Thursday, 9 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

Al via la Sagra musicale umbra con a tema il pellegrinaggio

Posted by Moreno Migliorati On settembre - 9 - 2010 ADD COMMENTS

Avrà per tema “Pellegrinaggi dell’anima. Da Pergolesi a Schumann” la 65a edizione della Sagra musicale umbra, che si svolgerà dall’11 al 19 settembre. Dopo Dante e santa Cecilia – argomenti portanti delle ultime due edizioni -, la rassegna dedicata alla spiritualità in musica approfondisce quest’anno un aspetto che gode di una grande ricoperta in tutta l’Umbria: quello del pellegrinaggio. Così, accanto al moltiplicarsi dei percorsi (in primis quello francescano) e degli itinerari (specialmente Compostela), grazie alla Sagra sarà possibile compiere viaggi nel Sacro attraverso le note, gli strumenti, le atmosfere dei grandi compositori.
“La Sagra musicale umbra – sottolinea il direttore artistico della manifestazione, Alberto Batisti – ha una fisionomia che la distingue da ogni altro festival musicale italiano: è davvero un itinerario musicale nei luoghi della spiritualità umbra, fra bellezze paesaggistiche, monumentali e artistiche che hanno pochi termini di paragone”. Quanto al tema del 2010, specifica: “I Pellegrinaggi dell’anima prenderanno avvio dall’incontro di culture e di religioni che Jordi Savall presenterà in quel luogo dal fascino straordinario che è la chiesa di San Bevignate a Perugia, con la sua purezza romanica, fra memorie di Templari e di crociati. Racchiuso in nove giorni di concerti distribuiti fra nove Comuni, il pellegrinaggio si apre e si chiude con due incompiute, la Nona sinfonia di Bruckner e la celeberrima Sinfonia in Si minore di Schubert. Entrambe muovono da interrogativi profondi dell’uomo di fronte al suo destino, trovando in Bruckner una risposta nelle certezze di una salda fede religiosa; e in Schubert invece l’impossibilità di completare una partitura che, piuttosto che una sinfonia, suona come un lacerante Requiem senza parole”.
“Proprio per questo motivo – aggiunge -, accanto alla Incompiuta di Schubert, nel concerto conclusivo della Sagra troveremo quella toccante elegia laica che è il Requiem für Mignon di Schumann, tratto dal Wilhelm Meister di Goethe. Nel celebrare i 200 anni dalla nascita di questo apostolo del Romanticismo germanico, il festival offre l’opportunità rara di ascoltare tutti i canti che Schumann trasse dal grande romanzo goethiano. Oltre a Schumann, la Sagra non poteva trascurare di rendere omaggio a due sommi protagonisti della musica sacra italiana, nati a cinquant’anni di distanza l’uno dall’altro: Giovanni Battista Pergolesi e Luigi Cherubini. Il contributo dato dal festival umbro nelle sue edizioni passate alla riscoperta del musicista fiorentino – aggiunge con soddisfazione – è stato determinante per riscrivere importanti pagine di storia della musica, grazie alla cultura e alle intuizioni di Francesco Siciliani”.
E non è finita. “Il connubio spirituale fra arte e musica – conclude Batisti – ha quest’anno un simbolo eloquente nel programma della Gustav Mahler Jugendorchester al teatro Morlacchi. Questo meraviglioso complesso, che riunisce i più straordinari giovani talenti d’Europa, dall’Irlanda agli Urali, oltre alla Nona sinfonia di Bruckner eseguirà la sinfonia Mathis der Maler di Paul Hindemith, ispirata ai quadri sacri del pittore rinascimentale tedesco Matthias Grünewald: quasi un viatico per i Pellegrinaggi dell’anima che ci aspettano”.

(via SpiritualSeeds)

Cristianesimo e Islam in Europa tra imperi e popoli

Posted by Moreno Migliorati On settembre - 7 - 2010 ADD COMMENTS

Prende oggi il via la XXXII Settimana europea promossa dalla Fondazione ambrosiana Paolo VI, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’iniziativa, che si tiene fino all’11 settembre a Villa Cagnola di Gazzada (Va), ha per tema “Da Costantinopoli al Caucaso. Imperi e popoli tra cristianesimo e islam”. In una prospettiva di incontro culturale e di dialogo religioso tra Europa e Mediterraneo, la Settimana europea, chiariscono i promotori, “propone un approfondimento dell’irradiazione del cristianesimo orientale da Costantinopoli verso il Caucaso, evidenziando le conseguenze del dialettico rapporto all’interno del mondo cristiano tra greci e latini, gli sviluppi seguiti alla conquista islamica e le forme attualmente assunte dalla presenza cristiana in Turchia, in Georgia e, più in generale, nell’area caucasica”.

A concludere i lavori era stato chiaamato mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, ucciso nei mesi scorsi. Al suo posto sono stati chiamati Otmar Oehring (Aachen), direttore del Servizio “Diritti dell’uomo” di Missio e già portavoce della Conferenza episcopale turca, e mons. Giuseppe Pasotto (Tblisi), amministratore apostolico per i cattolici nel Caucaso, i quali chiuderanno i lavori illustrando la situazione attuale dei cristiani e dei cattolici in Turchia e nel Caucaso. I cinque giorni di lavori permetteranno di mettere a fuoco il problema del rapporto sempre più ineludibile tra Cristianesimo e religioni storicamente limitrofe, come l’Islam e l’Ebraismo, ma anche la questione, per molti aspetti drammatica, dei processi migratori di massa, che caratterizzano il mutamento epocale in atto.

(via SpiritualSeeds)

I tagli alla scuola – oltre la protesta

Posted by carmen On settembre - 7 - 2010 ADD COMMENTS

Non è solo una questione di posti di lavoro. L’allargarsi a macchia d’olio in tutta Italia dello sciopero della fame dei precari della scuola che quest’anno rischiano di non vedersi rinnovato il contratto per la supplenza annuale riporta alla luce dell’opinione pubblica il problema drammatico dei tagli alla scuola. Un problema che, spesso, si traduce solo nel balletto delle cifre fornite dal ministero e dalle organizzazioni sindacali riguardo il numero di lavoratori che rimarranno a casa.
Ma la scuola non è la FIAT; la sua “efficienza” non si misura con il numero di auto prodotte o con le statistiche degli alunni bocciati o “rinviati” a settembre. Il valore della scuola non è in ciò che “produce” ma in ciò che “plasma”: le menti e le personalità degli individui: capitale umano unico e non riproducibile, e risorsa inestimabile.
E invece, quando si parla di riforme, sono sempre i numeri negativi a farla da padroni: meno insegnanti, meno materie, meno ore, meno indirizzi, meno scuole, meno spese. E anche meno libri e meno costi. Infatti mentre i precari protestano per i tagli all’istruzione, le associazioni dei genitori e dei consumatori parlano di caro – libri. Forse per tante famiglie le spese per l’istruzione saranno gravose, ma come si può pretendere di limitare i tagli se non si riesce a capire che l’istruzione è un investimento e non un costo?
Perché le stesse associazioni non scendono in campo per denunciare che i figli sono in classi sovraffollate e senza garanzie di sicurezza? Perché non protestano per il continuo cambio di insegnanti, per le ore in meno di italiano e matematica, per la quasi scomparsa della geografia?
Purtroppo il collasso del sistema dell’istruzione ha tanti complici silenti: genitori preoccupati solo dei voti dei figli e non della qualità degli insegnamenti impartiti loro, impiegati del ministero che si trasformano in sarti abili a tagliare e cucire una coperta che diventa sempre più corta, dirigenti che diventano notai che ratificano senza batter di ciglio situazioni al limite del paradosso (classi di 40 alunni, insegnamenti divisi tra 2 o 3 insegnanti, pratiche per le nomine degli insegnanti di sostegno dimenticate nei cassetti di qualche ufficio, richieste ai genitori di contributi per la carta igienica …)
Forse si dovrebbe solo capire che le proteste non riguardano solo chi resterà senza lavoro, e che il problema non cesserà quando le scuole riapriranno. Perché quel giorno ci ritroveremo in classi superaffollate in cui dovremo sforzarci di dare spazio all’individualità di ogni ragazzo, ascoltare gli alunni uno ad uno, recuperare i più deboli e valorizzare i più meritevoli. Dovremo costruire rapporti sapendo che a settembre dovremo ricominciare daccapo con nuove classi e in un nuova scuola. Dovremo insegnare, con quattro ore settimanali, ciò che prima insegnavamo in cinque.
E soprattutto dovremo dimenticare le lotte, gli scioperi, le promesse e le polemiche e entrare in classe con il sorriso sulle labbra e una passione più forte di ogni ostacolo, pronti a trasmettere amore per la conoscenza, passione civile, speranza per un futuro migliore. E dovremo essere credibili.

Carmen De Fontes

L’intelligenza del cuore e la sacralità del corpo

Posted by michelangelo On settembre - 7 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

‘Quale grazia sarà mai se in un corpo così bello non c’è neppure un granello di sale?’ (Catullo). E’ un’intelligente provocazione che si adatta bene ai modi di essere e di pensare del nostro tempo sempre più drammaticamente trasgressivi. Questa iniziale osservazione entra immediatamente in conflitto con il saggio-inchiesta di Carmelo Abbate – “Babilonia”, Viaggio nell’Italia del sesso, edito dalla Piemme – che racconta le abitudini sessuali, devianti e trasgressive, di “alcuni” italiani. Un itinerario narrativo raccolto in trecentoventi pagine che, dai club privé alle vacanze erotiche, attraversa tutta l’Italia per svelare i retroscena di un vertiginoso e ricco giro d’affari. Ne viene fuori, purtroppo, l’immagine degradante dell’italiano medio, patologicamente depresso e sessualmente insoddisfatto; una dinamica relazionale di coppia (tra marito e moglie) dimessa e irresponsabile; una corporeità femminile e maschile priva di vitalità interiore.

Siamo tutti davvero così? Sesso-dipendenti, esclusivamente inclini agli istinti sessuali?

Le relazioni tra l’uomo e la donna (anche quelle sessuali) non hanno invece bisogno di un respiro molto più ampio e di un luogo migliore per incontrarsi?

C’è in ogni uomo un’intelligenza del cuore (che non esiterei a definire “tenerezza”) che non bisognerebbe mai mortificare e verso cui imparare a scommettere con maggior intensità e responsabilità. Il nostro corpo non è un oggetto che possiamo stropicciare e offendere a seconda delle circostanze della vita o dei propri istinti sessuali. Usare il corpo di un altro vuol dire, quasi sempre, entrare nel suo stesso “io”. Ciascuno di noi, infatti, può esprimere se stesso anche attraverso la propria fisicità. Perfino il più piccolo stato d’animo, come per esempio la gioia o la tristezza, viene registrato nel nostro corpo e mostrato attraverso il corpo stesso con un sorriso o uno sguardo mesto.

L’unione sessuale di due corpi può esprimere addirittura due realtà assolutamente e drammaticamente opposte. Ci si può donare all’altro (amandosi) col desiderio di diventare con lui una cosa sola e di appartenergli sempre, nell’anima e nel corpo; oppure (tecnicamente in modo analogo) si può pretendere di possedere il corpo dell’altro per esprimere attraverso la violenza e la sopraffazione la conquista di uno squallido potere o di un mero piacere personale. Si annullano così nella persona offesa i valori principali della dignità umana, della libertà e dell’integrità del proprio corpo, trasformandola in un oggetto del proprio godimento.

I nostri giovani hanno bisogno di imparare questa “tenerezza del cuore”. Bisogna aiutarli a comprendere che la vera sessualità è dono di sé all’altro e fecondità che nulla ha da spartire con le mode trasgressive del nostro tempo.

Una volta non era così, ma oggi molti giovani hanno paura di stringere legami duraturi con la persona della quale si sono innamorati. Non sembrano molto disposti a pronunciare seriamente quella particolare ed intramontabile espressione che fa dire l’uno all’altra: “Ti amerò per sempre”. I problemi della nostra società, la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e duraturo, la drammatica esperienza del divorzio vissuta da alcuni dei loro genitori, hanno in qualche modo scoraggiato i nostri giovani a compiere scelte decisive e definitive come quella del matrimonio. Si preferisce allora fare esperienze d’amore a breve termine e libere da ulteriori responsabilità.

L’altro non è il terreno delle nostre personali passioni, ma un luogo che possiamo definire sacro. ‘Per questo – scriveva Papa Ratzinger nella sua prima Enciclica –  l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende’.

Presentata la dodicesima edizione del Religion Today FilmFestival

Posted by Moreno Migliorati On settembre - 6 - 2010 ADD COMMENTS

È stata presentata ufficialmente la dodicesima edizione del Religion Today FilmFestival, che si qualifica come la prima rassegna cinematografica al mondo dedicata a promuovere una cultura del dialogo tra le religioni. La rassegna si svolgerà tra l’8 e il 21 ottobre fra Trento, Roma, Bolzano, Bassano e Nomadelfia, con un’anteprima in programma a Teggiano Policastro il 2 ottobre. Tra i film in concorso, documentari, cortometraggi e lungometraggi che affrontano il tema delle religioni e del dialogo e qualche pellicola proveniente dai grandi circuiti, come “Lourdes” di Jessica Hausner, premiato a Venezia nel 2009. Quest’anno, come criterio di selezione, la commissione ha usato quello dell’impegno nell’approfondimento del tema religioso in relazione alla sfera sociale, ma tra i titoli anche pellicole che si occupano di disabilità in relazione alle diverse religioni, disagio e testimonianze di dialogo interreligioso e richiami al tema della pace. Filo conduttore dell’edizione 2010 del Festival è “Viaggi della fede. Viaggi della speranza”, sia in relazione al tema del pellegrinaggio, sia in relazione al fenomeno della migrazione.

Vasto, anche quest’anno, il panorama delle religioni rappresentate: buddismo, cristianesimo cattolico, ortodosso e protestante, ebraismo, induismo, islam, sciamanesimo e taoismo. Altrettanto varia la provenienza delle opere ammesse al Filmfestival, con pellicole da tutti i continenti e in particolare da Australia, Francia, Israele, Canada, Stati Uniti, Bangladesh, Belgio, Bielorussia, Germania, India, Iran, Italia, Messico, Olanda, Perù, Filippine, Zambia, Polonia, Turchia, Regno Unito, Ucraina e Spagna.

(via SpiritualSeeds)

Ma che Chiesa siamo?

Posted by Matteo Maria Giordano On settembre - 6 - 2010 5 COMMENTS

“Credo in Dio ma non nella Chiesa”. A quanti di noi non è capitato almeno una volta di sentire questa frase? E devo ammettere che ogni volta mi indispettisce non poco questo distinguo. É un po’ come dire (perdonate l’ardito paragone): “credo nella Patria ma non nello Stato!”. In pratica si crede nell’elemento generatore, ma non nella traduzione che l’uomo ne ha fatto.

Infondo lo Stato (da un lato) e la Chiesa (dall’altro) siamo noi: noi che ogni giorno popoliamo questo mondo e cerchiamo di darci delle regole di convivenza e proviamo a sentirci più vicini e più fratelli nonostante le mille differenze che ci dividono.

Perchè dunque la gente crede sempre di meno nelle istituzioni? Perchè questa disaffezione continua? Forse perchè le istituzioni (anche quelle ecclesiali, purtroppo!) seguono sempre più delle “logiche” lontane dai veri bisogni e dalle vere esigenze della gente? Forse. Vi racconto la mia storia.

Circa un anno fa, dopo mesi di “corteggiamento” da parte mia, convinco la “classe dirigente” della mia Diocesi ad impegnarsi più decisamente nel mettere in pratica il Direttorio per le Comunicazioni Sociali COMUNICAZIONE E MISSIONE. A novembre vengo assunto con un contratto a tempo determinato di un anno. Mio compito principale: lanciare il nuovo sito diocesano e creare le condizioni per una massiccia presenza in Rete di tutte le istanze diocesane; sensibilizzare le parrocchie, le associazioni e i movimenti locali all’utilizzo dei nuovi media; organizzare incontri formativi in questo ambito…in pratica dovevo essere uno di quei professionisti della Comunicazione (lo sono ormai da 10 anni) di cui il Direttorio parla ripetutamente, la cui esperienza e il cui lavoro potessero e dovessero essere messi a servizio di questo nuovo corso della Chiesa moderna.

Ebbene, questo anno di lavoro ha dato davvero molti frutti, solo che non se n’è accorto praticamente nessuno: chi gestisce le Comunicazioni Sociali mi ha sempre vissuto come una minaccia incombente e non ha mai collaborato con me (anzi, se ha potuto, mi ha messo i bastoni fra le ruote): dunque non ho mai avuto un ufficio di riferimento, un direttore di riferimento, non mi è mai stata data autonomia decisionale, nè collaboratori validi. Ciò nonostante ho centrato tutti i miei obiettivi con successo. Il risultato? Non mi verrà rinnovato il contratto perché…non ci sono i fondi necessari…perchè “le Comunicazioni Sociali qui sono un feudo intoccabile”….perchè “ci sono dinamiche che tu non puoi sapere”…perchè infondo una volta fatto il sito diocesano non serve fare altro…eccetera, eccetera.

Da Animatore della Comunicazione e della Cultura ho dovuto ahimè constatare lo scollamento totale che esiste (almeno nel mio territorio, non voglio certo fare di tutta l’erba un fascio) tra ciò che viene indicato dalla CEI (con il Direttorio, con Testimoni Digitali,…) e una realtà (passatemi il termine) “di palazzo”, nella quale esistono solo preti-manager e logiche di potere per le quali il bene di una comunità, di una Chiesa passano in secondo piano. Si predilige una comunicazione vecchia e stantìa perchè ci sono “feudi” (come mi è stato detto) che sono intoccabili. Non si ascoltano i bisogni delle parrocchie, dei giovani, della gente che sta fuori dal palazzo per proteggere una classe dirigente ultrasettantenne che ci sta lasciando (come dice un mio giovane amico prete) una Chiesa agonizzante, una Chiesa destinata a spegnersi.

Si fa un gran parlare dell’aiuto dei laici, del loro contributo nei vari aspetti della Pastorale, ma poi si vive il loro servizio come una minaccia e non li si lascia liberi di agire e di consigliare.

In questo anno ho avuto modo di conoscere realtà diocesane davvero molto progressiste in varie parti d’Italia. Preti giovani che investono moltissimo sulla Comunicazione, coinvolgendo le loro comunità in modo deciso e facendo sì che le direttive del Vaticano non restino lettera morta ma diventino linfa vitale per la loro Chiesa.

La mia esperienza è ahimè molto più deludente e oggi mi domando come può fare una persona con capacità umane e professionali, con cultura e competenza, una persona che crede fortemente nel progetto che vede noi tutti Animatori della Comunicazione e della Cultura coinvolti, spezzare queste dinamiche vetuste che indeboliscono le nostre comunità, allontanando i giovani dagli oratori e dalle Chiese, gli sposi dal matrimonio cristiano, le famiglie dalla Catechesi.

Non conosco la riposta ma voglio credere che uno dei modi possibili sia la denuncia di queste dinamiche, nella speranza che qualcuno più in alto di noi faccia qualcosa.

Mea Culpa

Posted by Marcello Lauritano On settembre - 6 - 2010 3 COMMENTS
In Risposta all’articolo di Matteo M. Giordano “MA NOI CHE CHIESA SIAMO?”
Cara Marilena,
preferisco scriverti personalmente, poi tu potrai pubblicare, se lo ritieni opportuno, quanto ti dico circa il discorso di Matteo.
Tutto quello che ho letto è cosa già sentita e vissuta da altri, forse anche da te stessa, perché spesso noi preti vogliamo che i laici nella chiesa siano sempre ragazzi, per non dire bambini, a servizio e in funzione di qualche prete che dovrà fare bella figura.
I difetti della grande società mondiale e nazionale ci sono anche nella chiesa, perché noi preti siamo uomini con tutti i limiti che il termine indica.
I documenti della Chiesa parlano bene sulla funzione dell’animatore della comunicazione e della cultura, ma poi nelle grandi diocesi come nelle piccole ci sono i vari potentati di persone ultrasettantenni, che solo il Signore potrà rimuovere dal loro posto di nullafacenti (nel campo comunicativo moderno del Vangelo), perchè più che obsoleti di anni e di mente, oltre che di cuore.
I laici di fatto sono visti come manovali o portatori d’acqua, non come collaboratori effettivi nella gestione della Chiesa (alla maniera di san Paolo) della quale fanno parte di diritto e non per gentile concessione dei preti!
E’ il battesimo la porta per tutti, il sacerdozio è un compito di servizio e non di potere! Ma questo è difficile da capire e ancor più da mettere in pratica e da vivere nel concreto: “Non si muove foglia che il parroco (o il vescovo) non voglia!”
Tu ricordi bene il discorso fatto lo scorso anno a don Domenico Pompili, che già faceva difficoltà ad accettare nei raduni della Chiesa italiana a pieno titolo i religiosi e le religiose, tanto più sarà difficile accettare i laici (e le donne) con uguali diritti e doveri dei sacerdoti a parità di ufficio svolto.
Credo non saremo noi a vedere una Chiesa di comunione vera ed effettiva, ma camperà ancora a lungo la chiesa gerachica, cioè con il potere dei preti!
Anche a Camposampiero, ci troveremo con queste difficoltà: si istruiscono animatori che poi non troveranno spazio e possibilità nelle diocesi e nelle parrocchie.
Non illudiamoci che a breve possa cambiare qualcosa a meno che si trovino vescovi e preti capaci e intelligenti, convinti che la Chiesa non è fatta dallo 0,12% delle persone, cioè i consacrati, ma dal 100% delle persone dei quali il 99,88% sono laici. E i laici non sono solo quelli che girano intorno alla chiesa fisica, cioè il 5-10% dei battezzati, ma tutti i battezzati e anche i lontani, che magari sono disposti a dare una mano proprio nel campo della comunicazione e della cultura.
Ciao, Marilena, un abbraccio grande come te e tante benedizioni a te e familiari.

Marcello Lauritano

Domenica la Giornata europea della cultura ebraica con a tema l’arte

Posted by Moreno Migliorati On settembre - 2 - 2010 ADD COMMENTS

Si svolgerà domenica 5 settembre (26 Elul 5770 del calendario ebraico) l’XI edizione della Giornata europea della cultura ebraica. La Giornata si tiene contemporaneamente in 28 Paesi europei e in italia coinvolgerà sessantadue località avendo Livorno come città capofila. Tema conduttore di quest’anno sarà “Arte e ebraismo” che sarà sviluppato attraverso mostre, concerti, conferenze, percorsi enogastronomici, visite guidate ed incontri. Il tutto consentirà all’ebraismo italiano “di farsi conoscere, di aprire le porte, perché solo grazie alla conoscenza è possibile abbattere i pregiudizi e gli stereotipi” ha sottolineato Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Che ha aggiunto: “L’ebraismo non è solo religione. Comprende aspetti più ampi. Può essere definito oggi come un insieme di antico e moderno, una vera e propria civiltà che è alla radice della civiltà occidentale, con comunità presenti in tutto il mondo, anche in Cina e in Giappone”.

A Livorno la Giornata si aprirà con la fanfara dell’Accademia Navale, il saluto delle autorità e l’avvio ufficiale delle iniziative in tutta Italia. Patria di rabbini, scrittori e artisti ebrei, Livorno è anche la città natale di Amedeo Modigliani (tra i massimi esponenti dell’arte del ‘900, nato proprio in una famiglia ebraica livornese) al quale sarà dedicata insieme a Marc Chagall una esposizione d’arte. Sempre per gli appassionati d’arte, a Firenze è stato organizzato un itinerario ebraico nei luoghi d’arte della città, tra gli Uffizi, il Gabinetto Viesseux, la Galleria d’Arte Moderna Pitti, antichi palazzi e musei. A Torino, è invece previsto un percorso ebraico con passeggiata storica dal Ghetto vecchio alla Mole Antonelliana, la “sinagoga mancata” di Torino. Anche a Venezia ci sarà la possibilità di visitare il ghetto e gli altri luoghi ebraici.

(via SpiritualSeeds)

Il piccolo schermo e la televisione nell’ultimo numero di Link

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 30 - 2010 ADD COMMENTS

Link, interessante rivista scientifica edita da Mediaset/RTI e dedicata al mondo della televisione, dedica la cover story del suo ultimo numero (di cui è  scaricabile gratuitamente un’anteprima di 90 pagine da Issuu, previa registrazione) ad un tema quanto mai stimolante: “Vedere la luce. Dio e la televisione”. “La tensione verso il trascendente, verso Dio o verso un dio – si legge nella presentazione del numero-  è tipica dell’uomo e di ogni sua attività, compresa la tv. Che ha provato ad avvicinarsi al totalmente Altro in molti modi: diffondendo il Verbo, mettendo in scena la Parola che si fa racconto, fornendo strumenti per affrontare i casi della vita (e della morte). O, addirittura, mimandone i rituali e creando proprie divinità”.

Sul tema si confrontano tra gli altri Mons. Gianfranco Ravasi, Aldo Grasso, Ugo Volli, Alessandro Zaccuri, Peppino Ortoleva, Giuseppe Feyles, Stefano Pistolini, Federico Sarica, Carlo Antonelli, Matteo Bordone e Carlo Freccero. Particolarmente stimolante (e scritto nel solito stile immaginifico) il breve saggio di quest’ultimo, intitolato “Vite sintetiche. True blood e la religiosità del male”. “Non è casuale che sia stata una scrittrice di fede mormone come Stephanie Meyer ad aver creato lo stereotipo dei vampiri buoni di Twilight  -scrive Freccero- Il Dio della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni è misericordioso e concede alle sue creature infinite possibilità di salvezza. Persino quanti sono morti senza conoscere il Dio cristiano e senza essersi convertiti possono essere battezzati e salvati per procura dai discendenti che hanno abbracciato la vera fede. Per questo i mormoni hanno costruito una colossale banca dati che ricostruisce la genealogia di ogni famiglia a ritroso nel tempo. Un Dio d’amore, un padre, non può creare una creatura malvagia. Il vampiro si nutre di sangue perché tale è la sua natura. Non possiamo incolparlo di alimentarsi, così come non possiamo accusare i predatori carnivori di nutrirsi di carne”.

Anche gli altri contributi sono comunque interessanti è meritano un’attenta lettura.

(via SpiritualSeeds)

Turchia: un cartoon per promuovere il Ramadan tra i più piccoli

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Mai forse come quest’anno le polemiche hanno investito il mese di Ramadan, accusato da più parti di essere diventato veicolo del consumismo più sfrenato. Devono aver fatto simili considerazioni anche in Turchia, concependo il cartone animato “Super Ramazan”, programmato in questi giorni sulla televisione nazionale e destinato proprio a diffondere i valori del mese più sacro dell’Islam tra le giovani generazioni.

Il cartone (destinato ad un target tra i 4 e i 14 anni di età, qui un trailer) ha per protagonista un bambino, di nome appunto Ramazan che, dopo essere stato colpito dal pide,  il pane con cui al tramonto si interrompe il digiuno, scopre di avere dei superpoteri, indossa mantello e maschera, si toglie gli occhiali e si trasforma così, da bambino timido e impacciato, in supereroe dell’Islam per poi tornare nelle vesti abituali.

Sostanzialmente positive, anche se con diverse sfumature, le reazioni all’iniziativa.  Il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, Izzedin Elzir, l’appoggia incondizionatamente: “Non l’ho visto ma sicuramente l’idea è positiva. Spero che venga data la possibilità a chi ha pensato a questo tipo di forma d’arte di poter continuare a produrne altre. Certamente l’educazione islamica passa dalla famiglia ma va bene qualsiasi tipo di iniziativa positiva come può essere quest’idea del cartone. I bambini che vogliono osservare il Ramadan imitano i genitori che digiunano dalla mattina al tramonto ma non possono assolutamente farlo. Un cartone del genere può aiutare a capire la religiosità e aiutare i genitori”. Mario Scialoja, consigliere del Centro Islamico Culturale d’Italia, pur non bocciando l’iniziativa, è invece più cauto: “Prima di giudicare quest’iniziativa bisognerebbe vedere il cartone. Può essere una cosa graziosa ma ricordiamo che i minorenni non sono tenuti ad osservare il Ramadan anche perché questo periodo non è incentrato sui bambini ma sui fedeli adulti”.

(via SpiritualSeeds)

SANT’ANTONIO DI NOVGOROD E IL MONASTERO A LUI DEDICATO

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 17 - 2010 ADD COMMENTS

Il Monastero, in seguito dedicato a San’Antonio, fu fondato a Novgorod nel 1117, la sua costruzione fu ultimata nel 1119.

Una leggenda ci racconta che il Santo volò da Roma sino a Novgorod, sostenuto da una roccia. Attualmente la roccia si trova nella Chiesa della Natività della Madre di nostro Signore. Antonio divenne Egumeno del Monastero nel 1131, fu consacrato dall’Arcivescovo Niphon.

Il Santo fu sepolto all’interno della Chiesa della Natività.

Attualmente il Monastero non appartiene più alla Chiesa Russa Ortodossa, ma fa parte del Museo di Novgorod.

Sant’Antonio di Novgorod nacque a Roma nel 1067. I suoi genitori rimasero fedeli alla ortodossia delle Chiese orientali, che trasmisero al loro figlio. Va ricordato che nel 1054 la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa Orientale si divisero a causa di insormontabili differenze politiche ed ecclesiastiche. Il Patriarca di allora, Michael Cerularius, rifiutandosi di riconoscere la Chiesa di Roma, fu scomunicato. Le due Chiese cercarono di trovare un’unità nel 1274 (secondo Concilio di Lione) e nel 1439 (Concilio di Firenze), ma i Concili furono in seguito ripudiati dalla Chiesa Ortodossa. Nel 1965 il Papa Paolo VI ed il Patriarca di Costantinopoli annullarono gli anatemi risalenti al 1054. Secondo la Fede ortodossa lo Spirito Santo ha origine dal Padre, secondo la Fede cattolica dal Padre e dal Figlio. Il ‘filioque’ non venne mai accettato dalla Chiesa Ortodossa Orientale. Un altro motivo di divisione fu il pane eucaristico. La Chiesa Orientale non accettò che il pane eucaristico potesse essere azzimo.

Antonio ricevette un’ ottima educazione. Era capace di leggere le Sacre Scritture sia in greco sia in latino. Perse entrambi i genitori quando era molto giovane, appena diciassettenne. Questa triste vicenda lo convinse ancora di più a dedicare la sua vita a Dio. Distribuì i suoi beni ai poveri. Lasciò la città troppo rumorosa e si ritirò in ricerca di solitudine.

Incontrò dei monaci che preservavano la loro Fede ortodossa e si unì a loro, trascorse vent’anni conducendo una vita ascetica. Quando la Chiesa romana sconsacrò il Monastero, Antonio trovò rifugio in un luogo vicino al mare, su una roccia. Rimase su quella roccia per un anno, pregando e nutrendosi con erbe e radici. Il 5 settembre del 1105 ci fu una terribile tempesta. Antonio si ritrovò miracolosamente trasportato a Novgorod. Questo evento è testimoniato nelle Cronache di Novgorod.

Antonio seppe da un mercante greco di essere tra popolazioni ortodosse e la sua felicità fu grande. Imparò la lingua parlata dalla gente e fu ben accolto dal Vescovo St. Nikita, detto l’Eremita. Il Vescovo, venuto a conoscenza del prodigioso viaggio di Antonio, lo considerò un Angelo mandato dal Signore. Il luogo, dove c’era la roccia, che aveva portato Antonio in Russia, fu benedetto dal Vescovo e venne dato l’ordine di costruire lì una Chiesa.

Come abbiamo accennato all’inizio, in due anni (1117-1119), fu costruita una Chiesa in onore della Natività della Santa Theotokos. La chiesa fu adornata all’interno da pregevoli affreschi, ed è giunta ben preservata fino ai nostri tempi.

Il Vescovo che succedette a Nikitas, Niphon, convinse Antonio a diventare sacerdote e gli assegnò l’incarico di Abate nel 1131. Antonio fu una guida sicura e saggia per i monaci, era laborioso ed ascetico, sia la sua cella che la sua cappella erano piccolissime.

In seguito, alcuni pescatori, scoprirono in mare un piccolo barile, malgrado l’Abate Antonio l’avesse riconosciuto, i pescatori non volevano restituirlo. Solo dopo un onesto processo, avendo l’Abate descritto il contenuto del barile, gli venne consegnato. Antonio utilizzò il denaro trovato all’interno del barile per comperare terre per il Monastero. All’ascetismo e alla preghiera la vita monastica univa un’ intensa laboriosità.

Sin da quando Antonio aveva incontrato il Vescovo Nikita, aveva chiesto che la storia del suo viaggio miracoloso non fosse mai rivelata. Solo verso la fine della sua vita, l’Abate rivelò l’eccezionale viaggio ad uno dei suoi monaci: Andrea.

Morì il 3 agosto 1147.

Il miracolo venne a conoscenza della gente per la Gloria di Dio.

Con grande cura i monaci custodirono i pochi oggetti che erano appartenuti all’Abate: una canna da pesca, i poveri abiti e la santa roccia. Si proseguì con il regolamento cenobitico.

Attualmente le reliquie di San’Antonio giacciono incorrotte in un reliquiario aperto.

Nel 1597 la glorificazione di Antonio fu voluta dall’Archimandrita Cyril.

La prima biografia relativa alla vita del Santo fu scritta, subito dopo la sua morte, dal suo discepolo e successore Andrea.

Nel 1598 fu pubblicata un’altra biografia scritta da un novizio del Monastero Antoniev: il monaco Niphon.

Nella regione di Novgorod Sant’Antonio viene considerato il Padre del monachesimo. Il Santo viene ricordato il primo Venerdì dopo la Festa degli Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno), inoltre, viene ricordato il 17 gennaio.

Daniela Asaro Romanoff

Il lutto di Rai Vaticano per Giuseppe De Carli

Posted by Giuseppe Delprete On agosto - 6 - 2010 ADD COMMENTS

Di Giuseppe Delprete

E’ morto il direttore della struttura Rai-Vaticano Giuseppe De Carli. Aveva 58 anni ed era originario di Lodi. Negli anni’90 era stato corrispondente del Tg1, assumendo poi, dopo il Grande Giubileo del 2000, la direzione della struttura che raccolse l’eredita’ di Rai Giubileo. E’ stato a lungo commentatore dei fatti rel…igiosi per il quotidiano romano “Il Tempo” ed ha firmato un libro-intervista al segretario di Stato Tarcisio Bertone sul terzo segreto di Fatima. Era ricoverato al Policlinico Gemelli da alcuni giorni per sottoporsi a radioterapia. La salma è esposta nella camera mortuaria del ‘Gemelli’, mentre i funerali avranno luogo giovedì 15 alle ore 10.30 nella Chiesa della Traspontina e saranno presieduti dall’arcivescovo Rino Fisichella. Preghiamo per Giuseppe uomo di grande fede e giornalista esemplerare che a messo la sua voce e la sua arte comunicativa a servizio della Chiesa.

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff


Formazione per gli animatori: le proposte estive

Posted by Matteo Maria Giordano On giugno - 28 - 2010 ADD COMMENTS

Cinema e teatro al centro dell’attenzione nella proposta dell’Acec, Associazione Cattolica Esercenti Cinema, dal titolo “La Sala della Comunità”, polifunzionalità e nuove tecnologie”, in programma a Ponte di Legno (Brescia) dal 6 al 10 luglio. Una utile quattro giorni per gli animatori delle parrocchie che dispongono di Sale della comunità e intendono valorizzarle sempre di più al servizio della pastorale ordinaria. Un impegno che anche a Roma abbiamo fatto nostro, con il recente incontro al Seminario Maggiore che ha coinvolto l’Acec e la Federgat. Nel programma di Ponte di Legno, incontri, tavole rotonde, workshop, una rappresentazione teatrale, analisi di film come strumenti di animazione pastorale, visita alla Sala della comunità di Edolo, focus sul cinema digitale. La prenotazione per il corso va inviata entro il 15 giugno alla segreteria dell’Acec (Fax 06.4402280, acec@acec.it) con la scheda di iscrizione scaricabile dal sito www.acec.it, dove è possibile reperire maggiori informazioni sull’iniziativa. Alla scheda va unita la copia del versamento di 30 euro, effettuato tramite conto corrente postale o bonifico bancario. Informazioni anche al tel. 05.4402273. L’Acec offre l’ospitalità completa ad un rappresentante per ogni Sala della Comunità.

Si intitola invece “Parole dal silenzio” la settimana di formazione teatrale organizzata dalla Federgat, Federazione gruppi attività teatrali. Una proposta formativa di grande rilievo per le compagnie teatrali delle parrocchie, già attive nella nostra diocesi, e a coloro che vogliono avviarsi su questi percorsi. Giunta all’ottava edizione, in collaborazione con l’Acec, la settimana intende offrire a giovani e adulti un approccio formativo alle arti dello spettacolo. I singoli laboratori teatrali saranno condotti da professionisti esperti nel campo della formazione teatrale. Il tema è legato alla parola evocativa della spiritualità e della musica. L’appuntamento sarà a Fognano (Ravenna) dall’11 al 17 luglio: i partecipanti saranno stimolati a riflettere e a mettersi in gioco con il linguaggio del teatro, a partire dai testi dei mistici occidentali. Per informazioni ed iscrizioni: www.federgat.it (tel. 06.4402273, federgat@federgat.it).

Più legato a internet il workshop di giornalismo multimediale promosso dall’Associazione nazionale circoli cinematografici italiani (Ancci), in programma a Brescia dal 18 al 24 luglio al Centro Paolo VI di Brescia. Destinatari sono gli animatori della comunicazione e della cultura, delle sale della comunità, dei circoli di cultura cinematografica. Il corso, a numero chiuso (20 partecipanti), parte dalla consapevolezza che la diffusione della Rete spinge verso un’innovazione radicale nel modo di fare informazione e, di conseguenza, nell’identità professionale dell’animatore culturale e del giornalista. La scheda di partecipazione è scaricabile dal sito www.ancci.it: ogni partecipante dovrà essere munito di proprio computer portatile, videocamera, cassette minidvd e cavo firewire. Un corso, quindi, di alto livello: si parlerà di ideazione e realizzazione di servizi giornalistici, tecniche di scrittura televisiva e altro ancora.

[fonte: http://www.romasette.it]

I digital media: gli scenari, gli effetti, internet e i legami che si creano nell’intricato intreccio sulla Rete. Questi e altri argomenti verranno trattati nel corso della Settimana residenziale per seminaristi teologi dal titolo “L’agire della Chiesa nel tempo digitale” (27 giugno-2 luglio) promossa dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, dal Servizio nazionale per il progetto culturale e dal Servizio informatico della CEI in collaborazione con il Centro interdisciplinare lateranense della Pul. La settimana si terrà a Subiaco (info su www.benedettini-subiaco.org) e si aprirà con la relazione di Mons. Dario Edoardo Viganò, preside dell’Istituto Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense. Ernesto Diaco, vice responsabile del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, illustrerà in che modo il progetto culturale orientato in senso cristiano si inserisce nella Chiesa italiana mentre don Davide Milani, direttore dell’ufficio comunicazioni sociali di Milano,  metterà in evidenza in che modo oggi si può comunicare in una diocesi. Non mancheranno come sempre i laboratori, che quest’anno approfondiranno le tematiche del book trailer, del web 2.0 e del cinema digitale. Il prof. Paolo Peverini e Giovanni Silvestri illustreranno rispettivamente i “Trailer nella predisposizione dell’atto spettatoriale” e “La Chiesa e le risorse in rete”. Don Ivan Maffeis, invece, tratterà il tema “I media della Chiesa italiana”. La prof.ssa Emiliana De Blasio invece apprfondirà il tema “Famiglia e modelli di rappresentazione nella fiction italiana e americana” mentre il Dott. Sergio Perugini farà una relazione su “Il religioso nei media tra miniserie e lunga serialità”. Concluderà la settimana l’intervento di Mons. Domenico Pompili, Sottosegretario e Portavoce della CEI, sul tema “Da Parabole mediatiche a Testimoni digitali. Cammino fatto e prospettive”.

Da “La ùltima cima” a numero uno nei cinema

Posted by Giuseppe Delprete On giugno - 22 - 2010 ADD COMMENTS

“La última cima”, un film sulla vita del sacerdote Pablo Domínguez, uscito nel fine settimana e solo in quattro sale, si è consacrato come numero uno per numero di spettatori nei cinema spagnoli. Sono circa seimila – riporta l’agenzia Zenit – le persone che hanno già visto questo film di Juan Manuel Cotelo. Vista la massiccia risposta di pubblico, “La última cima” passerà, su richiesta popolare e in appena una settimana, ad essere proiettato in oltre cinquanta sale di tutto il Paese. Il film è un documentario sul sacerdote madrileno Pablo Domínguez, morto nel 2009 in un incidente di montagna. Domínguez, filosofo e teologo della Facoltà di Teologia di San Damaso a Madrid, è morto a 42 anni mentre scendeva dal Moncayo. Era l’ultima cima spagnola, di oltre duemila metri, che gli mancava. Ai suoi funerali hanno partecipato più di tremila persone e una ventina di vescovi. Le sue Messe e le sue conferenze si riempivano di gente che desiderava ascoltare le sue parole. Il film è il ritratto di un uomo allegro, umile e generoso che, come dice chi l’ha conosciuto, sapeva che sarebbe morto giovane. Nel film di Cotelo offrono la propria testimonianza il cardinal Cañizares, che lo scelse come docente alla San Damaso, il vescovo Demetrio Fernández di Córdoba, suo amico e il primo a sapere della sua morte, e l’arcivescovo di Oviedo, Jesús Sanz, allora vescovo di Jaca e Huesca, che fece spesso visita al sacerdote scalatore. Al di là della personalità di Domínguez, il film è un canto alla vita del sacerdote “normale”, che non è delinquente né eroico, né esorcista né missionario in luoghi estremi, ma è semplicemente disponibile, assiste la gente, la ascolta, la confessa, predica la verità senza paura, con umorismo e intelligenza. Con immagini della montagna, il film riflette sulla grandezza del sacro, del sacerdozio, del sacrificio e della morte. Grazie alle testimonianze di persone sincere che parlano di Pablo, lo spettatore si affeziona a un sacerdote che alla fine muore. Il film inizia con umorismo e provocazione, e man mano che la morte si avvicina diventa più elevato nello stile e nel contenuto. Il successo di questa pellicola nelle sale è stato preceduto da un insolito boom su internet. Nelle tre settimane precedenti l’uscita al cinema, il trailer è stato scaricato più di 200 mila volte.

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Si è riunita ieri a Padova presso la Facoltà Teologica del Triveneto, l’Assemblea dei Webmaster Cattolici Italiani (www.weca.it), l’ associazione [...]

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