di Sergio Scacchia
Mentre la Chiesa si appresta a vivere il momento più importante dell’anno liturgico, la Quaresima, tempo di raccoglimento e di riavvicinamento al Signore, penso sia indispensabile rivedere il rapporto con il Signore, l’unica persona capace di dare un senso alla nostra vita, anche attraverso l’esempio di una famiglia che professa un’altra religione.
Sono parecchi i fratelli musulmani presenti nella Diocesi di Teramo Atri, tutti ben integrati in una comunità che non ha mai registrato scontri di civiltà o di ideologia religiosa, dimostrando sempre una profonda cultura dell’accoglienza.
Mi ha sempre colpito dei musulmani, l’assoluta dedizione ai momenti di preghiera. Anche noi cristiani abbiamo diversi spazi durante la giornata per dedicare attimi al Signore, ma, forse, bisogna riconoscere che spesso manchiamo all’appuntamento con Dio.
“Guarda che la preghiera è uno dei cinque pilastri dell’Islam!” Chi parla, in perfetto italiano è una bella e giovane signora. Si chiama El Battal Saida.
“Il primo pilastro- mi spiega la donna- è l’accettazione dell’unicità di Dio, il secondo è dato dalle cinque preghiere giornaliere, il terzo è la carità, il quarto è il Ramadan e il quinto è il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita. Bisogna rispettare tutti e cinque i pilastri, altrimenti non c’è equilibrio per seguire la retta via”.
Lei vive, insieme al marito El Jahar Salah e i suoi tre figli, in un paese della provincia di Teramo, in Abruzzo. Vorrebbe anche altri bambini perché “i figli sono benedizione di Allah e noi di sera guardiamo poca televisione.”
Ride divertita della battuta la signora che ha un sorriso di disarmante bellezza.
Il suo uomo, proveniente dal Marocco, giunse da noi quasi venti anni fa, lei lo raggiunse tre anni dopo. Da quel momento la nostra terra è diventata una nuova patria per la coppia che subito si è integrata alla perfezione.
“La gente ci vuol bene- dice l’uomo – lo stipendio è dignitoso.”
Lavora nel settore dei prefabbricati ma non dimentica di pregare per cinque volte nel giorno. “Anche durante il Ramadan, a settembre, ho letto i versetti del Corano alle ore dovute”.
Salah mi spiega insieme alla sua amata Saida, che, il Ramadan, mese sacro dei musulmani, consta di trenta giorni all’insegna del digiuno, della meditazione e della preghiera con forti momenti di intensa comunione con Dio e con i fratelli. Questo mese è ritenuto sacro perché, secondo la tradizione, durante la “Notte del Destino”, fu rivelato il sacro Corano al profeta Mohammed, tramite l’arcangelo Gabriele.
Durante questo periodo ci si trova in moschea per cenare; segue la preghiera al tramonto, poi si sta insieme prima dell’ultima preghiera e poi è il momento della preghiera lunga che si fa solo per il Ramadan: il “tarawih”.
Dove vanno a pregare i musulmani da queste parti? Scopro dalle loro informazioni che esistono moschee in piccoli paesi del teramano da Campli, a Controguerra fino alle porte del capoluogo.
Hanno la bella abitudine di leggere di sera i versetti del Corano insieme ai figli più grandi. Quello che dovremmo fare noi, nelle nostre famiglie, nei riguardi della Bibbia.
“Ma voi cristiani, credete veramente che durante questi trenta giorni noi musulmani dimagriamo? Non è così! Per tutto il giorno non si tocca cibo. Di sera, davanti ad una tavola piena da far spavento si mangia tanto. Abbiamo colazione, pranzo e cena, tutto in uno! C’è ogni bene sulla tavola, meno che il maiale! Subito dopo, si va a dormire e il cibo non si smaltisce. I bambini hanno messo su due chili a settembre per il Ramadan!”
C’è da ripensare alla nostra Quaresima, all’indifferenza di molti cristiani ad un periodo che è paragonabile all’importanza del Ramadan degli altri. Mustapha Ratza, il capo spirituale di una comunità musulmana della costa adriatica, mi parlò un giorno di Gesù e disse: “Mai nessuno di noi musulmani si sognerebbe di offendere Gesù, il grande profeta. La croce non offende, ma unisce i fratelli di tutte le religioni”.
Prima di andar via, l’occhio mi cade su di un’iscrizione di legno vicino la porta d’ingresso: “Chi digiuna ha due motivi di rallegrarsi: si rallegra quando lo rompe e si rallegrerà del digiuno fatto quando incontrerà il suo Signore…”