Sunday, 5 February, 2012
Animatori Cristiani della Comunicazione

Festa della Luce

Posted by Maria Grazia Di Palermo On febbraio - 1 - 2012 1 COMMENT

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù Lc 2,22-39, popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l’Epifania), e la prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria nel suo Itinerarium Egeriae (cap. 26). La denominazione di “Candelora” data popolarmente alla festa deriva dalla somiglianza del rito del Lucernare, di cui parla Egeria: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4), con le antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali (antichissima festività romana che si celebrava proprio a metà febbraio). Ma la somiglianza più significativa tra le due festività si ha nell’idea della purificazione: nell’una relativa all’usanza ebraica:

« Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione »   (Levitico 12,2-4)

nell’altra riguardo alla februatio (cfr. Ovidio, I Fasti 2, 19-24, 31-32ss [Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch'essi februe. (...) Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione...]). Durante il suo episcopato (tra il 492 e il 496 d.C.), Papa Gelasio I ottenne dal Senato l’abolizione dei Lupercali ai quali fu sostituita nella devozione popolare la festa appunto della Candelora. Nel VI secolo la ricorrenza fu anticipata da Giustiniano al 2 febbraio, data in cui si festeggia ancora oggi.

La Candelora è celebrata anche nella tradizione pagana e neopagana, ed alcuni studiosi rilevano come si tratti di una festività introdotta appunto in sostituzione di una preesistente. Chiamata Imbolc nella tradizione celtica, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.

Candelora prima della Chiesa.

Nel mondo romano la Dea Februa (Giunone) veniva celebrata alle calende di febbraio (nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo della luna. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (luna nuova) ed era chiamato “calende”, da cui deriva il nome “calendario”).[3]
Nel neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabba principali ed è legato alla purificazione ed ai riti propiziatori per la fertilità della terra.

Una festa della luce, dunque. «Quella “luce nuova” che si è accesa nella notte di Natale, oggi incomincia a risplendere sul mondo, come suggerisce l’immagine della stella di cui si  rivendica il carattere storico: fu «un segno celeste che attirò l’attenzione dei Magi e li guidò nel loro viaggio verso la Giudea».

Ritornando alla tradizione cristiana:

Tutto il periodo del Natale e dell’Epifania è caratterizzato dal tema della luce, legato anche al fatto che, nell’emisfero nord, dopo il solstizio d’inverno il giorno riprende ad allungarsi rispetto alla notte. Questo ha permesso a molti popoli appena cristianizzati di comprendere meglio i misteri del tempo di Natale – non a caso un tema caro a un grande studioso di religioni comparate onorato il 6 gennaio con la nomina a cardinale, il professore belga Julien Ries. Ma in realtà, «al di là della loro posizione geografica, per tutti i popoli vale la parola di Cristo: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Gesù è il sole apparso all’orizzonte dell’umanità per illuminare l’esistenza personale di ognuno di noi e per guidarci tutti insieme verso la meta del nostro pellegrinaggio, verso la terra della libertà e della pace, in cui vivremo per sempre in piena comunione con Dio e tra di noi».

Sempre in tema di luce, dalle parole del profeta Isaia:, la glor«Alzati, [Gerusalemme,] rivestiti di luce, perché viene la tua luceia del Signore brilla sopra di te» (Is 60,1). Si trova anzitutto qui il vero «contenuto della festa»: «è venuto nel mondo Colui che è la vera Luce, Colui che rende gli uomini luce».

[1] Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.

[2] Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra,
nebbia fitta avvolge le nazioni;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.

[3] Cammineranno i popoli alla tua luce,
re allo splendore del tuo sorgere.

[4] Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.

[5] A quella vista sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te,
verranno a te i beni dei popoli.

[6] Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
proclamando le glorie del Signore.

[7] Tutti i greggi di Kedàr si raduneranno da te,
montoni dei Nabatei saranno a tuo servizio,
saliranno come offerta gradita sul mio altare;
renderò splendido il tempio della mia gloria.

[8] Chi sono quelle che volano come nubi
e come colombe verso le loro colombaie?

[9] Sono navi che si radunano per me,
le navi di Tarsis in prima fila,
per portare i tuoi figli da lontano,
con argento e oro,
per il nome del Signore tuo Dio,
per il Santo di Israele che ti onora.

[10] Stranieri ricostruiranno le tue mura,
i loro re saranno al tuo servizio,
perché nella mia ira ti ho colpito,
ma nella mia benevolenza ho avuto pietà di te.

[11] Le tue porte saranno sempre aperte,
non si chiuderanno né di giorno né di notte,
per lasciar introdurre da te le ricchezze dei popoli
e i loro re che faranno da guida.

[12] Perché il popolo e il regno
che non vorranno servirti periranno
e le nazioni saranno tutte sterminate.

[13] La gloria del Libano verrà a te,
cipressi, olmi e abeti insieme,
per abbellire il luogo del mio santuario,
per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi.

[14] Verranno a te in atteggiamento umile
figli dei tuoi oppressori;
ti si getteranno proni alle piante dei piedi
quanti ti disprezzavano.
Ti chiameranno Città del Signore,
Sion del Santo di Israele.

[15] Dopo essere stata derelitta,
odiata, senza che alcuno passasse da te,
io farò di te l’orgoglio dei secoli,
la gioia di tutte le generazioni.

[16] Tu succhierai il latte dei popoli,
succhierai le ricchezze dei re.
Saprai che io sono il Signore tuo salvatore
e tuo redentore, io il Forte di Giacobbe.

[17] Farò venire oro anziché bronzo,
farò venire argento anziché ferro,
bronzo anziché legno,
ferro anziché pietre.
Costituirò tuo sovrano la pace,
tuo governatore la giustizia.

[18] Non si sentirà più parlare di prepotenza nel tuo paese,
di devastazione e di distruzione entro i tuoi confini.
Tu chiamerai salvezza le tue mura
gloria le tue porte.

[19] Il sole non sarà più la tua luce di giorno,
né ti illuminerà più
il chiarore della luna.
Ma il Signore sarà per te luce eterna,
il tuo Dio sarà il tuo splendore.

[20] Il tuo sole non tramonterà più
né la tua luna si dileguerà,
perché il Signore sarà per te luce eterna;
saranno finiti i giorni del tuo lutto.

[21] Il tuo popolo sarà tutto di giusti,
per sempre avranno in possesso la terra,
germogli delle piantagioni del Signore,
lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria.

[22] Il piccolo diventerà un migliaio,
il minimo un immenso popolo;
io sono il Signore:
a suo tempo, farò ciò speditamente.

Diaconia Cristiana

Posted by Giovanni Chifari On gennaio - 31 - 2012 ADD COMMENTS


Giovanni Chifani

Mi permetto di segnalare una rubrica sulla diaconia cristiana in onda ogni sabato ore 9,F30; 14,30; 22,30 su Teleradio Padre Pio, che riprende un corso opzionale da me tenuto nello scorso anno accademico presso l’Istituto Scienze religiose “Giovanni Paolo II” di Foggia. Il titolo era Bibbia, scuola e catechesi, scelta calibrata all’insegna della diaconia nella sua dimensione kerigmatica, profetica e didascalica.
La trasmissione vorrebbe essere una reinterpretazione in chiave più divulgativa e televisiva di un corso tenuto nella predetta facoltà lo scorso anno.
La rubrica segue la traccia offerta dal volume di don Giuseppe Bellia, Servi di Chi. Servi perchè. Piccolo manuale della diaconia cristiana, Ed. Rogate, Roma 2010.
Inoltre l’intera puntata è visibile su YouTube al canale Padre Pio TV  www.youtube.com/user/padrepiotv
Può essere vista sia sul digitale terrestre, canale 145, sia su SKY, e anche sul sito  http://www.teleradiopadrepio.it
Giovanni Chifari

OXESSIONATI DAL SESSO

Posted by marilena marino On gennaio - 12 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Il protagonista di “Shame” è Brandon, giovane professionista che vive a New York. Brandon ha successo nel lavoro, possiede un appartamento di lusso e ha fascino da vendere con le donne, ma ha un problema che si sta facendo sempre più assillante: è dipendente dal sesso. Finora è sempre riuscito a tenere la cosa confinata tra le mura domestiche, ma l’arrivo della sorella minore (Carey Mulligan), problematica quasi quanto lui, darà il via a una catena di eventi che lo costringeranno a fare i conti con se stesso.

Nella città che non dorme mai, dove il piacere sessuale è a portata di mano e dove un uomo single può intrattenersi in tutti i modi che preferisce, Brandon non ha limiti e dunque il suo problema non riesce a trovare risoluzione. McQueen comprende quanto una completa redenzione sia fuori luogo – stiamo parlando di questioni vere, non dell’arco di maturazione di un qualsiasi eroe hollywoodiano – e preferisce lasciare molto in sospeso, tante faccende insolute, concentrandosi non sull’ampio respiro ma sulle vite dei suoi personaggi, due anime perdute che cercano di riconnettersi e rimettere assieme i pezzi. Ce la faranno? Non è dato saperlo, ma almeno ci stanno provando.
Ritratto glaciale e potente di Brandon, newyorkese di successo affetto da sex addiction. Un uomo come tanti, come tanti malato di frigidità morale ed emotiva, un uomo chiuso in prigione, stavolta racconto di un uomo che trasforma la sua assoluta libertà nella propria prigione”. Non è moralismo, è lucidità nel cogliere quella malattia emotiva della nostra contemporaneità che è il sesso impersonale, quella ginnastica genitale di corpi che si toccano e si compenetrano come in una tavola anatomica. Puro nichilismo. Brandon, il protagonista di Shame, cui Michael Fassbender aderisce con una fisicità impressionante, è un trentenne newyorkese di medio-alto successo che non ha, non riesce, non vuole avere relazioni durature e stabili. Che quando ci prova non ce la fa. Che ossessivamente fa sesso online, si masturba nel bagno di casa e dell’ufficio, si porta nel letto prostitute, fa avance pesanti alle ragazze che incontra in discoteca, si fa rimorchiare da sconosciute. Sesso, solo sesso. McQueen ce lo mostra con freddezza, non giudica, non ci racconta per fortuna molto di lui, non tenta nessuno approccio psicologistico al suo agire, semplicemente lo segue, lo pedina, registra i suoi movimenti. Il tutto in ambienti della nostra ipermodernità, spazi rarefatti, glaciali, geometrici, metallici e vitrei. Brandon è oggetto tra gli oggetti, viene osservato così come la macchina da presa osserva una sciarpa, un televisore, un divano. Da questo approccio avalutativo, fenomenico, scaturisce la forza enorme del film, che riesce a restituirci così il nichilismo in cui siamo sprofondati, e in cui ci stiamo perdendo, e che riesce a trasformare Brandon in un allarmante esemplare sociale dell’alienazione (sì, ritroviamola, questa meravigliosa parola perduta) ormai di massa. A fare da contrappeso è Sissy, la sorella di Brandon, invece travolta dalle sue emozioni, che cerca disperatamente di stabilire un ponte con quel fratello che sembra ormai perduto. Anche la disamina affettiva dei due protagonisti, uniti da un passato di imprecisato squallore ed oggi ancora alle prese con i propri fantasmi, riesce a procedere in maniera credibile, senza virare sul thriller o sfociare in una didascalica redenzione sentimentale. Forse, anzi, una chiave di lettura eccessivamente moralista o pedagogica lascerebbe una punta di evidente delusione sulla banalità del messaggio finale del film, che rimanda al solito circolo vizioso in cui infanzia traumatica e maturità disturbata fondano i propri disagi reciproci l’una sull’altra.
Nell’ultima parte tutto si accelera, la frenesia e l’eccesso prendono il posto della rarefazione, la compulsione porta Brandon a avventure multiple, a inoltrarsi nei cunicoli della metropoli, a fare sesso con uno sconosciuto in un locale gay, a esibirsi con una prostituta alla finestra-vetrina di un hotel. Succederà poi qualcosa, qualcosa di drammatico, che forse riuscirà a tagliare la corazza che avvolge Brandon e a raggiungere la sua carne, il suo cuore. Forse.

 La fisicità degli attori gioca un ruolo fondamentale: è lo specchio di una condizione di nudità di fronte ai propri demoni e alle vite degli altri. Ma non è certo l’abbondante presenza di scene di sesso e nudo a risultare scandalosa, bensì la ripetizione ossessiva e sgradevole di quello che siamo e nascondiamo. Brandon e Sissy condividono uno stesso dolore (che McQueen non è interessato a indagare e sviluppare, preferendo cogliere i personaggi nel loro essere per aderire alla rappresentazione che la società contemporanea, tutta schiacciata sul presente, offre delle vite degli uomini), sono incapaci di gestirlo, ma cercano di soffocarlo in modi differenti, ponendosi con un atteggiamento quasi opposto verso gli altri: quanto il primo è riservato e solitario, tanto la seconda è espansiva e alla ricerca di amore. Tutti e due hanno il loro modo, che passa ugualmente attraverso un meccanismo di auto-punizione fisica e psicologica, di mascherare un’antica vergogna con una serie di atti che generano altra infamia, persino maggiore: in Sissy si tratta delle tendenze suicide, in Brandon della dipendenza sessuale. Dal conflitto delle loro personalità ha origine il nucleo drammatico del film, e alla fine, quando entrambi hanno varcato ogni limite e toccato il fondo, Brandon si trova schiacciato dal peso della vergogna che ha riversato su se stesso e sulla sorella.

Shame” è un film potente, raccontato con grande asciuttezza e maestria e capace davvero di fare leva sui sentimenti più basilari dell’uomo. Non a caso il titolo, che dopo “Hunger” sembra continuare una sorta di studio sugli istinti primordiali dell’uomo. Ma McQueen ha anche il coraggio di non lasciarsi andare alle lacrime facili – nonostante un momento molto commovente verso il finale – e preferisce lasciare aperto uno spiraglio, la speranza di poter ricostruire un senso. A volte, è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Anche la disamina affettiva dei due protagonisti, uniti da un passato di imprecisato squallore ed oggi ancora alle prese con i propri fantasmi, riesce a procedere in maniera credibile, senza virare sul thriller o sfociare in una didascalica redenzione sentimentale. Forse, anzi, una chiave di lettura eccessivamente moralista o pedagogica lascerebbe una punta di evidente delusione sulla banalità del messaggio finale del film, che rimanda al solito circolo vizioso in cui infanzia traumatica e maturità disturbata fondano i propri disagi reciproci l’una sull’altra.
Definito un capolavoro dai critici delle più importanti testate specializzate del mondo, Shame è cinema d’autore senza sconti: un viaggio nell’inferno della psiche e della metropoli che inghiotte. L’attualità dell’argomento, a seguito dell’invasione senza precedenti della pornografia promossa da internet, farà discutere e riflettere.

Turning tables

Posted by marilena marino On gennaio - 12 - 2012 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

E cinque: ancora una volta ci occupiamo di Adele e del suo “21” grazie alla diffusione radiofonica che in questo periodo è riservata a “Turning tables”.
Va detto che il disco ha numeri per far parlare di sé almeno undici volte, tante quante sono le tracce della scaletta: lo diciamo da mesi, ma soprattutto lo dicono i risultati che l’ultima fatica della cantante sta continuando a raggiungere ovunque.Si parla di primo posto in almeno 24 nazioni, di presenza nel Guinness dei primati, di circa quindici milioni di copie vendute e di sei nomination per i prossimi Grammy.
Per farla breve, si tratta del successo più sfolgorante del 2011 e probabilmente la questione potrebbe allargarsi anche agli anni limitrofi.

Adele Laurie Blue Adkins, conosciuta solo come Adele (/əˈdɛl/) (Londra5 maggio 1988), è una cantautrice britannica. Ha riscosso un discreto successo a livello mondiale nel 2008 con il singolo Chasing Pavements, contenuto nel pluripremiato album di debutto della cantante, 19, per poi bissare il successo di quest’ultimo con il disco 21 del 2011 e i singoli Rolling in the DeepSet Fire to the Rain e Someone Like You.

Assieme ad Amy Winehouse e Duffy è considerata una delle esponenti della nuova generazione del soul bianco.
Nulla da eccepire allora se Adele ha annunciato di volersi concedere un po’ di pausa prima di cominciare a lavorare sull’erede di “21”, visti anche i problemi di salute che hanno interessato la sua preziosa ugola.
Con “Turning tables” prosegue il discorso lasciato in sospeso da “Rumour has it” nel senso che anche questo nuovo singolo è scritto a quattro mani da Adele e Ryan Tedder, ma rispetto all’ultimo episodio si vira la rotta per tornare al più confortevole territorio della ballata.
Accordi minori di pianoforte, voce e qualche spruzzata d’archi sono tutto ciò che serve a costruire la canzone: è evidente come in questo modo sia messa al centro della scena la capacità di canto della giovane stella, impressionante nell’estensione e nella capacità di infondere emozioni in quel che canta.

Come la fortunatissima “Someone like you”, anche “Turning tables” è nata pensando all’ex fidanzato e ricostruendo a partire dal vissuto una di quelle scene che ogni coppia in crisi ha conosciuto, ossia il tentativo di uno dei due di rigirare le carte in tavola per cercare una scappatoia o una mossa vincente.
Poco seriamente: meno male che l’inglese conosce un’espressione come quella di “rovesciare i tavoli” per indicare il fenomeno: il nostrano “rigirare la frittata” avrebbe tolto parecchia poesia al tutto.

Per adesso godiamo della diffusione di questo nuovo singolo, sono certo che ci rivedremo ancora su queste pagine per qualche nuovo capitolo di “21”

Adele suscita apprensione e preoccupazione per le sue condizioni di salute: la cantante britannica si è sottoposta, pochi giorni fa, a un intervento chirurgico d’urgenza per un’emorragia alle corde vocali. Su Internet circolavano già voci su un presunto cancro alla gola, ma l’entourage della cantante ha smentito queste ipotesi.

Adele, esponente di spicco della nuova generazione soul, ha dovuto annullare il tour invernale, che sarebbe dovuto partire il 7 novembre dalla Civic Hall di Wolverhampton.

Adele suscita apprensione e preoccupazione per le sue condizioni di salute: la cantante britannica si è sottoposta, pochi giorni fa, a un intervento chirurgico d’urgenza per un’emorragia alle corde vocali. Su Internet circolavano già voci su un presunto cancro alla gola, ma l’entourage della cantante ha smentito queste ipotesi.
Adele, esponente di spicco della nuova generazione soul, ha dovuto annullare il tour invernale, che sarebbe dovuto partire il 7 novembre dalla Civic Hall di Wolverhampton.
GALLERIA

I medici, i quali le hanno assicurato il pieno recupero> delle capacità vocali, hanno comunque imposto un periodo di riposo assoluto. L’operazione alla quale si è sottoposta è stata inevitabile, in quanto da tempo la cantautrice soffriva di disturbi ricorrenti: lei stessa, il mese scorso, sul suo blog aveva dichiarato di essere preoccupata per la sua voce e di aver smesso, per questo motivo, di fumare.

La ventitreenne, che con il suo secondo album, “21” ha conosciuto il successo a livello mondiale, dovrà quindi rimanere in silenzio forzato almeno fino alla fine dell’anno: nessun impegno musicale nell’immediato futuro, dunque, per evitare danni seri.
Nel frattempo la cantautrice britannica, che ha portato a casa ben 4 nomination ai prossimi American Music Awards 2011 che si terranno il 20 novembre a Los Angeles, e tre ai prossimi Mtv EMA di Belfast, continua a dominare le classifiche mondiali (anche quelle italiane) sia nella categoria album che nella categoria singoli, con “Someone like you”. Una giovane artista dal talento indiscutibile, spesso accostata a Amy Winehouse, che speriamo di rivedere presto sui palchi di tutto il mondo.

La Rete e la Cultura del Cyberspazio

Posted by marilena marino On gennaio - 11 - 2012 1 COMMENT

 

Padre Antonio Spadaro, il direttore della rivista dei gesuiti si confronta sulle colonne dell’Osservatore Romano sulle nuove frontiere della comunicazione digitale.

Il direttore del quotidiano della Santa Sede Giovanni Maria Vian in un interessante colloquio con padre Antonio Spadaro, dal 1° ottobre alla guida della «Civiltà Cattolica» affrontano il tema della rivoluzione digitale di come sta modificando il modo di vivere e di pensare, e le sue implicazioni sulla dimensione religione e la fede cristiana . «La Rete e la  cultura del cyberspazio interrogano la nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico che parli della possibilità e dei  segni della trascendenza nella nostra vita» dice il direttore».

 

«Forse – aggiunge il gesuita – è giunto il momento di  considerare la possibilità anche di quella che io chiamo una  cyberteologia, cioè l’intelligenza della fede al tempo della Rete. È il frutto della fede che sprigiona da se stessa un impulso conoscitivo in un tempo in cui la logica della Rete segna il modo di pensare,  conoscere, comunicare, vivere». «Internet – prosegue il direttore della Civiltà Cattolica – è uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte  integrante, in maniera fluida, della vita di ogni giorno. È un nuovo contesto esistenziale. Dal suo influsso dipende in qualche modo la  percezione di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda e di quello che ancora non conosciamo»

 

E il direttore di Civiltà Cattolica non è l’unico nel mondo ecclesiastico cattolica ad indicare la rete come strumento di evangelizzazione e dimensione religiosa. Nei giorni scorsi su  vari media è stata data notizia delle omelie via twitter, e ieri l’Osservatore romano è tornato sull’argomento con un commento di monsignor Hervè Giraud, vescovo francese di Soissons, e presidente  del Consiglio per la comunicazione della Conferenza episcopale  francese. «In fondo – afferma il presule – anche le giaculatorie sono  preghiere-spot di poche sillabe o, se così possiamo definirle, tweet ante litteram: perchè allora non fare la stessa cosa con i commenti in rete?

Notizia ripresa da LUCA ROLANDI.
Il cardinale Ravasi su Twitter: usarlo con lo stile di san Paolo
“Credo oggi di avere attorno ai 7.500 followers che seguono il mio twitter – molti chiedono esplicitamente che io abbia a rispondere ad alcune loro provocazioni, che alcune volte sono anche molto polemiche. Finora io non ho ancora fatto questo percorso, perché richiederebbe anche un investimento di tempo e di energie del tutto particolare”. Così il cardinale ha commentato in un’intervista concessa a Radio Vaticana il suo uso di Twitter.

“Quando si fanno gli esperimenti per la prima volta, questi hanno sempre dentro delle fragilità, dei limiti… Quindi c’è un periodo di rodaggio che io sto facendo” ha detto Il presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, sicuramente il prelato della curia romana più attivo sul noto social network e che è solito “twittare” quotidianamanete alcune delle sua sapide citazioni. “Devo dire che il fatto che ogni giorno crescano non soltanto coloro che seguono questi messaggi essenziali che io do, ma anche che ci sia il desiderio di avere una risposta, di fare delle domande ed il fatto che ci siano anche coloro che retwittano, che trasmettano cioè a loro volta ad altri – nel loro sito o twitter – il messaggio che ho dato, è un elemento positivo, tenendo conto che lo stesso San Paolo diceva: E’ opportuno intervenire in tutti i contesti e scegliere tutto ciò che c’è di buono nelle realtà”.

di Marilena Marino

Crisi, Sfida Per Cambiare

Posted by marilena marino On gennaio - 11 - 2012 ADD COMMENTS

di Mariangela Musolino

LA CRISI, SFIDA PER UN CAMBIAMENTO

 

A Perugia l’incontro di riflessione prende spunto dal documento proposto da CL su scala nazionale che suggerisce un modo “propositivo” di affrontare la crisi.

 

Perugia – Giovedì 12 Gennaio presso la Sala dei Notari, alle ore 21, si terrà il dibattito sul tema “La crisi, sfida per un cambiamento”. L’iniziativa è della comunità umbra di Comunione e Liberazione e prende spunto dal documento nazionale diramato nello scorso mese di Ottobre dal movimento cattolico fondato da don Luigi Giussani, che si interroga sulle opportunità per la rinascita di una nuova civiltà, nascoste fra i grandi disagi sociali e personali annessi alla crisi globale in corso.

Al dibattito di Perugia interverranno Antonio Baldassarre, Presidente emerito della Corte Costituzionale, Carmine di Martino, docente di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Milano e la giornalista Gabriella Mecucci.

 

L’assunto principale della proposta ciellina è quello che la realtà di per sé è positiva, in quanto “ci rimette continuamente in moto, provocandoci a prendere posizione di fronte a ciò che ci accade”.

 

Prendendo spunto dalle tante realtà positive che pure in questi tempi difficili sussistono, lottano ogni giorno e continuano a credere in un mondo migliore possibile, l’analisi di CL vuole appellarsi all’ingegno, al desiderio di conoscenza e di creatività ed alla forza di aggregazione sentiti oggi da tante persone.

 

Crisi, dunque, come opportunità di prendere in mano la propria vita e la propria fede vivendole con un senso nuovo. In tale direzione il documento di Comunione e Liberazione auspica che anche sul piano della politica, messi da parte schieramenti di potere e ideologie diverse, si possa lavorare collegialmente per il vero bene comune, rilanciando lo sviluppo del Paese e investendo su quegli “io in azione” – che siano singoli o comunità – in grado di cambiare la realtà in meglio con il proprio impegno responsabile quotidiano.

Questo, tra l’altro, deve essere il ruolo dei cattolici nella vita della società italiana, nella quale si auspica i cattolici siano i primi a portare segni di speranza e di bene per la collettività.

Ufficio Stampa:

Mariangela Musolino

www.aa98comunicazione.com

speedmar@alice.it

339.3358038

Riportiamo delle riflessioni sulla crisi del Papa:

Benedetto XVI: la crisi esprime il profondo malessere della nostra società. Servono nuove regole.

 

 

«Nuove regole che assicurino a tutti» di vivere dignitosamente e sviluppare le proprie capacità a beneficio di tutti. Le chiede papaBenedetto XVI per la crisi economica che, nata in Occidente, incide anche sui Paesi in via di sviluppo. Uscire dalla crisi, dice, non significa solo «arginare le perdite individuali» o «nazionali». Il pontefice ha voluto ricordarlo agli ambasciatori accreditati in Vaticano, che ha ricevuto nella Sala Regia del Palazzo Apostolico per il tradizionale e solenne scambio di auguri d’inizio anno. In questa occasione, è stato reso noto che il prossimo 14 gennaio Benedetto XVI incontrerà il presidente del Consiglio Mario Monti. Il papa e il premier italiano si sono incontrati brevemente il 18 novembre scorso, quando l’allora neopremier è andato all’aeroporto di Fiumicino espressamente per salutare papa Ratzinger in partenza per il suo viaggio apostolico in Benin.

 

«Gli sviluppi gravi e preoccupanti della crisi economica e finanziaria mondiale», non devono far dimenticare che la crisi che viviamo nel momento attuale è anche «politica e sociale» e rappresenta «la drammatica espressione di un profondo malessere» della società, ha proseguito Benedetto XVI, per il quale «la crisi può e deve essere uno sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica, prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica: non soltanto per cercare di arginare le perdite individuali o delle economie nazionali, ma per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità». L’esortazione del pontefice ai Governi e ai cittadini dei 180 Paesi che hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede, è dunque a «non scoraggiarsi ma riprogettare risolutamente il cammino, con nuove forme di impegno».

 

La crisi economica e finanziaria mondiale «non ha colpito soltanto le famiglie e le imprese dei Paesi economicamente più avanzati, ma ha inciso profondamente anche sulla vita dei Paesi in via di sviluppo», ha proseguito Benedetto XVI. E nei Paesi dell’Occidente dove ha avuto origine, ha aggiunto, si è creata una situazione difficile «in cui molti, soprattutto tra i giovani, si sono sentiti disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni ad un avvenire sereno». In particolare, infatti, «gli effetti dell’attuale momento di incertezza colpiscono particolarmente i giovani». «Dal loro malessere – ha ricordato Papa Ratzinger – sono nati i fermenti che nei mesi scorsi hanno investito, talvolta duramente, diverse Regioni».

 

«In Italia prosegua in un rapporto equilibrato fra Chiesa e Stato»

Il papa, poi, ha rivolto all’Italia «un particolare pensiero, al termine del 150esimo anniversario della sua unificazione politica»: «Le relazioni tra la Santa Sede e lo Stato italiano hanno attraversato momenti difficili dopo l`unificazione. Nel tempo, però, hanno prevalso la concordia e la reciproca volontà di cooperare, ciascuno nel proprio ambito, per favorire il bene comune. Auspico che l’Italia continui a promuovere un rapporto equilibrato fra la Chiesa e lo Stato, costituendo così un esempio, al quale le altre Nazioni possano riferirsi con rispetto e interesse».

Come Gesu’

Posted by marilena marino On gennaio - 2 - 2012 ADD COMMENTS

di Mauro Leonardi mauroleonardi.blogspot.com

Un celibato “solo umano” ha senso o la vita vale solo per chi si sposa?

Un celibato “solo umano” ha senso o la vita vale solo per chi si sposa? Se così fosse il celibato sarebbe solo un “non sposarsi”? una non scelta di cui si può essere vittima e che sarebbe da assorbire il meglio possibile?
Prima di esaminare il significato del celibato per amore di Cristo – cosa che faremo in un’altra Discussione-, è necessario chiedersi se è possibile pensare a una vita celibe che ha senso, almeno un po’, anche senza Cristo. E mi pongo questa domanda rimanendo nell’alveo di una concezione religiosa e morale dell’uomo, perché sono convinto che questi aspetti facciano integralmente parte di un corretto umanesimo. Pertanto ciò significa che il celibato di cui sto parlando non è semplicemente di chi «non è sposato» ma di chi, non essendo sposato, rinuncia anche all’uso della sessualità. (cfr Come Gesù p. 61)
A volte i tre termini di verginità, celibato e castità vengono presi come sinonimi ma non lo sono, anche se hanno parti di senso sovrapponibili. Verginità significa “inesperienza” dell’atto sessuale. Celibato significa non essere sposati (quindi ci possono essere persone celibi che non sono vergini e che hanno una vita sessuale attiva, ma quando nella nostra Discussione parleremo di celibi intenderemo persone non sposate e che, per questo motivo, non hanno rapporti sessuali). Castità significa vivere la sessualità in modo consono al proprio stato: “Vi è la castità di coloro che sentono il destarsi della pubertà, la castità di coloro che si avviano al matrimonio, la castità di chi è chiamato da Dio al celibato, la castità di chi è già stato scelto da Dio per vivere nel matrimonio”. (E’ Gesù che passa n. 25)
La mia tesi è che il celibato possa essere una scelta positiva anche di per sé. Tutti conosciamo il celibato per il regno dei cieli ma Gesù – come avviene per il matrimonio – in genere porta a un piano soprannaturale qualcosa che è già di per sé naturalmente buono. Per questo penso che il celibato abbia qualcosa di unico da dire all’uomo, anche all’uomo che non conosce Cristo (cfr Come Gesù p. 63). Penso che la vita di Cristo a Nazaret getti una luce particolare su alcune caratteristiche del celibato. Nella Palestina di duemila anni fa, la scelta di Gesù di rimanere celibe, se la consideriamo soltanto nei trent’anni di vita nascosta, doveva certamente apparire misteriosa. In Occidente, oggi come oggi, che un trentenne non sia ancora sposato e abiti con la madre vedova, non desta particolare meraviglia ma duemila anni fa in Palestina non era così. Il non prendere moglie di Cristo, poteva sembrare ai suoi contemporanei una scelta senza senso, anzi era qualcosa che non favoriva i piani di Dio poiché secondo molti studiosi il popolo d’Israele sapeva che il Messia sarebbe stato un figlio di Israele (cfr J. Gnilka, Gesù di Nazareth, p. 226). È importante mettere in luce questa incomprensibilità della condizione di Gesù, perché in essa c’è buona parte di quel senso del celibato che sto cercando. Proprio a questo proposito alcuni pensano che la sgradevole espressione «eunuco» che Gesù adopera nel Vangelo (cfr Mt 19, 12) sia una sorta di «replica» rivolta da Cristo stesso verso chi ironizzava su di Lui  perché non era sposato (cfr Gnilka, Gesù di Nazareth, p. 227). (Come Gesù, pp 100-101)
Se si accetta questa tesi il senso della famosa espressione di Gesù “Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre; e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e vi sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli” (Mt 19,12) diventa “ci sono celibi che sono nati così dal grembo della madre; e ce ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ce sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli”. Cioè ci sono persone che pur avendo una perfetta integrità fisica e psicologica (quindi che non sono “eunuchi” in senso letterale) hanno la loro vocazione umana nell’essere celibi (“sono così fin dal grembo materno…”). Altri sono resi tali dagli uomini non solo in senso “fisico” ma soprattutto per scelte di altri. Penso con particolare tenerezza a coloro che vivono il celibato avendolo subito. (…). C’è chi avrebbe voluto sposarsi ma non ha avuto la fortuna di trovare la persona giusta; oppure, peggio, l’ha incontrata ma per mille ragioni non è stato possibile sposarla. Includo anche una schiera di cristiani purtroppo non piccola, costituita da quei mariti e da quelle mogli che subiscono l’abbandono del coniuge. A volte sono persone di un infinito eroismo, umile e nascosto, che Cristo unisce a sé in un modo del tutto inatteso e che li apre al mistero. Anche per loro è importante una prospettiva di vita non solo degna ma anche piena. (Come Gesù, pp. 18-19).
A questa categoria appartengono quegli uomini e quelle donne che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate.
Infine ci sono persone che vivono il celibato per il regno dei cieli. A questo gruppo appartengono i religiosi, i sacerdoti, e quei laici che vivono il celibato per amore di Cristo (è l’argomento del mio libro “Come Gesù”).
Questo libro è composto da tre parti.
La prima tratta del celibato in generale, senza entrare nel merito della dimensione laicale o religiosa, o se possa essere spiegato dal paradigma del matrimonio o da quello dell’amicizia, passando però per alcune necessarie premesse generali su che cosa siano l’amore, l’innamoramento e la fedeltà.
La seconda parla del celibato cristiano vissuto nel mondo in maniera laicale, mettendo in luce la sua possibilità di aprire nuove strade non solo nel senso di discernere se la propria vocazione sia una o l’altra, ma anche in quello di riconoscere nel proprio modo di vivere la filiazione divina al Padre e il conseguente modo di stabilire relazioni amicali con il prossimo.
La terza contiene degli elementi per provare a confrontarsi con la più generale domanda su come «rispondere e corrispondere» alla vocazione, domanda che in un certo senso è propedeutica a quella sul senso del celibato.
Per chi è scritto questo libro? Potrei dire senza mentire che è per molti, forse per tutti, perché l’alternativa tra celibato e matrimonio non è qualcosa che riguarda solo la Chiesa, ma l’intera umanità.
Inoltre per un cristiano «entrambi, il sacramento del Matrimonio e la verginità per il regno di Dio, provengono dal Signore stesso. È Lui che dà loro senso e concede la grazia indispensabile per viverli conformemente alla sua volontà. La stima della verginità per il Regno e il senso cristiano del matrimonio sono inseparabili e si favoriscono reciprocamente: chi denigra il matrimonio, sminuisce anche la gloria della verginità; chi lo loda, aumenta l’ammirazione che è dovuta alla verginità… Infatti, ciò che sembra bello solo in rapporto a ciò che è brutto non può essere molto bello; quello che invece è la migliore delle cose considerate buone, è la cosa più bella in senso assoluto» (CCC, n. 1620).
Parlare di celibato significa parlare di amore, di amicizia, di apostolato, di fedeltà, di innamoramento, di sogni, di figli, di Cristo, di sacerdozio comune dei cristiani, di morte, di vita; che sono esattamente gli stessi argomenti che riguardano il matrimonio. Nel cristianesimo chi pensa al celibato pensa anche al matrimonio, e non solo per discernere quale sia la propria vocazione, ma anche perché un modo di amare Cristo illumina l’altro.
Tra questi molti includo anche, con particolare tenerezza, coloro che vivono il celibato senza averlo scelto.
Non dev’essere un’eventualità così remota, se due delle tre enumerazioni che Gesù fa in proposito riguardano non chi il celibato l’ha preferito, ma chi l’ha subìto. «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19, 12). C’è chi avrebbe voluto sposarsi ma non ha avuto la fortuna di trovare la persona giusta; oppure, peggio, l’ha incontrata ma per mille ragioni non è stato possibile sposarla. Includo anche una schiera di cristiani purtroppo non piccola, costituita da quei mariti e da quelle mogli che subiscono l’abbandono del coniuge.
A volte sono persone di un infinito eroismo, umile e nascosto, che Cristo unisce a sé in un modo del tutto inatteso e che li apre al mistero. Anche per loro è importante una prospettiva di vita non solo degna ma anche piena.Quando dico che è per molti intendo tuttavia anche un’altra cosa. Questo libro ha alcune categorie di lettori ovvi, come chi ha già riconosciuto la propria vocazione al celibato e la sta seguendo felicemente in un fuoco d’amore, oppure quelli che stanno pensando se quella decisione prenderla, o quelli che vogliono semplicemente approfondire l’argomento.
Voglio però spendere due parole in più per quelli che hanno iniziato a vivere la vocazione al celibato e poi per qualche motivo non sono andati avanti.
Evito di proposito l’uso di espressioni come «perseverare» o «essere fedeli» perché la storia di ciascuno è unica: «Ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto» (Benedetto XVI, 8.XII.2009).
Nella Chiesa accade con una certa frequenza che alcuni fratelli e alcune sorelle lascino la strada di celibato che avevano intrapreso: e penso a tutti i modi di vivere il celibato, non a uno specifico. A volte questo avviene in pace, altre volte con tensioni e ferite reciproche. A volte chi continua dà tutta la colpa a chi se n’è andato e vive nella convinzione di essere sulla strada giusta ma così non riesce più a identificare i punti deboli della propria storia ecclesiale. Quando dei fratelli e delle sorelle si allontanano siamo sempre coinvolti tutti. Vedere la parte personale di errore e magari anche di colpa è un presupposto necessario perché quel pezzetto di Chiesa possa continuare a esistere. I fratelli e le sorelle che si sono allontanati rappresentano un potenziale che manca a chi rimane.
Ho sempre sentito come una mia esigenza personale analizzare con maggior attenzione le loro motivazioni e confrontarmi con i loro ideali di vita per capire se e dove erano stati delusi.
Soltanto così la ricchezza personificata dai fratelli e dalle sorelle che hanno lasciato si integra nella storia di chi rimane. Se si scarica tutta la responsabilità su «chi è andato via» si esclude qualcosa che nuoce alla vitalità di tutti (cfr L’arte di perdonare, p. 73).
Non posso generalizzare ma non di rado sono persone che conoscono Dio nell’intimità, poggiano il capo sul petto di Gesù (cfr par. 2.4 b) e sono capaci di una donazione profonda. A un certo punto questo percorso e questo ideale li hanno portati altrove, con una prova di dolore a volte maggiore di chi invece non ha dovuto fare un cambiamento così radicale ma ha scelto di maturare in un percorso di continuità.
A questo proposito, c’è una particolare categoria di persone a cui ho pensato mentre scrivevo queste righe, persone importanti alle quali, forse per una sorta di pudore, non ho mai fatto riferimento esplicito ma che sono molto nel mio cuore.
Sono quegli amici, quelle amiche, quei genitori, che stanno vicino ad amici, amiche e figli che, appunto, non hanno proseguito sulla strada del celibato.Infine, vorrei spendere due parole sulla genesi di questo libro perché conoscendone bene l’intenzione sarà forse più facile cogliere il senso di alcune affermazioni.
Nell’àmbito del mio lavoro sacerdotale, che dura ormai da più di vent’anni, mi sono trovato con sempre maggior urgenza a dover spiegare quale fosse la natura del celibato laicale. Io, prima di essere un sacerdote incardinato alla Prelatura dell’Opus Dei, ero (e sono) un fedele numerario della medesima.
La mia esperienza personale è quindi, innanzitutto, quella della vocazione al celibato dei laici dell’Opus Dei. Questa esperienza è nata senza una particolare riflessione teologica in merito, così come un bambino che nasce non si chiede che cosa sia la vita. Anche la successiva vocazione sacerdotale si è presentata nella mia vita senza pormi particolari questioni inerenti la natura del mio celibato: in questo senso direi che c’è stato uno sviluppo organico così come lo descrivo nel paragrafo 2.1 di questo libro.
Nel successivo sviluppo della mia vita sacerdotale invece quegli interrogativi che a livello personale non c’erano stati, mi sono stati posti, e in maniera crescente, dalle persone che dovevo servire con il mio ministero.
I quesiti riguardavano la natura e il senso del celibato così come vissuto nell’Opus Dei, ed erano interrogativi posti dai membri della Prelatura. Mi accorgevo che mutuare quell’atteggiamento che avevo in altri casi, non era sufficiente. Agli inizi, come consigliavo santa Teresa di Gesù per la vita di orazione, la consigliavo anche per meditare sul senso del celibato vissuto da laico, per Amore di Cristo, nel mondo. Ma, con il crescere delle esperienze pastorali, mi accorgevo che c’era qualcosa di diverso. Qualcosa di comune ma anche qualcosa di diverso.
Il modo in cui una carmelitana vive la sua verginità consacrata, non è lo stesso in cui una numeraria dell’Opus Dei vive il suo celibato apostolico: con l’aumentare della necessità di precisazioni e di distinguo, aumentava in me il dubbio sull’opportunità di consigliare tali letture, ma non esistevano alternative.
Naturalmente, con il passare degli anni, come avviene per ogni sacerdote, per ragioni di ministero dovevo occuparmi, anche se in via subordinata, di fedeli che avevano poco o nulla a che vedere con la Prelatura dell’Opus Dei, e tra essi c’erano anche religiose che danno gloria a Dio servendolo nel segreto della clausura. Questa apertura pastorale mi confermava su quanto stupenda fosse la verginità consacrata e contemporaneamente mi convinceva di quanto fosse diversa da quell’altro modo di darsi a Dio nel mondo che nell’Opus Dei viene chiamato celibato apostolico. Come scrive san Josemaría Escrivá: «Io amo i religiosi e venero e ammiro le loro clausure, le loro attività apostoliche, la loro separazione dal mondo – il contemptus mundi – che sono altri segni di santità nella Chiesa.
«Ma il Signore non mi ha dato una vocazione religiosa, e il desiderarla per me sarebbe un disordine. Nessuna autorità sulla terra mi potrà obbligare a essere un religioso, come nessuna autorità può costringermi a contrarre matrimonio. Sono un sacerdote secolare: un sacerdote di Cristo Gesù che ama appassionatamente il mondo» (Colloqui, n. 56).
Ecco spiegata la genesi di riflessioni che riguardano la scelta di essere celibi, nel mondo, per amore di Gesù.
Questa vocazione ha la caratteristica di non essere una consacrazione in senso tecnico e io, direttamente, in quanto tale, la conosco solo nei numerari, nelle numerarie ausiliari e negli aggregati, uomini e donne, che appartengono alla Prelatura dell’Opus Dei. Ma le mie riflessioni mi auguro non siano solo per loro.
Tutto il patrimonio spirituale della Chiesa è dell’Opus Dei, e tutto il patrimonio dell’Opus Dei è della Chiesa. Sarebbe meraviglioso se tanti altri cristiani, appartenenti magari ad altre realtà ecclesiali, ricevessero dalle mie parole aiuto, incoraggiamento e illuminazione.Essendo tale la storia del libro, va da sé che quello che avete fra le mani non è un libro di teologia in senso stretto perché non ho la possibilità di condurre lo studio sistematico che la scientificità rigorosa richiederebbe.
Direi che è un libro pre-teologico nel senso pre-scientifico del termine. Esso vuole semplicemente offrire alla teologia, all’antropologia, al diritto canonico e così via, a partire dalla mia esperienza pastorale, un materiale ragionato sul senso del celibato laicale nel mondo scelto per amore di Cristo.
In esso suggerisco qualche prospettiva forse un po’ nuova ma sia chiaro che, soprattutto pensando al celibato dei laici della Prelatura dell’Opus Dei, non pretendo di dare la spiegazionedi questo celibato: è semplicemente il celibato che conosco meglio e mi sembra che, se si tralascia l’esperienza dei primi cristiani, costituisca finora un unicum nella Chiesa: a quanto ne so io (ma sarei felice di essere smentito) i molti altri laici che scelgono di essere celibi per Cristo nel mondo e che appartengono alle più diverse aggregazioni ecclesiali, sono ben lieti di riferirsi alla loro situazione come a una consacrazione, che spesso ha il sigillo del voto e che quindi, in qualche modo, da essi stessi è ricondotta al mondo dei religiosi. Ma questo è esattamente quello che le persone che vivono il celibato apostolico nell’Opus Dei dicono di non essere e di non voler essere.
Quando, anche negli ultimi anni, i sommi pontefici si riferiscono alla verginità, anche se è vissuta nel mondo, essi in genere si riferiscono al grande arcobaleno delle persone consacrate: e questo non mi meraviglia perché il fenomeno del celibato nel mondo come vissuto nella Prelatura dell’Opus Dei è recente, soprattutto se considerato nell’orizzonte temporale di una Chiesa che è bimillenaria.
Inoltre, la realtà pastorale che voglio considerare in questo libro è quantitativamente piccola e specifica, e non mi sembra ci sia stato finora qualche intervento magisteriale ad hoc.
Il mio tentativo è solo quello di aprire delle strade nell’individuare il senso di un celibato che non ha nulla della consacrazione religiosa o del celibato consacrato (come dir si voglia) o del celibato sacerdotale ma che, in fin dei conti, desidera solo essere un modo per mettere in evidenza lo splendore della vocazione battesimale del cristiano senza aggiunte né di altri sacramenti né di voti: il puro splendore del Battesimo come unione con Cristo.
Personalmente, la chiave ermeneutica che ho individuato è quella di non riferirmi alla categoria della sponsalità che è la meravigliosa caratteristica della verginità consacrata, ma di approdare invece a quella dell’amicizia gratuita come conseguenza del vivere in maniera radicale la filiazione divina. «Radicalità della filiazione divina» non significa che chi ha vocazione al matrimonio o è religioso è «meno figlio di Dio» (ci mancherebbe!) ma che la vocazione al celibato dei laici, non avendo nulla di particolare da annunciare, mostra con la sua disponibilità esistenziale che cosa significa accettare che nella propria vita il Figlio riviva la sua completa sottomissione al Padre, «gustando» nell’apertura amicale e apostolica agli altri quella misteriosità quotidiana che appare enigmatica a molti e che conduce, quasi in maniera ovvia, a scoprire il senso vocazionale del proprio vivere.
Allo stesso modo, il titolo Come Gesù non significa che solo chi ha vocazione al celibato apostolico è chiamato a essere come Gesù. Se così fosse, starei negando la vocazione universale alla santità, perché identificarsi con Gesù non è altro che la santità stessa! Il titolo che ho scelto significa solo, e spero di illustrarlo per bene nel par. 2.4, che la spiegazione del celibato vissuto nel mondo per amore di Cristo mi sembra essere non la sponsalità escatologica (celibato dei religiosi), né l’essere Sposo della Chiesa (celibato dei sacerdoti), ma il voler essere «come Gesù» in qualcosa che non è obbligatorio per il cristiano, e cioè il Suo essere celibe, intendendo tale scelta come una manifestazione – non l’esclusiva, non l’unica possibile – di corrispondenza a quell’Amicizia che Gesù ha per noi. «Gesù è tuo amico. – L’Amico. – Con un cuore di carne, come il tuo. – Con gli occhi, dallo sguardo amabilissimo, che piansero per Lazzaro… – E così come a Lazzaro, vuol bene a te» (Cammino, n. 422).
D’altra parte, non posso negare che l’illuminazione decisiva in questo senso mi è venuta proprio dalle parole di mons. Javier Echevarría che ho citato in apertura: è «il celibato di Gesù» che «illumina di forza e splendore questo dono che Dio concede a molti».Ho chiesto a tre amici che hanno fatto della teologia la loro professione, di rivedere il mio scritto, e li ringrazio per i preziosi consigli: sono Giulio Maspero, Javier López Diaz e, per l’aspetto scritturistico, Marco Valerio Fabbri. Aggiungo, infine, Andrea Mardegan per aver letto il manoscritto e avermi dato utili consigli a seguito degli scambi di idee fruttuosi che ne sono nati. Ci tengo però a ribadire che le idee espresse in questo libro sono soltanto mie, e ringrazio in anticipo quanti vorranno entrare in dialogo con me per aiutarmi ad arricchire o a precisare il mio pensiero [e-mail: come.gesu@gmail.com]. Mauro Leonardi

Il Papa incendia Gubbio

Posted by marilena marino On dicembre - 19 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

 Gubbio: il Papa accenderà l’albero con un sistema hi-tech
Sarà un sistema ad alta tecnologia telematica quello che consentirà a papa Benedetto XVI di accendere l’Albero di Natale più grande del mondo – che si trova a Gubbio – direttamente dal suo appartamento in Vaticano. Al Santo Padre basterà sfiorare lo schermo di un tablet per attivare il contatto con il quadro generale elettrico che illuminerà il grande abete colorato disegnato sul versante del monte Ingino che domina la medievale città dell’Umbria.

Il sistema tecnologico è stato presentato il 3 dicembre proprio a Gubbio, nel corso di una conferenza stampa organizzata – insieme con la Diocesi e il Comune – dal Comitato “Albero di Natale più grande del mondo”, il gruppo dei volontari eugubini che da trent’anni si occupa di questo singolare allestimento.
Papa Ratzinger avrà in mano un apparecchio Sony, modello Tablet-S con sistema operativo Android, che attraverso la rete Internet può interfacciarsi con un web server BTicino, modello F453, collegato poi al quadro che fornisce corrente elettrica all’impianto dell’albero, frutto di una idea concretizzata per la prima volta nel 1981.
Dal 1991 l’Albero di Gubbio è entrato persino nel Guinness dei Primati e i numeri rendono davvero l’idea della grande impresa: la sagoma luminosa dell’abete natalizio è disegnata da 300 punti luce e colorata all’interno da altre 400 lampade di grandi dimensioni, in totale i cavi utilizzati hanno una lunghezza di 7500 metri, le prese e le spine per le connessioni sono circa 1350 che veicolano 35 chilowatt di corrente elettrica, la stella cometa è disegnata da 250 luci e si sviluppa su una superficie di mille metri quadrati, il tutto per un’altezza complessiva della creazione luminosa di 750 metri e una larghezza di 450.
Il Santo Padre sarà visibile a Gubbio grazie a un collegamento video dall’appartamento pontificio allestito dal Centro Televisivo Vaticano (Ctv) e la cerimonia di accensione sarà rilanciata da vari media nazionali e internazionali e trasmessa in diretta da Rai Uno, all’interno del programma “La vita in diretta”. L’inizio dell’evento – che si terrà nel piazzale del seminario “Beniamino Ubaldi” in via Perugia a Gubbio – è previsto per le ore 17,30, mentre l’intervento in video-collegamento di papa Ratzinger è fissato intorno alle ore 18,30.

La strada di Paolo

Posted by marilena marino On dicembre - 16 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

In occasione della VI edizione delFestival Internazionale del Film di Roma, il 2 novembre 2011 alle ore 18.00, presso il Palazzo delle Esposizioni, ha avuto  luogo nell’ambito di Risonanze, la proiezione di La strada di Paolo, un film di Salvatore Nocita prodotto da FAI Service (Federazione Autotrasportatori Italiani) e Officina della Comunicazione, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura e Rai Cinema

Il film narra la storia di Paolo, un autotrasportatore diretto per lavoro in Terra Santa. Il suo viaggio prende una direzione inaspettata quando si imbatte in alcune realtà che parlano al suo cuore di Dio, Fede, Grazia e Carità, aprendogli anche gli occhi sull’opportunismo e il cinismo umano. Nell’incontro/scontro con la religiosità e il mistero insondabile di quella Terra, immerso in situazioni surreali, a contatto con personaggi e storie incredibili, per Paolo si aprono nuovi orizzonti che lo porteranno a una decisione fondamentale. Interpretato da Marcello Mazzarella, Valentina Valsania, Gianni Bissaca, Milena Miconi e David Brandon, con la partecipazione straordinaria di Philippe Leroy, il film deve indicazioni imprescindibili per la sua struttura alle interviste a personalità come S.E. Card. Angelo Scola,Arcivescovo di Milano; S.E. Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Fabrizio Palenzona, Presidente di FAI Service; Roberto Vecchioni,cantautore; Salvatore Natoli, professore ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca e Lucetta Scaraffia,storica, giornalista e docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

Afferma S.E. Card. Angelo Scola: «Io credo che la strada per l’uomo di oggi sia quella di guardare fino in fondo ai tratti fondamentali dell’esperienza umana. Il primo, il più importante è la capacità dell’uomo di cogliere il senso della realtà: cioè, la realtà è intelligibile e chiede di essere ospitata dalla nostra intelligenza e questo già implica una tra-scendenza, cioè un andare oltre l’immediato». [estratto da intervista]

S.E. Card. Gianfranco Ravasi sottolinea: «Il bisogno di trascendenza potrebbe essere raffigurato attraverso un’immagine che è curiosamente lontana e vicina a Paolo, è lontana perché viene da un verso di un grande tragico greco che è Eschilo, e dall’altra parte è vicina perché Paolo, noi sappiamo, entra nell’interno dell’orizzonte della cultura greca. La trascendenza è sostanzialmente, se la vogliamo esprimere con un simbolo, proprio questa mano che viene dall’oltre, dall’altro rispetto all’orizzonte in cui siamo immersi. È per questo che Paolo in un certo senso echeggerà questa voce pagana in una maniera differente». [*]

Per Fabrizio Palenzona «Questo film è un esempio della direzione nella quale vogliamo camminare. Lavorare, guadagnare il giusto, rimettere nel circuito più risorse possibili per attenuare i costi delle nostre imprese, sostenere l’azione di difesa dei diritti e promozione dei doveri attraverso la federazione: insomma, ripeto, promuovere una cultura che metta al centro la persona umana. Per questo ci piace il film: il richiamo al senso della vita, al dubbio su cosa e perché siamo in questo mondo, al valore della solidarietà, della famiglia, della pace e del lavoro come strumento di promozione umana».

«Nel raccontarci l’imprevedibile percorso di un autotrasportatore diretto in Terra Santa, Nocita recupera uno dei tòpoi più ricorrenti della cultura e dell’arte di ogni secolo: la strada. Che non è mai solo un luogo fisico, un tratto di percorrenza, ma il simbolo stesso dell’uomo in cammino. Formidabile dispositivo di scambio simbolico, la strada è il luogo della scoperta, del perdersi e del ritrovarsi, dell’incontro con l’altro, con il sè, con Dio. Sulla strada l’uomo in cammino si trasforma divenendo, da vagabondo senza meta, un pellegrino del suo destino».

Chiude Roberto Vecchioni: «Io non credo che l’uomo del terzo millennio sia sordo ai temi che riguardano il trascendente. C’è modo e modo di interpretare il trascendente: per paura, per bisogno, per necessità o anche davvero per fede intensa. Il trascendente ha una valenza fondamentale e sublima anche le piccole azioni che facciamo, dà un significato».

Arte e Dio

Posted by marilena marino On novembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

Il linguaggio dell’arte contemporanea per portare a Dio

Agnus Dei. William Zijltra -
Agnus Dei. Zurbarán

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Madrid, 15 luglio 2011.- L’innovazione e la storia non sono in conflitto.Nè l’arte contemporanea e la fede. Cosí dimostrano le 36 opere (installazioni,performances, quadri, fotografie) dell’esposizione Arte + Fede da paesi dei 5 continenti (Stati Uniti, Giappone, Olanda, Liberia, Australia e Filippine).

L’esposizione Arte + Fede riunirá alla Fondazione Pons di Madrid, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), le opere di artisti contemporanei cristiani provenienti da diverse parti del mondo, il cui obiettivo comune è che l’arte sia un ponte verso la fede. La mostra potrà esser visitata dal 9 al 26 agosto, nella sede della Fondazione Pons.

“È la prima volta che in Europa si organizza un’esposizione internazionale con artisti avanguardisti e impegnati con la loro fede cristiana, che sia cattolica, ortodossa o protestante. Il pensiero moderno vive una sfiducia generale. Questa esposizione vuole esser un modo per mostrare che l’arte costruisce, speranza”, ha spiegato María Tarruella, responsabile dell’esposizione.

La mostra ha potuto contare sulla collaborazione del National Museum of Catholic Art di Washington DC, dove l’esposizione sarà trasferita dopo la GMG.

Santa Teresa, san Juan de la Cruz, san Sebastián.Alejandro Mañas

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Tarruella ha sottolineato che questa mostra rivela che “il senso religioso non è qualcosa di ieri, ma qualcosa di insito nell’essere umano, che viene espresso attraverso il linguaggio artistico di ogni epoca. Le opere selezionate vanno dalle più concettuali ad altre con riferimenti più classici”.

È il caso dell’ olandese William Zijlstra,  che nella sua opera ‘Agnus Dei’ fa un chiaro parallelismo con l’ opera omonima di Zurbarán. Questa volta l’agnello è però immolato in un altare moderno, fatto con giornali che riportano la notizia ‘l’uomo è capace di qualunque orrore’, un articolo sull’ Olocausto. Inspiegabile dal punto di vista umano come la crocifissione di Cristo e le sofferenze del ventesimo secolo abbiano senso alla luce della fede.

Nowa Huta. David López

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Il significato del quotidiano
Dio e l’uomo non devono stare lontani. Così pensano molti di questi artisti, come il castiglianese Alejandro Mañas che utilizza tre bottiglie di Coca Cola smaltate per parlare di Santa Teresa, San Giovanni della Croce e San Sebastiano. Apparentemente simili, queste tre bottiglie sono proprio come noi: “la nostra forma esteriore è sempre la stessa però a seconda di come viviamo la nostra interiorità, vestiamo l’esterno”, spiega l’ artista.

“Ogni gesto quotidiano ha un significato più profondo che trascende il suo lato  più funzionale”, mette in guardia David López attraverso la sua opera ‘Nowa Huta’, nella quale si vede la sagoma di Cristo crocifisso, realizzata utilizzando  immagini del quotidiano.

Installazioni e ‘performances’
Anche la partecipazione trova posto in questa mostra. Ad esempio il lavoro “Le lacrime di Maria Maddalena” della sivigliana Adriana Torres de Silva: un’installazione con capelli appesi sopra un dipinto coperto d’acqua, che invita i visitatori a scoprirla spostando i capelli e, allo stesso tempo, rimanere inebriati dal profumo che viene versato nell’acqua.

Las lágrimas de María Magdalena. Adriana Torres Silva

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Oltre a questa, c’è l’ installazione realizzata dal filippino Jason Dy, artista e sacerdote gesuita, il cui lavoro consiste in bottiglie di vetro con dentro i ricordi di cari defunti. I visitatori potranno, se lo desiderano, riempire le bottiglie con un ricordo per i loro cari defunti, come fosse una lettera da inviare a Dio.

Esperienze nate in carcere

Virginidad. Sarai Aser

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In carcere ha anche trascorso la vita Sarai Aser, artista cilena trasferitasi a Rotterdam, questa volta per aiutare gli altri. La sua opera ‘Verginità’ desidera mostrare il messaggio che lei stessa trasmette alle donne nelle carceri: l’ opportunità di tornare indietro per ricominciare a vivere dopo situazioni di forte disagio a causa della prostituzione o altre ragioni legate alla sessualità.

L’ esposizione Arte + Fede è una delle oltre 300 attività che faranno parte della programmazione culturale della Giornata Mondiale. In concreto è una delle tre esposizioni d’arte principali, insieme all’ itinerario nel Museo del Prado ‘ I volti di Cristo’ e l’ esposizione del Museo Thyssen ‘Incontri’.

Provaci ancora, Liliana!

Posted by marilena marino On novembre - 24 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino
LILIANA Cavani pensa ad un nuovo film su San Francesco. Sara’ il suo terzo film sul poverello d’Assisi. Ad annunciarlo la stessa regista ieri a Terni, nel corso della giornata inaugurale della settima edizione del Festival Popoli e Religioni Umbria International Film Fest, dove ha presentato la versione restaurata di Francesco d’Assisi, il suo film d’esordio come regista (1966). ”La biografia di San Francesco, scritta da Paul Sabatier alla fine del XIX secolo – ha detto la Cavani – mi piacque moltissimo perche’ non era un testo agiografico ma un vero romanzo di formazione. Rimasi stupefatta dall’attualita’ e dalla modernita’ di questa figura, e questo per diversi motivi: primo, perche’ Francesco non e’ un francescano; secondo, perche’ la sua era una rivoluzione generazionale, e per questo sempre attuale. In effetti io immagino il movimento francescano un po’ come quello sessantottino, non a caso il mio film e’ stato percepito nel ’66 come qualcosa di nuovo. Si afferrava che c’era qualcosa di nuovo nell’aria, perche’ c’era in Francesco”. VENTUNO anni dopo, Liliana Cavani e’ tornata a raccontare la storia di Francesco d’Assisi in un secondo film, perche’ ”in quella prima versione non ero riuscita – ha spiegato la regista – a raccontare l’episodio delle stimmate sul quale invece mi concentrai nel secondo film, interpretato da Mickey Rourke”. Per la Cavani, proprio Terni potrebbe essere la location ideale per il nuovo film che, secondo il vescovo della citta’ umbra, monsignor Vincenzo Paglia, ideatore del festival ternano, ”potrebbe rilanciare anche il polo cinematografico umbro, che dopo i successi di La vita e’ bella e delle fiction sta attraversando un momento di stagnazione”.

Sembra quell’episodio del re Davide quando insiste per costruire la casa al Signore dicendo che non poteva permettersi di abitare a corte mentre Dio non aveva un posto stabile dove dimorare. Noi continuiamo a parlare di Dio, a descriverlo, a circoscriverlo, a dipingerlo, cantarlo, musicarlo e rappresentarlo instancabilmente anche al cinema: è l’antica ansia dell’uomo che come S Agostino gridava” O Signore, il mio animo non è tranquillo finchè non riposa in te!” Ed è vero, quanto se è vero ! Anche Assisi  e l’Umbria, terra dei santi, rappresentano  da sempre l’itinerario francescano piu’ famoso al mondo e il mirabile bersaglio di velleita’ artistiche e culturali e ogni volta si scopre una strada, un vicolo, un posto dove Francesco è passato…Liliana Cavani esprime bene il concetto” si afferrava qualcosa nell’aria perchè c’era in Francesco”. E in noi c’è questo qualcosa nell’aria tanto da diventare dei protagonisti della fede come Francesco, talmente giganti da poter far scrivere pagine della nostra vita a qualche regista? Come amanti del vangelo, quante pagine di noi cantano la passione e il canto che il santo di Assisi aveva per Dio? O dobbiamo sempre restare affacciati alla porta della nostra esistenza a guardare la vita degli altri santi perchè in fondo crediamo che noi non potremmo mai essere come un Francesco? Viviamo spesso da spettatori esterni della nostra storia, quasi mai da protagonisti, anche come cristiani, delegando ad altri l’orgoglio di essere santi. Ben venga allora un ennesimo film su s Francesco, ma ricordiamoci di dipingere noi, la propria storia personale di santita’, perchè un giorno il vero regista della nostra  vita, Dio, possa farci mettere a tavola e servirci dicendo ” Venite, benedetti dal padre mio…”

Perugia e Bioetica

Posted by marilena marino On novembre - 23 - 2011 ADD COMMENTS

di Mariangela Musolino

PERUGIA, CAPITALE NAZIONALE DELLA BIOETICA: ARRIVA IL CONGRESSO DELLA SOCIETA’ ITALIANA PER LA BIOETICA
Il 25 e 26 Novembre nel capoluogo perugino (Convento di S. Francesco al Monte) i massimi esperti italiani si confronteranno sul tema dell’identità di genere dal punto di vista sociale, medico, bioetico e giuridico.

Perugia – E’ tutto pronto a Perugia, presso il Convento di S. Francesco al Monte (Monteripido) per ospitare venerdì 25 e sabato 26 Novembre il X Congresso Nazionale della Società italiana per la Bioetica e i Comitati Etici (SIBCE), organizzato dal Centro regionale di bioetica Fileremo.
“Identità di genere: aspetti sociali, medici, bioetici e giuridici” sarà il titolo dell’appuntamento e per il dibattito interverranno in Umbria i massimi esperti nazionali sugli argomenti. Tra questi, S.R.E. Mons. Ignacio Carrasco De Paula, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il Prof. Massimo Gandolfini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Ospedaliero di Brescia, Professore in Neurochirurgia, il prof. Filippo M. Boscia, Presidente nazionale della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici e Prof. Carlo Cirotto, Ordinario di Citologia ed Istologia, Università di Perugia, Presidente del MEIC.

Nel corso del congresso si punterà l’attenzione sull’influenza della cosiddetta “teoria del gender”, nata negli anni settanta del secolo scorso e sui suoi possibili risvolti biologici, sociali e giuridici. Nella prima sessione del venerdì si lavorerà su ”Bioetica tra Natura e Persona:una prospettiva da promuovere o da cambiare?” con Mons. De Paula, mentre nella sessione pomeridiana si tratteranno gli aspetti bio-psicologici della differenza sessuale. La giornata di sabato vedrà trattare gli aspetti socio-antropologici dell’identità sessuale, mentre la sessione conclusiva valuterà le ricadute bio-giuridiche della differenza di genere.

Il Congresso della SIBCE prenderà il via a partire dalle ore 9.00 del 25 Novembre. Al Convegno sono stati riconosciuti 12 crediti ECM pertanto, il personale medico che lo desiderasse, può richiedere l’attestato. Tutte le informazioni sulle iscrizioni sono disponibili al numero 348/6842253.

Google + e tu+ Novita’

Posted by marilena marino On novembre - 8 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Il social network di Google inaugura le Pagine dedicate alle aziende e ai marchi. I brand possono così comunicare con gli utenti attraverso la funzione di Videoritrovi o semplicemente scrivendo post sulla bacheca. La cosa interessante è che Google sta integrando le pagine del suo social network nei risultati del motore di ricerca. Basterà a impensierire Facebook?

Finalmente Google+ inaugura Pages (Pagine)la sezione dedicata alle aziende e ai marchi che ora possono usare il social network della casa di Mountain View per collegarsi con i potenziali clienti e appassionati. Il design sembra ispirarsi a quello di Facebook (e ispirarsi è dire poco), con la foto principale sulla sinistra e le altre nella parte superiore del profilo, come potete vedere nell’esempio sottostante, che mostra la pagina di Google+ dei Muppets.

La pagina dei Muppets su Google+, lo stile ricorda quello di Facebook

“Finora Google+ si è concentrato nel connettere le persone fra di loro, ma vogliamo assicurarci che gli utenti possano costruire relazioni con tutte le cose ritenute interessanti, dalle aziende locali fino ai marchi globali. Per questo motivo abbiamo inaugurato Google+ Pagine in tutto il mondo”, ha dichiarato Vic Gundotra, Senior Vice President del settore Engineering di Google.

Al momento si possono trovare aziende come Pepsi, Toyota, H&M e persino la squadra del Barcellona, il primo team calcistico ad approdare sul social network di Google. I brand possono sfruttare tutte le funzionalità del sito e condividere informazioni, invitare gli utenti a una chat attraverso la funzione Videoritrovi o semplicemente comunicare con loro scrivendo un post sulla bacheca.

Hasta la Vista!

Posted by marilena marino On novembre - 8 - 2011 ADD COMMENTS

Mostrare l’handicap senza pudore si può: Geoffrey Enthoven confeziona un road movie desueto che inneggia alla vita, in Alice
Una gioventù non più bruciata. Accantonate tutte le forme di eccesso, le fughe dalla realtà, l’opposizione ideologica nei confronti di una società troppo spesso sorda nell’ascoltare le richieste di aiuto e condivisione, ai protagonisti dei film di “Alice nella città” rimangono altri mezzi e sensibilità per fronteggiare un futuro più che mai incerto, o la solitudine e la difficoltà della malattia. Accade al film, buono e non buonista, del fiammingo Geoffrey Enthoven Hasta la vista!. Ha un pregio inaspettato, come lo è la carica di vitalità e di ottimismo che lo pervade: non vivere di pudore nei confronti dell’handicap. Per nulla convenzionale, racconta di come tre amici olandesi con tre diverse disabilità – un tetraplegico e un malato terminale entrambi in carrozzella e uno quasi completamente cieco – con la scusa, raccontata ai genitori, di un viaggio eno-gastronomico, partano per la Spagna per programmare, invece, la loro prima esperienza sessuale, per rivendicare così la loro uguaglianza ai coetanei, per sentirsi pienamente inseriti nella normalità. Si imbarcano su un pullmino attrezzato e sgangherato accompagnati da una robusta infermiera che dimostrerà, sotto il vello della rudezza e dell’indifferenza, un cuore d’oro. Si tratta, dunque, di un bellissimo e desueto road movie ove con ironia e dolcezza ci si riconcilia con l’handicap e chi lo vive. La destinazione che si profila all’orizzonte, non più un miraggio, dopo diverse avventure innescate da piccole cose che sono quotidiane per noi e novità assolute per loro (tipo la chiave magnetica di un albergo), non sarà soltanto lo svelarsi del corpo e della vita, ma anche della morte. Coscienti che il dolore, anche quello invincibile, si affievolisce e si sopporta, e il male spunta le sue armi trovando dinnanzi la forza di un sorriso, la delicatezza di una carezza, una risata sincera, insomma l’amore per la vita. Hasta la vista ha saputo conquistare la giuria ma anche il pubblico, che gli ha attribuito il suo premio. Ha inoltre ricevuto una menzione della giuria ecumenica.

Una separazione

Posted by marilena marino On novembre - 6 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Una Separazione (Orso d’Oro per il Miglior Film, Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Femminile, Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Maschile, Ecumenical Jury Prize; Peace Award College). Una separazione è stato scelto come rappresentante iraniano nella corsa all’Oscar.

Nader e Simin hanno finalmenre ottenuto il visto per lasciare l’Iran e trasferirsi all’estero, ma Nader si rifiuta di partire ed abbandonare il padre affetto da Alzheimer. Simin intende chiedere il divorzio per partire lo stesso, lasciare Teheran ed assicurare alla figlia Termeh un futuro migliore in un Paese più libero. Nel frattempo, torna a vivere da sua madre. Nader si vede quindi costretto ad assumere una giovane donna, Razieh, che si prenda cura dell’anziano genitore mentre lui lavora; ma non sa che la donna, molto religiosa, non solo è incinta ma sta anche lavorando senza il permesso del marito ultra-religioso, disoccupato e pieno di debiti.

Ben presto Nader si troverà coinvolto in una rete di bugie, dubbi, manipolazioni e confronti che lo porteranno ad un passo dall’essere addirittura condannato per omicidio, mentre la sua separazione va avanti e sua figlia deve scegliere da che parte stare e quale futuro avere…

Una Separazione è apparentemente una storia di gente comune, due famiglie alle prese con problemi quotidiani più o meno universali (la fine di un matrimonio, un padre anziano malato di Alzheimer e bisognoso di cure continue, la disoccupazione, una figlia alle soglie dell’adolescenza per la quale si vorrebbe solo il meglio…) sullo sfondo dei contrasti e delle contraddizioni, delle rigide convenzioni sociali, della differenza fra classi e degli antiquati dogmi religiosi che minano la società mediorientale di oggi.

E’ un film di sguardi, di primi piani strettissimi, di silenzi fragorosi e di dialoghi serrati. E’ un film politico pur senza parlare apertamente di politica; è un dramma psicologico profondo e complesso nonostante la trama appaia semplice e lineare. Asghar Farhadi sceglie una chiave quasi documentaristica per seguire le vicende dei personaggi, tutti molto ben caratterizzati, attraverso l’occhio attento della telecamera a mano che li segue a distanza ravvicinata. Non ci sono buoni o cattivi fra i protagonisti – tutti splendidamente interpretati, particolarmente incisive le performance di Sareh Bayat e della giovanissima Sarina Farhadi – ma solo persone con personalità e back-grounds molto differenti, ciascuno aggrappato alle proprie ragioni ed alla propria verità.

IL MONASTERO ANDRONIKOV

Posted by Daniela Asaro Romanoff On maggio - 20 - 2011 ADD COMMENTS

IL MONASTERO ANDRONIKOV E L’ARTE DI ANDREJ RUBLEV

Il Monastero Andronikov si trova sulla riva sinistra del fiume Yauza. Il monaco più conosciuto, che visse in questo Monastero, è il pittore di sacre icone, Andrej Rublev. Il Metropolita di Mosca, Alessio, aveva promesso che avrebbe fatto costruire un Monastero e una Cattedrale, se fosse sopravvissuto ad una terribile tempesta marina, che tormentò il suo viaggio di ritorno a Mosca da Costantinopoli, nel 1358. Promise anche che avrebbe denominato il Monastero con il nome del Santo, commemorato nel giorno in cui fosse sbarcato sano e salvo. Il giorno, in cui Alessio giunse a Mosca, era dedicato a nostro Signore (in russo: Spas). Sulla riva del fiume Yauza fu edificato il luogo sacro. Quando il Metropolita Alessio si assentò temporaneamente dal Monastero per recarsi a Sarai dal Kahn del Kypchak, il monaco Androniko lo sostituì alla guida del Monastero. Androniko divenne il primo Abate, e, in seguito, il luogo sacro fu denominato con il suo nome. Tra il 1425 e il 1427 fu costruita la Cattedrale del Salvatore, è il più antico edificio di Mosca. La nuova Cattedrale edificata in pietra sostituì la prima Cattedrale costruita in legno. L’interno della nuova Cattedrale fu decorato con affreschi dipinti da Andrej Rublev. Questi affreschi sono un capolavoro del maestro. Durante il XVII secolo furono costruite attorno al Monastero mura e torri. Il Monastero divenne anche una fortezza. Sempre nel XVII secolo fu costruita in stile barocco la Chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Nel XVIII secolo l’architetto Rodion Kazakov progettò la torre campanaria del Monastero. Il progetto prevedeva una torre altissima, molto più alta di ogni edificio di Mosca. Lo zar Paolo I ordinò di ridurre l’altezza, poiché nessun edificio doveva superare la torre campanaria del Cremlino.

La torre del Monastero Andronikov fu distrutta dai Bolscevichi nel 1930. Il Monastero era già stato gravemente danneggiato dai soldati dell’esercito napoleonico nel 1812. Il Monastero venne chiuso dai Bolscevichi nel 1919. Gli edifici furono utilizzati come alloggi per gli operai del distretto Rogozhsko-Simoovsky. Il cimitero divenne un campo di calcio. Dopo la Seconda Guerra mondiale rinacque una certa sensibilità storica e artistica nei confronti del Monastero Andronikov. Nel 1947 il cimitero divenne un monumento nazionale. Nei sotterranei si iniziò a costruire il Museo dell’antica arte russa. Il Museo Centrale dell’Antica Arte e Cultura russa ‘Andrej Rublev’ fu ufficialmente aperto in onore dei 600 anni della nascita del grande pittore. Il Museo non contiene opere di Rublev, ma ci sono delle meravigliose opere della Scuola di Rublev. Nel 1989 il Monastero fu restituito alla Chiesa Russa Ortodossa. Il 17 luglio 1989 fu celebrata una liturgia divina nel primo anniversario della santità di Andrej Rublev. Attualmente la Cattedrale del Monastero è una Chiesa parrocchiale. La tomba di Andrej Rublev non è più rintracciabile. Si pensa che i suoi resti mortali fossero sepolti sotto la torre campanaria, che fu distrutta dai Bolscevichi, ma il maestro continua a vivere nelle sue opere ed in quelle dei pittori formatisi alla sua Scuola.

Andrej Rublev nacque nel 1360. E’ considerato il più grande pittore medievale russo di icone ed affreschi. Non ci sono molte informazioni relative alla sua vita. Di sicuro visse per tanti anni nel Monastero della Santa Trinità vicino a Mosca. Rublev viene menzionato per la prima volta nel 1405, quando dipinse le icone e gli affreschi per la Cattedrale della Annunciazione nel Cremlino moscovita. Rublev fu coadiuvato dai pittori Teofanes e Procor. Teofanes era un importante maestro, che lasciò le terre bizantine per andare a vivere in Russia. Da molti è considerato il maestro  di Rublev. Le Cronache ci informano che nel 1408 Rublev, assieme a Danil Cerni, eseguì i dipinti per la Cattedrale dell’Assunzione a Vladimir. Eseguì molte opere anche per la Cattedrale della Santa Trinità. Dopo la morte di Danil, Andrej andò a vivere nel Monastero Andronikov di Mosca, dove eseguì i suoi ultimi capolavori: icone e affreschi per la Cattedrale del Salvatore.

L’Icona, che sicuramente ed interamente è stata dipinta dal maestro, è la conosciutissima Icona della Trinità (1410). Attualmente la preziosa Icona si trova presso la Galleria Tretyacov di Mosca. Rublev ha tratto ispirazione da una precedente Icona, denominata ‘L’ospitalità di Abramo’. L’alto ascetismo e l’armonia dell’arte bizantina si uniscono nelle opere di Rublev. La pace e la calma caratterizzano la sua pittura. Le sue icone furono subito apprezzate e considerate il modello da seguire nell’ortodossia iconografica. Andrej Rublev fu proclamato Santo dalla Chiesa Russa Ortodossa nel 1988. Viene ricordato il 29 gennaio e il 4 luglio di ogni anno. La Chiesa Episcopale degli Stati Uniti d’America lo ricorda il 29 gennaio. Andrej Rublev è considerato il simbolo dell’identità storica e artistica russa. Nella sua ricerca della fraternità, della calma, dell’amore divino, Andrej Rublev fu di certo influenzato da Sergio di Radonezh. Nelle icone di Rublev prevale la semplicità, l’artista si discosta dal severo prevalere della forma, del colore, dell’espressione. Gentilezza e grande armonia troviamo nelle sue icone. Molti studiosi considerano la Trinità di Rublev il perfetto dipinto iconografico, il migliore che sia mai stato realizzato. Questo lavoro fu richiesto a Rublev dall’Abate del Monastero della Trinità, Nikon, un discepolo di Sergio di Radonezh. Nikon desiderava commemorare Sergio con tale dipinto. Sin dagli inizi del Cristianesimo, per la gente era difficile capire la Trinità. Non solo la gente, ma anche i teologi avevano difficoltà a comprendere un Dio uno e trino.

Tentando di rappresentare la Trinità, rimanendo fedeli alla proibizione di raffigurare Dio, i pittori di icone si ispiravano all’ospitalità di Abramo, che riceve la visita di tre nomadi. Rublev eliminò gli elementi della narrativa biblica e prese in considerazione i tre angeli. Per la prima volta nell’Icona di Rublev tutti e tre gli angeli hanno uguale importanza. Anziché forzare i fedeli a credere nella Santa Trinità, Rublev, gentilmente e delicatamente, accompagna il credente al Dogma. Nell’Icona viene raffigurata una Trinità dialogante. Il Padre spiega al Figlio come sia necessario il suo sacrificio, il figlio risponde, accettando la volontà del Padre. L’Angelo, che rappresenta la Santa Trinità, conforta il Padre e il Figlio. In Russia la Fede cristiana è sempre stata profondamente presente nella vita di tutti i giorni, e quindi la troviamo protagonista anche nella politica. Nella Trinità i russi videro la critica della divisione feudale e del giogo mongolo. La Trinità ispirò i russi nel loro desiderio di unire le Terre divise ed essere liberi. La Trinità di Rublev è la rappresentazione dell’unità e dell’amore divino.

Il messaggio più importante dell’Icona: in questo mondo i nostri pensieri e le nostre azioni portano molto frutto se permangono nell’ambito dell’amore trinitario. Con la sua Icona Rublev ci mostra la Casa del perfetto Amore

Daniela Asaro Romanoff


A Ferrara la seconda edizione delle Festa del Libro Ebraico in Italia

Posted by Moreno Migliorati On maggio - 6 - 2011 1 COMMENT

Da domani fino al 9 maggio Ferrara ospiterà la seconda edizione della Festa del Libro Ebraico in Italia. Il centro storico della città sarà lo scenario di numerose iniziative ed itinerari, convegni, proposte culturali, mostre, momenti musicali e visite guidate ai principali monumenti della presenza ebraica a Ferrara e ai luoghi che ripercorrono la vita e i romanzi di Giorgio Bassani. Architettura, partecipazione ebraica alla storia del paese, fascismo, inquisizione, filosofia e testimonianza ebraica, sono alcuni dei temi che saranno affrontati, in cui il libro è l’elemento cardine tra i numerosi eventi in programma.

Come già nella prima edizione, anche quest’anno, la Festa dedicherà ampio spazio a dibattiti e incontri con gli autori: si discuterà di ebrei e fascismo, ma anche dei processi del Sant’Uffizio di Venezia contro gli ebrei; della cacciata degli ebrei dall’Egitto di Nasser; di storia e memoria ebraica secondo il filosofo Yoseph Yerushalmi e di “conservazione dell’avvenire”, secondo la definizione l’architetto del Museo della Shoah di Roma, Luca Zevi. La novità di questa Festa sarà l’inaugurazione con la Prima Notte Bianca Ebraica d’Italia: una non-stop di appuntamenti che dalle 21.00 proseguirà fino a notte inoltrata. L’obiettivo di questa iniziativa  è quella di avvicinare e far conoscere l’ebraismo e il suo patrimonio attraverso chiavi di lettura diverse da quelle normalmente proposte dai media.

Un tema poi che non poteva mancare è quello dell’Unità d’Italia e della partecipazione ebraica al processo di unificazione. Dalla mostra a cura di Silvia Villani, Ebrei & Risorgimento, che presenta “gli snodi epocali del percorso di emancipazione e integrazione sociale degli ebrei nel nuovo Stato unitario”, alle Letture animate di poesie, diari, e lettere private di Ebrei Risorgimentali.

Da autentico evento 2.0 è possibile sapere di più sulla manifestazione ferrarese non solo visitando il sito, ma anche seguendo il canale youtube, il profilo su twitter, il blog, o iscrivendosi al feed delle attività. O ancora, far sapere che si parteciperà alla festa tramite l’evento creato ad hoc su Facebook. Radio Shalom inoltre provvederà a una diretta dell’evento domenica pomeriggio.

(via SpiritualSeeds.info)

Prende il via stasera “In Signo Domini. Musica sacra nelle basiliche romane”. Nato dalla partnership tra l’Accademia Musicale Europea – che da anni organizza il Concorso Internazionale Musica Sacra – e l’Agenzia Artistica A Voce Sola il progetto ha avuto un momento fondamentale di sviluppo nella concessione dell’Arcibasilica Papale S. Giovanni in Laterano – luogo simbolo della cristianità “romana” per eccellenza – da parte del Capitolo Lateranense, nella persona del Commissario Straordinario Mons. Liberio Andreatta. Il concerto inaugurale si terrà appunto stasera nell’Arcibasilica Papale S. Giovanni in Laterano con una grandiosa esecuzione della Johannes Passion (Passione San Giovanni) ad opera del Bach Collegium Stuttgart e dai Gächinger Kantorei e dai solisti dell’Agenzia “a Voce Sola”diretti dal M° Felix Krieger.

Mercoledì Santo, 20 aprile, sempre alle 20.30 presso la Basilica SS. XII Apostoli (p.zza SS. Apostoli) si avrà la prima esecuzione completa in tempi moderni dell’”Oratorio a Maria Addolorata” di Leonardo Vinci. Il testo vive i momenti tragici della Passione di N.S. Gesù vista dalla Vergine e dalle figure a Lei vicine (S. Giovanni, Maddalena Giuseppe d’Arimatea). Il manoscritto originale dell’opera si trova nel Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli e l’Accademia stessa, dopo averne curato la trascrizione, lo  eseguirà con il suo ensemble barocco Celeste Armonia diretto da Daniela de Marco che ha tra i suoi solisti i vincitori del Concorso Internazionale Musica Sacra.

In signo Domini si concluderà il 27 aprile con la premiere italiana (e seconda esecuzione mondiale) dell’Oratorio La Resurrezione di G. F. Händel nella nuova edizione critica Barenreiter Halle – rappresentante per l’Italia Sonzogno – fatta dall’Ensemble Celeste Armonia diretta dal M° Vincent Barthe. Il concerto sarà ripreso e trasmesso il 28 aprile grazie a TV2000.

(via SpiritualSeeds.info)

IL MONASTERO IPATIEV

di Daniela Asaro Romanoff “All’interno la Cattedrale è un gioiello della pittura. Ogni colonna, ogni muro, i soffitti, tutto è coperto di bellissimi affreschi, opera di Guri Nikita e Sila Sarin”

Festa della Luce

Festa della Luce, Candelora e della Purificazione di Maria:”Gerusalemme,rivestiti di luce, perché viene la tua luce del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1).

Diaconia Cristiana

Di Giovanni Chifani ” Diaconia cristiana: dimensione kerigmatica, profetica e didascalica”

“Gesù nostro contemporaneo”

di Moreno Migliorati Chi è Gesù per me oggi? È persona viva di cui sentiamo tuttora il fascino o è [...]

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