni allenatore del Milan, questa grande squadra conquistò lo scudetto, con Bonizzoni come allenatore, alla fine del campionato 1958/59. Fecero parte della squadra calciatori come Cesare Maldini, Schnellinger, e molti altri talenti. Tanti sono gli aneddoti che Bonizzoni collega ai vari giocatori. Ve ne racconto uno particolarmente spiritoso. Quando Schnellinger si presentò a Bonizzoni, non conoscendo la lingua italiana, ma sapendo un po’ di latino che, secondo lui, era molto simile all’italiano, gli disse:”Ego sum Schnellinger.” Quello che sarebbe stato il suo allenatore gli rispose:”Ego sum Bonizzoni, sprache du deutsch?” Forse non molti sanno che Luigi Bonizzoni fu anche un validissimo insegnante al corso allenatori della FIGC. Uno dei suoi tanti alunni? Un certo Arrigo Sacchi. Bonizzoni allenatore scoprì grandi talenti calcistici: Zoff, Rivera, il Trap e tanti altri.

CONTESTO CALCISTICO DEL SECONDO DOPOGUERRA

A questo punto, prima di introdurre l’intervista, Vi racconterò del contesto calcistico relativo all’anno in cui Bonizzoni allenava il Monza, era il periodo del secondo dopoguerra.

Nel 1947/48 il campionato di serie C giunse alla nona edizione. 286 società, suddivise in leghe indipendenti del Nord, del Centro e del Sud, componevano

Il più ampio campionato di serie C di tutti i tempi. I dirigenti della FIGC si resero conto che era venuto il momento per una radicale riforma, che riportasse ordine, non solo in serie C, ma in tutto il settore calcio. Con il seguente campionato, 1948/49 le tantissime escluse della serie C, non retrocesse nei campionati regionali di Prima Divisione, avrebbero fatto parte del nuovissimo livello del Campionato di Promozione interregionale, questo campionato fu disputato fino al 1952 e sarà il nucleo di quello che diverrà in futuro il campionato di IV serie (1952-1959), successivamente serie D(1959-1978). Il IV livello del calcio italiano diventerà il V livello con la riforma dei campionati e l’istituzione della serie C2.

INTERVISTA A LUIGI BONIZZONI

La prima domanda che rivolgo a Luigi Bonizzoni riguarda proprio il rapporto presidenti calciatori.

Signor Bonizzoni, Lei ha allenato il Monza calcio durante il campionato 1947/48, com’era il suo rapporto con il presidente di allora?

Il Presidente era gentile, mi voleva bene, si chiamava Lino Carmignani.

Cosa pensa dei rapporti tra i presidenti e gli allenatori attuali?

Posso dirle che non mi piacciono per niente i cambi di allenatori del giorno d’oggi.

Come considera, a distanza di tempo, quel campionato in cui allenò il Monza calcio?

Il Monza calcio è sempre nel mio cuore. Quell’anno in cui ho allenato la squadra monzese mi ha dato tanto, ho iniziato a diventare più conosciuto come allenatore, e dall’esperienza fatta a Monza sono nate molte buone prospettive.

Per correttezza d’informazione dobbiamo dire che quando Lei ha allenato il Monza calcio, era il secondo anno che allenava, ha iniziato l’anno prima con il Magenta. Come mai è passato dal ruolo di calciatore a quello di allenatore?

Il Primo anno con il Magenta è stato un anno un po’ sperimentale. Quando ho smesso di giocare a calcio, mi sentivo svuotato, accusavo tanti malesseri, il medico che mi visitò disse che c’era un’unica medicina per guarire: ritornare al calcio. La prima squadra che allenai fu il Magenta, quando giunsi a Monza ero più sicuro di me stesso, lasciato il Monza, dopo il campionato 1947/48, ritornai al Magenta.

Ho sentito dire che in quegli anni gloriosi per il calcio, un presidente poteva anche chiedere all’allenatore, se in giovane età e disponibile, di sostituire qualche calciatore assente, a Lei è mai successo?

Sì, è successo.

E non c’è stato nessun malumore da parte degli altri calciatori del Monza?

Allora prevaleva lo spirito di collaborazione.Spesso tanti calciatori e allenatori si lamentano, dicendo che a causa del calcio non possono più vivere normalmente. Io credo che sia un finto problema, se rifiutassero davvero il divismo, imposto non di rado dalle società stesse, purtroppo, potrebbero tranquillamente camminare per la strada, la gente si sorprenderebbe per un po’ di tempo, ma poi si abituerebbe a vedere il tale calciatore o allenatore … forse a molti non conviene che ‘i cancelli’ si aprano.. Quando allenavo il Monza, io abitavo in provincia di Milano e ogni giorno prendevo il treno per raggiungere Monza e, poi, per ritornare a casa. Nessuno mi ha mai importunato, anzi, era molto interessante parlare con la gente, sentire i loro pareri sulla squadra.

E’ vero che uno dei suoi più grandi amici è stato Gianni Brera?

Certamente, da ragazzi eravamo compagni di scuola, pochi sanno che Gianni era un calciatore di grande talento, poi preferì lo studio al calcio, ma non si allontanò mai da questo sport.

Com’erano i tifosi a quei tempi? In particolare i tifosi monzesi?

Erano interessati alla partita, per cui non c’era nessun problema di ordine pubblico.

Lei, poi, ha allenato tantissime squadre e portò il Milan, nel 1959, a vincere lo scudetto, ma credo che valga la pena soffermarsi sulla sua esperienza di allenatore del Foggia..

E’ stata un’esperienza che ha rafforzato la mia fede. Ogni lunedì, dopo la partita, mi recavo da Padre Pio, non parlavamo quasi mai di calcio. Ricordo che un lunedì pomeriggio gli dissi:”Padre, devo ritornare presto a Foggia, perché sta arrivando mia moglie.” Il Padre mi guardò con quegli occhi che tutto vedevano e tutto sapevano, e mi rispose:”Tua moglie non può venire, ma non preoccuparti, non è nulla di grave.” Quando ritornai a Foggia, mi dissero che mia moglie era rimasta a Milano, a causa di un’influenza. Un giorno portai a San Giovanni Rotondo un mio amico. Appena lo vide, Padre Pio gli consigliò di recarsi prima possibile da un medico, sarebbe stato operato, ma sorridendo gli disse:” Tra qualche mese verrai qui a raccontarmi come è andata.” Il mio amico si sottopose a delle analisi. Aveva un tumore. Fu urgentemente operato e, proprio come aveva previsto il Padre, dopo alcuni mesi ritornammo da Lui. Il mio amico era perfettamente guarito grazie all’avviso provvidenziale di Padre Pio. Sarebbe troppo facile e superficiale ricordare Padre Pio perché è il Santo dei miracoli. Padre Pio è un esempio meraviglioso, un punto di riferimento sicuro per tutti noi: diffamato, non diffamò, sofferente, non inveì mai. San Pio è sempre vicino a me. Quando mi addormento alla sera penso a Lui, e quando mi sveglio alla mattina lo ringrazio per il nuovo giorno.

La sua è davvero una bella testimonianza. Ora è difficile riprendere con l’intervista. Vorrei farLe un’ultima domanda. Lei ha allenato tantissime squadre di serie A ed ha una vasta esperienza calcistica, per quale motivo, secondo Lei, il Monza, che sempre ha avuto grandi talenti in quanto a calciatori e allenatori, finora non si è mai espresso al meglio come squadra?

Forse questa squadra è sempre stata soggiogata dalle grandi compagini troppo vicine: Milan e Inter, e quindi si è accontentata di essere il vivaio delle grandi squadre. Spero che d’ora in poi il Monza acquisisca più autostima e riveli la sua identità.

Daniela Asaro Romanoff

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Carolina , il ghiaccio è d’oro

Posted by marilena marino On gennaio - 29 - 2010 ADD COMMENTS

TALLINN – Danza, volteggia, cade, si rialza e vince. Carolina Kostner è tornata. La pattinatrice azzurra trasforma il ghiaccio di Tallinn nell’oro europeo da appendere al collo. E scaccia tutte le paure accumulate negli ultimi, terribili mesi. La medaglia arriva nel momento giusto: a tre settimane , cioè, dalle Olimpiadi invernali di Vancouver.

LA GARA- Dopo aver chiuso al comando il programma corto, Carolina si conferma anche nel libero, seppure con qualche sbavatura: ottiene un complessivo 173.46 che significa terzo titolo continentale in carriera. Le avversarie, alla fine, sono lontane: secondo posto con 166,37 punti e medaglia d’argento per la finlandese Laura Lepisto, terzo posto con 164,54 punti e bronzo alla georgiana Elene Gedevanishvili.VERSO I GIOCHI- Una vittoria che serve alla Kostner per strappare l’unico biglietto disponibile per le Olimpiadi di Vancouver. L’altra azzurra, Valentina Marchei, finisce ottava con 149,46 punti. Una buona performance, la sua. Ma con una Carolina così, in Europa, non ce n’è per nessuno.

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