Saturday, May 19, 2012

Google + e tu+ Novita’

Posted by marilena marino On novembre - 8 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Il social network di Google inaugura le Pagine dedicate alle aziende e ai marchi. I brand possono così comunicare con gli utenti attraverso la funzione di Videoritrovi o semplicemente scrivendo post sulla bacheca. La cosa interessante è che Google sta integrando le pagine del suo social network nei risultati del motore di ricerca. Basterà a impensierire Facebook?

Finalmente Google+ inaugura Pages (Pagine)la sezione dedicata alle aziende e ai marchi che ora possono usare il social network della casa di Mountain View per collegarsi con i potenziali clienti e appassionati. Il design sembra ispirarsi a quello di Facebook (e ispirarsi è dire poco), con la foto principale sulla sinistra e le altre nella parte superiore del profilo, come potete vedere nell’esempio sottostante, che mostra la pagina di Google+ dei Muppets.

La pagina dei Muppets su Google+, lo stile ricorda quello di Facebook

“Finora Google+ si è concentrato nel connettere le persone fra di loro, ma vogliamo assicurarci che gli utenti possano costruire relazioni con tutte le cose ritenute interessanti, dalle aziende locali fino ai marchi globali. Per questo motivo abbiamo inaugurato Google+ Pagine in tutto il mondo”, ha dichiarato Vic Gundotra, Senior Vice President del settore Engineering di Google.

Al momento si possono trovare aziende come Pepsi, Toyota, H&M e persino la squadra del Barcellona, il primo team calcistico ad approdare sul social network di Google. I brand possono sfruttare tutte le funzionalità del sito e condividere informazioni, invitare gli utenti a una chat attraverso la funzione Videoritrovi o semplicemente comunicare con loro scrivendo un post sulla bacheca.

Popularity: 22% [?]

Prende il via oggi a Firenze (presso la Fortezza da Basso) Terra Futura, grande mostra-convegno nata dall’obiettivo comune di garantire un futuro al nostro pianeta. La manifestazione mette al centro le tematiche e le “buone pratiche” della sostenibilità sociale, economica e ambientale, attuabili in tutti i campi: dalla vita quotidiana alle relazioni sociali, dal sistema economico all’amministrazione della cosa pubblica.

Anche l’edizione 2010, la settima, e che ha per tema “Comunità sostenibili e responsabili”, vede Caritas Italiana tra i partner dell’iniziativa. La tre giorni fiorentina proporrà il consueto, ricchissimo cartellone culturale di eventi, accanto alle centinaia di spazi espositivi che ogni anno vengono occupati da soggetti del terzo settore e dell’economia sociale, aziende ed enti istituzionali. Dal canto suo,  Caritas Italiana proporrà diversi appuntamenti: oggi ci sarà la presentazione del sussidio Povertà globali, risposte locali e un  laboratorio su “Educare alla mondialità e a nuovi stili di vita”, e soprattutto il convegno “Dare un futuro al credito”, che presenterà i risultati dell’Osservatorio regionale sul costo del credito, promosso da Caritas Italiana insieme a Fondazione Responsabilità Etica e al centro culturale “Luigi Ferrari”.  Domani è invece in calendario una  conferenza stampa di presentazione e un seminario di approfondimento sulla campagna Zero Poverty, in occasione del 2010 Anno europeo di lotta alla povertà. Caritas Italiana parteciperà inoltre agli appuntamenti congiunti, con relatori e ospiti di livello nazionale e internazionale.

Sempre in occasione di Terra Futura, torna anche la quinta edizione di ”Insieme per la pace”, una serie di incontri di spiritualità interreligiosa in programma sempre da oggi a domenica nella Sala Ottagonale della Fortezza da Basso. Si tratta di una tre giorni di meditazione, incontri e celebrazioni organizzate in collaborazione con l’Associazione Un Tempio per la Pace.

(via SpiritualSeeds)

Popularity: 49% [?]

A ricordo del Terremoto dell’Aquila

Posted by Giuseppe Delprete On aprile - 6 - 2010 ADD COMMENTS

La notte del 6 aprile 2009 il terremoto ha distrutto la città dell’Aquila, provocando 70 mila sfollati. Circa venticinquemila aquilani hanno ricordato nella notte le vittime partecipando alla fiaccolata partita dalle frazioni di Torrione, Sant’Elia, Roio, Pettino e arrivata in piazza Duomo. Qui, nella piazza che la notte di un anno fa accolse subito i cittadini che avevano lasciato le loro abitazioni, i rintocchi della campana della chiesa delle Anime Sante hanno onorato la lettura dei nomi delle vittime.  Poi, una messa di suffragio, nella basilica di Collemaggio, Celebrazione che gran parte degli aquilani ha potuto seguire solo attraverso i maxischermi posizionati esternamente. Al termine della messa, il vescovo ausiliare,  Mons. Giovanni D’Ercole, ha dato lettura  del messaggio inviato dal segretario di Stato del Vaticano, Tarciso Bertone. Nessun incidente, ma solo tanto dolore anche se in precedenza, nel corso del Consiglio comunale straordinario svoltosi nel tendone allestito in piazza Duomo, non era mancata qualche sporadica contestazione durante la lettura del messaggio del presidente del Consiglio da parte del cosiddetto “popolo delle carriole”. Nel suo messaggio, Berlusconi ha ricordato l’impegno della Protezione civile: “70 mila persone intervenute a vario titolo nelle attività di sostegno alle popolazioni colpite, con 5.957 tende, con 107 le cucine da campo, con 47 posti medici avanzati e un ospedale da campo a supporto del locale nosocomio parzialmente inagibile oltre ai quasi 200 nuovi edifici antisismici costruiti in tempi record. Alla riapertura dell’anno scolastico tutti i 17.567 studenti della zona colpita dal sisma – ha aggiunto – hanno regolarmente ripreso l’attività”.

Popularity: 37% [?]

Chiesa Italiana e Mezzogiorno

Posted by Giuseppe Delprete On febbraio - 25 - 2010 ADD COMMENTS

“La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi dell’economia e della politica meridionali”: i vescovi italiani denunciano duramente la “tessitura malefica” delle mafie, che “avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. E mettono in guardia dal “rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, la Cei si schiera col Sud, senza nascondere i problemi “irrisolti” ma soprattutto lanciando un appello “al coraggio e alla speranza”: “Facciamo appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera”. Un invito soprattutto per i giovani, chiamati a “parlare e testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno” e ad “abbracciare la politica intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale”.


POLITICA – I vescovi sottolineano “l’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti”. Di fatto, “l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”. La Cei auspica “nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva” e un maggiore coinvolgimento dei giovani in politica, investendo sulla loro formazione e capacità “per disporre domani di una classe dirigente adeguatamente preparata”. Infine, un appello: “Abbiamo il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili. Non si tratta di ipotizzare scenari politici diversi, quanto, piuttosto, di sostituire alla logica del potere e del benessere la pratica della condivisione radicata nella sobrietà e nella solidarietà”.

MAFIE – Una “piaga”, un “cancro”, una “tessitura malefica”: i vescovi non lesinano parole per condannare ogni forma di criminalità organizzata, dalle ecomafie al controllo malavitoso del territorio. “Le mafie sono strutture di peccato” avverte la Cei, invitando la stessa Chiesa meridionale a “non limitarsi alla denuncia” e a “non cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile”. Il documento cita le “luminose testimonianze” di don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, che “ribellandosi alla prepotenza della criminalità organizzata, hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani”. A fianco di questi fenomeni, la Cei punta il dito contro “diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…)”.

FEDERALISMO – I vescovi chiedono “un sano federalismo”, “solidale, realistico e unitario” che sarebbe “un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all’interno di un ‘gioco di squadra’ (…) Ci è congeniale considerarlo come una modalità istituzionale atta a realizzare una più moderna organizzazione e ripartizione dei poteri e delle risorse, secondo la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro”. La soluzione federalista – si legge nel documento – ha il compito di “stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale”.

LAVORO E GIOVANI – “I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa”: è questo l’appello dei vescovi, unitamente alla condanna del lavoro sommerso che “non frena” la disoccupazione, che “non è certo un sano ammortizzatore sociale” e “sconta talune palesi ingiustizie intrinseche (assenza di obblighi contrattuali e di contribuzioni assicurative, sfruttamento, controllo da parte della criminalità)”, oltre al fatto che “causa delusione e frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree europee”. I vescovi invitano il Sud a investire in formazione, ma anche a valorizzare potenzialità e risorse, come la posizione strategica nel Mediterraneo, il patrimonio ambientale e culturale. Inoltre, “le regioni meridionali devono saper trovare una unità strategica, coordinandosi di fronte alle esigenze sociali in vista di una politica economica che porti effettivamente alla crescita”.

ASSOCIAZIONISMO – La Cei valorizza il ruolo dell’associazionismo – religioso e non – diffuso soprattutto tra i giovani, che hanno dato vita a “esperienze di volontariato e a reti di solidarietà, non volendo più sentirsi vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento”. La Chiesa nel Sud, “non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando e stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena. Le Chiese hanno fatto sorgere e accompagnato esperienze di rinnovamento pastorale e di mobilitazione morale, che hanno coinvolto numerosi laici e tante aggregazioni laicali, sia tradizionali sia di recente creazione, come le associazioni antiusura e antiracket”.

IMMIGRAZIONE – “La massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà. Molto spesso – si legge nel documento – proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati”.

SOLIDARIETÀ – “La condivisione è il valore su cui prioritariamente vogliamo puntare” scrivono i vescovi. Che coniugano la solidarietà nazionale con il protagonismo della popolazione del Sud: “Per non perpetuare un approccio assistenzialistico (…), occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee e risorse tra le diverse parti del Paese”. Uomini e donne del Sud “non possono attendere da altri ciò che dipende da loro” e “va contrastata ogni forma di rassegnazione e fatalismo”, favorendo invece “un atteggiamento costruttivo”. Ugualmente, si fa appello a una vera solidarietà, perché – ribadisce la Cei – “il Paese non crescerà se non insieme”. Così se da una parte vanno “ripensate e rilanciate le politiche di intervento” a favore del Mezzogiorno, dall’altra “l’impegno dello Stato deve rimanere intatto nei confronti dei diritti fondamentali delle persone, perequando le risorse, per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale”.

(estratto da “il Velino”)

Popularity: 73% [?]

Non si governa la Chiesa come si fa con le cose umane

Posted by brunomastro On febbraio - 24 - 2010 ADD COMMENTS

di Bruno Mastroianni, Tempi, 18.2.2010

Non c’è da preoccuparsi per il disco rotto che è tornato a suonare: “il Papa è isolato e non si preoccupa di governare”. Si è detto lo stesso per tutte le altre vicende mediatiche del pontificato. Cambiano le circostanze ma il tasto che alcuni battono è sempre quello.

E il problema non è nemmeno Ratzinger: si dicevano cose simili anche per Wojtyla, il quale secondo i soliti critici, troppo proteso all’esterno, trascurava la curia. Probabilmente, se ci cimentassimo in una disamina dei pontificati degli ultimi duemila anni, per ogni Papa troveremmo un coro di voci critiche pronte a spiegare come governare meglio la Chiesa.

Perché, alla fine, la questione è un’altra: tutto nasce dall’errore di trattare la Chiesa con gli stessi guanti con cui si maneggiano le cose umane. Non a caso in tante analisi – dotte e informate agli occhi dell’opinione pubblica – c’è sempre una medesima lacuna. Tra misurazioni degli equilibri di potere, rilievi su sbavature di governo, raccolta di indiscrezioni e proiezioni su scenari futuri, raramente c’è traccia di quell’unica domanda che varrebbe la pena porsi: cos’è che da duemila anni fa funzionare la Chiesa? Seguendo questa pista, di sicuro, si potrebbe iniziare a capire perché Benedetto – come tanti altri predecessori – più che alle manovre curiali si dedica ai contenuti della fede.

Nel recente messaggio per la Quaresima il Papa cita Gesù che definisce «ingenuo e miope» chi crede che il male dipenda solo da cause esteriori: per realizzare il bene occorre anzitutto che cambino i cuori. Un testo da rileggere, visto il periodo.

Popularity: 41% [?]

Assegno per bloccare la fuga dai banchi

Posted by marilena marino On gennaio - 28 - 2010 ADD COMMENTS

La norma che consentirà di accedere all’apprendistato già a 15 anni sta suscitando un’ondata di polemiche. Più che sulle grandi questioni di principio, sarebbe bene riflettere sul dato di partenza che ha motivato l’azione del governo: il numero altissimo di quindicenni e sedicenni che non studia più e non lavora ancora. Un esercito di 126 mila adolescenti che crescono senza bussola e sprecano anni preziosissimi per lo sviluppo di capacità e competenze. In Europa solo Romania e Bulgaria sono messe peggio dell’Italia.

Negli altri Paesi la dispersione formativa non è solo più contenuta, ma riguarda soprattutto i figli di immigrati. Da noi invece si «disperdono» moltissimi giovani italiani, nati e vissuti in un contesto culturale e istituzionale in cui andare a scuola fino a sedici anni (come prevede la legge) dovrebbe essere un fatto normale, senza possibili alternative. La dispersione è più alta al Sud, ma anche nel ricco e avanzato Nord-Ovest un buon cinque percento dei giovani fra i quattordici e i diciassette anni sono già fuori dal sistema formativo. L’apprendistato per i quindicenni può essere la soluzione del problema? Difficile crederlo. Anche a prescindere dalle argomentazioni pedagogiche, ciò che rende scettici è la scarsissima diffusione e l’alta disorganizzazione di questo istituto nel nostro Paese. Secondo l’ultimo Rapporto Isfol gli «apprendisti in formazione» minorenni sono poco più di seimila, tutti nel Centro-Nord.

Anche a investire sul serio in questa direzione ci vorranno anni, ad essere ottimisti, prima che lo strumento possa funzionare in tutto il Paese. Come insegna l’esperienza internazionale, per conseguire rapidi successi contro la dispersione occorre intervenire con incentivi tangibili per i giovani e le loro famiglie. Negli Usa molte amministrazioni locali subordinano l’accesso alle prestazioni assistenziali all’assolvimento dell’obbligo scolastico da parte dei minori: i dati segnalano infatti (anche per l’Italia) che gli abbandoni interessano soprattutto i figli delle famiglie disagiate. Un eccesso di paternalismo? No, se pensiamo che andare a scuola è, appunto, obbligatorio e chi non manda i figli a scuola viola la legge. In Italia il 40% circa dei minori (60% al Sud) vive in famiglie a basso reddito che fruiscono di agevolazioni o esenzioni «sociali » (tariffe, ticket, sussidi vari).

Se fosse richiesta qualche forma di certificazione educativa fra i documenti da allegare alla cosiddetta dichiarazione Ise (quella che serve per accedere ai benefici) le famiglie avrebbero un bell’incentivo a mandare i figli a scuola (compresi, perché no, i percorsi di scuola e lavoro, diffusi anche in altri Paesi). L’Inghilterra ha inaugurato un secondo tipo di intervento: gli assegni formativi. I giovani fra i sedici e i diciotto anni che provengono da famiglie disagiate possono ottenere una educational allowance per iscriversi a corsi di istruzione o formazione accreditati. L’assegno può raggiungere i 150 euro al mese per la durata del corso, purché la frequenza sia regolare e i voti siano sufficienti.

Quando questo programma fu istituito,molti giovani non si fidavano e chiedevano ai funzionari: dove sta l’imbroglio? Ora sul sito del governo (http://ema.direct.gov.uk) c’è scritto esplicitamente: non c’è imbroglio, vogliamo solo aiutarvi a non sprecare il vostro capitale umano; se studiate oggi potrete guadagnare molto di più in futuro. Introdurre lo schema inglese in Italia costerebbe alcune centinaia di milioni. Ma si potrebbe iniziare gradualmente e selettivamente (peraltro facendo tesoro di esperienze pilota già introdotte in alcune regioni). Sarebbe un passo concreto verso quel «welfare delle opportunità» di cui tanto si discute nei libri e nei convegni, ma che nessun governo ha ancora messo veramente al centro delle sue priorità in campo sociale.

Popularity: 9% [?]

La Cina supera il Giappone

Posted by marilena marino On gennaio - 28 - 2010 ADD COMMENTS

PECHINO — Sarà questione di settimane, forse di mesi, ma è ormai imminente una nuova tappa dell’ascesa della Cina. Sulla base dei dati che l’Ufficio statistico nazionale (Nbs) ha diffuso ieri, l’economia della Repubblica Popolare è a un passo dal sorpasso del Giappone. Vuol dire che la controversa formula del G2 che ai leader di Pechino non piace ascoltare — un direttorio globale Usa-Cina — assume un po’ di sostanza in più: scavalcata Tokyo, l’economia del gigante asiatico sarà la seconda al mondo, dietro gli Stati Uniti. Il passaggio è non solo simbolico. Tanto più che già l’anno scorso la Cina aveva superato la Germania, ora quarta. Questione di numeri. E quelli della Cina mostrano i successi di un’economia vitaminizzata. Il Pil del 2009 è cresciuto dell’8,7%, sopra la soglia dell’8% a cui il governo puntava e sul quale il premier Wen Jiabao ci ha messo la faccia. Se confrontato con il resto dell’economia mondiale boccheggiante, in preda alle convulsioni della crisi o in faticosa convalescenza, si tratta di un risultato fuori scala.

Le cifre a confronto

«Il 2009 è stato per l’economia l’anno più difficile del secolo», ha ammesso il responsabile dell’Nbs, Ma Jiantang, che ha indicato nella manovra di stimolo di fine 2008 (circa 400 miliardi di euro) e nella politica monetaria di Pechino le ricette della ripresa. Lo scampato pericolo di una Cina che nel 2009 non si è mai davvero ammalata emerge dalla progressione trimestre per trimestre: più 6,2% nel primo, 7,9% nel secondo, 9,1% nel terzo fino alla doppia cifra del quarto, 10,7%. Guardando al 2010, gli analisti di JPMorgan stanno prevedendo un più 10%. I conti del Giappone, che nel 2009 della recessione ha visto l’economia contrarsi di circa il 6%, saranno diffusi a metà febbraio. La Banca Mondiale stima che complessivamente il Pil nipponico del 2009 sia di 4.600 miliardi di dollari e, se confermato, verrebbe battuto da quello cinese, che l’Nbs quantifica in 4.900 miliardi. A temperare lo shock, il Pil pro capite, che ricorda come il miracolo economico di Pechino non sia distribuito omogeneamente né sul piano geografico né su quello sociale. Il reddito medio di un cinese è di 3.259 dollari all’anno, quello di un giapponese 38.457. Sono altre le preoccupazioni intorno alla Cina. Le manovre per raffreddare un’economia fin troppo galvanizzata dai crediti facili sono già cominciate. Si moltiplicano vincoli e limitazioni imposte alle banche e allarmano i segnali di ripresa dell’inflazione, una bolla immobiliare che dà più segnali di persistenza che di rallentamento. E nel mondo si affollano gli auspici — se non i decisi inviti — a proposito della moneta: ovvero che la Cina avvii una qualche rivalutazione del renminbi.

Popularity: 9% [?]

Class action, l’unione fa la forza

Posted by marilena marino On gennaio - 28 - 2010 ADD COMMENTS

L’unione fa la forza. Da qualche settimana anche i consumatori italiani possono fare fronte comune contro le aziende che si comportano in modo scorretto, portandole in tribunale. Finora chi per esempio aveva comprato un modello di automobile progettato male doveva rivolgersi per conto proprio al giudice e chiedere un risarcimento. Ciò significava sobbarcarsi da solo spese legali costosissime: la lotta tra singolo consumatore e grande industria non era ad armi pari.

Oggi che anche in Italia è stata introdotta l’azione legale collettiva, la cosiddetta «class action», tutti gli acquirenti di quel tipo di automobile possono unirsi e chiedere in gruppo il risarcimento dei danni. In questo modo le spese per l’avvocato vengono divise e ciascun cittadino acquista più forza nei confronti della grande impresa. La versione italiana della «class action» è diversa da quella americana: da noi le aziende possono essere condannate al pagamento del solo danno economico arrecato ai consumatori mentre negli Stati Uniti oltre al danno, il giudice può condannare le aziende al pagamento di una multa salatissima, che le scoraggerà dall’incorrere in errori analoghi in futuro ma che può anche esporle al rischio di fallimento. Con i conseguenti licenziamenti.

Azione di classe. In italiano si traduce «azione di classe». Definizione che non prende piede come pure l’espressione «azione di risarcimento collettivo», sebbene sia più chiara. Piace il riferimento alla classe, che sta per gruppo di persone accomunate dallo stesso problema con una certa azienda. La «class action» dà ai cittadini la possibilità di unire le forze in tribunale, ridurre le spese giudiziarie e aumentare il proprio potere contro la grande industria.

Mai agire con leggerezza. Dopo anni di attese e rinvii, anche l’Italia ha la sua «class action». Le associazioni dei consumatori, che si sono battute per ottenerla, l’avrebbero voluta più simile a quella americana. Sono anche scontente per quel colpo di spugna sul passato: nessun risarcimento collettivo potrà essere richiesto per i danni causati ai consumatori prima del 16 agosto 2009. In pratica non potranno unire le loro forze i piccoli risparmiatori danneggiati dalle passate truffe finanziarie. La voglia di «class action» è comunque grande: diversi comitati di cittadini e associazioni di consumatori, soprattutto il Codacons, già nel primo giorno di entrata in vigore della norma – il primo gennaio 2010 – hanno avviato o minacciato di avviare «class action» per qualDalle buche delle strade ai vaccini dell’influenza suina, acquistati coi soldi dei contribuenti italiani e rimasti inutilizzati, dalla raccolta rifiuti che non funziona all’acqua alta di Venezia. Dagli aumenti del pedaggio autostradale al caro-mutui. E poi contro i sistematici ritardi dei treni che i pendolari prendono per andare al lavoro. Contro le liste d’attesa per le visite mediche. Perfino contro gli autobus sovraffollati. Anche i tifosi di squadre di calcio che stanno ottenendo risultati disastrosi nel campionato minacciano – non si sa quanto seriamente – la «class action» per avere un risarcimento. Insomma, si rischia di sminuire questo nuovo strumento legale. Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ha dichiarato di temere proprio un effetto di declassamento della «class action», tirata in causa con troppa leggerezza e ha invitato le associazioni dei consumatori a utilizzarla «per tutelare interessi seri, radicati e ricchi di contenuti».

Che pacchia per gli avvocati. Non c’è nulla più della «class action» a far paura alle grandi imprese americane. Negli Stati Uniti, patria delle cause collettive di risarcimento, le aziende tremano di fronte all’eventualità che i loro clienti possano ammalarsi o andare incontro a incidenti a causa di prodotti con difetti di fabbricazione o di ingredienti nocivi. Perché così si espongono a richieste di risarcimento dalle quali spesso escono con le ossa rotte. Dagli anni Sessanta a oggi, sono state tante le multinazionali costrette a risarcimenti miliardari. Nessun settore è rimasto escluso, dalla sanità alle auto, dalle sigarette agli elettrodomestici. Quella dei ricorsi collettivi è diventata una sorta di industria di carte bollate che dà lavoro a schiere di avvocati senza pari nel resto del mondo: negli Stati Uniti c’è un avvocato ogni trecento abitanti.

Un’attività che fa gola, visto che da quelle parti gli avvocati che vincono le «class action» non ricevono solo una parcella ma una percentuale sul risarcimento. L’azione più famosa resta quella avviata da Erin Brockovich – diventata anche un film – che è riuscita a vincere una causa da 333 milioni di dollari contro la Pacific Gas and Electric Company, condannata per aver contaminato le acque di una cittadina californiana e provocato tumori agli abitanti. Un altro caso che ha fatto la storia è quello contro le multinazionali del tabacco, che hanno dovuto sborsare 4,4 miliardi di dollari per venire incontro alle richieste di migliaia di fumatori danneggiati dalle sigarette. In America paga anche lo Stato: il ministero degli Interni, accusato di aver gestito male i fondi destinati alle tribù indiane che vivono nelle riserve, ha deciso un mese fa di chiudere la partita versando 3,4 miliardi di dollari.

Niente spese per lo Stato. Se a danneggiare i cittadini sono gli ospedali, le scuole, le aziende dello Stato o qualsiasi ufficio pubblico non è previsto nessun tipo di risarcimento. I cittadini vittima dei disservizi pubblici possono ricorrere collettivamente davanti a giudice ma la sentenza potrà solo garantire le prestazioni richieste, a costo zero. Per esempio se la lista d’attesa per un intervento chirurgico in ospedale è troppo lunga, il giudice potrà chiedere che migliori l’organizzazione. Ma se le lungaggini dipendono mancanza di strumenti o di sale operatorie, e il problema rimarrà, i pazienti non avranno un euro perché i miglioramenti dovranno avvenire senza alcuna spesa aggiuntiva per lo Stato. siasi cosa.

Popularity: 8% [?]

Assisi. La Tenda del Risorto.

di Marilena Marino La Chiesa di Dio che è in Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino, memore del comando del suo [...]

Cinema e religioni a Trento e Cannes (passando per Buddha)

“Viaggi della fede. Viaggi della speranza”: è questo il tema dell’edizione 2010 (la tredicesima) di Religion Today Film Festival, che [...]

Essere straordinari nell’ordinario: la semplice eredità di don Luigi Monza.

1.200 persone hanno assistito alle 3 repliche di “…scrivi: «Amore»” , lo spettacolo ispirato al messaggio del Beato Luigi Monza. [...]

MAGGIO, MESE DELLA MAMMA

da Mariangela Musolino FEDERAZIONE UMBRA MOVIMENTO PER LA VITA comunicato stampa – 6 maggio 2010 MAGGIO, MESE DELLA MAMMA: IL [...]