Se fossi stato un architetto, avrei disegnato tutte le chiese senza tetto. Come facciamo, infatti, noi uomini, a cercare di “contenere” in un luogo chiuso, limitato, Colui il quale non ha spazio né tempo. Il paradosso è evidente e mi rimanda ad alcuni ricordi dei “tetti” di tante antiche chiese e tempietti del culto cristiano che ho visitato, le quali raffiguravano molto spesso sulla propria volta un cielo azzurro, con le nuvole e gli uccelli o dipinto scuro con le stelle della notte. Alzando lo sguardo, quindi, sembra che tali templi non siamo chiusi ma aperti verso il cielo. Come la chiesa inferiore di san Francesco in Assisi che, appunto,è così. Il significato è di facile lettura. Pur tuttavia, oggigiorno si è quasi “persa” per strada tale raffigurazione teologica negli edifici sacri: ve lo immaginate un ingegnere edile o un architetto dei tempi moderni che propone un simile allocamento pittorico? Cos’è cambiato, ci chiediamo allora, rispetto a prima? E’ solo un’ondata modale? Forse che l’uomo moderno ha abbandonato tale raffigurazioni perché giudicate troppo infantili o superate? Può darsi che sia cresciuta talmente tanto la propria conoscenza, che quasi ci si vuol paragonare ad un neo dio? Per chi crede e crede veramente e profondamente, le cose non dovrebbero stare così. Si badi bene che ciò di cui si parla non è una questione “sofistica”: Dio è impossibile da racchiudere in nessun mausoleo. Ciò nonostante, come ben sappiamo, lo ritroviamo ogni giorno vivo in carne e sangue nella minuta ostia consacrata. Una minuscola parte, quest’ultima, certamente molto ma molto più piccola se paragonata alle immensità e maestosità di tante cattedrali costruite dall’uomo. Com’è possibile allora questa corrispondenza biunivoca che, per noi esseri finiti, appare inconcepibile? Ancora una volta, chi crede e crede veramente, in questa occasione ha l’opportunità di (ri)scoprire non tanto e non solo la grandezza infinita di Dio ma, soprattutto, il suo amore ineguagliabile attraverso Gesù. L’Incommensurabile, infatti, proprio grazie a Gesù che ha penetrato la storia degli uomini, è divenuto contenibile per noi, con tutto il suo corpo e tutto il suo sangue, nell’ostia consacrata. Appunto. Capite bene, quindi, come non esiste nulla sulla terra che possa racchiudere l’Altissimo, se non un apparentemente piccolo pezzo di pane il quale, tuttavia, grazie alla mediazione del sacerdote, diviene corpo e sangue di Cristo. Può sembrare difficile per noi esseri umani, comprendere appieno questo mistero. Ed ancora una volta dobbiamo dare atto ad un altro San Tommaso della storia che ci ha aiutato a comprendere. Si tratta di un monaco Basiliano il quale, come l’apostolo titubante, mise questa volta alla prova la propria fede con un dubbio sull’ostia che andava consacrando e che, a breve, sarebbe divenuta in tutto e per tutto corpo e sangue di Gesù. La storia risalente all’VIII sec. d.C. è meglio conosciuta come il Miracolo Eucaristico di Lanciano, una ridente cittadina tra Pescara e Chieti, adagiata sui declivi Abruzzesi. Come per san Tommaso, anche il dubbio del monaco fu presto dileguato allorquando tra le dita del religioso l’ostia grande si trasformò in carne viva ed il vino della consacrazione in sangue vero. Ancora oggi quel tozzo di carne e sangue aggrumito, rigorosamente conservati in un’antica polla di vetro, sono visibili nell’apposito altarino della chiesa di Lanciano. I reperti sacri, dopo le ricognizioni medievali, sono stati analizzati negli anni ’70 ed ’80, ottenendo dalla scienza un responso stupefacente: carne e sangue umani. Attorno a questo centro liturgico non vi è ancora quello che in altri luoghi sacri è la normale visione del mercato degli oggetti sacri. Il sito religioso gode invece ancora di tutta quella fragranza di fede ed intimità d’animo che si percepisce solamente quando si avverte di essere in qualche modo al cospetto del Divino che si è manifestato. Se da un lato risulta quasi propedeutico, magari giusto in questo periodo, un pellegrinaggio riflessivo in questo luogo dall’altro non tragga in inganno la finalità. Essa, infatti, non deve essere assolutamente di natura “turistica” e deve invece aiutarci a ricordare come tale ricchezza infinita sia posseduta da ogni tabernacolo. L’unico posto al mondo dove l’Incommensurabile si fa piccolo per tutti noi.
L’INCOMMENSURABILE…SI FA PICCOLO PER NOI
Solennità del Corpus Domini
La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava.
In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava amica Corporis Domini – e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne. Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un’estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra, da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini.
La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l’ottava della Trinità. Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l’antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana. Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell’accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l’11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla “Transiturus” che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell’Eucaristia. Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto – il 19 Giugno – lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.
La prima legislatura di Benedetto è da record
di Bruno Mastroianni, Tempi, 15.4.10
Il 16 aprile Benedetto XVI compie 83 anni e il 19 aprile cinque di pontificato. Cosa è successo in questo lustro?
Il Papa ha scritto tre encicliche (su Dio, sulla speranza e sulla verità dell’amore), ha viaggiato dall’America all’Australia e in diversi paesi d’Europa, arrivando fino in Africa. Ha liberalizzato il rito antico, ha revocato la scomunica ai vescovi lefebvriani, ha creato le condizioni per il rientro in comunione con Roma degli anglicani. Ha compiuto passi in avanti nel dialogo con gli ortodossi, ha costruito un confronto schietto con gli ebrei e con i musulmani. Ha incontrato le vittime dei preti pedofili, ha chiamato a raccolta i vescovi e ha confortato tutti con la lettera ai cattolici d’Irlanda. Ha indetto l’anno paolino per richiamare i battezzati ad essere apostoli. Ha indetto l’anno sacerdotale per rilanciare la missione dei sacerdoti. Ha scritto un bestseller su Gesù di cui si attende la seconda parte. Ha pronunciato omelie, discorsi e catechesi che rimarranno nella storia.
Sta risistemando l’abc della fede, sta ricucendo gli strappi delle interpretazioni estreme del Concilio Vaticano II, sta presentando al mondo un cristianesimo vitale e intelligente capace di rimettere Dio al suo posto dopo decenni di confusione relativizzante. Tutto questo in un lasso di tempo pari a una legislatura italiana.
Non basteranno le imprecisioni pedofile del New York Times o le chiacchiere su presunti problemi di salute a distrarci. I risultati del pontificato di Ratzinger, dopo questi cinque anni, sono sotto gli occhi di tutti. Auguri Santo Padre.![]()
Nobell Buona Resurrezione
Nello stupore della Pasqua
Sergio Scacchia
Gli evangelisti raccontano che la domenica delle Palme, la moltitudine degli Ebrei al grido dell’ ”Osanna”, accolse trionfalmente Gesù ritenuto a quel punto del suo cammino terreno, il Messia promesso da Dio al suo popolo, colui il quale doveva con grande potenza restaurare il regno di Davide e liberare Israele. “Osanna”, una parola che, etimologicamente deriva da due radici ebraiche “hoshi- lana”, cioè “aiutami”, è un termine meno usato dell’alleluia e dell’amen ma non di minore significato. Tutti noi abbiamo ripetuto questo grido liberatorio di salvezza e di gioia agitando i ramoscelli di ulivo la domenica dell’ingresso trionfale in Gerusalemme. Al contrario della folla che non sapeva cosa sarebbe accaduto di lì a poco, il nostro “Osanna” è l’acclamazione trionfale di chi sa che Gesù, di là della sua apparente sconfitta con la morte in croce, sta per conoscere la sfolgorante vittoria della risurrezione. L’”Osanna”, non è solo la terza parola ebraica che la chiesa ha conservato gelosamente nella sua preghiera liturgica, senza traduzione, né rappresenta soltanto l’esultare di gioia, ma è anche il grido del peccatore pentito che sentendo sopra di sé la colpa riprovevole del peccato contro Dio e riconoscendo i suoi errori, implora il divino perdono. S. Agostino ne parla come della parola più grande, il grido di chi prorompe in sentimenti di amore verso il Creatore. Con l’”Osanna al Figlio di Davide” siamo entrati così nel tempo cristiano più importante dell’anno: quello che porta alla Pasqua, giorno del Signore e signore dei giorni. La Pasqua è sinonimo di primavera, risveglio, luce dopo il buio dell’inverno e il dolore degli ultimi giorni di Gesù per la tradizione cristiana. Passione, morte e risurrezione avvengono in un periodo breve, la cosiddetta “settimana santa”, densa di avvenimenti, tanto che nel mondo cristiano- ortodosso in oriente è denominata la “Grande Settimana”. Sono quei giorni dal profondo significato, in cui si commemora nel mondo il sacrificio di un Dio che ama il suo popolo e che torna alla vita eterna dopo aver redento con il sangue l’umanità. La Pasqua, quindi, non è semplicemente una festa tra le altre: essa è “la festa delle feste”, la “solennità delle solennità”, così come l’Eucarestia è il sacramento dei sacramenti. Sant’Atanasio la chiama ”La Grande Domenica” e ricorda, nei suoi scritti, che anche chi non crede si è soffermato almeno una volta nella sua vita, in meditazione sul “vero agnello che ha tolto i peccati del mondo, che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita” (prefazio pasquale I). Il trionfo di Cristo si riflette con tutta la sua forza sulla nostra esistenza, sul buio che permea i nostri giorni, sulla disperazione di tanti, sulle infinite miserie dell’uomo e sullo scenario di una società allo sbando in forza di una libertà che è solo capriccio e prevaricazione sugli altri. Una festività che ha radici ben più antiche legate ai festeggiamenti per il ritorno della bella stagione. Appare intrigante per l’uomo moderno, il rapporto con la Pasqua ebraica, ricordo della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù d’Egitto, in cui permane la celebrazione del pane azzimo non lievitato propria della tradizione più antico contadino, con la festività pastorale nomade della “pesach” e l’agnello in voga già nel mondo egizio ed ereditato dal cristianesimo. Ancora più intima l’unione della Pasqua con i riti celebrativi della primavera orientale o le ataviche feste pagane in cui il dio della natura moriva e risuscitava nelle piante usate dall’uomo per cibarsi: orzo per mangiare, vite per bere. Pasqua è anche tradizione e folclore. A Sulmona, la Madonna correrà di nuovo in piazza dall’antica chiesa medievale di Santa Maria della Tomba, prima vestita a lutto e poi con la veste gioiosa di chi ritrova il figlio vivo; a Pianella di Pescara tornerà l’antico omaggio che i signorotti longobardi pretendevano dai propri vassalli, quel “Bongiorno” che brigate di cantori accompagnati da trombe, tamburi e piatti porterà come saluto pasquale sotto le finestre del paese; a Spoltore si giocherà in piazza con “Lo Scuocchio”, cercando di rompere le uova sode dell’avversario; a Orsogna, il martedì in Albis, si svolgerà di nuovo la festa dei “Talami”, quadri viventi rappresentanti scene del Nuovo e Vecchio Testamento. Ovunque si proporranno eventi interessanti non solo per il turismo religioso ma anche per la tutela dei valori antropologici.
Il Card. Bagnasco celebra la Santa Messa in Rai
Domenica 24 gennaio alle ore 11.00, Sua Em.za il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nel Teatro delle Vittorie in Roma (via Col di Lana), trasmessa in diretta su RaiUno e su TV 2000.La scelta di un luogo legato all’attività del servizio pubblico televisivo è dovuta alla ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e delle comunicazioni sociali, che quest’anno, per una felice coincidenza, cade proprio di domenica.


