Thursday, 9 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

Il lutto di Rai Vaticano per Giuseppe De Carli

Posted by Giuseppe Delprete On agosto - 6 - 2010 ADD COMMENTS

Di Giuseppe Delprete

E’ morto il direttore della struttura Rai-Vaticano Giuseppe De Carli. Aveva 58 anni ed era originario di Lodi. Negli anni’90 era stato corrispondente del Tg1, assumendo poi, dopo il Grande Giubileo del 2000, la direzione della struttura che raccolse l’eredita’ di Rai Giubileo. E’ stato a lungo commentatore dei fatti rel…igiosi per il quotidiano romano “Il Tempo” ed ha firmato un libro-intervista al segretario di Stato Tarcisio Bertone sul terzo segreto di Fatima. Era ricoverato al Policlinico Gemelli da alcuni giorni per sottoporsi a radioterapia. La salma è esposta nella camera mortuaria del ‘Gemelli’, mentre i funerali avranno luogo giovedì 15 alle ore 10.30 nella Chiesa della Traspontina e saranno presieduti dall’arcivescovo Rino Fisichella. Preghiamo per Giuseppe uomo di grande fede e giornalista esemplerare che a messo la sua voce e la sua arte comunicativa a servizio della Chiesa.

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff


I tagli alla cultura non hanno per fortuna impedito che anche quest’anno si svolgesse l’ormai imprescindibile appuntamento di Torino Spiritualità, di cui è stata presentata l’edizione 2010. “Gratis. Il fascino delle nostre mani vuote” è il titolo del tema proposto quest’anno (dal 22 al 26 settembre) attraverso la formula oramai consolidata di dialoghi, letture, lezioni e seminari, ma anche attraverso iniziative speciali e progetti collaterali tesi a stimolare sempre di più il coinvolgimento e la partecipazione in prima persona del pubblico. Parole, ma soprattutto esperienza come occasione per riflettere sui diversi significati del dono, del gesto gratuito, delle azioni che non aspettano nulla in cambio.

Tre le sezioni in cui verranno scanditi gli appuntamenti:

Per-dono. L’occasione dell’altro

Donare significa spostare sull’altro tutto il valore di una relazione. Per questo, la gratuità di un’azione è un investimento sul mondo, e racchiude il coraggio di credere nelle possibilità umane. Il valore del dono visto come legame capace di liberare e far nascere relazioni immediate, profonde perché concrete, dando forza allo spirito di una comunità.

Saper (s)cambiare. Economia al di là del profitto

Le regole del consumo rischiano di impoverire la stessa fonte da cui, in fondo, nascono: i nostri desideri. Un’economia del “gratis” può dare una nuova direzione ai nostri interessi e, se non è solo un modo per schivare le responsabilità di uno scambio, può evitare che il profitto stesso ci deteriori. Per vivere in modo più responsabile, critico e consapevole il rapporto con gli altri.

Gratuità. La sola moneta dell’arte
Il gesto artistico non ha funzione strumentale, non “serve”. In ogni sua forma, l’essenza dell’arte sta nell’intimità che sa creare con l’altro, nella capacità di riappacificare anche solo per un momento le lotte degli uomini. Il gesto disinteressato che l’arte ha in sé può dunque diventare un bene prezioso per dare un senso e una direzione ai profondi cambiamenti intorno a noi, attraverso una logica diversa da quella del guadagno.

Sul sito della manifestazione, nei primi giorni del prossimo mese di luglio, verrà reso noto il calendario definitivo degli incontri.

(via SpiritualSeeds)

Nel fine settimana dal 25 al 27 Giugno si svolgerà a Pistoia il settimo forum dell’Informazione Cattolica per la Salvaguardia del Creato, organizzato dall’associazione d’ispirazione cristiana Greenaccord. Il forum è rivolto ai giornalisti ed è, come ha spiegato il segretario generale dell’associazione, Alfonso Cauteruccio, ”un modo per formare i formatori. Offriamo ai giornalisti momenti di dibattito sui temi ambientali”. Il programma di questa edizione si snodera’ sul tema del percorso dell’uomo nel creato, scelta dettata dal fatto che nel 2010 cade l’anno santo compostelano.

Durante i tre giorni del Forum, il Palazzo dei Vescovi di Pistoia ospiterà, dunque, la disamina delle diverse sfaccettature del concetto di ”cammino nel Creato”: il venerdì pomeriggio, il vescovo di Pistoia, Mansueto Bianchi, approfondirà la dimensione biblica del pellegrinaggio mentre lo storico Franco Cardini si concentrerà sulla figura di San Jacopo e sul legame tra Santiago de Compostela e Pistoia. La scrittrice Susanna Tamaro invece proporra’ una riflessione sul rapporto tra cammino, natura e silenzio.
Sabato 26 giugno, la discussione si concentrerà invece sugli aspetti concreti del cammino dell’Uomo nella Natura: si parlerà delle sfide ecologiche poste dal futuro (Flaminia Giovanelli, sottosegretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace), del cammino della fame tra intolleranza e accoglienza (Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes), della riscoperta del gusto di camminare in contesti urbani sempre più frenetici (architetto Lucien Kroll) e dell’importanza del cammino per ritrovare sé stessi. A quest’ultimo tema sara’ dedicata una tavola rotonda, nel pomeriggio, alla quale prenderanno parte protagonisti dell’alpinismo, del podismo e di progetti che hanno promosso il cammino nella natura alla riscoperta della propria dimensione interiore.
La domenica sarà invece dedicata alla presentazione di iniziative ed esperienze pratiche che, all’interno del mondo ecclesiale, hanno utilizzato il cammino come esperienza educativa, di crescita e di fede.
Durante il forum sarà inoltre assegnato, come già lo scorso anno, il Premio giornalistico ”Sentinella del Creato”, realizzato in collaborazione con l’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) e la Fisc (la Federazione Italiana Settimanali Cattolici). Il riconoscimento sarà assegnato a tre giornalisti che si sono particolarmente distinti nel corso dell’anno nella divulgazione e nell’approfondimento di tematiche ambientali.

(via SpiritualSeeds)

Mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo

Posted by michelangelo On giugno - 7 - 2010 ADD COMMENTS

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di Michelangelo Nasca

L’istituzione eucaristica potremmo considerarla il terzo grande mistero della fede cristiana, o se preferiamo sottolinearne l’unicità, il terzo colossale scandalo per una religione.
L’Incarnazione di Cristo, infatti, aveva già spiazzato e messo alla prova la fede israelitica che veniva chiamata a riconoscere nella persona del Nazareno l’antica promessa: la venuta del Messia. Questa realtà era difficile da comprendere. Quale relazione poteva esserci tra Dio e un bambino? Il secondo scandalo era quello della Croce. Poteva un dio, forte e potente, lasciarsi umiliare e crocifiggere come un infame bestemmiatore per poi risorgere (avvenimento umanamente poco credibile!) dalla morte? Infine l’istituzione dell’Eucaristia, che abbraccia Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Cristo in un unica realtà misterica e celebrativa, non come il semplice ricordo dell’ultima cena di Gesù trascorsa con gli apostoli ma come memoriale della Sua morte e resurrezione.

Nel mistero eucaristico il mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo vuol dire assumere in sé ciò che, apparentemente, sembrerebbe stare semplicemente accanto a noi. C’è come un confine, un limite che deve essere necessariamente oltrepassato: “Assumete dentro di voi ciò che sembra stare soltanto accanto a voi, e come io posso oltrepassare i confini, così lasciate anche voi cadere i vostri confini, assumendo me” (Von Balthasar).

L’intento di Cristo non è quello di annullare l’autocoscienza umana per assorbirla nella Sua. Egli desidera che l’uomo conduca una “vita nuova”, libera da ogni ristrettezza e calcolo umano, attraverso una modalità assolutamente inedita, una realtà dove è possibile partecipare della vita di Cristo. Tutto questo poteva accadere solo attraverso un concreto e corporeo atto d’amore da parte di Dio.  Egli viene, infatti, ad instaurare una alleanza eterna con tutta l’umanità; percorre le strade dell’uomo, la sua vita, la sua storia; abbraccia le nostre fatiche, prende su di sé i nostri peccati, lasciandoci il conforto della sua amicizia, la certezza della sua presenza.

Che cosa c’è fra noi e Dio? Perché dare vita ad una storia della salvezza che la Bibbia racconta, parola per parola, a partire da Adamo fino alla Resurrezione di Cristo? E se fosse venuto a restituirci proprio ciò che avevamo perduto agli inizi della storia sacra a causa del peccato? Il dono, cioè, dell’eternità il mistero della nostra vita in Lui?

C’è un’immagine molto bella di C. Péguy che può aiutarci a comprendere il particolare e misterioso rapporto che intercorre tra noi e Cristo: “Fili innumerevoli legano ogni essere a Gesù, all’essere di Gesù… fili invisibili, fili eterni, fili infiniti, fili misteriosi… ogni anima e ogni corpo al corpo di Gesù, ogni corpo e ogni anima all’anima di Gesù. Con la comunione; con questa comunione. Che rete inestricabile, ragazzi. […] Ecco la vostra comunione. Con fili innumerevoli, con fili invisibili, con fili misteriosi, infinitamente, eternamente misteriosi tutto è legato a tutto, tutti siete tutti legati; e a tutto; e reciprocamente; mutuamente; e sono groviglio, intrecci senza fine. Ecco, ecco cos’è la vostra comunione” (C. Péguy, Véronique). La rivelazione del dono eucaristico, pertanto, oltre a stabilire la definitiva presenza di Dio in mezzo a noi (Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo – Mt 28, 20) ci indica la posizione del cristiano nei confronti di Cristo, non davanti a lui, ma in lui.

Tutto ciò non potrà accadere se non attraverso un’adesione libera da parte dell’uomo. Non sarà certo Dio a scardinare l’ingresso della nostra libertà. Egli continua soltanto a rivolgerci il suo personale invito: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 3, 20-22).

Un grazie per la Vita

Posted by Speedmar On giugno - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Mariangela Musolino

Su youtube il Movimento per la Vita dell’Umbria ha inserito un intenso video che raccoglie le testimonianze di alcune mamme aiutate dai Centri di Aiuto alla Vita dell’Umbria a fare “la scelta giusta”: ecco il link

http://www.youtube.com/watch?v=aBrJ06Wi5rw

Solennità del Corpus Domini

Posted by Giuseppe Delprete On giugno - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Giuseppe Delprete

La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava.
In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava amica Corporis Domini – e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne. Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un’estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra, da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini.
La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l’ottava della Trinità. Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l’antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana. Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell’accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l’11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla “Transiturus” che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell’Eucaristia. Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto – il 19 Giugno – lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.

La casa di Zaccaria… un tabernacolo di santità

Posted by michelangelo On giugno - 2 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1, 39-44).

Nel dialogo della Visitazione appena riportato, oltre a Maria ed Elisabetta, entrano in scena – o forse sarebbe più corretto dire “entrano in dialogo” – anche Cristo e il suo Precursore, sotto lo sguardo attento dello Spirito Santo. Il particolare incontro tra Maria ed Elisabetta, infatti, non è privo di illuminazioni divine. Nella dinamica di questo episodio, la poliedrica presenza dello Spirito Santo conferisce ad ogni personaggio una sua esclusiva identità e compiutezza. E’ proprio lo Spirito Santo, infatti, il protagonista principale di questo racconto.

Elisabetta porta nel suo grembo l’ultimo dei profeti, Giovanni Battista, il precursore di Cristo, colui che – secondo le parole pronunciate dall’Angelo a Zaccaria – «sarà grande davanti al Signore… sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto» (Lc 1, 15-17).

Il saluto con il quale Elisabetta accoglie la Madre del Salvatore non ha precedenti in tutta la letteratura biblica. E’ l’azione dello Spirito Santo – già presente nel figlio Giovanni («Sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre» – Lc 1, 15) – il vero suggeritore di tale saluto. “Elisabetta la chiama ad alta voce, con la voce dello Spirito che è in lei: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno!». Sia la madre che il bambino vengono lodati e benedetti; Elisabetta non fa differenza tra la benedizione impartita alla madre e quella indirizzata al Figlio, comprende che entrambi costituiscono un’unità e che quest’unità è il risultato di una grazia del tutto particolare che in quel momento investe sia lei che Maria in maniera uguale” (A. von Speyr).

La casa di Zaccaria diventa così un vero e proprio tabernacolo di santità. I personaggi che interagiscono in questo edificio sacro sono pertanto cinque: Maria, Elisabetta, Gesù, il Battista e lo Spirito Santo. Inoltre Adrienne von Speyr commenta: “La visita, nel suo più profondo significato, non è una visita di Maria ad Elisabetta, ma una visita di Cristo a Giovanni. Entrambe le madri fungono ora solo da mediazione per i figli” (A. von Speyr).

In Elisabetta accade anche qualcos’altro di veramente unico e straordinario. Ad essere toccato per primo dalla grazia non è Elisabetta ma il figlio Giovanni portato in grembo. Il Battista, infatti, è il precursore di Cristo e in lui è rappresentata la futura generazione che giungerà alla salvezza. La specificità del compito di Giovanni Battista, è quella di camminare davanti al Signore per diventare Suo testimone. Tutto ciò ha inizio da subito, fin dal seno materno.

La gioia è senza dubbio l’altro elemento caratteristico di questa narrazione, ed è anche il tema centrale di tutta la letteratura neotestamentaria. La gioia non può essere disgiunta dalla persona di Cristo e dalla sua missione, e di conseguenza anche chi è chiamato a seguirlo ne è pienamente coinvolto, proprio come Giovanni Battista. Egli, infatti, ancor prima di annunciarne la venuta, ha il privilegio di incontrare il Messia durante la visita di Maria ad Elisabetta, e in quella occasione egli – ancora nel grembo materno come il Salvatore che dovrà annunciare – fa esperienza della gioia: «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44).

LE ORIGINI DELLA PREGHIERA NEI MONASTERI DELLA RUSSIA

Posted by Daniela Asaro Romanoff On maggio - 31 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

Possiamo davvero affermare che la Russia, dopo la conversione al Cristianesimo della sua popolazione, fu una Terra benedetta dal Signore. Il principato russo di Vladimir, che adottò il Cristianesimo di rito bizantino, divenne un Paese unico al mondo.

La Russia trovò la sua identità nei Monasteri e nelle preghiere senza intermissione dei mistici, dei pellegrini, dei Santi. E per parecchi secoli l’albero rigoglioso della Fede ebbe le sue possenti radici in questa Terra.

Finora abbiamo parlato dei Monasteri e continueremo a farlo, ma adesso è opportuno soffermarsi sulle preghiere, sui credenti, sui religiosi dell’antica Russia, per cercare di capire meglio la spiritualità di questo Paese, ricordando che la preghiera è azione.

Nei Monasteri russi la preghiera ha prediletto sempre il silenzio, solo nel silenzio possiamo sentire il sussurrare di Chi ci guida.


Per pregare veniva e viene tuttora usata una corda molto simile al Rosario cattolico. E’ costituita da nodi di lana oppure di cuoio, proprio per non provocare il benché minimo rumore. La corda da preghiera dei primi monaci cristiani, che vivevano nell’Egitto del IV secolo, poteva avere anche 300 nodi. Il Rosario russo ha 103 nodi, il numero dei nodi trae le sue origini da un’ antica ’scala di preghiera’. I nodi sono suddivisi in quattro gruppi da alcuni grani. Abbiamo 17 nodi, 33, 40, 12. I numeri si riferiscono agli Evangelisti, agli Apostoli, ai Profeti, e alla vita di Cristo. La preghiera che univa i monaci russi al Soprannaturale era la ‘Preghiera di Gesù’, tuttora questa preghiera viene considerata fondamentale nel Cristianesimo ortodosso. La ‘Preghiera di Gesù’ viene definita ‘azione spirituale’. Questa azione trae le sue origini da una corrente spirituale risalente ai Padri del deserto. Attraverso la preghiera, l’orante passa dalla mente al suo cuore, pronunciando costantemente queste parole:”Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio,

abbi pietà di noi peccatori.” Nominare Gesù, senza intermissione, purifica il pensiero, l’anima viene illuminata dalla Grazia divina e l’orante acquisisce la consapevolezza che il suo corpo è il tempio dello Spirito Santo.

La Fede cristiana fu accolta in Russia con grande intensità, i credenti non si accontentarono di una Fede superficiale, Cristo doveva far parte di tutti i momenti della loro vita. I credenti russi si immersero nella preghiera e nella meditazione. Un popolo di così grande spiritualità offrì alla sua amatissima Fede tantissimi monaci, che si avvicinarono in modo spontaneo all’ ascetismo orientale. Il più antico Monastero della Russia è il Monastero delle Grotte di Kiev, diede notevoli frutti spirituali, tanto da venir definito: il vivaio del monachesimo.


Abbiamo parlato del Monastero delle Grotte nella prima parte di questa rubrica.

Noi occidentali, a malapena, possiamo comprendere quanto essenziale fosse la vita monastica per tutti i russi, non solo per i monaci, i russi si sono sempre ispirati a tale modello di vita. Anche coloro che governarono il Paese, i Rurik prima e, dal XVII secolo, i Romanoff, amarono profondamente i Monasteri della loro Terra, parecchi abbandonarono incarichi prestigiosi, comprendendo che nulla può essere più prestigioso della preghiera, molti principi divennero mistici, pellegrini e alcuni furono canonizzati dalla Chiesa ortodossa, anche la Chiesa cattolica venera certi santi ortodossi: San Vladimir, ad esempio, il principe che accolse il Cristianesimo, e per tutti gli altri i cattolici hanno il massimo rispetto e grande devozione. Nessun Paese al mondo è stato governato da persone di così grande spiritualità.

Nella Rus’ i Monasteri erano i luoghi dove la Grazia di Dio si manifestava in tutta la sua potenza, costituivano un punto di riferimento per il mondo circostante.

La ‘Preghiera di Gesù’ ha sempre dato forza e serenità a tutti i credenti che ad essa si sono accostati. Tale preghiera è radicata nel Nuovo Testamento.


Sicuramente, nella Rus’ la preghiera giunse dall’oriente. Va ricordato San Simeone, detto il Nuovo Teologo (949 – 1022), uno dei pochi mistici ortodossi che comunicò attraverso i suoi scritti l’esperienza della sua vita.

Proprio a Simeone viene attribuito dalle cronache antiche un opuscolo:”Metodo della santa preghiera e attenzione”. Al monaco veniva consigliato di sedere nella sua cella in un posto tranquillo, per poter elevare la mente al di sopra di tutto ciò che è materia. Il monaco poi, chinando il suo capo fino ad appoggiare il mento sul petto, rivolgeva l’occhio corporeo al centro del ventre.

L’inspirazione doveva venir compressa per un breve periodo, non respirando pienamente si può vedere meglio all’interno di se stessi con la mente, per scoprire quel posto del cuore dove ha dimora la forza dell’anima. In un primo tempo ci sarà oscurità, difficoltà a concentrarsi, ma, insistendo, si verrà pervasi da una felicità infinita, durante la ripetizione della preghiera:”Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me”. Il monaco sempre di più rivolgerà l’attenzione al suo cuore.

Questo metodo, che ha lo scopo di aiutare l’orante ad esprimere in modo proficuo la sua preghiera, viene definito esicasmo (voc. greco: hesychia = calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione).

Un’altra importantissima forma di preghiera si espresse nell’antica Russia attraverso la creazione delle icone. Dipingere un’icona è una preghiera. Le prime scuole iconografiche risalgono all’XI secolo e avevano sede a Kiev. Le icone sono frutto di una tecnica e di una simbologia ben precisa.

In Russia, fin dall’antichità, si prediligeva il legno di tiglio o di pino. Gli antichi metodi vengono tuttora utilizzati. Sulla tavoletta in legno viene steso del gesso colloso mescolato a finissima polvere di alabastro, questo lavoro viene eseguito a caldo sulla tavola e su una tela in lino, che viene poi incollata sulla superficie della tavola. Tramite il carboncino oppure con una lieve incisione, il disegnatore delinea le figure secondo le prescrizioni canoniche.

Qualora si renda necessaria la doratura, un esperto prepara un fondo rosso per le zone dove verranno inserite le foglie d’oro, la stesura dell’oro viene rifinita con l’agata o con il dente di lupo per ottenere più lucentezza. I primi pittori di icone usavano solo quattro o cinque colori fondamentali, verso la metà dell’Ottocento se ne utilizzavano venti. I pigmenti colorati, ottenuti dai vegetali, vengono sciolti nell’acqua e mescolati con il rosso dell’uovo e qualche goccia di aceto o Kvas (distillato di pane, ribes e uva passita).

Nella prossima parte, dedicheremo ampio spazio alla preghiera che accompagna la creazione di un’icona e alla simbologia del materiale adoperato.

Daniela Asaro Romanoff

Il mistero della Trinità

Posted by michelangelo On maggio - 28 - 2010 3 COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Non ci è possibile conoscere fino in fondo, o meglio intuire, il mistero della Trinità se concentriamo la nostra attenzione solo sulle singole persone divine (Padre, Figlio e Spirito Santo), separandole cioè dalla principale esperienza di “relazionalità” che, paradossalmente, le unisce in un unico Dio. Tra le altre cose, non possiamo “ancora” comprendere perfettamente il mistero di Dio Uno e Trino e i principali dogmi della fede cristiana (per esempio la concezione immacolata di Maria e la sua Verginità, l’incarnazione di Cristo ecc.) poiché ci viene a mancare quell’importantissimo elemento (una chiave di lettura, una dimensione, o meglio la conoscenza diretta di Dio) che svelerebbe definitivamente il vero volto del Creatore permettendoci di contemplarlo “faccia a faccia” “così come Egli è” e che attualmente è solo una promessa riportata dai Vangeli.

Facciamo un esempio. La nostra capacità visiva è tridimensionale, possiamo cioè guardare le cose attraverso tre dimensioni (larghezza, lunghezza, profondità), venendo a mancare una di queste dimensioni la visione delle cose per noi risulterebbe incompleta rispetto a quello che è la realtà dell’oggetto che stiamo osservando e dovremmo così – per compensarne l’assenza – chiedere aiuto alla nostra capacità di intuizione per cercare di immaginare quel pezzetto di realtà mancante.

Pertanto, tre persone (secondo le nostre conoscenze e privi di quella “dimensione” relativa alla conoscenza di Dio di cui parlavamo prima) per noi non saranno mai “uno”. Il concetto di persona riferito a Dio, infatti, è diverso da come lo immaginiamo noi rispetto alla nostra persona. A questo punto, mancando quella conoscenza definitiva di Dio (che chiamavamo prima “dimensione” o conoscenza diretta di Dio), per accostarci al mistero della Trinità dobbiamo lasciarci guidare esclusivamente dalla fede.

La nostra fede ci dice che Dio è essenzialmente “comunione”, “relazione”. Afferma un teologo: «Quando Gesù dice “io” intende suo Padre e viceversa, quando tutti e due dicono “io” intendono lo Spirito Santo». Dio – così ci insegna la dottrina cristiana – non è solitudine ma “Comunione di Persone”. Il rapporto che lega le tre Persone della Trinità è “circolare”. Nella Trinità, infatti, conosciamo la vera identità di Dio; Egli è una comunione di Persone e di intenti e alla base del loro rapporto c’è la capacità di reciproco ascolto, di eterno dialogo, di offerta e dono. Ma c’è ancora un di più che ci interessa da vicino. Quando nel momento della creazione Dio disse: “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (ed è interessante sottolineare l’uso del plurale!) intendeva rendere partecipe l’uomo della sua stessa identità. Gli uomini dovrebbero, per così dire, imparare da Dio Trinità come si fa a diventare comunione di persone, capaci di reciproco amore, ascolto ecc. Per tradurre ancora più semplicemente possiamo fare riferimento alla famiglia che il Concilio Vaticano II chiama “immagine della Trinità”, dove ogni membro del nucleo familiare è chiamato alla reciproca condivisione e comunione.

Qualcuno però potrebbe obbiettare che le famiglie, oggi, non sono più così a causa di una sempre più crescente disgregazione. Possiamo chiederci allora: ha sbagliato Dio a crearci capaci di unità e di scambievole dono o non abbiamo ancora capito noi? … E se ritornassimo a guardarLo?

Prende il via oggi a Firenze (presso la Fortezza da Basso) Terra Futura, grande mostra-convegno nata dall’obiettivo comune di garantire un futuro al nostro pianeta. La manifestazione mette al centro le tematiche e le “buone pratiche” della sostenibilità sociale, economica e ambientale, attuabili in tutti i campi: dalla vita quotidiana alle relazioni sociali, dal sistema economico all’amministrazione della cosa pubblica.

Anche l’edizione 2010, la settima, e che ha per tema “Comunità sostenibili e responsabili”, vede Caritas Italiana tra i partner dell’iniziativa. La tre giorni fiorentina proporrà il consueto, ricchissimo cartellone culturale di eventi, accanto alle centinaia di spazi espositivi che ogni anno vengono occupati da soggetti del terzo settore e dell’economia sociale, aziende ed enti istituzionali. Dal canto suo,  Caritas Italiana proporrà diversi appuntamenti: oggi ci sarà la presentazione del sussidio Povertà globali, risposte locali e un  laboratorio su “Educare alla mondialità e a nuovi stili di vita”, e soprattutto il convegno “Dare un futuro al credito”, che presenterà i risultati dell’Osservatorio regionale sul costo del credito, promosso da Caritas Italiana insieme a Fondazione Responsabilità Etica e al centro culturale “Luigi Ferrari”.  Domani è invece in calendario una  conferenza stampa di presentazione e un seminario di approfondimento sulla campagna Zero Poverty, in occasione del 2010 Anno europeo di lotta alla povertà. Caritas Italiana parteciperà inoltre agli appuntamenti congiunti, con relatori e ospiti di livello nazionale e internazionale.

Sempre in occasione di Terra Futura, torna anche la quinta edizione di ”Insieme per la pace”, una serie di incontri di spiritualità interreligiosa in programma sempre da oggi a domenica nella Sala Ottagonale della Fortezza da Basso. Si tratta di una tre giorni di meditazione, incontri e celebrazioni organizzate in collaborazione con l’Associazione Un Tempio per la Pace.

(via SpiritualSeeds)

Un libro e un convegno su Cassiodoro

Posted by carmen On maggio - 25 - 2010 ADD COMMENTS

di Carmen De Fontes

Cassiodoro, chi era costui? Parafrasare le parole che Manzoni mette in bocca a un perplesso don Abbondio imbattutosi nel nome del filosofo Carneade forse è un po’ esagerato, ma sicuramente la figura del calabrese di Squillace è poco conosciuta.

Per riscoprire questo personaggio della storia e della letteratura l’Istituto Cassiodoro, fondato  a Squillace, promuove una serie di iniziative tra cui la pubblicazione del volume “Cassiodoro il Grande” a cura di Franco Cardini, volume che è stato presentano giovedì 13 maggio a Reggio Calabria.  Il convegno ha visto l’intervento dell’on. Guido Rhodio, sindaco di Squillace,  di mons. Antonino Denisi, direttore dell’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Reggio Calabria – Bova e di don Antonio Tarzia, direttore del mensile “Jesus” e profondo conoscitore di Cassiodoro. Gli interventi sono stati introdotti e coordinati dall’on. Giovanni Nucera, consigliere regionale della Calabria, che ha sottolineato l’importanza della figura di Cassiodoro per dare un segnale diverso di una terra che purtroppo riesce a far notizia solo quando si parla di ‘ndrangheta.

Cassiodoro vive tra V e VI secolo quando l’impero romano d’occidente è ormai tramontato e cerca di realizzare, ricoprendo varie cariche pubbliche,  una pacifica convivenza tra i romani e la popolazione barbarica dei goti che si era stabilita in Italia. Fallito questo tentativo, si rifugia a Squillace dove fonda il monastero di Vivarium. Il tentativo di conciliare il mondo latino con le usanze delle popolazioni barbariche fa di Cassiodoro un padre dell’Europa moderna nata proprio dalla fusione di queste culture. Ma ne fa anche un esempio per la contemporaneità nella proclamazione della libertà religiosa e nella sua capacità, da cattolico, di dialogare con i goti che si erano convertiti al cristianesimo attraverso l’eresia ariana.

Cassiodoro è inoltre un personaggio eclettico che a buon diritto può essere definito il Leonardo del Sud. Egli è infatti un personaggio del futuro, che vive tra due epoche. Concilia in sé la tradizione romana ormai al tramonto che vedeva l’intellettuale impegnato in molteplici campi e diviso tra attività politica e letteraria e il primo dei personaggi del Medioevo in quanto accoglie e studia in opere storiche la popolazione dei goti. Il suo monastero sarà inoltre modello anche per san Benedetto in quanto fonderà l’elemento orientale della vita contemplativa con il lavoro manuale e intellettuale.

Cassiodoro per tanti secoli è stato venerato come beato; purtroppo nel corso del tempo la fama di santità si è perduta. Recentemente è stato aperto l’ufficio per la sua causa di beatificazione. Nella speranza che la sua figura e la sua opera tornino ad essere conosciute in Calabria e oltre.

Carmen De Fontes

Qualcuno che stia dalla nostra parte!

Posted by michelangelo On maggio - 19 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Il movimento generato dall’evento della Pentecoste (che sancisce l’inizio ufficiale della Chiesa) è simile (per usare una immagine cara al teologo svizzero von Balthasar) ad una “trasfusione di sangue”. Dio, infatti, dona il suo Spirito agli uomini, qualcosa del suo «io» entra nelle vene del nostro «io». Non si tratta di un elemento corporeo ma spirituale, un elemento appartenente a Dio stesso ed estraneo all’uomo, un elemento divino. L’amore di Dio, così, il legame intimo tra il Padre e il Figlio si fondono nella persona dello Spirito Santo effuso nella Chiesa come dono esclusivo di un dio la cui principale caratteristica è quella di essere “Comunione di Persone”.
Cinquanta giorni dopo la resurrezione di Cristo, dunque, gli Apostoli, rigenerati dalla pienezza dello Spirito Santo, comprendono che la “Grazia di Dio” non è un semplice concetto spirituale che li avvicina un po’ di più al Signore ma un “luogo” dove Dio ha scelto di continuare ad abitare. “Noi siamo entrati nello spazio intimo di Dio, quasi nella sua eterna autocoscienza, per così dire, là dove egli conosce e sa delle sue profondità e dei suoi segreti” (Von Balthasar). Questo – afferma San Paolo (in 1Cor 2, 9-12) – è ciò che “nessun occhio ha mai visto e nessun orecchio ha mai udito”, questo è ciò che “Dio ha preparato a coloro che lo amano… rivelato per mezzo dello Spirito”.

A proposito di Spirito Santo leggo, tra gli scritti del Santo Curato d’Ars, una interessante descrizione circa l’identità della terza Persona della Trinità: “Il buon Dio, mandandoci lo Spirito Santo, si è comportato con noi come un grande re che incarica il suo ministro di guidare uno dei suoi sudditi dicendogli: «Accompagnerai quest’uomo ovunque, e lo ricondurrai a me sano e salvo»”.

Nel Vangelo dell’apostolo Giovanni leggiamo, infatti: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore [Parákletos, ndr] perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv 14, 16-18); e ancora: «Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26).

Questo è il compito (se così possiamo esprimerci) del “Paraclito”; Colui che prende le nostre difese, l’avvocato, il mediatore di ogni uomo. “Parákletos”, infatti, significa: “colui che è invocato” (da para-kaléin, “chiamare in aiuto”), e dunque “il difensore”, “l’avvocato”. A tal proposito ricordiamo che nella nuova edizione del Lezionario liturgico della Chiesa italiana il termine “Consolatore” è stato sostituito – con l’intento di esplicitarne ed ampliarne il significato – con il termine “Paraclito”.

“Questo termine – affermava Giovanni Paolo II – ci permette di cogliere anche la stretta affinità tra l’azione di Cristo e quella dello Spirito Santo, quale risulta da una ulteriore analisi del testo giovanneo. Quando Gesù nel Cenacolo, alla vigilia della sua Passione, annuncia la venuta dello Spirito Santo, si esprime così: “Il Padre vi darà un altro Paraclito”. Da queste parole si rileva che Cristo stesso è il primo paraclito, e che l’azione dello Spirito Santo sarà simile a quella da lui compiuta, costituendone quasi il prolungamento. Gesù Cristo, infatti, era il “difensore” e lo rimane. Lo stesso Giovanni lo dirà nella sua prima lettera: “Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato (Parákletos) presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2, 1). L’avvocato (difensore) è colui che, mettendosi dalla parte di coloro che sono colpevoli a motivo dei peccati commessi, li difende dalla pena meritata per i loro peccati, li salva dal pericolo di perdere la vita e la salvezza eterna. Gesù Cristo ha compiuto proprio questo. E lo Spirito Santo viene chiamato “il Paraclito”, perché continua a rendere operante la Redenzione con cui Cristo ci ha liberati dal peccato e dalla morte eterna” (Giovanni Paolo II, Udienza Generale,  24 maggio 1989).

C’è Qualcuno, dunque, che sta dalla nostra parte!!!

1.200 persone hanno assistito alle 3 repliche di “…scrivi: «Amore»” , lo spettacolo ispirato al messaggio del Beato Luigi Monza.

È stato uno straordinario evento quello andato in scena questo fine settimana al Teatro Pasolini di Casarsa della Delizia (PN).

Straordinario per il messaggio che ha proposto, per la formula artistica prescelta, per il consenso di pubblico, per l’atmosfera che ha creato.

Sul palco si sono alternati quasi cinquanta artisti: musicisti, attori e cantanti. Tra loro alcuni professionisti; la maggior parte gente comune, giovani del nostro territorio che con passione e dedizione hanno lavorato per mesi sotto la guida esperta di Marinella Montanari e di tutto lo staff del Jobel Teatro di Roma, di Michele Morassut (direttore artistico), di Denis Feletto (direttore di palco e arrangiatore) e di Roberto Brisotto (compositore delle musiche). Il risultato non è stato un semplice spettacolo teatrale, ma un vero e proprio evento che ha celebrato il messaggio del Beato Luigi Monza, un messaggio semplice e al contempo disarmante per la sua straordinaria attualità.

Macinati, triturati, ipnotizzati dalla frenesia e dal rumore di fondo, dallo scintillio di fuochi fatui e di parole vuote, viviamo senza accorgerci di chi abbiamo accanto; viviamo sulla difensiva, a testa bassa senza guardarci gli uni gli altri, senza provare a capirci, convinti che il “nemico” si celi anche dietro il nostro migliore amico. Don Luigi ci ha insegnato che siamo tutte membra dello stesso corpo, ognuno con una funzione precisa, necessaria all’altro. Ci ha insegnato che i colori se mescolati bene possono creare le tele più belle. Ci ha insegnato che un cuore è tanto più grande quanto più riesce ad essere vicino anche a chi sentiamo più distante da noi. Ci ha insegnato che la carità non conosce la parola “basta”, che “il bene va fatto bene”, che si può essere straordinari ogni giorno nelle nostre singole vite, nei nostri luoghi di lavoro, di studio e di incontro, nel nostro stare assieme agli altri. Ognuno di noi nel suo piccolo può e deve fare la differenza, ma per farlo deve guardare oltre se stesso e cambiare la prospettiva verso un orizzonte più ampio e più alto.

Non si tratta di spegnere il rumore di fondo o di isolarsi in un mondo fantastico che ci tenga lontani dai pericoli, dal torpore e dall’insensatezza che a volte abitano il nostro tempo. La sfida sta nel cambiare il mondo dal di dentro, facendo germogliare quei semi che l’uomo ha da sempre in sé: deve solo riconoscerli e coltivarli.

Lo spettacolo, fortemente voluto e promosso dalla Diocesi di Concordia-Pordenone, si inserisce in un ampio progetto di formazione artistica e spirituale, teso ad utilizzare il linguaggio artistico per portare i nostri giovani a conosce e ad approfondire importanti figure di riferimento della spiritualità cristiana.

A conclusione di tutte e tre le repliche ha preso la parola il Vescovo, Mons. Ovidio Poletto, che ha sottolineato la bravura di questi ragazzi: “Con la vostra passione, il vostro impegno, la vostra dedizione a questo progetto siete stati più che degli attori, ma dei meravigliosi testimoni dell’Amore di cui parlava don Luigi. Il mio augurio è che questo Amore, la cui fonte è inesauribile, ci sostenga e ci aiuti tutti a rendere migliori le nostre relazioni, il nostro impegno, la nostra attenzione verso gli altri”. E proprio in quest’ottica Mons. Poletto ha infine ringraziato l’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità (fondato proprio dal Beato Luigi Monza) che da cinquant’anni sono presenti nel nostro territorio all’interno della struttura de La Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento e che tra poco abiteranno anche la Casa Madre della Vita, recentemente inaugurata.

Info: www.luigimonza-teatro.it

Il primo giovedì di maggio è il giorno in cui tradizionalmente negli USA si svolge il National Day of Prayer, la Giornata nazionale di preghiera, che si inserisce nel solco di quella civil religion che vede negli States la sua terra di elezione.  La serenità dell’edizione 2010 di questo evento –ancora abbastanza sentito Oltreoceano-  è stata intaccata tuttavia da un paio di fatti (uno dei quali potremmo definire “interno” e l’altro “esterno”) al punto che alcuni si sono interrogati se mantenere tale Giornata nel calendario delle celebrazioni pubbliche.

Nel primo caso si è trattato della revoca fatta al pastore Franklin Graham di partecipare all’evento. Graham si era infatti distinto per alcune affermazioni decisamente religiously incorrect nei riguardi dell’Islam. Riferendosi ai musulmani il pastore aveva tra l’altro dichiarato: “Non mi piace come trattano donne e minoranze, lo trovo orrendo, il vero Islam non può essere praticato in America, i musulmani devono sapere che Gesù è morto per i loro peccati”. Inutile dire che tali affermazioni hanno fatto montare una marea di polemiche il cui eco non si è ancora spento.

Altro motivo di polemica, questa volta “esterno” è stato invece quello provocato dalla decisione di Barbara B. Crabb, giudice del Distretto occidentale del Wisconsin, di porre in discussione la legittimità della Giornata. La sentenza, arrivata in seguito ad un ricorso presentato dalla Freedom From Religion Foundation, afferma tra l’altro che la preghiera, essendo un atto di natura prettamente religiosa, andrebbe lasciata alla libera scelta dei cittadini e non dovrebbe essere oggetto di prescrizioni di origine statuale.

Le polemiche ( di cui si parla molto anche in campo cattolico) non hanno comunque frenato l’organizzazione della Giornata e dalla Casa Bianca il presidente Obama ha emanato l’apposito proclama. Anzi, i proclami sono due, visto che lo stesso giorno il presidente ne ha emanato un altro che dichiara maggio “Mese del patrimonio ebraico americano”. Nonostante le polemiche, dunque, la preghiera non solo lascia, ma raddoppia.

(via SpiritualSeeds)

Si terrà oggi presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma la conferenza “La prospettiva islamica su ebraismo e cristianesimo”. L’evento è particolarmente rilevante anche perché a parlare sarà una teologa musulmana, Mona Siddiqui,  che dirige il “Center for the Study of Islam” dell’università di Glasgow. Al centro del suo intervento vi sarà il problema che l’Islam ha affrontato sin dalle sue origini, e cioè quello dell’ebraismo e del cristianesimo quali rivelazioni divine . Considerata l’attuale forte interconnessione tra tensioni politiche e teologiche, Mona Siddiqui richiamerà l’attenzione sulla necessità di una più solida teologia islamica dell’inclusione dove il punto di partenza sia la compassione, non la salvezza.

Della studiosa musulmana ha fatto l’elogio anche un rabbino ebreo, Jack Bemporad, docente presso la medesima Università, il quale ha affermato che “Mona Siddiqui indica una strada nuova e audace ai Musulmani.  Con il suo lavoro teologicamente onesto dimostra che il tradizionale punto di vista musulmano – secondo il quale le Scritture ebraiche e cristiane sono corrotte – può essere reinterpretato, ed Ebraismo e Cristianesimo possono essere apprezzati e valutati senza condanna”.

La conferenza odierna arriva dopo tre anni dall’istituzione di un insegnamento universitario di Studi Interreligiosi presso l’Università Pontificia Angelicum, insegnamento che ha lo scopo di costruire ponti di comprensione tra cattolicesimo, ebraismo e altre tradizioni religiose formando una nuova generazione di capi religiosi al confronto, alla tolleranza e al dialogo nel rispetto delle differenze.

Qui un’intervista rilasciata recentemente all’Osservatore Romano dalla studiosa musulmana

(via SpiritualSeeds)

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