“La última cima”, un film sulla vita del sacerdote Pablo Domínguez, uscito nel fine settimana e solo in quattro sale, si è consacrato come numero uno per numero di spettatori nei cinema spagnoli. Sono circa seimila – riporta l’agenzia Zenit – le persone che hanno già visto questo film di Juan Manuel Cotelo. Vista la massiccia risposta di pubblico, “La última cima” passerà, su richiesta popolare e in appena una settimana, ad essere proiettato in oltre cinquanta sale di tutto il Paese. Il film è un documentario sul sacerdote madrileno Pablo Domínguez, morto nel 2009 in un incidente di montagna. Domínguez, filosofo e teologo della Facoltà di Teologia di San Damaso a Madrid, è morto a 42 anni mentre scendeva dal Moncayo. Era l’ultima cima spagnola, di oltre duemila metri, che gli mancava. Ai suoi funerali hanno partecipato più di tremila persone e una ventina di vescovi. Le sue Messe e le sue conferenze si riempivano di gente che desiderava ascoltare le sue parole. Il film è il ritratto di un uomo allegro, umile e generoso che, come dice chi l’ha conosciuto, sapeva che sarebbe morto giovane. Nel film di Cotelo offrono la propria testimonianza il cardinal Cañizares, che lo scelse come docente alla San Damaso, il vescovo Demetrio Fernández di Córdoba, suo amico e il primo a sapere della sua morte, e l’arcivescovo di Oviedo, Jesús Sanz, allora vescovo di Jaca e Huesca, che fece spesso visita al sacerdote scalatore. Al di là della personalità di Domínguez, il film è un canto alla vita del sacerdote “normale”, che non è delinquente né eroico, né esorcista né missionario in luoghi estremi, ma è semplicemente disponibile, assiste la gente, la ascolta, la confessa, predica la verità senza paura, con umorismo e intelligenza. Con immagini della montagna, il film riflette sulla grandezza del sacro, del sacerdozio, del sacrificio e della morte. Grazie alle testimonianze di persone sincere che parlano di Pablo, lo spettatore si affeziona a un sacerdote che alla fine muore. Il film inizia con umorismo e provocazione, e man mano che la morte si avvicina diventa più elevato nello stile e nel contenuto. Il successo di questa pellicola nelle sale è stato preceduto da un insolito boom su internet. Nelle tre settimane precedenti l’uscita al cinema, il trailer è stato scaricato più di 200 mila volte.
Da “La ùltima cima” a numero uno nei cinema
Mass media e Vangelo: la giornata delle comunicazioni a Reggio Calabria
“Mass media e Vangelo dalla stampa al digitale”: questo il titolo del convegno che si è svolto a Reggio Calabria in occasione della 44a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali e che ha visto la presenza di don Antonio Tarzia, direttore di “Jesus”.
Don Antonio Tarzia ha offerto suggerimenti e fornito le coordinate da seguire per muoversi nel mondo digitale. In primo luogo ha proposto un esempio, quello di Matteo Ricci di cui si è da poco aperta a Macerata la causa di beatificazione. Questo gesuita, morto 400 anni fa, andò missionario in Cina, terra allora diversa, un “universo parallelo” come il web di oggi, ma lì, prima di parlare, imparò il mandarino, imparò i costumi dei cinesi e solo quando cominciò ad essere chiamato saggio, ad essere considerato autorevole, propose ai cinesi la Bibbia in ideogrammi, ovvero nella loro lingua. Così dovremmo fare anche noi, imparare l’uso di internet e poi proporre il Vangelo con il linguaggio di questi mezzi. Siamo chiamati ad essere uomini – cerniera tra un passato fatto ancora di cartaceo e un futuro dominato dai nuovi mezzi di comunicazione che, secondo l’immagine scelta dal Papa all’interno del suo messaggio per la giornata, costituiscono la nuova “agorà” dove annunciare, come San Paolo, il “Dio ignoto”.
La rete realizza inoltre un altro desiderio connaturato all’uomo: è il superamento della Babele delle lingue, è il linguaggio globale che permette a ogni uomo di entrare in contatto con tutti al di là delle barriere culturali.
Ma accanto alle grandi risorse sono tanti i pericoli da cui guardarsi. Il Vangelo non viene portato a uomini che sono “tabula rasa”, ma gli uomini del nostro tempo vengono continuamente a contatto con tante informazioni per cui il rischio è che il Vangelo rimanga ai margini di questa comunicazione. Inoltre la Rete rischia di dar vita a un nuovo umanesimo, un umanesimo in cui la mancanza di limiti di spazio e tempo rischia di tradursi nella mancanza di percezione della realtà stessa. Un altro rischio è quello della perdita dell’identità: nei social network l’identità è una variabile a disposizione del soggetto che si può fingere uomo o donna a seconda del contesto o inventare la propria vita.
Di fronte a questi rischi c’è quindi una nuova etica tutta da definire ma che non deve precludere la possibilità di utilizzare questi strumenti “meravigliosi” tenendo ben presente, prima di tutto, che bisogna essere testimoni credibili perché si riesce a comunicare, in internet e in ogni altro ambiente, solo ciò che si vive.
Carmen De Fontes
Nuovo sito web per la Diocesi di Concordia-Pordenone
La Diocesi di Concordia-Pordenone risponde concretamente all’invito della Chiesa Italiana di abitare stabilmente il cyber-spazio ed il continente digitale, lanciando il suo nuovo sito proprio in occasione della 44^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Lo fa allineandosi pienamente ai parametri della CEI, utilizzando le tecnologie più attuali, impiegando strutture, linguaggi e strumenti del web 2.0, avviando quel processo di pastorale nel mondo digitale, indispensabile per la missione evangelizzatrice della Chiesa moderna.
Il nuovo sito diocesano si presenta completamente rinnovato nella sua veste grafica e fin dalla sua homepage delinea un carattere fortemente comunicativo: il videomessaggio di benvenuto del Vescovo, Mons. Ovidio Poletto, l’utilizzo di immagini, banner, colori ed un’intera colonna dedicata alle news dagli uffici diocesani ed ai media cattolici locali e nazionali danno grande dinamicità alla pagina principale.
È stata predisposta un’area riservata per l’apprendimento a distanza, accessibile con account e password riservati e la completa integrazione agli standard del web 2.0 garantisce la massima accessibilità e cross-medialità dei contenuti.
La piattaforma web su cui poggia il sito è estremamente flessibile e permetterà a parrocchie, associazioni, movimenti, istituzioni e uffici diocesani di realizzare e gestire propri siti web indipendenti, all’interno della medesima piattaforma. Si tratta di un’importante novità che garantisce uniformità e coordinamento d’immagine oltre che un elevato tasso di controllo a livello di amministrazione.
Il sito è il frutto di un lungo lavoro di ricerca e di ascolto delle esigenze di chi abitualmente fruisce dell’interfaccia web della Diocesi. È ovviamente rivolto a tutti, esperti e meno esperti della Rete, ma certamente strizza l’occhio ai più giovani affinché sentano che la Chiesa di oggi non è lontana dal loro mondo, ma è una Chiesa che sa parlare il loro linguaggio, che sa abitare i loro spazi e che sa veicolare i propri contenuti attraverso gli strumenti che loro abitualmente utilizzano.
Essere straordinari nell’ordinario: la semplice eredità di don Luigi Monza.
1.200 persone hanno assistito alle 3 repliche di “…scrivi: «Amore»” , lo spettacolo ispirato al messaggio del Beato Luigi Monza.
È stato uno straordinario evento quello andato in scena questo fine settimana al Teatro Pasolini di Casarsa della Delizia (PN).
Straordinario per il messaggio che ha proposto, per la formula artistica prescelta, per il consenso di pubblico, per l’atmosfera che ha creato.
Sul palco si sono alternati quasi cinquanta artisti: musicisti, attori e cantanti. Tra loro alcuni professionisti; la maggior parte gente comune, giovani del nostro territorio che con passione e dedizione hanno lavorato per mesi sotto la guida esperta di Marinella Montanari e di tutto lo staff del Jobel Teatro di Roma, di Michele Morassut (direttore artistico), di Denis Feletto (direttore di palco e arrangiatore) e di Roberto Brisotto (compositore delle musiche). Il risultato non è stato un semplice spettacolo teatrale, ma un vero e proprio evento che ha celebrato il messaggio del Beato Luigi Monza, un messaggio semplice e al contempo disarmante per la sua straordinaria attualità.
Macinati, triturati, ipnotizzati dalla frenesia e dal rumore di fondo, dallo scintillio di fuochi fatui e di parole vuote, viviamo senza accorgerci di chi abbiamo accanto; viviamo sulla difensiva, a testa bassa senza guardarci gli uni gli altri, senza provare a capirci, convinti che il “nemico” si celi anche dietro il nostro migliore amico. Don Luigi ci ha insegnato che siamo tutte membra dello stesso corpo, ognuno con una funzione precisa, necessaria all’altro. Ci ha insegnato che i colori se mescolati bene possono creare le tele più belle. Ci ha insegnato che un cuore è tanto più grande quanto più riesce ad essere vicino anche a chi sentiamo più distante da noi. Ci ha insegnato che la carità non conosce la parola “basta”, che “il bene va fatto bene”, che si può essere straordinari ogni giorno nelle nostre singole vite, nei nostri luoghi di lavoro, di studio e di incontro, nel nostro stare assieme agli altri. Ognuno di noi nel suo piccolo può e deve fare la differenza, ma per farlo deve guardare oltre se stesso e cambiare la prospettiva verso un orizzonte più ampio e più alto.
Non si tratta di spegnere il rumore di fondo o di isolarsi in un mondo fantastico che ci tenga lontani dai pericoli, dal torpore e dall’insensatezza che a volte abitano il nostro tempo. La sfida sta nel cambiare il mondo dal di dentro, facendo germogliare quei semi che l’uomo ha da sempre in sé: deve solo riconoscerli e coltivarli.
Lo spettacolo, fortemente voluto e promosso dalla Diocesi di Concordia-Pordenone, si inserisce in un ampio progetto di formazione artistica e spirituale, teso ad utilizzare il linguaggio artistico per portare i nostri giovani a conosce e ad approfondire importanti figure di riferimento della spiritualità cristiana.
A conclusione di tutte e tre le repliche ha preso la parola il Vescovo, Mons. Ovidio Poletto, che ha sottolineato la bravura di questi ragazzi: “Con la vostra passione, il vostro impegno, la vostra dedizione a questo progetto siete stati più che degli attori, ma dei meravigliosi testimoni dell’Amore di cui parlava don Luigi. Il mio augurio è che questo Amore, la cui fonte è inesauribile, ci sostenga e ci aiuti tutti a rendere migliori le nostre relazioni, il nostro impegno, la nostra attenzione verso gli altri”. E proprio in quest’ottica Mons. Poletto ha infine ringraziato l’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità (fondato proprio dal Beato Luigi Monza) che da cinquant’anni sono presenti nel nostro territorio all’interno della struttura de La Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento e che tra poco abiteranno anche la Casa Madre della Vita, recentemente inaugurata.
Info: www.luigimonza-teatro.it
Al via una settimana dedicata alla comunicazione con Caserta capitale
Da domenica 9 maggio, per poi proseguire per tutta la settimana, prendono il via gli eventi legati alla Settimana della Comunicazione, che culmineranno con la celebrazione, domenica 16 maggio, con la Giornata delle Comunicazioni Sociali.
Il messaggio per la Giornata 2010 guarda ai sacerdoti e alle potenzialità pastorali dei media. In esso i sacerdoti sono incoraggiati ad affrontare «le sfide che nascono dalla nuova cultura digitale». Se conosciuti e valorizzati adeguatamente i mezzi di comunicazione sociale «possono offrire ai sacerdoti e a tutti gli operatori pastorali una ricchezza di dati e di contenuti che prima erano di difficile accesso, e facilitano forme di collaborazione e di crescita di comunione impensabili nel passato». Grazie ai nuovi media -spiega una nota ufficiale del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali- «chi predica e fa conoscere il Verbo della vita può raggiungere con parole, suoni e immagini -vera e specifica grammatica espressiva della cultura digitale- persino singole e intere comunità in ogni continente, per creare nuovi spazi di conoscenza e di dialogo giungendo a proporre e realizzare itinerari di comunione».
Cuore delle celebrazioni di quest’anno sarà la diocesi di Caserta, dove è stato organizzato l’annuale Festival della Comunicazione sociale. ”Non ci ha colti impreparati il tema e il messaggio di quest’anno, che è in sintonia con l’Anno Sacerdotale e mette in risalto la figura del sacerdote inserito in un’azione pastorale che tenga conto del mondo digitale – ha spiegato don Roberto Ponti, presidente del Centro Culturale San Paolo, organizzatore della Settimana insieme con la Società San Paolo, le Figlie di San Paolo e la diocesi campana e che vedrà dispiegare durante i sette giorni sessanta eventi e circa un centinaio di ospiti.
(via SpiritualSeeds)
TARANTO, NUOVA CHIESA BEATO NUNZIO SULPRIZIO
“Nel 1998, Monsignor Guglielmo Motolese, Arcivescovo Emerito di questa città, con cui sono impegnato nella realizzazione di quel sogno di accoglienza che egli ha voluto chiamare “Cittadella della Carità”, mi convoca alla presenza di don Antonio Cotugno, parroco del Beato Nunzio Sulprizio, dando il via, con l’incarico di progettare la nuova chiesa, alla lunga e positiva collaborazione proseguita in modo coraggioso ed esemplare dal suo giovane successore, don Giuseppe Carrieri”. Inizia cosi il racconto dell’arch.Carmelo Giummo, figura nota alla nostra città la cui “firma”rimarrà impressa nella Chiesa del Beato Nunzio Sulprizio, la nuova chiesa che verrà consacrata il prossimo 2 maggio.” La nuova chiesa, che nasce all’interno del 4° comprensorio della 167 in un’area urbana ormai intensamente urbanizzata, sviluppa con le sue pertinenze (sagrestia, cappella feriale), una superficie di poco superiore agli ottocento metri quadrati.
Dal 2000 al 2005 una sequela di pratiche e adempimenti burocratici, non ultimo l’adeguamento del progetto strutturale alla normativa antisismica entrata in vigore in seguito al tragico evento di San Giuliano di Puglia.
Nel dicembre del 2005 la firma del Contratto di Appalto con la GIPI Appalti srl di Pietro Gallone; nel Febbraio del 2006 il verbale di consegna dei lavori all’Impresa e nel febbraio del 2009 il Certificato di Regolare esecuzione.
Tra queste date, al loro interno, ancora vicende burocratiche, ancora storie di lavoro e di impegno, di incontri e di discussioni; di emozioni e di volti.
Della equipe di progettazione fanno parte gli ingegneri Bruno Cucinato e Giuseppe Carlucci, strutturisti; gli ingegneri Girolamo Doria per gli impianti e Vito Spada, coordinatore per la sicurezza, mentre Responsabile del procedimento è l’ingegner Domenico Mancini.”Note tecniche a cui si aggiungono quelle di carattere eminentemente religioso con il giovane parroco, don Giuseppe Carrieri il quale illustra la solenne cerimonia in programma il prossimo 2 maggio alle ore 19.” La celebrazione, presieduta da Sua Eccellenza Mons.Benigno Papa è altamente suggestiva ricca di momenti significativi.Il rito della dedicazione consterà di quattro momenti:l’ingresso in chiesa, la liturgia della Parola,la dedicazione e l’unzione della chiesa e dell’altare, la celebrazione eucaristica.La celebrazione avrà inizio nell’edificio che finora è stato utilizzato come chiesa mentre la nuova Chiesa sarà chiusa e al buio.Dopo una breve processione, all’ingresso della Chiesa da consacrare, coloro che hanno condotto i lavori di progettazione e costruzione consegnano le Chiavi al Vescovo che le affida al parroco affinchè apra le porte e dia al Vescovo e a tutta l’assemblea la possibilità di entrare e prendere parte alla celebrazione.”Ci piace raccontare di questo straord inario momento della vita diocesana e comunitaria tarantina riportando all’arch.Giummo il filo del racconto:” Tra gli artisti che in diverso modo sono stati coinvolti nel percorso creativo destinato a proseguire nel tempo per dare l’opera completa in ogni sua parte, Suor Agar Loche, della Domus Dei di Roma, John Valerio e Giuseppe Russo, scultori; Francesco Selvaggi, artista del vetro.
In un’epoca di dolorose chiusure e incomprensioni ho cercato, con questa chiesa, di costruire un muro aperto, metafora dell’accoglienza, che possa essere incrocio di innumerevoli, diversi sentieri; di diversi possibili cammini. Ho poi provato a lanciarlo, questo muro, come un canto o un grido o una preghiera, verso l’azzurro, per ricordare a noi tutti una possibile direzione alle nostre vite.
Il muro ( già segno di incomprensioni e di antiche divisioni ) sostiene la copertura di un organismo di comunione destinato a costruire “nuova comunicazione” fra gli uomini.
In una atmosfera sospesa, grandi masse compatte (sono riproposti, ai fianchi del presbiterio, i grandi volumi sospesi delle cantorie che riemergono in antiche, note atmosfere spirituali) si accampano nello spazio puro con forza e vigore e dalla luce hanno vibrazioni che le rendono immateriali.
Il candore di superfici e volumi, il gioco di luci colorate delle vetrate, la purezza delle forme fanno poi evidente riferimento alla chiara, semplice, essenziale spiritualità del santo fanciullo, del Beato Nunzio Sulprizio, cui quest’opera è dedicata, quasi a ricreare per lui quella atmosfera di serenità e di leggerezza, di gioco festoso di cui la sua brevissima e sofferta esistenza fu priva.
L’uomo ed il creato trovano la loro efficace espressione in uno spazio sacro di spessore a-temporale. Centrale è l’immagine del Cristo: sospeso ad una croce di luce, contro il vetro solare della grande croce latina leggermente patente ritagliata in un setto a tutta altezza: un Cristo crocifisso di bronzo di dimensione poco più che reale, si inquadra, sospeso nella luce dorata: è già quasi una resurrezione. La chiusura è di don Giuseppe: “ Si tratta di un momento assolutamente eccezionale sia per la solennità e il significato presente in tutti i momenti della celebrazione, sia per la comunità parrocchiale che dal momento della sua nascita (1970)ha sempre, soprattutto negli ultimi anni, atteso con trepidazione l’arrivo di questo momento contribuendo e collaborando in modo molto significativo e continuo, sia per lo stesso Vescovo che ha più volte mostrato di attenderlo con gioia”. Ricco il carnet degli appuntamenti tra i quali spicca l’incontro a più voci, lunedi 3 maggio con lo stesso arch.Giummo e l’intervento di suor Agar Loche.Sino al prossimo 5 maggio nel ricordo del Beato Nunzio Sulprizio con la processione,la banda musicale e i fuochi pirotecnici.
Tomba vuota: bende e sudario. E la Sindone?
Alcune provocazioni bibliche in preparazione all’ostensione della Sindone
E’ possibile o no precisare in cosa sia stato avvolto il corpo di Gesù? I Sinottici parlano soltanto di un lenzuolo. Descrivendo la sepoltura cui ha provveduto Nicodemo, Giovanni parla di othonia, e aggiunge qui un sudario, soudarion. Come armonizzare questi dati? Questi dettagli confermano o isolano la Sindone di Torino? Le discussioni a riguardo sono molteplici ma senz’altro c’è da indicare giustamente i limiti dell’argomento esegetico. Molti esegeti hanno cercato sinergie tra i dati di Giovanni e quelli dei Sinottici. Alcuni hanno sostenuto che il lenzuolo dei Sinottici coincide con il sudario di Giovanni; tuttavia la parola sudario – che traduce soudarion- non indica un grande lenzuolo, ma una tela che ricopre la testa. Altri, per conciliare i quattro Vangeli, hanno proposto questa soluzione: qualcuno avrebbe strappato il lenzuolo dei Sinottici, ed ottenuto in tal modo le bende di Giovanni. Una tale operazione però sembra inverosimile: se si vuole avere delle bende, non certo si compra un grande pezzo di tela per poi strapparlo. Alcuni fanno notare che la parola greca othonia indica non tanto delle piccole bende, quanto dei pezzi di tela; pertanto, i panni del quarto Vangelo e il sudario dei Sinottici sarebbero la stessa cosa. Altri aggiungono: la parola sindòn è mal tradotta: questo termine non significa necessariamente un solo pezzo di tela simile a un lenzuolo, ma può anche indicare due pezzi, che sono appunto le piccole bende di Giovanni.
Dopo questi vani tentativi di conciliazione, altri esegeti ancora tentano di combinare tutti i dati: lenzuolo, bende e sudario. Gesù sarebbe stato avvolto con un grande velo e poi con delle bende; infine, gli è stato coperto il volto con un sudario. Ma così sostenendo si cade nel peggior concordismo. Alcuni ritengono che non sia possibile conciliare Giovanni e i Sinottici, lenzuolo e bende. Qualcuno ha voluto concludere che vi siano state due sepolture: la prima la sera del venerdì, e sarebbe quella di cui parlano i Sinottici: il corpo, non lavato, fu allora avvolto rapidamente in un lenzuolo; poi, la sera del sabato, gli apostoli tornarono per completare la sepoltura: ripreso il corpo, lo lavarono e lo avvolsero con delle bende, come riferisce Giovanni.
Il principale difetto di quest’ipotesi è che non ha nessun fondamento: nulla prova una seconda sepoltura del sabato sera e tutto dissuade dall’ammetterlo. Se questa proposta è stata fatta, è perchè permette di spiegare il sudario di Torino. La Santa Sindone suppone infatti che il corpo sia stato avvolto in un semplice pezzo di tela, senza essere lavato, in modo che il sangue e il sudore abbiano potuto produrvi l’impronta che noi conosciamo. Con l’uso delle bende l’imprensione di quell’immagine diventa impossibile. D’altra parte, il desiderio di fede di salvare il sudario di Torino non può leggittimare una tesi che rimane di per sè inammissibile, quella di due sepolture successive.
Ma a questo punto, bisognerebbe rinunciare all’idea di conciliare Giovanni con i Sinottici. Nè l’uno nè gli altri hanno preteso di fornire esatte rappresentazioni delle cose. Forse, è Giovanni che merita il maggior credito. I Sinottici hanno parlato di un lenzuolo come del modo normale di seppellimento, senza pretendere di descrivere un particolare storicamente oggettivo. Questo particolare, senza dubbio essi non l’hanno osservato, e non è lecito considerare il loro racconto come rigoroso, a tal punto da poterne trarre conclusioni scientifiche. Se bisognasse sceglierere, sarebbe preferibile scegliere Giovanni, pur dubitando che i suoi othonia siano delle bende. Questo modo di avvolgere le mummie in Egitto non era molto abituale in Palestina, e può darsi che Giovanni ne avrebbe parlato solo per far pensare ai legami della morte spezzati da Gesù (cfr. Gv 11, 44).
In definitiva, i dati del Vangelo, molto semplici e difficilmente conciliabili – è da considerare che su di essi i Sinottici non ci trasmettono una testimonianza diretta -, non sono di un realismo abbastanza preciso da permetterci di dirimere il dibattito sulla Sindone di Torino. Un conto è lo studio esegetico, un conto sono le discussioni degli storici, fotografi, chimici e scienziati; a questi tutta la cura di dire tutto il possibile su questa santa reliquia.
E’ conveniente fare un’ultima osservazione sulla descrizione di Giovanni, dove egli vuole mostrare che i panni della sepoltura sono ben ordinati: gli othonia per terra, il soudarion ripiegato e messo da parte. Perchè Giovanni dà queste precisazioni? Senza dubbio per mostrare che non si tratta di un furto, di un rapimento ordinario, ma far capire che una mano divina è passata di là, una mano non umana, direbbe Pascal. Se dei ladri oppure gli apostoli avessero messo mano al corpo in fretta e furia per rapirlo, la biancheria sarebbe rimasta alla rinfusa come quando nelle tombe d’Egitto sono state rubate le mummie. Tutto invece è ordinato, come se Dio, oppure i suoi angeli, avessero voluto prendere il Signore senza buttare all’aria niente.
A ricordo del Terremoto dell’Aquila
La notte del 6 aprile 2009 il terremoto ha distrutto la città dell’Aquila, provocando 70 mila sfollati. Circa venticinquemila aquilani hanno ricordato nella notte le vittime partecipando alla fiaccolata partita dalle frazioni di Torrione, Sant’Elia, Roio, Pettino e arrivata in piazza Duomo. Qui, nella piazza che la notte di un anno fa accolse subito i cittadini che avevano lasciato le loro abitazioni, i rintocchi della campana della chiesa delle Anime Sante hanno onorato la lettura dei nomi delle vittime. Poi, una messa di suffragio, nella basilica di Collemaggio, Celebrazione che gran parte degli aquilani ha potuto seguire solo attraverso i maxischermi posizionati esternamente. Al termine della messa, il vescovo ausiliare, Mons. Giovanni D’Ercole, ha dato lettura del messaggio inviato dal segretario di Stato del Vaticano, Tarciso Bertone. Nessun incidente, ma solo tanto dolore anche se in precedenza, nel corso del Consiglio comunale straordinario svoltosi nel tendone allestito in piazza Duomo, non era mancata qualche sporadica contestazione durante la lettura del messaggio del presidente del Consiglio da parte del cosiddetto “popolo delle carriole”. Nel suo messaggio, Berlusconi ha ricordato l’impegno della Protezione civile: “70 mila persone intervenute a vario titolo nelle attività di sostegno alle popolazioni colpite, con 5.957 tende, con 107 le cucine da campo, con 47 posti medici avanzati e un ospedale da campo a supporto del locale nosocomio parzialmente inagibile oltre ai quasi 200 nuovi edifici antisismici costruiti in tempi record. Alla riapertura dell’anno scolastico tutti i 17.567 studenti della zona colpita dal sisma – ha aggiunto – hanno regolarmente ripreso l’attività”.
BUONA PASQUA!
Parlare delle tradizioni pasquali che si sono svolgono nel nostro Sud ed in tutta la provincia di Taranto in particolare, è quasi un voler tornare indietro nel tempo per ognuno di noi.
Un’età nel corso della quale i ritmi della vita erano ancora quelli scanditi dal suono delle campane e non dalla “suoneria” all’ultimo grido scaricata sul proprio cellulare.
Nella nostra Settimana Santa si continua a vivere ancora oggi un atteggiamento piuttosto mesto, nel quale praticamente tutti si ricordano, in un modo o nell’altro, del sacrificio di Cristo sulla croce.
In queste giornate, come in una sorta di “recital senza copione”, dove tuttavia ognuno poteva e può ritagliarsi una propria parte ben precisa e consapevole, ci si è preparati ancora una volta alla fatidica “attesa”. Una Speranza che ha valenza per tutto l’ anno se non, addirittura, per una vita intera, come accade per molti di noi.
Per tutti Essa è comunque racchiusa nella fatidica notte del Sabato Santo nella quale anche le campane, il cui suono era stato “legato al silenzio” per ben quaranta giorni, finalmente “scapolano”, nell’inconfondibile segno che la Vita, anche per quest’anno, si è (ri)presa la vittoria sulla Morte.
Ogni Pasqua vista attraverso le lenti del nichilismo che attanaglia sempre più il nostro tempo, ci sembra sempre più uguale a quella dell’anno passato, ma siamo noi, in un certo senso, che fortunatamente cerchiamo di cambiare e possiamo cambiarla col dono della fede. Perché, in sè e per sé, il messaggio cristologico nel corso di questi millenni è rimasto sempre estremamente lo stesso: cioè attuale sotto ogni punto di vista e, clamorosamente, l’unico veramente alla portata di tutti quanti noi.
Per certi versi è forse proprio questa l’innovazione semplice e rivoluzionaria al contempo introdotta nel mondo da quel Cristo, piombato nella storia umana circa duemila anni fa: il sacrificio di Uno per recuperare tutti e la non necessità estrema di altri “mediatori” per arrivare a Lui, se non Lui stesso. Quello stesso Dio che, fattosi uomo, ogni giorno sulla croce del Golgota, media per ogni altro uomo.
Ed è’ così che il sacrificio, il dolore di ciascuno, diventa il Suo Sacrificio, il Suo Dolore, nel momento in cui l’”Uomo Divino” si trascende, toccando compiutamente il fondo, il baratro dell’”uomo umano”, cioè la morte.
Una parola che, impregnata delle superfetazioni antropologiche e deistiche affibbiatole dal tempo, nell’azione cristologica assurge invece ad un significato proprio ed ineguagliabile, che va al di là della fine di tutto, per completarsi invece nella sublimazione della fisicità, del “termine”, in favore della spiritualità, dell’eternità.
Solo così, con una fede penetrante ed oltrepassante la stessa corporeità di ognuno di noi che si ripone nel progetto messianico di Cristo, possono trovare giusta giustificazione le masse di tanti fedeli devoti che, praticamente in tutta Italia e nel mondo, stanno vivendo in questi giorni i Riti della Settimana Santa e quelli della Via Crucis in particolare.
Una forma, quest’ultima, che se da un lato corre oggigiorno il rischio di rasentare una forma di bieca abitudine e spettacolarità popolare, dall’altro racchiude ancora intatti, almeno nella propria essenza, quel crogiuolo di significati religiosi e penitenti, che una monaca spagnola, tale Eteria, vissuta intorno al V secolo, importò nell’Europa al ritorno da un viaggio a Gerusalemme.
(FLORIANO CARTANI’)
Anche quest’anno, in occasione della cosiddetta festività delle Palme, alcune mamme di bambini che hanno frequentato o che frequentano la scuola dell’infanzia “Sacro Cuore” di Carosino, retta da suor Paola del Divino Amore, hanno inteso partecipare alla raccolta di fondi in favore delle missioni di questo sodalizio religioso. Si tratta di delegazioni sparse nei quattro continenti, che vedono impegnate in prima fila le religiose nell’attuare una forma di apostolato attraverso il proprio conforto e la parola di Dio nel mondo intero. Dal Perù alle Filippine, dall’India alla Colombia, questi progetti sono nati un pò ovunque spontaneamente, possono sembrare dei minuscoli contributi nel mare grande dei problemi dell’infanzia di quei territori: come i bambini abbandonati, gli orfanelli o quelli privi di qualsiasi profilo di istruzione. Ma anche per questa forma di dono, vale l’espressione coniata dalla stessa Madre Teresa di Calcutta che soleva ripetere in simili circostanze:” Anche se la più piccola delle carità è solo una goccia nell’oceano, l’oceano senza quella goccia sarebbe più povero”. In primo piano quindi, al di là delle realizzazioni vere e proprie, la cosiddetta “cultura del donarsi” intesa soprattutto come vero e proprio atto d’amore in favore del prossimo. Una tematica questa molto a cuore anche all’attuale parroco di Carosino don Lucangelo De Cantis. Attraverso tali gesti, infatti, questi graziosissimi lavoretti artigianali delle mamme finiscono con l’assumere un valore immensamente simbolico che va certamente oltre quello meramente materiale. Come nelle passate edizioni sono stati in diversi a fermarsi e devolvere il proprio contributo presso l’apposito banchetto di raccolta fondi, dove era possibile visionare anche alcune istantanee scattate dalle stesse suore del Divino Amore, le quali forniscono un contributo visivo al degrado incontrato dalle religiose nel corso delle loro missioni e testimoniano le opere costruite in fasore di questi fratelli bisognosi.
Il gruppo dei Giovanissimi di don Graziano Lupoli, vicario della parrocchia Santa Maria delle Grazie, guidati dallo stesso parroco don Lucangelo De Cantis, hanno predisposto una preparazione ai riti della Settimana Santa, con uno stupendo momento di preghiera e di canti che ha coinvolto la comunità e che ha avuto come scopo quello di farci immergere adeguatamente nel Mistero per eccellenza della cristianità. L’incontro è stato tenuto nella stessa chiesa Madre della cittadina jonica gremita di fedeli ed ha visto l’alternarsi di canti, riflessioni e preghiere, che hanno celebrato la vita, la fede, l’attesa e la speranza dell’uomo, quale fruitore “…dell’Amore Immenso di Dio, il quale è fautore e custode del cammino di ogni creatura verso la pienezza del suo esistere.”
Floriano Cartanì
L’oratorio Diocesano a Teramo
Nelle parrocchie della città di Teramo è realtà molto diffusa quella della frammentazione delle iniziative per i giovani. Esistono tante piccole comunità, ma non c’è un centro che si occupi di coordinare e integrare le attività, siano esse spirituali che ludiche.
Un oratorio cittadino riuscirebbe, molto probabilmente, a inserirsi bene in questo che sembra un arcipelago variegato. L’idea è di collocare il centro di aggregazione, in modo trasversale rispetto a tutte le iniziative delle parrocchie. In più potrebbe accogliere anche quei ragazzi che non appartengono a nessun gruppo in particolare.
Ora questo progetto sta per diventare realtà.
Nelle settimane scorse si è svolta anche una raccolta durante le messe domenicali della Diocesi, per recuperare parte dei fondi occorrenti.
I parroci, insieme al vescovo della Diocesi di Teramo -Atri, Monsignor Michele Seccia, hanno da tempo gettato le basi, pur tra mille difficoltà, per realizzare un progetto interessante che dia seguito al lavoro che da anni portano avanti i responsabili della Pastorale giovanile.
Esiste uno studio di fattibilità da parte dell’associazione “Amici della Famiglia” per questo centro aggregativo che presto avrà finalità per luogo d’incontro, educazione e formazione.
Nei locali si potrà ascoltare musica, consultare libri, internet, proiettare film educativi, svolgere giochi di società, partecipare a convegni e seminari e praticare anche momenti di spiritualità.
Ci sarà spazio anche per attività manuali come cucito, ricamo, pittura con relativi corsi formativi. Un luogo che, secondo le intenzioni dei parroci, vedrà anche incontri di generazioni diverse e iniziative a sostegno delle famiglie.
Da alcuni mesi i prelati ne parlano nei loro incontri.
Il progetto che avrebbe un costo iniziale di circa 30.000 euro, sarebbe finanziato dalle stesse parrocchie con l’aiuto anche di contributi previsti dalla legge per le iniziative a sostegno della gioventù.
La sede è stata individuata nei locali presenti nel palazzo del Seminario in via San Berardo a Teramo, lì dove fino a poco tempo fa esisteva un negozio di abbigliamento.
Il progetto è coordinato e condiviso con i laici delle parrocchie che aiuterebbero nella parte gestionale e organizzativa.
Il tempo libero e il gioco in particolare, oltre all’evangelizzazione, saranno gli “strumenti” che l’oratorio utilizzerà quotidianamente, per far passare nei ragazzi teramani, il messaggio dei valori cristiani dell’amicizia e cooperazione fra le nuove generazioni.
Questo centro giovanile avrà anche il compito di aiutare il pronto inserimento di ragazzi e ragazze che vivono situazioni di diversità quali disagio, disabilità, o l’essere stranieri.
E’ una boccata d’ossigeno per una città che deve necessariamente pensare a nuovi spazi aggreganti e di socializzazione per i giovani.
I ragazzi a Teramo, infatti, sono alla continua ricerca di uno spazio, chiedono un contenitore che non sia solo di persone ma anche di relazioni, di dialogo, di modelli educativi.
Esiste una necessità, spesso celata nei ragazzi, cioè quella di trovare persone che si prendano cura di loro in modo autentico, accompagnandoli nella fantasia, nel trovare qualcosa di nuovo nella routine di ogni giorno con nuove proposte in apparente contraddizione con i valori spesso falsi che la società diffonde. Il nuovo oratorio diocesano, nelle intenzioni più ottimistiche, dovrà curare le interazioni con il territorio, attraverso contatti con realtà esterne, relazioni con enti e associazioni.
Insomma un progetto lodevole che, oltre a inevitabili problemi di natura finanziaria, ha comunque difficoltà di vario genere, fra cui anche l’individuazione di un’equipe di progettazione, di strategie e azioni per coordinare i volontari e le realtà parrocchiali.
Il Vescovo Sorrentino al Consiglio Comunale di Bastia Umbra
Era stato lo stesso vescovo, nell’inviare gli auguri natalizi ai sindaci dei comuni ove la diocesi è presente, a chiedere di poterli incontrare, insieme ai rispettivi consigli comunali, per poter dialogare su problemi come democrazia, accoglienza, lavoro, etc… La richiesta è nata dalla consapevolezza che la Chiesa, con il suo ricco bagaglio di insegnamento sociale e di attenzione sul campo alle necessità dei contemporanei, può e sente di dover offrire un valido contributo nella costruzione della città degli uomini, in vista del farsi della città di Dio. Senza pretese di imporre; solo con il desiderio di proporre. E nell’esercizio del ruolo profetico di cui Gesù l’ha rivestita e che diventa coscienza critica nella edificazione di una umanità autenticamente piena.
L’incontro è stato sereno e costruttivo, con la presenza, oltre che del consiglio comunale, anche di diverse associazioni. Soddisfazione è stata espressa da mons. Sorrentino e dal sindaco Ansideri, nel riconoscimento dalla capacità di ascolto e di dialogo in nome di valori fondamentali. Alla fine dell’incontro la Pro Loco ha voluto omaggiare il vescovo del calendario 2010.
Ivano Parlanti
L’ICONA DELLA RISURREZIONE NELLE FAMIGLIE DELLA DIOCESI
Con l’inizio della Quaresima è iniziato il pellegrinaggio verso la Pasqua ed anche una nuova fase della Missione in vista dell’evento Tenda del Risorto. Anche in questa occasione, come per l’Avvento, si è voluto scegliere, come segno da lasciare alle famiglie a ricordo della benedizione pasquale, un qualcosa che avesse carattere diocesano. Per cui quasi in tutte le famiglie della diocesi sarà portato una rappresentazione dell’incontro tra Gesù Risorto è il suoi discepoli, “8 giorni dopo” (Gv 20, 26). Si tratta dell’incontro in cui è presente Tommaso, precedentemente assente e desideroso di vedere il Signore per toccarne i segni della passione. La scena riprende appunto il momento in cui Tommaso tocca la ferita del costato del Redentore e fa la sua professione di fede: a Colui che si presenta come Pace, Tommaso affida la sua esistenza, diventandone, insieme agli altri undici, il testimone qualificato di una beatitudine scaturita dalla visione. Ma Gesù, aggiunge: «perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Facendo, in tal modo, di Tommaso un comunicatore della esperienza vissuta: ascoltando dalla sua voce (e dalla sua vita) l’annuncio del Cristo gli uomini e le donne potranno credere.
L’icona vuole ricordarci che noi abbiamo avuto modo di conoscere Cristo Signore; non possiamo non annunciarlo al mondo, a partire da un rinnovato annuncio nelle nostre comunità parrocchiali perché esse siano sempre più vive e segno della partecipazione alla resurrezione del Maestro.
Mons. Domenico Pompili a Pordenone
Si è tenuto ieri sera presso il Seminario della Diocesi di Concordia-Pordenone l’atteso intervento di Mons. Domenico Pompili all’interno del corso di formazione socio-politica sull’enciclica Caritas in Veritate, promosso dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale, lavoro, giustizia, pace e salvaguardia del creato, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Rufino di Concordia” di Portogruaro (VE).
Il tema della serata era “Tecnica: mito o garanzia di futuro?”, una domanda che Mons. Pompili non ha esitato a definire subito “retorica”: la tecnica, in vero, non è né mito né garanzia, bensì piuttosto “decisivo fattore umano per un verso e probabile rischio disumanizzante per l’altro”.
L’approccio al tema della tecnica non poteva non sfociare in un altro tema a lui caro, quello dello sviluppo tecnologico e dei media, che, ha ribadito “non vanno percepiti come semplici strumenti bensì come veri e propri ambienti” che ci pervadono e condizionano, portando per questo stesso motivo in sé stessi il seme della non-neutralità. Questi ambienti vanno oggi abitati consapevolmente, con atteggiamento curioso e vigile al tempo stesso, lontani da facili demonizzazioni ed eccessivi entusiasmi. Vanno capiti, compresi, utilizzati e popolati anche perché possono rappresentare quella sorta di “cortile dei gentili” che molto bene ha raffigurato il Santo Padre nel suo recente messaggio per la 44^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.
Ci troviamo in un’epoca storica in cui la Chiesa vive il passaggio da un decennio dedicato alla comunicazione ad uno dedicato all’educazione e, alla luce della Caritas in Veritate, Mons. Pompili ha indicato tre vie da percorrere per la nuova sfida educativa che il continente digitale ci pone davanti: la via della conoscenza, che ci porta alla ricerca di una verità assoluta e ultima, lontana da verità e approcci parziali; la via dell’agire rispetto a quella del semplice fare o partecipare perché solo nell’azione si giunge alla vera libertà; infine la via del vivere, trasformando il semplice “sentire” in “amore” vero e proprio, con uno slancio di fiducia senza il quale è impossibile aprirsi alla realtà oltre le apparenze.
“Scienza – Ragione – Fede. Il genio di Padre Matteo Ricci”
Convegno Internazionale
Roma, 2 Marzo 2010
Macerata, 4 – 6 Marzo 2010
Roma, martedì 2 Marzo 2010
Aula Magna Pontificia Università Gregoriana
“In tutto mi accomodai a loro” – Padre Matteo Ricci plasamato dai Cinesi.
Programma:
Indirizzi di Saluto
9.00 Gianfranco Ghirlanda SJ – Rettore Magnifico Pontificia Università Gregoriana (P.U.G.)
Daniel Patrick Huang SJ – Assistente Regionale per l’Asia Orientale e l’Oceania della Compagnia di Gesù
Mons. Claudio Giuliodori - Vescovo della Diocesi di Macerata
9.30 Ragioni, finalità e struttura della giornata
Felix Körner SJ
Pro-Preside – Istituto di Studi Interdisciplinari su Religioni e Culture (LS.IR. C.) – P.U.G.
9.45 L’esperienza iniziale di p. Matteo Ricci a Zhaoqing (1583-1589). Implicazioni per una teologia e prassi della inculturazione oggi.
Don Mario Florio – Istituto Teologico Marchigiano (Aggregato P.U.G.)
10.30 Intervallo
11.00 II significato e l’importanza di p. Matteo Ricci per l’attuale evangelizzazione in Cina
Augustine Tsang Hing-to SJ – Fu Jen Catholic University di Taiwan
11.45 Dibattito
Moderatrice: Dott.ssa Ilaria Morali - Pontificia Università Gregoriana
Pausa
15.00 Introduzione alla seconda parte
Felix Körner SJ – Pro-Preside I.S.I.R.C. – P.U.G
15.15 Terminologia cinese e occidentale nella Mnemotecnica ricciana
Dott.ssa Chiara Piccinini – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
16.00 “Egli ha da essere come io et io come egli”. E Matteo Ricci e la scelta Dell’amicizia
come primo libro per i cinesi: spunti e problemi per una Teologia cattolica delle religioni
Dott.ssa Ilaria Morali – Pontificia Università Gregoriana
17.00 E Matteo Ricci plasmato dai cinesi
Nicolas Standaert SJ – Katholieke Universiteit Leuven
17.45 Dibattito
Moderatore: Felix Körner SJ – Pro-Preside I.S.I.R.C. – P.U.G.
18.15 Conclusioni
Dott.ssa Ilaria Morali – Pontificia Università Gregoriana
Macerata, 4 – 6 Marzo 2010
Auditorium San Paolo
Programma del Convegno:
Giovedì 4 Marzo 2010 (ore l6.00) Apertura dei lavori
Saluti Roberto Sani
Rettore dell’Università degli Studi di Macerata
Mons. Claudio Giuliodori
Vescovo della Diocesi di Macerata -Tolentino -Recanati – Cingoli -Treia
Gianfranco Ghirlanda SJ
Rettore della Pontificia Università Gregoriana
Mario Florio
Preside dell’Istituto Teologico Marchigiano (Aggregato P.U.G.)
Saluti delle Autorità Civili
Prolusione: Ragione, cultura e fede
Card. Camillo Ruini
Presidente del Comitato per il Progetto Culturale della C.E.I
Relazione:
Astronomia, scienza e fede
Marco Bersanelli
Astrofisico, Università degli Studi di Milano
Moderatore
Edoardo Bressan
Università degli Studi di Macerata
I Sessione: Il contesto storico-ecclesiale e la formazione di P. Matteo Ricci
Venerdì 5 marzo 2010 (ore 9.00)
Presiede Agostino Giovagnoli
Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano
Interventi:
Il cattolicesimo nel mondo moderno e l’espansione della Chiesa
Paola Vismara
Università degli Studi di Milano
L’opera di p. Matteo Ricci nel quadro dello slancio missionario della Chiesa post-tridentina
Roberto Sani
Università degli Studi di Macerata
La formazione di un gesuita ai tempi di p. Matteo Ricci
Robert Maryks
City University of New York
Pausa caffè
Le fonti antiche negli ultimi scritti morali di p. Matteo Ricci
Margherita Redaelli
Scuola Normale Superiore, Pisa
Dire “Dio” in cinese: la traduzione del Signore del Cielo
Alessandra Chiricosta
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Moderatore Mario Florio
Preside Istituto Teologico Marchigiano (Aggregato P.U.G.)
II sessione: Strumenti e percorsi culturali nel dialogo con i cinesi
Venerdì 5 marzo 2010 (ore 15.00)
Presiede: Roberto Sani
Università degli Studi di Macerata
Interventi:
Le categorie filosofiche nella missione gesuitica
Elisabetta Corsi
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Confucianesimo, buddismo e taoismo nelle opere di p. Matteo Ricci
Franco Di Giorgio
Studioso di Religioni
Pausa cafre
L’ars moriendi nell’opera dei missionari in Cina
Eugenio Menegon
Boston University
Aspetti filosofici ed ermeneutici nel significato del Signore del Cielo”
Giuseppe Jing
Istituto Monumenta Serica, Sankt Augustin
Moderatore Gianni Criveller P.I.M.E.
Holy Spirit Study Centre of Hong Kong
“Armonie tra Cielo e Terra” Concerto in onore di Padre Matteo Ricci e Giovan Battista Pergolesi ore 21.30
Cattedrale di San Giuliano – Macerata
III sessione: L’inculturazione del Vangelo nella società
Sabato 6 marzo 2010 (ore 9.00)
Presiede Card. Stanislaw Rylko
Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici
Interventi:
II metodo missionario di p. Matteo Ricci
Gianni Criveller P.I.M.E.
Holy Spirit Study Centre of Hong Kong
La Comunità cristiana ed il funerale di p. Matteo Ricci
Nicolas Standaert SJ.
Katholieke Universiteit Leuven
Pausa caffè
L’iniziazione sacramentale nella missione ricciana
Ad Dudink
Katholieke Universiteit Leuven
La vita spirituale di p. Matteo Ricci
Don Benedetto Testa
Istituto Teologico Marchigiano
Moderatore Elisabetta Corsi
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
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Per informazioni:
Segreteria del Convegno:
Dott.ssa Roberta Tonnarelli
Tel.: 0733 291390
www.convegnoricci.diocesimacerata.it
Ricettività alberghiera ed ospitalità:
Provincia di Macerata Centro Informazioni e Accoglienza Turistica – IAT Piazza della Libertà, 9 – Macerata Tel: 0733.234807 – Fax 0733.266631
Ufficio Diocesano Accoglienza:
Dott.ssa Serena Menichelli
Tel.: 0733 240889 Fax: 0733.440017
Chiesa Italiana e Mezzogiorno
“La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi dell’economia e della politica meridionali”: i vescovi italiani denunciano duramente la “tessitura malefica” delle mafie, che “avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. E mettono in guardia dal “rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, la Cei si schiera col Sud, senza nascondere i problemi “irrisolti” ma soprattutto lanciando un appello “al coraggio e alla speranza”: “Facciamo appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera”. Un invito soprattutto per i giovani, chiamati a “parlare e testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno” e ad “abbracciare la politica intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale”.
POLITICA – I vescovi sottolineano “l’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti”. Di fatto, “l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”. La Cei auspica “nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva” e un maggiore coinvolgimento dei giovani in politica, investendo sulla loro formazione e capacità “per disporre domani di una classe dirigente adeguatamente preparata”. Infine, un appello: “Abbiamo il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili. Non si tratta di ipotizzare scenari politici diversi, quanto, piuttosto, di sostituire alla logica del potere e del benessere la pratica della condivisione radicata nella sobrietà e nella solidarietà”.
MAFIE – Una “piaga”, un “cancro”, una “tessitura malefica”: i vescovi non lesinano parole per condannare ogni forma di criminalità organizzata, dalle ecomafie al controllo malavitoso del territorio. “Le mafie sono strutture di peccato” avverte la Cei, invitando la stessa Chiesa meridionale a “non limitarsi alla denuncia” e a “non cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile”. Il documento cita le “luminose testimonianze” di don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, che “ribellandosi alla prepotenza della criminalità organizzata, hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani”. A fianco di questi fenomeni, la Cei punta il dito contro “diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…)”.
FEDERALISMO – I vescovi chiedono “un sano federalismo”, “solidale, realistico e unitario” che sarebbe “un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all’interno di un ‘gioco di squadra’ (…) Ci è congeniale considerarlo come una modalità istituzionale atta a realizzare una più moderna organizzazione e ripartizione dei poteri e delle risorse, secondo la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro”. La soluzione federalista – si legge nel documento – ha il compito di “stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale”.
LAVORO E GIOVANI – “I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa”: è questo l’appello dei vescovi, unitamente alla condanna del lavoro sommerso che “non frena” la disoccupazione, che “non è certo un sano ammortizzatore sociale” e “sconta talune palesi ingiustizie intrinseche (assenza di obblighi contrattuali e di contribuzioni assicurative, sfruttamento, controllo da parte della criminalità)”, oltre al fatto che “causa delusione e frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree europee”. I vescovi invitano il Sud a investire in formazione, ma anche a valorizzare potenzialità e risorse, come la posizione strategica nel Mediterraneo, il patrimonio ambientale e culturale. Inoltre, “le regioni meridionali devono saper trovare una unità strategica, coordinandosi di fronte alle esigenze sociali in vista di una politica economica che porti effettivamente alla crescita”.
ASSOCIAZIONISMO – La Cei valorizza il ruolo dell’associazionismo – religioso e non – diffuso soprattutto tra i giovani, che hanno dato vita a “esperienze di volontariato e a reti di solidarietà, non volendo più sentirsi vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento”. La Chiesa nel Sud, “non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando e stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena. Le Chiese hanno fatto sorgere e accompagnato esperienze di rinnovamento pastorale e di mobilitazione morale, che hanno coinvolto numerosi laici e tante aggregazioni laicali, sia tradizionali sia di recente creazione, come le associazioni antiusura e antiracket”.
IMMIGRAZIONE – “La massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà. Molto spesso – si legge nel documento – proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati”.
SOLIDARIETÀ – “La condivisione è il valore su cui prioritariamente vogliamo puntare” scrivono i vescovi. Che coniugano la solidarietà nazionale con il protagonismo della popolazione del Sud: “Per non perpetuare un approccio assistenzialistico (…), occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee e risorse tra le diverse parti del Paese”. Uomini e donne del Sud “non possono attendere da altri ciò che dipende da loro” e “va contrastata ogni forma di rassegnazione e fatalismo”, favorendo invece “un atteggiamento costruttivo”. Ugualmente, si fa appello a una vera solidarietà, perché – ribadisce la Cei – “il Paese non crescerà se non insieme”. Così se da una parte vanno “ripensate e rilanciate le politiche di intervento” a favore del Mezzogiorno, dall’altra “l’impegno dello Stato deve rimanere intatto nei confronti dei diritti fondamentali delle persone, perequando le risorse, per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale”.
(estratto da “il Velino”)
Non si governa la Chiesa come si fa con le cose umane
di Bruno Mastroianni, Tempi, 18.2.2010
Non c’è da preoccuparsi per il disco rotto che è tornato a suonare: “il Papa è isolato e non si preoccupa di governare”. Si è detto lo stesso per tutte le altre vicende mediatiche del pontificato. Cambiano le circostanze ma il tasto che alcuni battono è sempre quello.
E il problema non è nemmeno Ratzinger: si dicevano cose simili anche per Wojtyla, il quale secondo i soliti critici, troppo proteso all’esterno, trascurava la curia. Probabilmente, se ci cimentassimo in una disamina dei pontificati degli ultimi duemila anni, per ogni Papa troveremmo un coro di voci critiche pronte a spiegare come governare meglio la Chiesa.
Perché, alla fine, la questione è un’altra: tutto nasce dall’errore di trattare la Chiesa con gli stessi guanti con cui si maneggiano le cose umane. Non a caso in tante analisi – dotte e informate agli occhi dell’opinione pubblica – c’è sempre una medesima lacuna. Tra misurazioni degli equilibri di potere, rilievi su sbavature di governo, raccolta di indiscrezioni e proiezioni su scenari futuri, raramente c’è traccia di quell’unica domanda che varrebbe la pena porsi: cos’è che da duemila anni fa funzionare la Chiesa? Seguendo questa pista, di sicuro, si potrebbe iniziare a capire perché Benedetto – come tanti altri predecessori – più che alle manovre curiali si dedica ai contenuti della fede.
Nel recente messaggio per la Quaresima il Papa cita Gesù che definisce «ingenuo e miope» chi crede che il male dipenda solo da cause esteriori: per realizzare il bene occorre anzitutto che cambino i cuori. Un testo da rileggere, visto il periodo.












