Thursday, 9 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

Matteo Ricci snobbato dalla Rai

Posted by marilena marino On aprile - 16 - 2010 ADD COMMENTS

Nella foto Gjon Kolndrekay regista del docufilm e Simone Pieroni attore e interprete di P. Matteo Ricci

La Pasqua ebraica

Posted by Giuseppe Delprete On marzo - 25 - 2010 ADD COMMENTS

(Tratto dal saggio introduttivo di Daniel Lifschitz dal volume: Sholem Aleichem, Mendele Mokher Sforim, Yitzchaq Leib Peretz, Le feste ebraiche3. Pessach – Pasqua, Ed. Paoline, 2001)

Il mese di Nissan

Con il mese di Nissan inizia l’anno religioso, In questo mese i nostri padri furono liberati dalla schiavitù dell’Egitto, nel mese di Nissan diventammo nazione. Nel mese di Nissan, quindi, inizia la festività di Pessach, memoriale di tutti questi eventi.

Durante tutto il mese – con un’unica eccezione – è vietato digiunare, pronunciare preghiere penitenziali, cantare lamentazioni. Durante lo shabbath che precede Pessach – lo chiamiamo Shabbat ha Gadol il grande Shabbath, per i grandi miracoli che avvennero in quel tempo -, il Rabbi dà alla comunità una catechesi sui precetti di Pessach e alla vigilia di Pessach i primogeniti digiunano in memoria del castigo che si abbatté sull’Egitto, la decima e più terribile delle dieci piaghe: la morte dei primogeniti. Israele ne fu risparmiato, non per i suoi meriti – non ne aveva – ma per l’amore infinito del Santo, benedetto sia. Per i ragazzi che non hanno ancora raggiunto i tredici anni, la Bar-Mitzvah, digiuna il padre; ma se lui stesso è un primogenito e deve quindi digiunare per se stesso, al posto del figlio digiuna la madre.

Vivere la Pasqua

Pessach 1 non è una pia commemorazione di eventi lontani: è invece un’esperienza. La Pasqua invita ogni ebreo a partecipare oggi a un evento fondamentale per lui, per il suo popolo e per tutta l’umanità.

Celebrando la Pasqua l’ebreo collabora con Dio nella redenzione del mondo.

Ma com’è possibile partecipare oggi ad un evento che ebbe luogo più di tremila anni fa? La Torah chiama le grandi feste ebraiche Moadim (giorni di incontro con Dio). Ognuna delle grandi feste ebraiche trasmette un messaggio divino, radicato in un evento storico.

La Pasqua trasmette la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. È una meraviglia che quel messaggio non ci raggiunga da un passato remoto, ma che ci venga donato ogni anno di nuovo, celebrando un evento storico che diventa oggi una parola eterna di Dio per noi.

Per l’uomo occidentale questo è difficile da capire, perché egli considera il tempo come una linea diritta, che parte da un passato remoto e non tornerà mai più, dirigendosi verso un futuro imprevedibile che nessuno può conoscere. Spicca una sola certezza, quella della propria morte. Da questa l’uomo “occidentale” cerca di fuggire in molteplici faccende alienandosi dal proprio oggi.

Perciò gli eventi dell’Esodo dall’Egitto gli sembrano un lontano passato, senza alcun significato attuale.

Ma l’ebreo non vive il tempo in questa maniera: Dio è intervenuto nella sua storia e continua a intervenire, caricandola di un significato eterno e sempre attuale.

Mentre la storia avanza, l’ebreo non avanza su una linea diritta, lasciando il passato dietro a sé,: “Noi ci muoviamo in cerchio o, meglio, in una spirale, e perciò passiamo anno dopo anno attraverso le stesse stagioni, nelle quali avvennero gli interventi storici di Dio in favore dei nostri padri” 2

Per questo gli ebrei, quando ringraziano Dio per i miracoli che ha operato nella loro storia, non parlano dei grandi eventi dicendo “in quei giorni”, ma dicono “in quei giorni, in questo nostro tempo”; ancora oggi ne sono partecipi.

Quando dunque un ebreo veglia durante l’inter notte di Shavuoth 3, scrutando la Torah, non commemora semplicemente il dono della Torah sul Sinai, ma si prepara oggi a riceverla di nuovo. Quando a Tisha be Av digiuna, cantando lamentazioni seduto tutto il giorno per terra, egli partecipa alla tragedia della distruzione del Tempio e la rivive. Quando, a Sukkoth, vive per otto gironi con tutta la famiglia in una capanna di frasche, attraverso la quale si deve intravedere il cielo, egli non si ricorda semplicemente dei suoi padri che, guidati da Dio, vissero per quaranta anni pellegrini nel deserto, ma proclama attraverso quel segno che anch’egli è pellegrino su questa terra e che la sua sola luce gli viene dal cielo, da dove aspetta la venuta del Messia.

Tutto questo lo riassume molto bene Moshe Chaim Luzzato, rabbino e qabbalista italiano: ” Ogni impresa operata da Dio, ogni luce che brillò in un certo tempo della nostra storia, quando questo tempo ci raggiunge attraverso la memoria, lo splendore di questa luce brilla di nuovo e i frutti di quell’impresa possono essere mietuti da chiunque è presente per raccoglierli “4.

Ogni festa dell’anno liturgico ebraico contiene dunque la propria specifica e unica emanazione di santità, e l’ebreo può così rivivere i grandi avvenimenti della sua storia e, entrando nel loro spirito, attingere forza e ispirazione per il suo cammino 5.

La prima e principale festa dell’anno – principale perché segna gli inizi del popolo ebraico ed è quindi madre di tutte le feste dell’anno liturgico, anche dello Shabbath - è Pessach, la Pasqua, che gli ebrei chiamano ” il tempo della nostra liberazione “.

Questa liberazione cade sempre di primavera, nel mese di Nissan. Ma questo non è, il mese della liberazione perché in esso avvennero i prodigi dell’esodo: i prodigi dell’esodo avvennero invece in quel mese perché così Dio l’aveva preordinato per manifestarsi e per liberare, innestando la liberazione spirituale in un fenomeno naturale di vita, festeggiato ciclicamente da tutti i popoli: la primavera.

È la stagione nella quale la natura, libera dalle catene dell’inverno, si rinnova e si riveste di nuovo splendore. Questa è la stagione della libertà nella quale risuona la voce dell’amato: ” Alzati, amica mia, vieni, mia bella, mettiti in cammino. Ecco l’inverno [della schiavitù] è passato 6.

Questa è la stagione nella quale sono state aperte le sorgenti della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; liberazione per poter servire ed amare Dio. Queste sorgenti che si aprono nuovamente ogni anno zampillano con tutta la loro forza ogni mese di Nissan.

La schiavitù e la liberazione dall’Egitto costituiscono la pietra di fondazione di Israele; su di esse poggia tutta la sua storia. Per questo i saggi di Israele possono dire: ” Ogni periodo di esilio nella storia del nostro popolo fu prefigurato dalla schiavitù d’Egitto e ogni atto di liberazione, fino a quando giungerà quello definitivo, l’ avvento del Messia, ha le sue radici in questa redenzione originale, che avvenne durante l’eterna stagione della nostra liberazione dall’Egitto “.

Ecco perché l’ebreo nella notte di Pessach diventa partecipe di quell’intervento fondante attraverso il quale Dio stesso si scelse un popolo, lo adottò e lo strappò dal potere di un altro, dimostrando così che egli è il Signore della storia.

Entrando in questa esperienza e assorbendone gli insegnamenti, l’ebreo prepara il mondo per la venuta del Messia, aspettando l’ultima manifestazione della gloria di Dio e la liberazione definitiva del suo popolo e dell’umanità.

Come avviene questo? Quando giunge questa notte gli ebrei si siedono, famiglia per famiglia, comunità per comunità, come fecero i loro padri, attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha operato per loro; poi mangiano e bevono (consumando si partecipa) i segni della loro salvezza, la loro stessa liberazione.

il Seder pasquale è quindi un dono di Dio, un’opportunità che Dio offre per rivivere e non soltanto per ricordare l’esodo dall’Egitto.

Rabbi Yitzchaq Luria, il grande mistico e qabbalista 7, dice: ” Quando la Pasqua è preparata e celebrata come si deve le forze spirituali che si manifestarono durante la prima Pasqua agiscono nuovamente. Per questo il Talmud dice: “In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall’Egitto”. Ecco perché la preparazione della Pasqua è una condizione essenziale per poter riviverla ” 8

Dice il Maharal 9: ” Ognuno si applichi con riverenza a seguire le indicazioni dei saggi che hanno fissato nella Haggadah lo svolgersi dei riti del Seder. Nessun dettaglio ci sembri di troppo, anche se ci sono molte cose attorno alla Pasqua che ci potrebbero sembrare superflue. Neanche il minimo segno, il minimo gesto è senza significato ed efficacia “.

Il Sefer Hachinuch10 aggiunge: ” Una persona è motivata per le sue azioni “.

L’esperienza del proprio esodo non può essere un esercizio intellettuale, un pio sentimento o una decisione della nostra buona volontà. Bisogna preparare e lavorare per creare un ambiente e un clima nei quali l’esodo sia evocato attraverso segni evidenti.

Questo è lo scopo del Seder pasquale. Le sue parole e i suoi segni sono intesi a provocare un’esperienza personale e comunitaria di liberazione dalla schiavitù. Perciò ogni pur minimo segno e dettaglio usato durante la notte devono essere considerati come strumenti che aiutano a raggiungere questo scopo spirituale: sono come tessere di un mosaico, indispensabili perché Dio possa comporre per l’uomo l’insieme di un disegno.

I riti del Seder e i minimi dettagli del testo della Haggadah sono stati composti con uno scopo ben preciso: aiutare a ri-sperimentare la redenzione dall’Egitto. Questo viene anche significato dal nome ” Seder di Pasqua “, cioè ordine di Pasqua: ogni minimo dettaglio della notte pasquale fa parte di un progetto unico. Perciò una serie di segni scandisce ogni tappa della notte di Pasqua. Chi è presente in questa notte viene condotto dall’esperienza di schiavitù alla gioia della libertà.

il Maharal afferma ancora: – Seguendo tappa per tappa il modello tracciato dai padri, prepariamo l’avvento della redenzione finale perché, come si è già detto, ogni Pasqua fa rivivere l’esperienza della prima liberazione e fa presagire quella successiva, fino all’ultima e definitiva liberazione “.

Quali sono i principali elementi che devono precedere il Seder pasquale?

  1. L’annuncio della Pasqua;
  2. La preparazione della Pasqua.

Tutta la vita dell’uomo è preparazione. La storia prepara l’umanità per il regno di Dio, per la venuta del Messia e per la risurrezione dai morti. La vita di ogni singolo individuo lo prepara per la vita eterna. Anche nella vita quotidiana dell’uomo, ogni passo importante, ogni decisione che inciderà sul futuro devono essere preparati.

Così non stupisce che prima di uscire dall’Egitto e poi, di nuovo, prima del dono della Torah, sia stato comandato agli ebrei di prepararsi per quei grandi eventi.

L’ebreo si prepara attraverso il proprio vissuto a uscire da se stesso. Quando si alza al mattino proclama: ” Preparati, Israele, all’incontro con il tuo Dio “11. E così, di comandamento in comandamento, si prepara. Quando si alza al mattino, si lava per prepararsi alla preghiera mattutina, poi prega per prepararsi alla storia che lo aspetta lungo la giornata. Ogni giorno della settimana è preparazione per lo Shabbath. I saggi dicono: ” Chi ha lavorato prima dello Shabbath, avrà qualcosa da mangiare il giorno dello Shabbath“. Durante lo Shabbath l’ebreo si prepara per la vita eterna. Ma in nessuna occasione la preparazione viene così insistentemente sottolineata dalla Torah come a Pessach, perché a Pasqua si esce dalla schiavitù. Questa preparazione ha il suo centro attorno a un segno.

L’eliminazione di ogni lievito

Poco tempo dopo Pessach, l’ebreo si deve già dare da fare per mettere da parte, dopo la mietitura, la farina più pura e custodirla fino al Pessach successivo da ogni contatto con qualsiasi elemento che possa farla fermentare e lievitare. Tutto l’anno egli deve essere attento che nessun chametz (cibo lievitato) penetri in armadi, libri, corrispondenza, eccetera. Molte settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a pulire ogni angolo e fessura della casa da qualsiasi residuo di lievito; lo conserva in uno spazio sempre più ristretto, il giorno prima di Pessach in una piccola stanza. Poi, durante la notte che precede Pessach, tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz. Questo viene poi bruciato al mattino, mentre tutta la famiglia danza attorno al fuoco.

Ma che cosa significa tutta questa preparazione e precauzione?

Alcuni rabbini hanno osservato che la differenza tra la parola chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera He e la lettera Cheth. Le altre lettere contenute nelle due parole sono uguali. E perché He e Cheth siano uguali manca solo un puntino. Quando Israele uscì dall’Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna, dallo stato in cui Dio, secondo i saggi, non può più salvare l’uomo, perché ha varcato il limite della degradazione e ha perso ogni sensibilità spirituale.

Se Dio non fosse intervenuto in tutta fretta a liberarlo, Israele sarebbe rimasto in Egitto.

Infatti, la minima quantità di lievito rende chametz tutta la massa 12.

Il lievito è simbolo e segno dell’istinto malvagio che abita nell’uomo. Il desiderio di annientare ogni traccia di lievito e di cibo lievitato prepara l’ebreo per la festa di Pessach, nella quale deve essere annientato ogni istinto malvagio in noi.

Il rabbi chassidico Baruch di Medzibosh diceva, mentre pronunciava la benedizione sull’annullamento dello chametz: ” Ogni lievito “, cioè tutti gli istinti d’egoismo, ” che è ancora in mia proprietà, certamente ne esistono dentro la mia anima, quello che ho visto e quello che non ho visto, penso di averli visti, ma purtroppo non li ho visti, che ho distrutto e che non ho distrutto, penso di averli distrutti, ma purtroppo non li ho distrutti, siano considerati nulla. Sii tu, Signore, a nullificarli e a distruggerli “.

Rabbi Shmuel di Sochatchov dice: ” La ricerca e il bruciare dello chametz alludono al comando di distruggere Amaleq “13.

Lo chametz significa l’istinto malvagio, l’arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto e la menzogna.

La matzah invece significa l’istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell’operare il bene, la prudenza, l’umiltà e la verità.

Lo chametz è più gustoso e gradevole della matzah, più bello e più appariscente, come l’istinto malvagio, il quale tenta l’uomo con i piaceri di questo mondo, gli suggerisce e gli mette davanti agli occhi cose piacevoli…

È un precetto distruggere completamente questo chametz e perciò lo si deve cercare negli angoli e nelle fessure e in ogni luogo dove si sarebbe potuto nascondere. £ebreo deve scoprire i nascondigli dell’istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le sue opere cattive, per poterli distruggere e annientare.

Desiderando liberarsi dal dominio dell’istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell’Egitto.

Dice il Talmud: ” Nella notte del quattordici Nissan si cerchi con diligenza ogni sostanza con lievito alla luce di una candela “.

Così, a partire dalla prima notte del suo quattordicesimo anno, giorno in cui il giovane ebreo ha celebrato la sua Bar-Mitzvah, egli è tenuto a cercare il lievito in sé e a combattere l’istinto malvagio ” con la candela del comandamento e con la luce della Torah ” 14.

Che cosa viene considerato chametz = lievitato?

Qualsiasi seme o farina dei cinque tipi di cereali nominati nella Bibbia.

Quando uno di questi entra in contatto con l’acqua per il tempo necessario a lievitare – cioè otto o dieci minuti -, a meno che venga impastato e subito infornato, è considerato chametz. È assolutamente vietato mangiare, utilizzare o conservare questo chametz nella propria casa durante i sette giorni della festa di Pasqua. Qualsiasi prodotto che contenga la minima componente dei cinque tipi di cereali è chametz15.

Si capisce così il vero senso di tutta questa preparazione: prima di sedersi alla mensa del Seder per lasciarsi penetrare dallo spirito di Pessach, bisogna rimuovere ogni briciola di chametz dalla propria casa come segno che si desidera rimuovere dalla propria vita e da sé quello che significa lo chametz.

Il Talmud fa derivare l’obbligo di cercare lo chametz di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: ” L’anima dell’uomo è come una luce del Signore, che scruta tutte le stanze del cuore “16.

A ovvio che c’è un significato molto profondo che viene espresso attraverso la ricerca dello chametz: è la ricerca nel proprio io.

Rabbi Pinchas di Koretz così spiegava l’affermazione del secondo libro dei Re: ” Difatti una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda” 17: questo allude alla distruzione degli altari pagani e di ogni luogo di idolatria, operata da Giosia dopo questa Pasqua. Egli eliminò veramente tutto il lievito.

” Portare alla luce il nostro chametz, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale “.

Punto di Partenza: la liberazione

” Ogni anno liturgico viene a noi per chiamarci a rinnovare il nostro servizio di Dio e ogni giorno dell’anno incide in questo rinnovamento. La chiave del nostro rinnovamento è la nostra coscienza dell’amore di Dio, re dell’universo, che si manifestò al mondo nell’esodo, facendo di noi il suo popolo. Per questo anche la nostra preghiera quotidiana ricorda la nostra liberazione dall’Egitto. Il riposo sabbatico, in particolare, è un memoriale della nostra liberazione dalla schiavitù che Dio operò con miracoli e segni, con i quali si fece conoscere come Creatore e Signore dell’universo “18.

Il versetto: ” Ha lasciato un memoriale delle sue meraviglie, pietoso e misericordioso è il Signore “19 viene interpretato da Rashi in questo modo: ” Poiché Dio è pieno di amore e compassione e desidera che i suoi figli siano santi, ha dato loro dei sabati e delle feste perché possano fare un memoriale della schiavitù in Egitto “.

Ma la festa di Pessach è innanzi tutto il pozzo e la sorgente di ogni liberazione. È in questo giorno che possiamo ri-sperimentare il principio della manifestazione di Dio e la creazione del popolo ebraico come nazione libera.

” Tutte le altre feste hanno il loro punto di partenza nella Pasqua. La libertà ottenuta attraverso l’esodo è sviluppata a Shavuoth (Pentecoste) attraverso il dono della Torah e trova la sua espressione finale a Sukkoth quando l’ebreo, costruendo una capanna di frasche, esce da questo mondo temporale e si trasferisce nella Sukkah, che rappresenta le ali della Shekinah (l’Emmanuele, Dio con noi) “20.

La Pasqua segna l’inizio del regno di Dio su Israele, e la sua celebrazione porta con sé un frutto meraviglioso: ” Che tu ricordi il giorno in cui sei uscito dal paese d’Egitto per tutti i giorni della tua Vita 21.

L’influsso della Pasqua perdura per tutto l’anno come fondamento di tutti i comandamenti, e per questo uno deve osservare i comandamenti per la Pasqua con totale dedizione “22.

I tre segni principali: Agnello Matzah e Maror

pesach.gif (9223 byte) Tutto il Seder pasquale gira da sempre attorno ai tre comandamenti che segnarono la prima notte di Pasqua in Egitto: l’agnello pasquale,
la matzah e
il maror (le ” erbe amare “).

Ora come allora, questi comandamenti ” Obiettivi ” (non si tratta di comandamenti morali o divieti, ma di fatti da preparare, da proclamare, da indicare ben visibilmente e da mangiare) formano il nucleo del Seder pasquale. Certo, si sarebbe potuto concepire una celebrazione basata unicamente sul racconto degli eventi, ma l’uomo è plasmato dalle proprie azioni più che da idee, speculazioni filosofiche e ideologie.

Perché Pessach sia un’esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un’azione concreta: l’obbedienza ai precetti pasquali.

I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall’Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede – infatti stavano per varcare la quarantanovesima e ultima porta della degradazione, dopo la quale neanche Dio poteva più intervenire – e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e ” stupida ” obbedienza alla parola di un altro, Mosè 23, che parlava a nome di Dio.

Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto.

Ora capiamo perché la Haggadah vieta di dire: ” Per quello che il Signore ha fatto per me “, se l’agnello (dopo la distruzione del tempio e la cessazione dei sacrifici, significato da un osso di gallina o di agnello), la matzah e le erbe amare (maror) non sono esposti sulla mensa.

La matzah è oggi il segno più importante e unisce l’esilio alla redenzione.

Da un lato è lechem oni, il pane dell’umiliazione e della povertà, che in Egitto veniva mangiato dagli schiavi, i quali non potevano aspirare a un pane migliore 24; dall’altro è il segno della libertà, perché quando scoccò l’ora della liberazione, tutto si svolse con tale rapidità che gli ebrei non ebbero neppure il tempo di far lievitare il pane e uscirono con le loro provviste di pane azzimo non cotto. La caratteristica principale della matzah è l’assenza di ogni lievito; il lievito fa crescere la pasta e le dà gusto ed è perciò il segno dell’autoaffermazione, dell’oppressione e del peccato. Come schiavi del faraone, gli ebrei, se desideravano la liberazione, non avevano altra scelta che umiliarsi e sottomettersi a Dio.

Preparazione delle Matzoth

Il frumento per le matzoth viene macinato almeno quattro settimane prima di Pessach.

Per evitare ogni lievitazione, non deve essere vecchio, né deve aver avuto contatto con la minima goccia d’acqua. Il mulino nel quale viene macinato deve servire solo per il frumento destinato alla cottura delle matzoth; la pietra del mulino deve essere ogni anno nuovamente levigata, l’imbuto sopra la pietra va acquistato nuovo ogni anno, così i contenitori, i sacchi e tutto ciò che occorre per la conservazione, la macinazione, la cottura e la consumazione delle matzoth. Tutto questo processo viene fatto sotto la stretta sorveglianza di uomini pii e dotti.

La stessa acqua che serve per impastare le matzoth dev’essere acqua pura di fontana o di sorgente e, prima di usarla, tra il tramonto e l’alba – la confezione delle matzoth deve avvenire di preferenza di notte, per evitare ogni calore, agente di lievitazione – deve essere attinta con un mestolo nuovo, passata attraverso un panno nuovo e versata in un altro recipiente che serve unicamente per l’impasto delle matzoth. Se si impasta la matzah di giorno, si deve badare che nessun raggio di sole tocchi il tavolo, la farina, l’acqua o l’impasto. Mentre si impastano le matzoth non ci si deve fermare neanche un momento.

Pessach nel Santo Tempio – il sacrificio dell’Agnello

A Pessach ogni ebreo doveva offrire il sacrificio pasquale nel Tempio di Gerusalemme. Così, tra le grandi feste di pellegrinaggio a Gerusalemme, Pessach, Shavuoth e Sukkoth, Pessach era quella che attirava il più grande numero di pellegrini. Centinaia di migliaia di ebrei venivano da tutti gli angoli della terra di Israele per radunarsi in quella occasione.

Il Talmud racconta:
Un mese prima di Pessach si riparavano tutte le strade che conducevano a Gerusalemme e si riempivano tutte le cisterne e i pozzi lungo il cammino per garantire ai pellegrini l’acqua necessaria durante il loro viaggio verso la città santa.

Gerusalemme stessa si preparava febbrilmente per ricevere il popolo che affluiva. I pellegrini si contavano per centinaio di migliaia ma, cosa stupefacente, c’era posto per tutti nella città e mai qualcuno ebbe a lamentarsi di non aver trovato un buon alloggio. La gioia e l’entusiasmo del popolo non conoscevano limiti.

Il sacrificio dell’agnello pasquale, l’evento più solenne della festa, avveniva durante il pomeriggio della vigilia di Pessach.

Ogni famiglia numerosa aveva preparato un agnello, che sorvegliava attentamente durante diversi giorni, affinché nessun incidente lo rendesse improprio al sacrificio. Le famiglie più piccole si organizzavano in comunità di famiglie per offrire il sacrificio comune, poiché la Pasqua prescrive che tutta la carne dell’agnello deve essere consumata durante la notte di Pessach. Le comunità familiari e quelle spirituali (chaburot) erano migliaia ma, nonostante il loro numero, tutti riuscivano a offrire il sacrificio pasquale in quel pomeriggio (cfr. Mc 14,12).

Il sacrificio si svolgeva così: la moltitudine dei fedeli veniva divisa in tre gruppi, ammessi successivamente nel grande cortile del tempio.Dopo l’entrata del primo gruppo, le pesanti porte venivano chiuse. Tre suoni di tromba annunciavano l’inizio dei sacrifici. I sacerdoti, muniti di bacini d’oro e d’argento, si disponevano in diverse file che si dirigevano all’altare, i sacerdoti muniti di bacini d’oro in file distinte da quelle dei sacerdoti muniti di bacini d’argento. Immediatamente dopo lo scannamento dell’animale (shchitah), il sacerdote più vicino al sacrificio riceveva il sangue dall’israelita che aveva sacrificato accanto a lui e passava il bacino al sacerdote sul gradino superiore e così via fino all’altare sul quale veniva versato il sangue. I bacini avevano una forma particolare: erano stretti in basso, in modo che non potevano essere posati per terra senza rovesciarsi. I sacerdoti dovevano perciò passarli di mano in mano, senza versare una goccia di sangue. Bisognava fare presto per evitare il coagularsi del sangue. La destrezza e la velocità dei sacerdoti erano uno spettacolo stupendo. Dopo che il sangue veniva sparso sull’altare, alcune parti dei sacrifici (il grasso e le viscere) venivano bruciate sull’altare.

Appena il primo gruppo aveva terminato, veniva ammesso per il sacrificio il secondo e, finalmente, il terzo.

Durante i sacrifici, tutti i fedeli, diretti dai leviti, cantavano salmi di lode. Poi si arrostivano gli agnelli pasquali, come prescrive la Torah (TalmudB Pessachim 64a).

Quando giungeva la notte, ogni comunità di famiglie che aveva offerto il comune sacrificio si radunava in casa per celebrare il Seder secondo un rito peraltro molto simile a quello che celebriamo adesso. Avendo partecipato nel tempio al sacrificio stesso, non mettevano sul piatto del Seder l’osso disossato che ricorda oggi la mancanza del sacrificio a causa della distruzione del tempio, ma disponevano sulla mensa la carne arrostita dell’agnello sacrificato.

Si celebrava allora il Seder con i quattro segni sacramentali principali: agnello, matzah, maror e le quattro coppe di vino. Gli altri simboli (uovo, Charoset, lattuga) furono aggiunti dopo la distruzione del tempio.

Che gioia regnava in quei giorni a Gerusalemme! Molti gentili venivano da ogni parte del mondo per assistere alla meravigliosa celebrazione della Pessach nella città santa (Gv 12,20; At 2,5-11).

Nei nostri giorni, celebrando il Seder nell’esilio e ricordandoci di quei giorni gloriosi, quando il tempio si ergeva ancora in tutto il suo splendore, proclamiamo: ” Quest’anno qui (nell’esilio), ma desideriamo celebrare Pessach l’anno prossimo nel tempio, a Gerusalemme! ” Concludiamo infatti il Seder con le parole: ” L’anno prossimo a Gerusalemme! ”

Il Seder può iniziare

Quando, la prima sera di Pessach, gli uomini tornano dalla Sinagoga, appena entrati in casa, sono avvolti dall’atmosfera calda e unica di quella festa.

La madre pronuncia la benedizione sulla luce. In mezzo alla stanza migliore brilla la mensa, coperta da una tovaglia bianca e ricamata, apparecchiata con i segni pasquali. La stanza è illuminata il più possibile, e anche il capofamiglia ” brilla ” vestito del suo kittel bianco, nel quale un giorno verrà rivestito da altri, in attesa di presentarsi al suo Dio per la risurrezione e il giudizio universale. Indossa la kippah di seta bianca ed è cinto di una corda bianca, come lo furono i nostri padri in Egitto, pronti ad essere guidati dall’inviato di Dio, Mosè, dalla schiavitù alla libertà.

Pieni di stupore e meraviglia, i bambini contemplano la mensa e tutti i segni particolari che caratterizzano questa notte. Davanti ad ognuno dei commensali è posta una Haggadah di Pasqua ed una coppa.

Durante il Seder quattro coppe di vino berrà ognuno, piccolo o grande, ricco o povero, uomo o donna. Anche il vino è stato preparato con la stessa cura prestata alle matzoth. Ogni volta che si beve alla coppa – e si berrà almeno quattro volte – la coppa deve essere vuotata. Si beve con la destra, appoggiati sul fianco sinistro, come banchettavano gli uomini liberi al tempo dei Romani.

Come un grande ” mistero “, il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati.

Vi sono poste tre matzoth, ognuna separata dall’altra da una tovaglia di lino. Sul piatto sono posti la lattuga, frutto della terra, il maror, l’erba amara, il charoset, un dolce in forma di mattone, un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato.

Raccontare l’Esodo

” …Perché tu possa raccontare nelle orecchie di tuo figlio e di tuo nipote quello che ho operato in Egitto, i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così conoscerete che io sono il Signore25

I segni dell’agnello, della matzah e delle erbe amare sono la base per il racconto dell’Esodo. I rabbini leggono le parole “pane dell’umiliazione” anche come “pane sopra il quale si dicono molte cose”26.

La matzath e il maror devono essere ben visibili sulla mensa, ma prima di mangiarli, l’ebreo deve parlare dell’uscita dall’Egitto.

La stessa parola ” Pessach ” è stata intepretata dai rabbini: pe sach = ” la bocca parla “, sottolineando l’importanza di esprimere l’evento in parole. Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l’unità tra il fatto e l’articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell’assemblea gli antichi prodigi.

Il comando di parlare della liberazione dall’Egitto implica il racconto di tutti quegli eventi nella loro unicità miracolosa.

Ma perché proprio quelli e non altri interventi di Dio, come, per esempio, il dono della Torah sul Sinai o la conquista della Terra Promessa?

Perché l’esodo è il fondamento di tutto. perché l’esodo è una nuova creazione, l’inizio della storia di Israele come popolo di Dio attraverso l’intervento amoroso e totalmente gratuito di Dio nella storia dell’umanità; l’esodo è la manifestazione della regalità di Dio su tutte le nazioni.

Attraverso questa redenzione fu rivelato a Israele e a tutti i popoli che solo a Dio appartengono il regno, il potere e la gloria in cielo e in terra.

Il faraone, all’apice del suo dominio sull’impero più civilizzato del suo tempo, fece una domanda che risuona fino ad oggi nella storia dei popoli e di ogni individuo: – Chi è perché io debba ascoltare la sua voce? ” 27.

Dice il Ramban: ” Gli eventi e le circostanze dell’esodo sono una parola eterna per ogni faraone e per tutta l’umanità: “lo sono, il Signore, in mezzo alla terra, non un Dio astratto, che abita in un cielo distante, ma mia è la terra 28 e ne posso disporre secondo la mia volontà”. Dio, sposando sul Sinai il popolo che si è riscattato, dice di se stesso: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dèi di fronte a me29.

” Nell’evento liberatore dell’Egitto, Dio si è manifestato come l’unico vero sposo “30.

Per questo l’ebreo deve parlare di ognuno degli eventi dell’esodo fin nei più minuti dettagli ed entrare nei loro significati storici e spirituali per poterli sperimentare nella propria esistenza. Questi eventi sono il fondamento e il presupposto di tutta la sua storia.

Finché gli uomini rifiuteranno di riconoscere la fragilità del proprio potere e i limiti di ogni loro impresa, il racconto dell’esodo ricorderà sempre che l’uomo è argilla nelle mani del suo Creatore e che la sua vita dipende da Dio. Per questo l’Aggadah di Pasqua insiste che ” più uno parla dell’esodo dall’Egitto, più è meritevole di lode “.

Domanda e risposta

Dobbiamo porre l’attenzione su un altro aspetto unico che caratterizza il Seder pasquale: il dovere di parlare dell’esodo deve compiersi attraverso domande e risposte tra il padre e i figli.

” Quando tuo figlio domani ti domanderà: “Che significa ciò?” tu gli risponderai: “Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire… “31.

Perché questa insistenza sulla formulazione di domande? Solo colui che veramente si pone delle domande sarà interessato alla risposta.

Esiste una domanda fondamentale che ognuno si deve fare ogni volta che ascolta la Parola di Dio: ” Che cosa mi dice con questa Parola il Signore? “.

La notte di Pessach è una meravigliosa occasione per porsi questa domanda e il fatto di porla al proprio padre è un mezzo per risvegliare la coscienza dei figli e di tutti i presenti32.

Celebrare il Seder nella cerchia familiare è l’esperienza dell’Egitto, quando gli Israeliti si radunarono nelle loro case attorno a ” un agnello per ogni famiglia, uno per ogni casa ” 33. Lo stesso modo di celebrare è già una dimostrazione di libertà. Come schiavi non potevano vivere una normale vita familiare e ora potevano radunarsi nella propria casa, mentre fuori si compiva il giudizio di Dio sull’Egitto. Gli schiavi non conoscono una relazione padre-figlio, i figli di uno schiavo non gli appartengono.

Ma c’è di più. l’esodo è l’evento in cui Dio Padre si scelse una famiglia 34. La liberazione dall’Egitto segna la nascita degli ebrei come nazione, unita da un legame particolare dei figli con il padre. ” Israele è il mio primogenito “35

investito da lui di una missione particolare e benedetto con l’indistruttibilità.

” Così come Dio al principio creò dal nulla mondo perfetto, così ha creato dal nulla la sua esistenza il suo popolo. Israele non è frutto di un processo evolutivo, come avviene per tutti i popoli, ma creazione di Dio, che sfida ogni legge della natura e della storia “36.

Dice rabbi Samson Rafael Hirsch: ” Fu introdotta una nazione in mezzo a tutte le altre, che doveva dimostrare con la sua vita e il suo destino che Dio è l’unico fondamento della vita e che il vero senso della vita è il compimento della volontà di Dio. La Torah è l’unico legame che unisce questo popolo. Dio dovette dunque scegliere un popolo, al quale mancava tutto quello sul quale l’umanità costruisce la propria grandezza e il proprio potere… Per questo fu tolto alla famiglia di Giacobbe tutto ciò che fa di un popolo un popolo e di un uomo un uomo: la terra, la dignità, la libertà, infine la vita familiare. Doveva diventare popolo attraverso l’esodo in modo del tutto nuovo, dalle stesse mani di Dio “37.

La Pasqua, quindi, è il natale del popolo ebraico. Ora si capisce perché Israele conta i mesi dell’anno cominciando dal mese di Nissan. Questo spiega anche una differenza sostanziale tra la celebrazione della Pasqua e la celebrazione di tutti gli altri grandiosi eventi della storia ebraica. In nessun’altra occasione l’ebreo è tenuto con un comandamento esplicito a raccontare i prodigi operati da Dio. In nessun’altra festa la Torah chiede una preparazione così meticolosa e segni così particolari ed evidenti da osservare rigorosamente.

” È Pessach che ha operato la nascita di Israele; perciò le leggi per la conversione al giudaismo sono derivate dagli eventi dell’esodo. È da allora che esistono ebrei. Per questo i segni che iniziano alla comprensione di Pessach e parlano dell’evento pasquale devono essere assolutamente chiari e non si può tollerare la minima impurità “38.

La notte del Seder viene celebrata in famiglia, perché la continuità di una nazione ha le radici naturali nella famiglia. Se comprendiamo questo, comprendiamo anche il comando di riunirsi per famiglie in Egitto che dura fino ad oggi. Fino alla venuta del Messia la famiglia o la comunità ebraica si radunerà la notte per il Seder. Notte in cui, ogni anno, un padre deve nuovamente parlare ai figli, per renderli pienamente coscienti delle loro origini e per aggiungere un nuovo anello alla ininterrotta catena della tradizione.

I figli fanno l’esperienza degli eventi della Pasqua in un ambiente che li colpisce, perché raccontare quello che si è sperimentato lungo tutta la storia non è il racconto di una leggenda ma la testimonianza di un fatto storico esperienza di tutto un popolo.

padre non parla ai figli come un individuo privato, debole e mortale, ma come il rappresentante di una nazione che parla con autorità. I presenti sono testimoni che trasmettono la fede di Israele ai loro figli.

Nella notte di Pasqua l’ebreo sfida le forze della ” normalità “, rappresentate dalle nazioni del mondo e, per poter fare questo, Dio lo ha creato indistruttibile. Come popolo di Dio deve dimostrare al mondo che la normalità non è altro che un’illusione e che ” l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio “39.

Dalla schiavitù alla libertà

” … E ti celebreremo per il nostro riscatto e la redenzione della nostra anima ” (Haggadah).

Trasmettendo il messaggio di Pasqua ai suoi figli, il padre segue anche un’altra indicazione della tradizione: ” Cominci con la parte umiliante della nostra storia e concludi con quella gloriosa “.

Anche questo aiuta a sperimentare la liberazione dall’Egitto. Senza alienarsi, l’uomo deve avvertire e riconoscere i propri limiti e le proprie schiavitù in tutta la loro concretezza. Solo così può realmente apprezzare con gratitudine la propria liberazione e prendere a cuore i suoi insegnamenti.

Per questo, i segni del Seder esprimono sia schiavitù sia libertà e ci aiutano a uscire dal- le nostre proiezioni e a entrare nella nostra vera storia. Entrando in essa con Dio possiamo uscire dall’Egitto verso la libertà.

” I bambini che osservano tutto quello che succede in questa notte sono aiutati dai segni a domandare: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?”. Vedono, palpano e gustano la schiavitù attraverso le erbe amare e il pane dell’afflizione e gustano la libertà bevendo dalle quattro coppe della salvezza e mangiando appoggiati sul gomito. Alle loro domande il padre risponde che in questa notte sperimentiamo i due estremi: schiavitù e libertà “40.

Ma qual è il significato di questa schiavitù e di questa libertà? Si tratta solo di una liberazione politica o essa ha un significato più profondo? Su questo la Haggadah ci riferisce due opinioni: Rav ritiene che il racconto debba iniziare partendo dalla schiavitù d’Egitto 41. Shmuel invece lo fa iniziare dalle origini, dalla schiavitù dell’idolatria del clan di Abramo e le accetta entrambe. Prima si risponde: ” Siamo stati schiavi in Egitto “, poi si approfondisce andando indietro nella storia fino alle origini: ” In principio i nostri padri erano adoratoti di idoli ” 42.

Questo sottolinea due aspetti dell’esperienza storica di Israele. Da un punto di vista puramente socio-politico si fa presente la schiavitù fisica e la liberazione. Ma perché essere grati a Dio per questa liberazione se è lui stesso che l’ha decretata 43 e vi ha sottoposto Israele?

Questa domanda riceve risposta se si guarda alla schiavitù d’Egitto sotto una prospettiva più profonda e spirituale. Dalle origini Israele, come tutti gli altri popoli, fu schiavo della paura della morte e dell’egoismo, la forma più profonda e distruttrice della schiavitù. Dominato dalla paura della morte, Israele non poteva diventare il popolo di Dio, l’araldo del suo messaggio liberatore al mondo.

” Solo buttato nella fornace d’Egitto ed essendone tratto fuori miracolosamente (“Vi ha fatto uscire dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, perché foste un popolo che gli appartenesse, come siete oggi”)44 Israele poté essere illuminato e condotto a vette spirituali che lo liberarono dalla schiavitù originale dello spirito “45.

La Haggadah parla, quindi, di una duplice schiavitù e Maimonide, dando indicazioni al maestro del Seder, le riassume così: ” Il padre deve cominciare col raccontare che in principio, ai tempi di Terach e prima di lui, i nostri antenati erano idolatri che andavano dietro a vanità e si sviavano dietro agli idoli e deve terminare con la vera fede, cioè che Dio ci ha portati vicino a sé, ci ha separati da tutti gli altri e ci ha condotti a riconoscere la sua unicità. Allo stesso modo il padre cominci spiegando che fummo schiavi del faraone in Egitto, raccontando tutto il male che egli ci fece e terminando con i miracoli e le meraviglie che Dio operò per noi e per la nostra liberazione “.

Le quattro coppe, le quattro notti…

” Nella notte di Pasqua tutto quello che avvenne in Egitto si rinnova e risorge. E questo affretta l’ultima redenzione “46 .

Mentre Dio entra in comunione con Israele attraverso i segni della schiavitù (la matzah spezzata e il maror) che egli ha assunto (” Sarò con lui nell’oppressione, lo libererò e lo glorificherò “) 47, Israele entra in comunione con Dio attraverso i segni della libertà e del regno di Dio: la seconda e terza matzah della provvidenza nel deserto e le quattro coppe.

Perché quattro coppe? Perché la salvezza, lungo la storia della salvezza, si è manifestata attraverso molte salvezze. Per questo il Salmi dice: ” Alzerò la coppa delle salvezze (kos ye shuoth) e griderò il nome del Signore “48.

Tra le innumerevoli salvezze operate da Dio ce ne sono però quattro fondamentali dalle quali derivano tutte le altre.

Il documento pasquale più antico che ne parla è il Targum Onkelos a Es 12,42:

(Nella traduzione dall’Aramaico di P. Giovanni Odasso):

” Notte di veglia fu questa per il Signore, per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.Notte predestinata e preparata per la redenzione nel nome del Signore,  al tempo della liberazione dei figli di Israele, redenti dalla terra d’Egitto.

” In realtà, quattro notti sono scritte nel libro dei memoriali.

” La prima notte quando il Signore si manifestò sul mondo per crearlo: “Il mondo era deserto e vuoto e la tenebra si estendeva sulla superficie dell’abisso, ma il Verbo del Signore era la luce e illuminava. Ed egli la chiamò: notte prima49 .

La seconda notte quando Il Signore si manifestò ad Abramo dell’età di cento anni, mentre Sara sua moglie, aveva novanta anni, affinché si compisse ciò che dice la Scrittura: “Certo Abramo genera all’età di cento anni e Sara partorisce all’età di novant’anni” 50. Isacco aveva trentasette anni quando fu offerto sull’altare. I cieli si abbassarono e discesero e Isacco ne contemplò le perfezioni e i suoi occhi rimasero abbagliati per le loro perfezioni. Ed egli la chiamò: notte seconda51.

” La terza notte quando il Signore si manifestò contro gli egiziani durante la notte: la sua mano uccideva i primogeniti d’Egitto e la sua destra proteggeva i primogeniti di Israele per compiere la parola della Scrittura: “Israele è il mio primogenito” 52. Ed egli la chiamò: notte terza53 .

” La quarta notte quando il mondo giungerà alla sua fine per essere redento. Le sbarre di ferro saranno spezzate e le generazioni degli empi saranno distrutte. E Mosè salirà dal deserto e il re messia dall’alto: l’uno camminerà alla testa del gregge e l’ altro camminerà alla testa del gregge e il suo Verbo camminerà in mezzo a loro ed essi cammineranno insieme54.

” È la notte di Pasqua nel nome del Signore notte predestinata e preparata per la redenzione di tutti gli Israeliti in ogni loro generazione.”
__________________________

Raccontare il cammino dalla schiavitù alla libertà suscita riconoscenza a Dio, lode e benedizione per tutto quello che egli ha compiuto. Israele alza le quattro coppe, cantando l’Hallel 55, e così si fanno rivivere i canti di lode che gli ebrei cantavano uscendo dall’Egitto.

La Redenzione futura

Questo cammino di liberazione, che ha avuto inizio con la fede di Abramo, ha raggiunto il suo termine? Guardiamoci intorno, guardiamo in noi stessi, e la risposta sarà chiaramente: no!

E così nella notte di Pasqua Israele gioisce per l’alba della liberazione dall’Egitto e per l’amore liberatore di Dio nella sua storia, alzando lo sguardo verso l’ultima e piena redenzione che deve ancora venire. Questa è la speranza, l’attesa di questa notte: la certezza che, rivivendo gli eventi dell’esodo e consacrandosi nuovamente al Signore, che allora si manifestò come fonte di ogni libertà, si apriranno, oggi, le sorgenti della salvezza e metteranno in movimento le acque che aprirono per far passare Israele attraverso mare della morte. Vicina è la notte della liberazione definitiva!

Iella notte di Pasqua, Israele volge lo ardo verso due eventi: la liberazione dall’Egitto e la redenzione definitiva. Quando Dio ò a Mosè dal roveto ardente, gli disse: ” Io sarò colui che sono ” 56. Il Midrash spiega questo come una promessa: ” lo sarò con loro in questo tempo di sofferenza, come sarò con loro quando saranno schiavi di altri poteri “.

La stessa promessa la fa il profeta Michea: ” Proprio come quando uscisti dall’Egitto ti mostrerò cose prodigiose57. Ma la redenzione che aspetta non sarà una semplice conseguenza dell’esodo: l’esodo è preludio della redenzione finale e messianica. Per questo il Talmud dice che quando il Messia verrà, l’uscita dall’ Egitto passerà in secondo piano”58.

Nella liberazione dall’Egitto in quella remota .notte di Pasqua si trova il seme di ogni salvezza futura.

Israele esprime questi due Poli (Esodo e attesa del Messia) che animano tutta la notte con il canto dell’Hallel, che è diviso in due parti.

I primi due salmi, che si riferiscono direttamente all’uscita dall’Egitto, vengono cantati prima del pasto e segnano la fine del racconto dell’esodo; gli altri salmi, tutti rivolti alla lode di Dio, sono cantati dopo il pasto, quando Israele guarda al futuro, alla redenzione che viene al Messia, con in bocca ancora il gusto della matzah conservata e nascosta, dell’afikoman, segno della liberazione definitiva. Il Seder, inteso così, si divide in due parti: dal Qiddush al pasto fa memoriale del passato, attualizzandolo; dal pasto fino alla fine del Seder guarda al futuro invocando la venuta del Messia:

Maran atha! Vieni, Signore!


NOTE

1. Così anche la Pasqua cristiana

2. Rabbi E. Dessler; Mikhtav mi Eliahu

3. La festa del dono della Torah, celebrata sette settimane dopo Pessach, che corrisponde alla
Pentecoste cristiana

4. Derekh hashem di rabbi Moshe Chaim Luzzato (il Ramchal), Padova 1707 – Akko 1747

5. Sfath Emeth, di rabbi Jehudah Arye Leib Alter di Ger (1847 – 1903)

6. Ct 2,10-11. Molti chassidim terminano il Seder cantando, fino all’alba il Cantico dei Cantici

7. Yitzaq Luria (Safed 1534 -1572)

8. bTalm. Pessachim 116b

9. Maharal, rabbi yehudah Loeve di Praga (poznan 1528-1609), I pozzi dell’esilio

10. Sefer Hachinuch, attribuito a rabbi Aharon ha-Levi (il Reach 1235-1300)

11. Cfr. Es 12,1-28; 19, 1-15; Am 4,12

12. Cfr. 1Cor 5,6 ss.

13. Amaleq, Cfr. Es 17,14-16

14. Cfr. Prv 6,23

15. bTalm. Pessachim

16. Prv 20, 27

17. 2Re 23, 22-24

18. Ramdam (Maimonide, Cordova 1135 – Cairo 1204). Commento a Dt  5,15

19. Sal 111,4. Questo salmo viene cantato duranto lo Hallel del Seder

20. Affermazione del Maharal, rabbi Yehudah Loeve di Praga (Poznan 1528-1609), nella sua opera
I pozzi dell’esilio

21. Dt 16,3

22. Zohar

23. La stoltezza della predicazione

24. Per questo il pane è schiacciasto, insipido, non si gonfia, significando una vita senza gusto. La
matzah, fatta a mano, è rotonda, a singnificare il cerchio della schiavitù nel quale gli ebrei erano
rinchiusi senza via d’uscita

25. Es 10,42

26. La parola oni = umiliazione, può intendresi anche “rispondere, parlare”

27. Es 5,2

28. Lv 25,33

29. Es 20,2-3

30. Nachmanide (Rambam, Gerona 1194 -Palestina 1270)

31. Es 13,14

32. È commovente incontrare lo stesso schema di domanda e risposta nei capitoli 13-17 del
vangelo di Giovanni. In Giovanni il clima della Cena Pasquale non viene evocato, come nei
sinottici, da un racconto succinto del Seder pasquale, ma proprio attraverso questo fiducioso
rapporto di domanda e risposta tra padre e figli che è tipico del Seder

33. Es 12, 3-4

34. Cfr. Sal 68,6-7

35. Es 4,22

36. Maharal, I pozzi dell’esilio

37. Samson Rafael Hirsch (1808-1888), Commento alla Torah

38. Maimonide

39. Dt 8,3

40. Abarbanel

41. Cfr. Dt 6,21

42. Cfr. Gs 24,2

43. Cfr. Gn 15,13

44. Dt 6,21

45. Maggid di Dubno (Setil 1741 – Dubno 1804)

46. Moshe Chaim Luzzato

47. Sal 91,15

48. Sal 116,13

49. Qiddush (prima coppa; cfr. Lc 22,14-18)

50. Targum a Gn 18,12

51. Seconda coppa

52. Es 4,22

53. Terza coppa (cfr. Lc 22.19-20: l’esodo dall’Egitto si compie nell’esodo di Gesù)

54. Manca testo. Si può però immaginare Mosè da un lato, Elia dall’altro e il Messia (la Parola) tra i
due (cfr Lc 9, 30-31)

55. Lo Hallel, Salmi 113-118 e Salmo 136: “Il grande Hallel

56. Es 3,14

57. Mi 7,15

58. bTalmud Berachot 12b


“Scienza – Ragione – Fede. Il genio di Padre Matteo Ricci”

Posted by Giuseppe Delprete On febbraio - 26 - 2010 ADD COMMENTS

Convegno Internazionale
Roma, 2 Marzo 2010
Macerata, 4 – 6 Marzo 2010

Roma, martedì 2 Marzo 2010
Aula Magna Pontificia Università Gregoriana

“In tutto mi accomodai a loro” – Padre Matteo Ricci plasamato dai Cinesi.

Programma:
Indirizzi di Saluto
9.00 Gianfranco Ghirlanda SJ – Rettore Magnifico Pontificia Università Gregoriana (P.U.G.)
Daniel Patrick Huang SJ – Assistente Regionale per l’Asia Orientale e l’Oceania della Compagnia di Gesù
Mons. Claudio Giuliodori - Vescovo della Diocesi di Macerata

9.30 Ragioni, finalità e struttura della giornata
Felix Körner SJ
Pro-Preside – Istituto di Studi Interdisciplinari su Religioni e Culture (LS.IR. C.) – P.U.G.

9.45 L’esperienza iniziale di p. Matteo Ricci a Zhaoqing (1583-1589). Implicazioni per una teologia e prassi della inculturazione oggi.
Don Mario Florio – Istituto Teologico Marchigiano (Aggregato P.U.G.)

10.30 Intervallo

11.00 II significato e l’importanza di p. Matteo Ricci per l’attuale evangelizzazione in Cina
Augustine Tsang Hing-to SJ – Fu Jen Catholic University di Taiwan

11.45 Dibattito
Moderatrice: Dott.ssa Ilaria Morali - Pontificia Università Gregoriana

Pausa

15.00 Introduzione alla seconda parte
Felix Körner SJ – Pro-Preside I.S.I.R.C. – P.U.G

15.15 Terminologia cinese e occidentale nella Mnemotecnica ricciana
Dott.ssa Chiara Piccinini – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

16.00 “Egli ha da essere come io et io come egli”. E Matteo Ricci e la scelta Dell’amicizia
come primo libro per i cinesi: spunti e problemi per una Teologia cattolica delle religioni
Dott.ssa Ilaria Morali – Pontificia Università Gregoriana

17.00 E Matteo Ricci plasmato dai cinesi
Nicolas Standaert SJ – Katholieke Universiteit Leuven

17.45 Dibattito
Moderatore: Felix Körner SJ – Pro-Preside I.S.I.R.C. – P.U.G.

18.15 Conclusioni
Dott.ssa Ilaria Morali – Pontificia Università Gregoriana

Macerata, 4 – 6 Marzo 2010
Auditorium San Paolo

Programma del Convegno:
Giovedì 4 Marzo 2010 (ore l6.00)  Apertura dei lavori

Saluti Roberto Sani
Rettore dell’Università degli Studi di Macerata

Mons. Claudio Giuliodori
Vescovo della Diocesi di Macerata -Tolentino -Recanati – Cingoli -Treia

Gianfranco Ghirlanda SJ
Rettore della Pontificia Università Gregoriana

Mario Florio
Preside dell’Istituto Teologico Marchigiano (Aggregato P.U.G.)

Saluti delle Autorità Civili

Prolusione: Ragione, cultura e fede
Card. Camillo Ruini
Presidente del Comitato per il Progetto Culturale della C.E.I

Relazione:
Astronomia, scienza e fede
Marco Bersanelli
Astrofisico, Università degli Studi di Milano

Moderatore
Edoardo Bressan
Università degli Studi di Macerata

I Sessione: Il contesto storico-ecclesiale e la formazione di P. Matteo Ricci

Venerdì 5 marzo 2010 (ore 9.00)
Presiede Agostino Giovagnoli
Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Interventi:
Il cattolicesimo nel mondo moderno e l’espansione della Chiesa
Paola Vismara
Università degli Studi di Milano

L’opera di p. Matteo Ricci nel quadro dello slancio missionario della Chiesa post-tridentina
Roberto Sani
Università degli Studi di Macerata

La formazione di un gesuita ai tempi di p. Matteo Ricci
Robert Maryks
City University of New York

Pausa caffè

Le fonti antiche negli ultimi scritti morali di p. Matteo Ricci
Margherita Redaelli
Scuola Normale Superiore, Pisa

Dire “Dio” in cinese: la traduzione del Signore del Cielo
Alessandra Chiricosta
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Moderatore Mario Florio
Preside Istituto Teologico Marchigiano (Aggregato P.U.G.)

II sessione: Strumenti e percorsi culturali nel dialogo con i cinesi
Venerdì 5 marzo 2010 (ore 15.00)
Presiede: Roberto Sani
Università degli Studi di Macerata

Interventi:
Le categorie filosofiche nella missione gesuitica
Elisabetta Corsi
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Confucianesimo, buddismo e taoismo nelle opere di p. Matteo Ricci
Franco Di Giorgio
Studioso di Religioni

Pausa cafre

L’ars moriendi nell’opera dei missionari in Cina
Eugenio Menegon
Boston University

Aspetti filosofici ed ermeneutici nel significato del Signore del Cielo”
Giuseppe Jing
Istituto Monumenta Serica, Sankt Augustin

Moderatore Gianni Criveller P.I.M.E.
Holy Spirit Study Centre of Hong Kong

“Armonie tra Cielo e Terra” Concerto in onore di Padre Matteo Ricci e Giovan Battista Pergolesi ore 21.30
Cattedrale di San Giuliano – Macerata

III sessione: L’inculturazione del Vangelo nella società
Sabato 6 marzo 2010 (ore 9.00)
Presiede Card. Stanislaw Rylko
Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici

Interventi:
II metodo missionario di p. Matteo Ricci
Gianni Criveller P.I.M.E.
Holy Spirit Study Centre of Hong Kong

La Comunità cristiana ed il funerale di p. Matteo Ricci
Nicolas Standaert SJ.
Katholieke Universiteit Leuven

Pausa caffè

L’iniziazione sacramentale nella missione ricciana
Ad Dudink
Katholieke Universiteit Leuven

La vita spirituale di p. Matteo Ricci
Don Benedetto Testa
Istituto Teologico Marchigiano

Moderatore Elisabetta Corsi
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

_________________

Per informazioni:

Segreteria del Convegno:

Dott.ssa Roberta Tonnarelli

Tel.: 0733 291390

www.convegnoricci.diocesimacerata.it

Ricettività alberghiera ed ospitalità:

Provincia di Macerata Centro Informazioni e Accoglienza Turistica – IAT Piazza della Libertà, 9 – Macerata Tel: 0733.234807 – Fax 0733.266631

Ufficio Diocesano Accoglienza:

Dott.ssa Serena Menichelli

Tel.: 0733 240889 Fax: 0733.440017

Internet candidato al Nobel per la pace

Posted by Matteo Maria Giordano On febbraio - 26 - 2010 5 COMMENTS

Abbiamo finalmente capito che Internet non è una rete di computer, ma un intreccio infinito di persone.

Uomini e donne, a tutte le latitudini, si connettono tra loro, attraverso la più grande piattaforma di relazione che l’umanità abbia mai avuto.

La cultura digitale ha creato le fondamenta per una nuova civiltà. E questa civltà sta costruendo la dialettica, il confronto e la solidarietà attraverso la comunicazione.

Perchè da sempre la democrazia germoglia dove c’è accoglienza, ascolto, scambio e condivisione. E da sempre l’incontro con l’altro è l’antidoto più efficace all’odio e al conflitto.

Ecco perchè Internet è strumento di pace.

Ecco perchè ciascuno di noi in rete può essere un seme di non violenza.

Ecco perchè la Rete merita il prossimo Nobel per la pace.

E sarà un Nobel dato anche a ciascuno di noi.

Così recita il manifesto di Internet for Peace, la campagna promossa dalla rivista Wired che mira all’attribuzione del premio Nobel per la pace alla grande Rete digitale. Difficile aggiungere qualcosa a quanto già enunciato nel manifesto di questa campagna: che se ne parli bene o male, Internet ha sicuramente cambiato il nostro modo di pensare, di agire, di lavorare, di relazionarci; porta in sè il seme di una rivoluzione culturale senza precedenti, dischiude orizzonti fino a pochi decenni fa impensabili. Certo la possibilità di controllarlo e governarlo completamente è ancora lontana e questo può dare vita purtroppo anche a risultati estremamente negativi. Infondo Internet è espressione di libertà d’opinione per antonomasia. Ma, come per tutti gli strumenti, anche dietro Internet c’è l’uomo e la sua capacità di fare il bene o il male, di utilizzare questi strumenti per scopi alti oppure bassi…è il vantaggio ed il peso del libero arbitrio. Quando però l’uomo è mosso da valori positivi può fare la differenza, può cambiare il corso della storia. Perciò se saremo sempre di più ad utilizzare questo straordinario strumento come mezzo di sviluppo sociale e culturale e come vera rete che supera i confini territoriali stringendoci in un unico abbraccio con popolazioni anche lontanissime da noi, avremo fatto molto di più che digitare un indirizzo o inserire un ipertesto. Avremo contribuito a rendere migliore questo mondo per noi e per le generazioni a venire e forse, come recita il manifesto di Internet for Peace, ci saremo guadagnati anche un pezzettino di quel premio Nobel che ci auguriamo tutti la Rete possa presto ottenere.

www.internetforpeace.org

Giornata della libertà religiosa

Posted by Moreno Migliorati On febbraio - 16 - 2010 ADD COMMENTS

FIRENZE: oggi Giornata della liberta’ religiosa.

Si svolge oggi pomeriggio presso il Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio, a Firenze, un incontro  dedicato al tema della libertà religiosa promosso dalla Consulta per il dialogo con le confessioni religiose presieduta dal presidente della commissione cultura e sport del capoluogo toscano. Si parlerà di islam, ma anche di buddismo, antisemitismo e aspetti giuridici legati alla libertà confessionale.

L’appuntamento odierno è il primo incontro culturale promosso dalla Consulta, nata nell’aprile del 2009, anno in cui la medesima ha proposto e ottenuto dal consiglio comunale l’istituzione del ”Centro di In-Formazione Religiosa”, rivolto principalmente ai docenti e agli studenti delle scuole dell’area metropolitana fiorentina. Fra i relatori ci sarà padre Giulio Albanese, direttore delle riviste missionarie della Conferenza Episcopale Italiana, che approfondirà la delicata tematica de “La non-libertà di professare la fede cristiana: dimensioni del problema”, relativamente alle difficili realtà dei territori di missione, spesso caratterizzati da espressioni violente d’intolleranza religiosa. Daniela Misul, presidente della Comunità Ebraica di Firenze interverrà sul tema “L’Antisemitismo di ritorno: pericolo o realtà?” A parlare di Islam ci sarà Izzedin Elzir, Iman della Comunità Islamica di Firenze, mentre Riccardo Pacci, responsabile relazioni esterne dell’Istituto Buddista Soka Gakkai di Firenze parlerà di “La spiritualità buddista quale contributo alla libertà di pensiero e di coscienza”.

Un’iniziativa senza dubbio interessante, anche perché se ne fa promotrice un’amministrazione locale che si dimostra così attenta a questioni che esulano dalle consuete questioni della “politica politicante”.

(via SpiritualSeeds)

La Quaresima vista dai fratelli musulmani

Posted by Sergio Scacchia On febbraio - 15 - 2010 ADD COMMENTS

di Sergio Scacchia

Mentre la Chiesa si appresta a vivere il momento più importante dell’anno liturgico, la Quaresima, tempo di raccoglimento e di riavvicinamento al Signore, penso sia indispensabile rivedere il rapporto con il Signore, l’unica persona capace di dare un senso alla nostra vita, anche attraverso l’esempio di una famiglia che professa un’altra religione.
Sono parecchi i fratelli musulmani presenti nella Diocesi di Teramo Atri, tutti ben integrati in una comunità che non ha mai registrato scontri di civiltà o di ideologia religiosa, dimostrando sempre una profonda cultura dell’accoglienza.
Mi ha sempre colpito dei musulmani, l’assoluta dedizione ai momenti di preghiera. Anche noi cristiani abbiamo diversi spazi durante la giornata per dedicare attimi al Signore, ma, forse, bisogna riconoscere che spesso manchiamo all’appuntamento con Dio.
“Guarda che la preghiera è uno dei cinque pilastri dell’Islam!” Chi parla, in perfetto italiano è una bella e giovane signora. Si chiama El Battal Saida.
“Il primo pilastro- mi spiega la donna- è l’accettazione dell’unicità di Dio, il secondo è dato dalle cinque preghiere giornaliere, il terzo è la carità, il quarto è il Ramadan e il quinto è il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita. Bisogna rispettare tutti e cinque i pilastri, altrimenti non c’è equilibrio per seguire la retta via”.
Lei vive, insieme al marito El Jahar Salah e i suoi tre figli, in un paese della provincia di Teramo, in Abruzzo. Vorrebbe anche altri bambini perché “i figli sono benedizione di Allah e noi di sera guardiamo poca televisione.”
Ride divertita della battuta la signora che ha un sorriso di disarmante bellezza.
Il suo uomo, proveniente dal Marocco, giunse da noi quasi venti anni fa, lei lo raggiunse tre anni dopo. Da quel momento la nostra terra è diventata una nuova patria per la coppia che subito si è integrata alla perfezione.
“La gente ci vuol bene- dice l’uomo – lo stipendio è dignitoso.”
Lavora nel settore dei prefabbricati ma non dimentica di pregare per cinque volte nel giorno. “Anche durante il Ramadan, a settembre, ho letto i versetti del Corano alle ore dovute”.
Salah mi spiega insieme alla sua amata Saida, che, il Ramadan, mese sacro dei musulmani, consta di trenta giorni all’insegna del digiuno, della meditazione e della preghiera con forti momenti di intensa comunione con Dio e con i fratelli. Questo mese è ritenuto sacro perché, secondo la tradizione, durante la “Notte del Destino”, fu rivelato il sacro Corano al profeta Mohammed, tramite l’arcangelo Gabriele.
Durante questo periodo ci si trova in moschea per cenare; segue la preghiera al tramonto, poi si sta insieme prima dell’ultima preghiera e poi è il momento della preghiera lunga che si fa solo per il Ramadan: il “tarawih”.
Dove vanno a pregare i musulmani da queste parti? Scopro dalle loro informazioni che esistono moschee in piccoli paesi del teramano da Campli, a Controguerra fino alle porte del capoluogo.
Hanno la bella abitudine di leggere di sera i versetti del Corano insieme ai figli più grandi. Quello che dovremmo fare noi, nelle nostre famiglie, nei riguardi della Bibbia.
“Ma voi cristiani, credete veramente che durante questi trenta giorni noi musulmani dimagriamo? Non è così! Per tutto il giorno non si tocca cibo. Di sera, davanti ad una tavola piena da far spavento si mangia tanto. Abbiamo colazione, pranzo e cena, tutto in uno! C’è ogni bene sulla tavola, meno che il maiale! Subito dopo, si va a dormire e il cibo non si smaltisce. I bambini hanno messo su due chili a settembre per il Ramadan!”
C’è da ripensare alla nostra Quaresima, all’indifferenza di molti cristiani ad un periodo che è paragonabile all’importanza del Ramadan degli altri. Mustapha Ratza, il capo spirituale di una comunità musulmana della costa adriatica, mi parlò un giorno di Gesù e disse: “Mai nessuno di noi musulmani si sognerebbe di offendere Gesù, il grande profeta. La croce non offende, ma unisce i fratelli di tutte le religioni”.

Prima di andar via, l’occhio mi cade su di un’iscrizione di legno vicino la porta d’ingresso: “Chi digiuna ha due motivi di rallegrarsi: si rallegra quando lo rompe e si rallegrerà del digiuno fatto quando incontrerà il suo Signore…”

CHIESA RUSSA ORTODOSSA: MONASTERI

Posted by Daniela Asaro Romanoff On febbraio - 14 - 2010 ADD COMMENTS

La conversione della Russia al Cristianesimo risale all’anno 988. Già nell’867, il Patriarca di Costantinopoli comunicava agli altri religiosi orientali il grande interesse del popolo russo per la religione cristiana.
Il Patriarca Fozio I aveva mandato in quella terra uno dei suoi vescovi. Il seme era stato gettato, ma all’iniziale entusiasmo del popolo per la religione cristiana seguì un ritorno al paganesimo. Il prezioso ‘manoscritto
nestoriano’,  la più antica fonte di notizie sulla Russia, che è un insieme di cronache decorrenti dall’850 fino al 1110, ci fa capire chiaramente come nel X secolo la Russia fosse fondamentalmente pagana. Quando il Principe di Kiev, Vladimir I, si convertì al Cristianesimo nel 988, c’erano già molti cristiani in Russia, ma l’adesione del Principe fu fondamentale, affinché il Cristianesimo riuscisse ad essere la religione della maggioranza della popolazione. All’inizio sembrò che quella del Principe fosse una conversione forzata dall’Imperatore Basilio II, che acconsentì a dargli in sposa sua sorella Anna, ad una condizione: la conversione di Vladimir. Ben presto si comprese che il Principe fu attratto in modo speciale dal Cristianesimo.

Dopo la conversione, Vladimir abbandonò le altre mogli, gli idoli pagani vennero totalmente eliminati e iniziarono a sorgere molte Chiese in Russia.  Vladimir contribuì tantissimo alla fondazione del Monastero del Monte Athos.
Alla sua morte il corpo venne diviso in tante parti e queste parti vennero conservate, ancora prima della sua canonizzazione, nelle Chiese e nei Monasteri, fondati dal generoso Principe. San Vladimir è commemorato sia dalla Chiesa russa sia da quella cattolica il 15 luglio.

La nonna Olga contribuì moltissimo all’educazione di Vladimir. Olga reggeva anche il potere, durante le campagne di guerra del padre di Vladimir, Svjatoslav. La madre Malusa svolgeva incarichi molto umili al palazzo, nelle saghe scandinave è descritta come una profetessa, che preferiva abitare nelle caverne nei pressi di Kiev. Il misticismo della madre di San Vladimir ci conduce a prendere in considerazione il Monastero delle caverne di Kiev.

Il Monastero delle caverne fu fondato dai monaci Antonio e Teodosio nel 1051, sul monte Berestov. Allora Kiev era la città principale della Russia. Ben presto questo Monastero divenne assai conosciuto e, nel medioevo, i pellegrini vi giungevano numerosissimi, anche da luoghi molto lontani.

Attualmente in questo Monastero risiede il Metropolita di Kiev. In lingua ucraina il nome del Monastero è Pecerska Lavra, nell’antica lingua russa pecera significa grotta e Lavra significa Monastero, o meglio così viene definito un Monastero di particolare importanza. Il Monastero è stato dichiarato ‘Patrimonio dell’Umanità’, ed è un bene protetto dall’Unesco.

Come abbiamo detto, il Monastero delle caverne fu fondato nel 1051, ma già nel 1018 le Chiese a Kiev erano più di trecento. San Nestor, nel suo scritto sulla vita di San Teodosio, ci dà molte spiegazioni sulle origini del Monastero. Il primo religioso che andò a vivere nelle grotte fu Sant’Ilarione, che si recò lì per praticare l’ascesi, prima di essere nominato metropolita. Dopo alcuni anni andarono ad abitare nelle caverne alcuni monaci: Antonio, Teodosio, Barlaam e Nikon. Il numero dei monaci crebbe rapidamente e fu necessario che il Monastero fosse diretto da un
Padre Superiore.  Antonio non volle per sé questo incarico e nominò Padre Superiore Barlaam, in seguito, quando Barlaam fu nominato vescovo, il compito di dirigere il Monastero passò a Teodosio. Durante il periodo in cui Teodosio diresse il Monastero, iniziarono i lavori per unire le grotte ed ampliarle. Furono costruite ulteriori celle ed edifici da adibire a laboratori per i monaci, uno dei lavori principali era la pittura delle  Sacre icone. Teodosio introdusse anche nuovi regolamenti monastici. L’opera  più notevole portata a termine, durante la direzione di Teodosio, è senza dubbio la Cattedrale. La Cappella e le celle del monastero erano costruite in legno, per la Cattedrale si usò come materiale la pietra. I lavori iniziarono nel 1073 e terminarono nel 1089.

Agli inizi del XIII secolo il Vescovo Simeone narrò gli avvenimenti straordinari che erano accaduti al Monastero delle grotte di Kiev, quindi il Panterikon delle grotte di Kiev, così viene denominato il suo scritto, è davvero provvidenziale e ci fa conoscere molti accadimenti meravigliosi. Il luogo, dove sorse la Chiesa, fu indicato ai monaci dal Signore, e la Chiesa fu dedicata all’Assunzione della Madonna. Dal Panterikon apprendiamo che al  Monastero delle grotte accaddero tanti miracoli. Il Monastero si estese e occupò buona parte di un’area collinare, essendo in una posizione sopraelevata ed avendo come protezione, da un lato, il fiume Dniepr, nel medioevo fu utilizzato anche come fortezza. Nel corso dei secoli sempre di più questo Monastero divenne un punto di riferimento per la città. Alla Lavra si tennero dei corsi scolastici, divenne un ospedale ed un buon rifugio per chi scappava dai nemici e da gravi carestie. Gli artisti che si formavano all’interno del Monastero raggiunsero una fama che oltrepassò i confini della Russia, stiamo parlando dei monaci pittori di icone e dei monaci architetti, che costruirono Chiese magnifiche, famose per le loro cupole dorate. Il Monastero fu danneggiato dalle invasioni dei mongoli, ma resistette. Durante il XVII e il XVIII secolo il monastero si espanse ulteriormente e raggiunse le dimensioni che ha attualmente. I monaci furono i primi a Kiev a poter stampare molti libri di grande qualità, poiché fu il Monastero che ebbe la prima pressa da stampa in Ucraina. I monaci diedero un contributo notevole, determinante per la fondazione della prima università dell’Est europeo: l’Università di Kiev.

La Chiesa dedicata all’Assunzione della Madonna fu distrutta dalle truppe naziste, che occuparono Kiev nel 1941.
Attualmente c’è un progetto, finanziato dallo Stato ucraino, per la ricostruzione della Cattedrale. Tutte le attività furono soppresse durante il regime sovietico.

Ora il Monastero delle grotte è la sede di importantissimi musei, ricordiamo il museo del libro, delle arti decorative e il museo dei tesori storici.

Daniela Asaro Romanoff

Afghanistan di scena al Sundance

Posted by marilena marino On gennaio - 28 - 2010 ADD COMMENTS

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