
Giovanni Chifani
La rubrica segue la traccia offerta dal volume di don Giuseppe Bellia, Servi di Chi. Servi perchè. Piccolo manuale della diaconia cristiana, Ed. Rogate, Roma 2010.

Giovanni Chifani
Monsignor Fisichella: “‘L’arte è espressione e rappresentazione del Vangelo”
CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 13 gennaio 2012– Prosegue il percorso tracciato da Una porta verso l’Infinito. L’uomo e l’Assoluto nell’arte, il progetto promosso dall’Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma, che vuole essere una riflessione sull’arte come strumento di trasmissione della fede.
Domani mattina questa “Porta” si riaprirà nuovamente per condurci Sulla via della bellezza, come suggerisce il titolo della conferenza che si svolgerà alle 10.30 nella Sala Rossa del Palazzo Apostolico Lateranense.
«Il convegno intende approfondire le ragioni teologiche e culturali che animano il progetto – spiega a Zenit, don Walter Insero, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni sociali e direttore del progetto -. Grazie alle diverse prospettive che i relatori ci offriranno, rifletteremo sul rilancio della nuova evangelizzazione nella città di Roma, mettendo a fuoco principalmente l’arte e la comunicazione».
In questa via della bellezza, infatti, incontreremo tre illustri protagonisti: monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione; l’architetto Paolo Portoghesi, docente della Sapienza Università di Roma e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.
Accogliendo l’invito formulato da Benedetto XVI al convegno diocesano dello scorso giugno a percorrere la strada dell’arte per avvicinare alla fede, i relatori si confronteranno sul tema dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, attraverso tre differenti prospettive – quella teologica, artistica e della comunicazione – mediante la via della bellezza, “che conduce a Colui che è, secondo Sant’Agostino, la Bellezza tanto antica e sempre nuova”.
Il linguaggio dell’arte, dunque, vissuto come una traccia da perseguire per arrivare alla strada privilegiata che porta direttamente a Dio e alle meraviglie del Creato, diventando, di conseguenza, strumento per la Nuova Evangelizzazione.
Proprio di questo Zenit ha parlato con monsignor Fisichella che ha dichiarato alla nostra agenzia come la via della bellezza sia “una via maestra”.
“Il cristianesimo dalle origini – spiega il presule – ha avuto con l’arte un rapporto privilegiato, poiché essa, nel susseguirsi di venti secoli di storia, attraverso capolavori di musica, poesia, pittura e scultura, non ha fatto altro che esprimere e comunicare la bellezza del Vangelo”.
Per tanto tempo, però, prosegue monsignor Fisichella, “la teologia ha comunicato solo con la filosofia”, e questo “se da una parte è stato positivo perché ne ha approfondito i contenuti”, dall’altra “ha impoverito la presentazione del Vangelo a mera scienza”.
“Credo, perciò, che sia importante non dimenticare che nel dialogo tra il teologo e il filosofo sia necessaria la presenza dell’artista – sottolinea il vescovo – perché il Vangelo non può essere solo ascoltato, il Vangelo è una persona, che va vista!”.
La rappresentazione del Vangelo è quindi “rappresentazione di Cristo stesso, del mistero di salvezza che supera la morte per esprimere l’amore e la vita”. Il teologo e il filosofo, aggiunge il presule, “devono riconoscere che il linguaggio usato dall’arte è un linguaggio più immediato, che va molto più al di là, nella comunicazione, di quanto possano fare la filosofia e la teologia”.
In conclusione, recuperare la via della bellezza, secondo monsignor Fisichella, vuol dire “recuperare, da un punto di vista teologico, il percorso della contemplazione”.
La bellezza, infatti, “per sua stessa natura, rapisce in essa e ci fa fermare, come il mistero che la fede presenta, che va contemplato e vissuto. In un periodo come il nostro, dove sembra che la bellezza venga meno, riproporla è una ‘provocazione’ necessaria su cui bisogna soffermarsi e riflettere”.
Il convegno di domani è il primo della serie di incontri promossi nell’ambito del progetto Una porta verso l’Infinito per l’anno 2012. L’iniziativa, che ha preso il via il 22 dicembre 2011 con il concerto su musiche di Mendelesshon e Schumann, nella Chiesa degli Artisti a piazza del Popolo, e ha visto la partecipazione del Coro del Teatro dell’Opera di Roma, prevede, inoltre, per questo nuovo anno, un calendario ricco di eventi relativi alla musica, al teatro, al cinema e alle arti figurative.
Per maggiori informazioni circa il programma e le date degli eventi, consultare il sito www.ucs.it alla voce Una porta verso l’infinito.
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA XLVI GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione” [Domenica, 20 maggio 2012] Cari fratelli e sorelle, all’avvicinarsi della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, desidero condividere con voi alcune riflessioni su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante, e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato. Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami. Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni. Gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte. Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte; anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte. Il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti. Nel complesso e variegato mondo della comunicazione emerge, comunque, l’attenzione di molti verso le domande ultime dell’esistenza umana: chi sono? che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare? E’ importante accogliere le persone che formulano questi interrogativi, aprendo la possibilità di un dialogo profondo, fatto di parola, di confronto, ma anche di invito alla riflessione e al silenzio, che, a volte, può essere più eloquente di una risposta affrettata e permette a chi si interroga di scendere nel più profondo di se stesso e aprirsi a quel cammino di risposta che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo. Questo incessante flusso di domande manifesta, in fondo, l’inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza. L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui “quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011). Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità. Non c’è da stupirsi se, nelle diverse tradizioni religiose, la solitudine e il silenzio siano spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose. Il Dio della rivelazione biblica parla anche senza parole: “Come mostra la croce di Cristo, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio. Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. (…) Il silenzio di Dio prolunga le sue precedenti parole. In questi momenti oscuri Egli parla nel mistero del suo silenzio” (Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 30 settembre 2010, 21). Nel silenzio della Croce parla l’eloquenza dell’amore di Dio vissuto sino al dono supremo. Dopo la morte di Cristo, la terra rimane in silenzio e nel Sabato Santo, quando “il Re dorme e il Dio fatto carne sveglia coloro che dormono da secoli” (cfr Ufficio delle Letture del Sabato Santo), risuona la voce di Dio piena di amore per l’umanità. Se Dio parla all’uomo anche nel silenzio, pure l’uomo scopre nel silenzio la possibilità di parlare con Dio e di Dio. “Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice” (Omelia, S. Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 ottobre 2006). Nel parlare della grandezza di Dio, il nostro linguaggio risulta sempre inadeguato e si apre così lo spazio della contemplazione silenziosa. Da questa contemplazione nasce in tutta la sua forza interiore l’urgenza della missione, la necessità imperiosa di “comunicare ciò che abbiamo visto e udito”, affinché tutti siano in comunione con Dio (cfr 1 Gv 1,3). La contemplazione silenziosa ci fa immergere nella sorgente dell’Amore, che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo, il suo Messaggio di vita, il suo dono di amore totale che salva. Nella contemplazione silenziosa emerge poi, ancora più forte, quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità. Come ricorda il Concilio Vaticano II, la Rivelazione divina si realizza con “eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto” (Dei Verbum, 2). E questo disegno di salvezza culmina nella persona di Gesù di Nazaret, mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione. Egli ci ha fatto conoscere il vero Volto di Dio Padre e con la sua Croce e Risurrezione ci ha fatti passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla libertà dei figli di Dio. La domanda fondamentale sul senso dell’uomo trova nel Mistero di Cristo la risposta capace di dare pace all’inquietudine del cuore umano. E’ da questo Mistero che nasce la missione della Chiesa, ed è questo Mistero che spinge i cristiani a farsi annunciatori di speranza e di salvezza, testimoni di quell’amore che promuove la dignità dell’uomo e che costruisce giustizia e pace. Parola e silenzio. Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo. A Maria, il cui silenzio “ascolta e fa fiorire la Parola” (Preghiera per l’Agorà dei Giovani a Loreto, 1-2 settembre 2007), affido tutta l’opera di evangelizzazione che la Chiesa compie tramite i mezzi di comunicazione sociale.
Maria, donna del silenzio
(don Tonino Bello)
Santa Maria,
donna del silenzio,
riportaci alle sorgenti della pace.
Liberaci dall’assedio delle parole.
Da quelle nostre, prima di tutto.
Ma anche da quelle degli altri.
Figli del rumore,
noi pensiamo di mascherare l’insicurezza
che ci tormenta
affidandoci al vaniloquio del nostro interminabile dire:
facci comprendere che,
solo quando avremo taciuto noi,
Dio potrà parlare.
Coinquilini del chiasso,
ci siamo persuasi di poter esorcizzare
la paura alzando il volume dei nostri transistor:
facci capire che Dio si comunica all’uomo
solo sulle sabbie del deserto,
e che la sua voce non ha nulla da spartire
con i decibel dei nostri baccani.
Spiegaci il senso profondo di quel brano della Sapienza,
che un tempo si leggeva a Natale
facendoci trasalire di meraviglia:
«Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose,
e la notte era a metà del suo corso,
la tua Parola onnipotente dal cielo,
dal tuo trono regale, scese sulla terra…».
Riportaci, ti preghiamo,
al trasognato stupore del primo presepe,
e ridestaci nel cuore la nostalgia di quella “tacita notte”.
Santa Maria, donna del silenzio,
raccontaci dei tuoi appuntamenti con Dio.
In quali campagne ti recavi nei meriggi di primavera,
lontano dal frastuono di Nazaret, per udire la sua voce?
In quali fenditure della roccia ti nascondevi adolescente,
perché l’incontro con lui non venisse profanato dalla violenza degli umani rumori?
Su quali terrazzi di Galilea,
allagati dal plenilunio,
nutrivi le tue veglie di notturne salmodie,
mentre il gracidare delle rane,
laggiù nella piana degli ulivi,
era l’unica colonna sonora ai tuoi pensieri di castità?
Che discorsi facevi, presso la fontana del villaggio,
con le tue compagne di gioventù?
Che cosa trasmettevi a Giuseppe quando al crepuscolo, prendendoti per mano,
usciva con te verso i declivi di Esdrelon,
o ti conduceva al lago di Tiberiade nelle giornate di sole?
Il mistero che nascondevi nel grembo glielo
confidasti con parole o con lacrime di felicità?
Oltre allo Shemàh Israel
e alla monotonia della pioggia nelle grondaie,
di quali altre voci risonava la bottega del falegname
nelle sere d’inverno?
Al di là dello scrigno del cuore,
avevi anche un registro segreto
a cui consegnavi le parole di Gesù?
Che cosa vi siete detto, per trent’ anni,
attorno a quel desco di povera gente?
Santa Maria, donna del silenzio,
ammettici alla tua scuola.
Tienici lontani dalla fiera dei rumori
entro cui rischiamo di stordirei,
al limite della dissociazione.
Preservaci dalla morbosa voluttà di notizie,
che ci fa sordi alla “buona notizia”.
Rendici operatori di quell’ecologia acustica,
che ci restituisca il gusto della contemplazione
pur nel vortice della metropoli.
Persuadici che
solo nel silenzio maturano le cose grandi della vita:
la conversione, l’amore, il sacrificio, la morte.
Un’ultima cosa vogliamo chiederti, Madre dolcissima.
Tu che hai sperimentato, come Cristo sulla croce,
il silenzio di Dio,
non ti allontanare dal nostro fianco nell’ora della prova.
Quando il sole si eclissa pure per noi,
e il cielo non risponde al nostro grido,
e la terra rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell’abbandono rischia di farei disperare,
rimanici accanto.
In quel momento, rompi pure il silenzio:
per direi parole d’amore!
E sentiremo sulla pelle i brividi della Pasqua.
Al mondo globalizzato serve «pace e convivenza», atteggiamenti a cui i giovani sono aperti, ma che possono essere distorti da una «realtà sociale» che spinga a «agire in modo intollerante e violento». Perciò il Papa chiede una «solida educazione della coscienza» che metta «al riparo» da atteggiamenti negativi«. Il Papa lo ha detto detto nella messa per il primo dell’anno, in cui la Chiesa celebra la Giornata mondiale della pace, giunta alla 45.ma edizione. Papa Ratzinger ha intitolato il messaggio per la giornata mondiale di quest’anno , e che quest’anno papa Ratzinger ha intitolato «Educare i giovani alla giustizia e alla pace». Il Papa ha anche rivolto «Un deferente augurio al Signor Presidente della Repubblica Italiana, mentre all’intero popolo italiano formulo ogni miglior auspicio di pace e di prosperità per l’anno appena iniziato». Lo ha detto a proposito dei «messaggi augurali» ricevuti in questi giorni. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, aveva scritto a Benedetto XVI esprimendo apprezzamento per il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: «Condivido innanzitutto l’invito, con cui si apre il Suo messaggio, a guardare il 2012 con un atteggiamento fiducioso, pur essendo ben comprensibile ’il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economià. E non c’è dubbio che dai giovani venga l’aspirazione a poter rivolgersi ’con speranza fondatà verso il futuro».
Benedetto XVI, nella messa celebrata in San Pietro con cardinali e vescovi e alla quale sono presenti diversi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, ha osservato che «I ragazzi e le ragazze di oggi crescono in un mondo che è diventato, per così dire, più piccolo, dove i contatti tra le differenti culture e tradizioni, anche se non sempre diretti, sono costanti. Per loro, oggi più che mai, – rileva Benedetto XVI – è indispensabile imparare il valore e il metodo della convivenza pacifica, del rispetto reciproco, del dialogo e della comprensione. I giovani sono per loro natura aperti a questi atteggiamenti, ma proprio la realtà sociale in cui crescono può portarli a pensare e ad agire in modo opposto, persino intollerante e violento. Solo una solida educazione della loro coscienza può metterli al riparo da questi rischi e renderli capaci di lottare sempre e soltanto contando sulla forza della verità e del bene».
«Di fronte alle ombre che oggi oscurano l’orizzonte del mondo, assumersi la responsabilità di educare i giovani alla conoscenza della verità, ai valori fondamentali dell’esistenza, alle virtù intellettuali, teologali e morali, significa guardare al futuro con speranza», ha detto ancora il Papa nell’omelia della messa per la 45.ma Giornata mondiale della pace. Per la messa del primo dell’anno, in cui la Chiesa celebra la festa di Maria madre di Dio, concelebrano con il Papa il card. Tarcisio Bertone, segretario di Stato; il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; mons. Giovanni Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato; mons. Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati; mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e mons. Pier Luigi Celata, Segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.
Il Papa ha dedicato una ampia parte della sua omelia al senso di questa maternità. «Il mistero della sua divina maternità, che oggi celebriamo, – ha spiegato Benedetto XVI – contiene in misura sovrabbondante quel dono di grazia che ogni maternità umana porta con sè, tanto che la fecondità del grembo è sempre stata associata alla benedizione di Dio. La Madre di Dio è la prima benedetta ed è Colei che porta la benedizione; è la donna che ha accolto Gesù in sè e lo ha dato alla luce per tutta la famiglia umana».
«La pace – ha detto il Papa – nel suo senso più pieno e più alto, è la somma e la sintesi di tutte le benedizioni». Davanti agli ambasciatori presenti nella basilica, il Papa ha riaffermato il il «profondo desiderio di pace» della Chiesa e ha rinnovato «l’impegno della Santa Sede per la promozione della pace nel mondo».
Dalla finestra del suo studio su piazza San Pietro, davanti a una folla di persone, molte delle quali sventolano i palloncini blu della Marcia per la pace organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, il Papa ha recitato l’Angelus. Il Papa prega «per i responsabili delle Nazioni», perchè «rinnovino la disponibilità e l’impegno ad accogliere e favorire questo insopprimibile anelito dell’umanità» alla pace. Durante l’Angelus Benedetto XVI ha riassunto alcuni punti sul tema della educazione alla pace, trattato anche nell’omelia della messa che ha celebrato questa mattina nella basilica di San Pietro. L’educazione dei giovani, ha detto, non può dimenticare la «dimensione morale e spirituale». Se i ragazzi «guardano con apprensione al futuro», il Papa ricorda loro la «pazienza e la costanza di ricercare la giustizia e la pace e coltivare ciò che è retto e vero». La pace «non è mai un bene raggiunto pienamente, ma una meta a cui tutti dobbiamo aspirare e per la quale dobbiamo operare».
La Giornata mondiale della pace, voluta da Paolo VI nel 1968, ègiunta alla 45.ma edizione. Il messaggio papale per la Giornata è intolato «Educare i giovani alla giustizia e alla pace», ed è stato pubblicato dal Vaticano alla metà di dicembre. Benedetto XVI ha anche pregato perchè «nonostante le difficoltà che rendono arduo il cammino questa profonda aspirazione (alla pace, ndr) si traduca in gesti concreti di riconciliazione, di giustizia e di pace». Sono confluite in piazza San Pietro per l’Angelus papale almeno diecimila persone.
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Prima lettura | ||
| Gn 3,1-5.10 I Niniviti si convertirono dalla loro condotta malvagia. |
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| Salmo responsoriale | |||
| Sal 24 | |||
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| Seconda lettura | |||
| 1Cor 7,29-31 Passa la figura di questo mondo. |
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| Vangelo | |||
| Mc 1,14-20 Convertitevi e credete al Vangelo. |
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di Marilena Marino
Continua il processo per l’omicidio di Sarah Scazzi: nei giorni scorsi ha parlato la difesa di Sabrina Misseri. Leggiamo sul Corriere le parole dell’avvocato Franco Coppi: Sarah Scazzi, al via il processo in data 10 gennaio 2012. In lacrime la cugina Sabrina.
È iniziata nel Palazzo di giustizia di Taranto la prima udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. In una gabbia alla sinistra della Corte di Assise ci sono le uniche detenute, Cosima Serrano e sua figlia Sabrina, accusate del delitto. In tutto gli imputati sono nove. Sabrina, ad inizio di udienza, è scoppiata più volte in lacrime. Nel pubblico presente anche il sindaco di Avetrana, Mario De Marco: il Comune chiederà di costituirsi parte civile nei confronti della famiglia Misseri.
Sabrina Misseri e sua madre hanno fatto sapere tramite i difensori di non voler essere filmate in aula dalle telecamere. Presenti all’udienza i genitori di Sarah, Concetta Serrano e Giacomo Scazzi, ed il fratello della studentessa, Claudio.
Complessivamente sono nove le persone a giudizio, tra cui l’ ex legale di Sabrina, l’avvocato Vito Russo, accusato di aver tentato di indurre con minacce un testimone a riferire false dichiarazioni durante le indagini.
L’udienza appena cominciata, alla quale sono accreditati oltre 50 giornalisti e per i quali è stata allestita una apposita aula con due monitor TV, sarà prettamente tecnica, per le procedure preliminari come l’ ammissione dei mezzi di prova, delle testimoniane, delle costituzioni di parti civili e per la calendarizzazione del dibattimento.
“Noi riteniamo che il delitto commesso da Michele Misseri sia ricollegabile a un raptus sessuale o comunque ad un interesse sessuale nei confronti di questa bambina [...] Ho detto anche che Michele Misseri è un caso interessante dal punto di vista psichiatrico, ma non ho certamente sostenuto che non abbia capacità di intendere e di volere. Ne ha anche troppa”
Il legale ha aggiunto:
“Mentre per quanto riguarda la ritrattazione ricorrono tutti gli indici che ne dimostrano il carattere menzognero, cioè l’interesse indubbio che Michele Misseri poteva avere a ridurre la propria responsabilità, il fatto che sia stata una ritrattazione a rate. Ci sono volute sei o sette dichiarazioni diverse per giungere alla fine ad accusare Sabrina. Quindi anche le modalità della ritrattazione sono indubbiamente sospette”
Coppi quindi punta il dito contro Michele Misseri. E, secondo quanto riporta Adnkronos, l’avvocato Nicola Masseglia, un altro dei difensori di Sabrina, ha chiesto il non luogo a procedere per non aver commesso il fatto al termine del suo intervento all’udienza preliminare del processo davanti al gup del Tribunale di Taranto.
Michele Misseri ha partecipato di recente alla trasmissione di Canale 5, Matrix, ed ha ribadito la sua colpevolezza nel caso di Sarah Scazzi. L’uomo non ha voluto partecipare ad un dibattito, ha semplicemente concesso un’intervista ad Alessio Vinci, ed ha dichiarato, “In carcere ci sono due innocenti, io sono un uomo libero e non me la sento. Prima avevo solo un peso sullo stomaco, l’angelo biondo, ora ne ho tre”.Durante il racconto fatto nel corso dell’ultimo interrogatorio, quello del 5 novembre, in cui ha addossato alla figlia tutta la responsabilita’ dell’omicidio di Sarah Scazzi, avvenuto ad Avetrana il 26 agosto, Michele Misseri spiega agli inquirenti come sentisse il peso di quel segreto e del fatto che dopo il delitto si era preso il compito di nascondere il cadavere della nipote. Tanto che conservo’ il telefonino della vittima all’insaputa di Sabrina. Cellulare di cui simulo’ il ritrovamento casuale spingendo gli inquirenti a sospettare di lui.
Durante il racconto fatto nel corso dell’ultimo interrogatorio, quello del 5 novembre, in cui ha addossato alla figlia tutta la responsabilita’ dell’omicidio di Sarah Scazzi, avvenuto ad Avetrana il 26 agosto, Michele Misseri spiega agli inquirenti come sentisse il peso di quel segreto e del fatto che dopo il delitto si era preso il compito di nascondere il cadavere della nipote. Tanto che conservo’ il telefonino della vittima all’insaputa di Sabrina. Cellulare di cui simulo’ il ritrovamento casuale spingendo gli inquirenti a sospettare di lui.
Il procuratore aggiunto di Taranto Pietro Argentino, che ha condotto l’audizione in carcere insieme al pubblico ministero titolare delle indagini Mariano Buccoliero e alla presenza dell’avvocato difensore Daniele Galoppa e alla consulente di quest’ultimo, la criminologa Roberta Bruzzone, a un certo punto gli chiede se lui abbia chiesto alla figlia qualche volta nei 42 giorni della scomparsa di Sarah perché stava indicando piste false e lui risponde cosi’: ‘Io l’ho detto, io l’ho detto sempre, se escono i tabulati, come si diceva, infatti mi avete beccato a me che andavo al ‘Mosca’ (la contrada ndr), esce, prima o poi esce…’, risponde Misseri.
‘E lei che diceva, Sabrina?’ , chiede Buccoliero. ‘Sabrina diceva: ‘Ai tabulati dai retta tu?’, eh, e vedi sono usciti…’. ‘Ma Sabrina, manifestava mai a te la paura di essere stata, di essere scoperta? O di essere comunque scoperti?’, insiste Buccoliero.
‘Sabrina?’, risponde Misseri. ‘Si”, conferma il pm. ‘Ti ha detto mai: ‘Ho paura che adesso mi scoprono?”, domanda anche Galoppa.
‘no, lei sai cosa diceva a me? ‘Papa’ e’ troppo bravo, non lascia piste’, ma non lascia piste, ma il telefonino me l’ho portato con me’. Misseri spiega agli inquirenti che la figlia Sabrina non sapeva che lui avesse conservato il telefonino di Sarah: ‘Lei non lo sapeva, perché non me lo potevo tenere dentro, io mi sono scaricato quella sera quando siamo andati là e siamo andati al pozzo, da allora mi sono scaricato un po”. L’uomo si riferisce alla notte della confessione quella tra il 6 e il 7 ottobre quando portò gli investigatori in contrada Mosca alla cisterna interrata dove aveva gettato il corpo della nipote.
‘Che per questo, come ti stiamo dicendo, che perciò ti sto dicendo – chiede ancora Buccoliero – possibile che Sabrina non ti ha detto perché ha fatto un gesto cosi’ terribile? Questo dico Miche’? E chiudiamo il discorso e ce ne andiamo tutti quanti’. ‘Questo non me l’ha detto’, risponde Misseri. L’avvocato Galoppa ricorda al suo assistito quando in una occasione, probabilmente subito dopo il delitto, accompagnò in auto la figlia Sabrina proprio a casa di Concetta Serrano Spagnolo, la madre di Sarah, e chiede se in quel tragitto avessero parlato del terribile fatto accaduto.
‘Non ci siamo parlati – risponde Misseri – perché io già c’avevo il nervosismo mio di quello che aveva fatto’. ‘Non l’hai rimproverata di quello che ha fatto’, chiede il legale. ‘lei, perché io mi avevo chiuso già – dice Misseri – pure che volevo parlare con qualcuno, difatti venne mio fratello quella sera, che mi portò roba di verdura e nemmeno ci uscivi, perché se uscivo piangevo allora me ne sono andato dietro e basta, io i programmi della televisione, non li potevo vedere, quando loro vedevano i telegiornali, io me ne andavo agli altri programmi, perché io mi sentivo male’.
Questa mattina, intanto, è stata ascoltata , per circa due ore, la coppia di fidanzati che ha visto Sarah per l’ultima volta lo scorso 26 agosto intorno all’ora di pranzo. Il magistrato Mariano Buccoliero vuole ricostruire con esattezza i minuti precedenti la scomparsa della ragazza, e soprattutto l’ora esatta o presumibile del delitto. Questa mattina, al comando provinciale dei carabinieri, è comparsa la coppia di fidanzati che aveva dichiarato di aver visto Sarah nella strada che, dalla sua abitazione, porta a quella della cugina in via Grazia Deledda.
Per gli investigatori questo è un passo importante per quanto riguarda l’orario presumibile di scomparsa della 15enne, perchè si potrebbe ricostruire con esattezza il momento dell’omicidio e confrontarlo così con tutte le dichiarazioni che sono state fatte da Cosima, Sabrina, Michele, la badante romena, Concetta e Giacomo Scazzi. L’inchiesta è arrivata a un momento importante e, per questo motivo, ci potrebbero essere sviluppi nei prossimi giorni con gli inquirenti e gli investigatori alla ricerca di ulteriori riscontri che potrebbero chiudere definitivamente il quadro indiziario e far calare il sipario su questa brutta vicenda.
Sembra invece confermato, che Sabrina Misseri, la sera della scomparsa di Sarah si trovasse in birreria. A riferirlo è stata Anna Pisanò, un’altra testimone chiave della vicenda. La donne, ha detto che la figlia Miriam e il suo fidanzato la sera del 26 agosto, telefonarono a Sabrina per riferirle un fatto; si sentivano degli strani rumori provenire dal palazzetto dello sport di Avetrana, cosi i due ragazzi pensarono che questi rumori potessero c’entrare con un presunto rapimento di Sarah. Quando chiamarono Sabrina per dirglielo, lei riferì di essere in birreria e disse: “Sono qui per dimenticare”.
La lettura della «Nota con indicazioni pastorali» diffusa dalla Congregazione per la Dottrina della fede introduce già in un clima di vigilia e attesa per l’Anno Della Fede del quale il miglior interprete è monsignor Rino Fisichella, che dal Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione – di cui è presidente – coordinerà idee e progetti nella fase preparatoria come nello svolgimento dell’Anno.
Perché un documento così dettagliato e concreto, e con tanto anticipo?
Perché si sta parlando di fede, e bisogna far comprendere che prima delle iniziative serve piena consapevolezza del tema. Il desiderio del Papa è che ogni attività venga allestita a partire da una riflessione che impegna tutta la Chiesa.
Qual è l’obiettivo delle iniziative proposte dalla Nota?
Condurre a un incontro personale con il Signore Gesù. Più volte la lettera del Papa Porta fidei e la Nota insistono su questo: la fede è qualcosa di vivo, non una mera conoscenza ma un incontro che dà significato alla vita. Va ritrovata la gioia dell’incontro con Cristo, per essere capaci di darne testimonianza rendendo partecipi anche gli altri. In questi primi due testi più volte si parla di gioia e di bellezza della fede, a indicare che chi crede deve far trasparire la propria esperienza. E questo si collega direttamente con la nuova evangelizzazione, al cui Pontificio Consiglio è affidata la segreteria e l’organizzazione di tutto l’Anno.
Qual è il nesso tra costituzione del dicastero che lei guida e Anno della fede?
La spiegazione l’ha offerta il Papa alla Curia romana: “La grande tematica di quest’anno come anche degli anni futuri in effetti è: come annunciare oggi il Vangelo? In che modo la fede, quale forza viva e vitale, può oggi diventare realtà?”. Sono anche le domande della nuova evangelizzazione.
Come si può far sentire tutta la Chiesa coinvolta nell’Anno della fede?
Questa è la grande sfida. La Nota è rivolta anzitutto alla Chiesa universale, perché con l’Anno va dato un segno unitario. Si parla poi a Conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, comunità, associazioni e credenti: nessuno si deve sentire escluso. Volendo risvegliare la fede e la gioia di viverla, si propone di rilanciare la conoscenza dei suoi contenuti. Mi piacerebbe che alla fine dell’Anno tutti i cristiani conoscessero davvero il Credo facendone la propria preghiera quotidiana. Sarebbe un segno veramente unitario, la riscoperta delle proprie radici, la conoscenza di Chi e cosa è al centro del nostro credere. Ecco perché la Nota sottolinea l’importanza di gesti come il pellegrinaggio alla tomba di Pietro, o a Gerusalemme, ovvero nei luoghi dove si è professata la fede. Penso anche alla necessità, sottolineata dal Papa nella Porta fidei, che ogni vescovo compia una solenne professione di fede in cattedrale all’inizio dell’Anno. In generale, le iniziative devono puntare su tre obiettivi: la conoscenza dei contenuti della fede, del Concilio e del Catechismo.
Tra i tanti spunti, colpisce quello sui «linguaggi del cyberspazio»…
I contenuti della fede vanno individuati anche nelle opere culturali, come i film e la letteratura. Si potranno riscoprire tanti autori – penso a nomi come Chesterton, o Peguy – che hanno saputo comunicare la fede in modo immediato, ma c’è anche una chiamata in causa dei socialnetwork, che non vanno più pensati come semplici strumenti essendo ormai una cultura nella quale entrare per comunicare la fede.
La Nota insiste sulla sostanza del credere: si vuole forse dire che è stata un po’ sacrificata, a vantaggio di un approccio più “esistenziale”?
Nei decenni del post-Concilio è stata teorizzata una dicotomia tra dimensione contenutistica e quotidianità, una scissione che non ha senso: credere è ritrovare la verità sulla propria vita, non l’adesione a un contenuto astratto. Per un credente ignorare chi è Cristo vuol dire non conoscere se stessi. Verità della fede e verità della propria esistenza convergono.
Che indicazioni si offrono alle diocesi?
Mi auguro che ogni vescovo possa esprimere con la lettera pastorale i contenuti dell’Anno della fede. È poi importante che le diocesi riscoprano il senso di appartenenza del presbiterio e della comunità attorno al vescovo, anche contro una certa cultura della frammentazione: facciamo tante iniziative nelle quali, alla fine, rischia di sfuggire il senso profondo dell’unità.
E le parrocchie?
È molto importante che recuperino il Catechismo, nella prima parte tutto dedicato al tema della fede. Riprendere i punti fondamentali – in Chi credo, perché credo, come posso esprimere la mia fede – porta a riappropriarsi del credere nella dimensione personale e in quella comunitaria, perché chi crede non è mai solo.
La Nota si rivolge anche ai movimenti: che parte avranno?
Sono molto importanti per il carisma che esprimono e la presenza in ambienti che solo i laici possono raggiungere. Riflettendo sulla fede, i movimenti rinnoveranno ciascuno il proprio cammino, che dev’essere comune a quello della Chiesa.
Come sfida educativa abbiamo, come cristiani, una straordinaria occasione: aiutare questo nostro mondo, sempre più prigioniero dei dispositivi tecnologici, a riscoprire la verità più intima e nascosta della tecnica, cioè la sua insopprimibile apertura alla trascendenza. Una miniera di libertà di fronte al “dispotismo” dei dispositivi…
di Giovanni Chifari
L’incarnazione nella luce della Pasqua
Incarnazione, morte e resurrezione sembrano tre misteri apparentemente distinti, tuttavia esiste fra loro un rapporto essenziale che li fa intendere come un tutt’uno nell’opera di salvezza integrale dell’uomo. L’evento dell’incarnazione del Verbo, trova senso alla luce della gloria della Pasqua che porta a compimento quella nascita particolare annunciata dall’angelo a Maria, quelle parole e quel ministero svolto per le strade della Palestina, quella morte così incomprensibile. A motivo dell’Incarnazione tutto ciò che ha a che fare con Cristo ripete e ripropone l’ossimoro originario: uomo-Dio. È un ossimoro, ossia una combinazione di opposti, perché non si può essere allo stesso tempo creato e increato. L’Incarnazione di Gesù, è un mistero profondo che trova ragionevolezza nella prospettiva salvifica. La salvezza si fa risalire fin dal significato del nome che fu dato a Gesù: “Jhwh est salus” o “Jhwh salvavit” (Mt 1,21). Ben presto, una delle prime lettura che si diede al mistero dell’incarnazione fu quella in chiave terapeutico salutare. Gesù è venuto al mondo per salvare ciò che era non sano, ciò che era perduto. Gli evangelisti usano poche volte la formula “Emanuele”, insistendo sul nome Gesù. Il peccato non ha rimedio umano. La stessa Parola di Dio al Sinai è impotente a salvare. È perché la Parola di Dio si è fatta Carne, che salva. È la Parola di Dio fatta Carne e colpita dalla maledizione del peccato che diventa salvifica. È questa realtà del peccato che ci rivela l’Incarnazione. Non basta invocare neppure il Nome ma è con la consapevolezza di ciò che si dice, che salva dal peccato. La sorpresa della Vergine di fronte all’annuncio dell’angelo, segnala da subito il protagonismo assoluto della Parola di Dio che nello Spirito realizza il concepimento. La pagina evangelica è posta in relazione con la promessa davidica, nella prospettiva dell’esegesi del testo della promessa. Dopo un lungo tempo di silenzio in cui, come appare anche dal salmo 89, vi è come una delusione perché il patto con la casa di Davide si è rotto, ora esso riappare nelle parole dell’Angelo e nella risposta della Figlia di Sion. Nel concepimento verginale di Gesù, il Figlio di Dio, questa promessa riemerge con la verità di ciò che giunge al suo compimento. La verginità di Maria è segno che il concepimento e la nascita del Cristo avvengono per rivelare in Lui il nuovo Adamo: Maria è la terra vergine dalla quale è plasmato il nuovo e vero Adamo. Come Adamo fu plasmato direttamente da Dio, così in modo ancora più mirabile è plasmato il Cristo senza concorso dell’uomo. Come la terra fu la madre dell’Adamo terreno, così Maria nella sua verginità è la Madre dell’Adamo celeste. Maria dice il suo sì all’operazione divina nell’obbedienza della fede, quella stessa che, come ci ha insegnato l’apostolo nella lettera ai romani, deve caratterizzare ogni credente. Di questo ne sono consapevoli i primi testimoni cristiani, che sembrano comprendere la portata del dono ricevuto in Cristo Gesù. Per questo motivo Paolo può affermare nella sua prima lettera a Timoteo di aver ricevuto grazia e misericordia, a causa del suo peccato, avendo sperimentato in se stesso la salvezza e dunque il motivo dell’incarnazione di Gesù. (1Tim 1,15). Certamente riecheggiavano le parole di Gesù che diceva: “il Figlio dell’uomo infatti è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). Più approfonditamente Gesù poteva spiegare a Nicodemo dicendogli che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17), tutto questo per la misericordia e l’amore infinito Che Egli nutre per il mondo e per l’uomo “ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito” (Gv 3,16) per la salvezza del mondo intero.
Il Natale come via di una spiritualità di servizio e di condivisione
«Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 95,1). Il canto di questo salmo, fin dal suo primo verso ci introduce all’accoglienza del Signore che viene. Chi si lascia trovare dal Signore, infatti, non può trattenere la novità di tale evento, che determina la conversione, che si esprime nell’annuncio e nella testimonianza (cf. Sal 95,4-6), in una gioia ed in una festa in un certo modo cosmica, che a partire dalla luce che rifulge dal Cristo, s’irradia e risplende presso i popoli ancora soggetti alle tenebre del caos iniziale (cf. Is 9,1). Siamo introdotti in una prospettiva salvifica universalmente offerta alle genti e ai popoli della terra, pienamente incarnata nelle pieghe della storia, tuttavia riconoscibile solamente da coloro che l’accolgono con fede, da chi vegliando ama e vede l’agire divino nella storia. La storia universale è luogo in cui si nasconde la storia divina, che aspetta solo di essere osservata, vissuta e compresa. Dio che ha parlato in molti modi nel tempo degli uomini (cf. Eb 1,1ss), sceglie di farsi riconoscere nel Figlio, per un tempo contingente, dall’incarnazione alla Pasqua, per poi tornare nuovamente a privilegiare la dimensione dell’ascolto, attraverso il dono dello Spirito che parla (cf. Ap 2,7), guida e sostiene le Chiese nel tempo del loro peregrinare terreno. La kenosi del Figlio di Dio si abbassa verso una reale assoggettazione alla storia, e alle sue leggi e decreti, nella marginalità della spazialità geografica di un villaggio della Palestina del I secolo, terra di confine di un impero maestoso ed imponente. Tuttavia Betlemme è terra davidica dunque regale, luogo di un nuovo inizio, di un canto nuovo che non avrà mai fine (cf. Mi 5,1-3), meta del pellegrinaggio nel cammino interiore e spirituale anche per tutti noi, affinché possiamo lasciarci convertire dalla forza dei segni che da quella grotta promanano. La Santa Madre di Gesù, ci fa in un certo modo da mistagoga, poiché il suo fare che accompagna i segni di questa santa notte, troverà nel suo essere discepola del Figlio, il cammino di custodia ed elaborazione attiva delle Sue Parole (cf. Lc 2,51). È lei che dà alla luce Gesù, sempre lei lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia . Nei tratti dell’umanità di Gesù ci è donata la somma cifra della libertà divina, che pone il Figlio suo nelle mani degli uomini, in una povertà nella quale si nasconde la regalità messianica. Le fasce che lo avvolgono alla nascita, accoglieranno il suo corpo deposto dalla croce, e saranno poi adagiate nel sepolcro vuoto che annuncerà la sua resurrezione. La povertà della stalla adiacente alla grotta di Betlemme, richiama quell’umiliazione della croce, (cf. 2 Cor 8,9; Fil 2,6ss) che solo la fede può contemplare con occhi di verità. Quegli occhi che coloro che vegliano mantengono desti e pronti anche nella notte, poiché, come dice il salmo, “anche di notte il mio cuore mi istruisce” (Sal 15,16). La mangiatoia esprime il nutrimento dei popoli, il bue (Israele) e l’asino (le genti). I pastori disprezzati ed emarginati, vegliano e vedono, così come accadrà per i tre condotti da Gesù al Tabor per la trasfigurazione, mentre nei palazzi di Gerusalemme, i pastori che dovevano riconoscere l’arrivo del Messia, faticano a scrutare il senso delle Scritture. I pastori chiamati a contemplare il Signore, sono avvolti dalla Sua Gloria, per mezzo dell’angelo, e così come i tre discepoli testimoni della trasfigurazione, avvolti nella nube, essi provano paura. L’angelo tuttavia invita a non temere, annunciando loro una grande gioia, che colma il vuoto di senso dei popoli, il caos della ricerca senza meta e senza luce. È nato il Cristo, il Salvatore. Solo in Lui c’è gioia vera e piena. Nell’oggi di Dio che è il tempo della salvezza, ecco il Salvatore, Gesù, “Dio salva”, che dal trono della mangiatoia prima e da quello della croce dopo, annuncia la salvezza. Il loro cammino di riconoscimento dell’agire di Dio, non dovrà essere turbato dallo scorgere un bimbo, nel quale potranno osservare il misterioso agire di Dio nella storia del mondo e dell’umanità. Il segno per essere compreso richiede tuttavia la fede, vale a dire occhi che non si stupiscono ma accolgono con gioia e si lasciano inondare dalla pace che in questo modo si diffonde nei loro cuori. Di fronte a questo mistero non può che esultare il coro degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Inno messianico che richiama l’esultanza del popolo a Gerusalemme nell’accoglienza del Gesù Messia, pronto ad offrire se stesso nel sacrificio della croce.
L’incarnazione del Verbo ci chiama a quella spiritualità del servizio e della condivisione che sa attingere all’umile ricchezza dei segni, alla apparente debole forza del bimbo, quale via dell’umiliazione divina che chiede di essere accolta e riconosciuta anche nelle nostre esistenze. La nascita di Gesù ci mostra quale dovrà essere il cammino del nostro discepolato, alla sequela del Cristo umile e povero fino alla croce, per godere dei frutti della sua resurrezione, annunciando il primato della Parola e la centralità dell’Eucarestia, da cui derivano la diaconia cristiana e ministeriale.
Monsignor Ravasi, il ministro della Cultura del Vaticano usa i social network, ha aperto un blog , parla con i manager di Google e spiega perché la Chiesa deve andare in rete
Gianfranco Ravasi
“L’UOMO è l’unico animale capace di arrossire. Ma è anche l’unico ad averne bisogno (Mark Twain)”. “Cadere non è pericoloso, né è disonorevole. Ma non rialzarsi è tutte e due le cose (Konrad Adenauer)”. Commento di uno dei 4419 followers: “Se tutti quanti seguissero cardRavasi nessuno chiederebbe alla Chiesa di pagare l’Ici”. Una battuta, ovviamente, ma che dà conto della popolarità di un cardinale ora attivo anche su Twitter. Un cardinale che ha debuttato in rete con un suo blog personale, che collabora con quotidiani “laici” online, va in televisione, scrive ogni giorno il “Mattinale” sul giornale dei vescovi Avvenire, partecipa a convegni che spaziano dai media alla musica contemporanea, organizza in Vaticano incontri inediti per giovani blogger. Sostiene che la Chiesa è indietro e che è giunta l’ora di Internet, gira il mondo con la sua iniziativa il “Cortile dei Gentili” che ha aperto ai laici e addirittura agli atei.
A fare questo non è un eretico rivoluzionario ma il presidente del Pontificio consiglio per la Cultura del Vaticano, Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi. Papabile, secondo non pochi osservatori. Il cardinale mediatico, 69 anni, d’altra parte, è un vulcano di progetti e, a sentire la sua segretaria personale, per il 2012 ha già un’agenda fitta di appuntamenti. “Non c’è niente da fare – allarga le braccia, con un sorriso, monsignor Pasquale Iacobone, responsabile del
dipartimento Arte e Fede al Pontificio consiglio – è un milanese”. E nelle parole del principale collaboratore del porporato si legge: è un gran lavoratore, uno caparbio, che non molla mai. Con un forte senso della tradizione, ma al tempo stesso un innovatore. Presente oggi sul fronte della comunicazione come nessun altro nella gerarchia ecclesiastica. I suoi tweet spaziano da citazioni colte (i vangeli, le lettere di San Paolo, i grandi scrittori) ad annunci sugli appuntamenti che non si possono perdere fino ai suoi incontri, dalla Caritas al Ceo di Google. Grande biblista, teologo, ebraista e archeologo. Tutte attività, però, che nelle sapienti mani di Ravasi non restano polverose e inaccessibili, ma acquistano sapore e vigore nuovo, trasformate in spunti di azione e di riflessione. Scrive Sua Eminenza in uno degli ultimi blog, intitolato “Zitti!”: “Difficile vivere con gli uomini perché è assai difficile farli stare in silenzio. Dopo un viaggio in treno di qualche ora è difficile dare torto al pessimismo che vena questa considerazione di Nietzsche. (…) Qualche volta viene il desiderio che si compia l’annuncio del libro dell’Apocalisse: “Si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora” (8,1). È come se risuonasse sul pianeta un poderoso “Zitti!””.
“C’è ancora un lungo cammino da fare – spiega il cardinale – ma adesso è il momento di essere su Internet. C’è un divario che va colmato, dopo il divorzio tra il linguaggio dei sacerdoti e quello dei fedeli. La Chiesa ha davanti un duplice problema. Da un lato deve riuscire a trovare un approccio nuovo. Dall’altro, far sì che il linguaggio nuovo non spenga il contenuto: ci sono valori grandissimi che, se ridotti dentro un formato troppo freddo, rischiano di svanire. Ecco la sfida complicata: l’anima deve entrare in un piccolo formato – e Ravasi sembra riferirsi agli sms – pur essendo infinita”.
E allora i blog, Eminenza? Non c’è paura in Vaticano di quest’ondata? “Chi segue quel fronte – risponde l’alto prelato, che lo scorso maggio ha organizzato un incontro per i blogger nell’auditorium San Pio X – sa che può essere un campo molto pericoloso, perché è facile che una frase, seppur minima, possa avere la forza di un’offesa. Però non possiamo sottrarci. Noi dobbiamo guardare a tutto il complesso dell’informazione. E allora come si fa a ignorare i blogger? I blog sono soggetti fondamentali della comunicazione, anche se il loro modo di relazionarsi è diverso rispetto a chi, come me, scrive ancora le lettere a mano”.
Difatti Ravasi è uomo capace di coniugare strumenti nati da poco con mezzi largamente consolidati. Sua Eminenza insiste sul bisogno di informazione. “Questo mondo, che a volte sembra un groviglio di assurdità, è comunque il nostro mondo. E la lettura del giornale – continua, citando Hegel – è la preghiera del mattino dell’uomo moderno. E’ necessario leggere i quotidiani. Ed è un atteggiamento snobistico quello di chi dice che i giornali non li legge mai, anzi non li guarda nemmeno: un atteggiamento sbagliato. Lo stesso credente, al mattino, deve avere la Bibbia e il giornale, nel quale verifica, misura, incrocia la sua esistenza”.
Il suo impegno si allarga così dai tweet ai blog, dagli articoli per l’online alle comunicazioni più tradizionali. Come i programmi religiosi su Canale 5, o i libri (le sue riflessioni su Avvenire sono appena uscite da Mondadori con il titolo Le parole del mattino), o le conferenze internazionali per il “Cortile dei Gentili”. Un progetto che rimanda allo spazio dell’antico Tempio di Gerusalemme. Un luogo ora diventato palestra di dialogo, con intellettuali di diversa provenienza. E che da Madrid, Parigi e Firenze si sta allargando a Bucarest, Tirana, Stoccolma, Chicago.
Il cardinale Dionigi Tettamanzi, poco prima di lasciare ad Angelo Scola la diocesi di Milano, così gli si è rivolto in un Duomo affollato: “Molti tra i presenti hanno trovato in te un autentico maestro della Parola”. Non c’è dubbio che, con la sua prosa pacata, Ravasi, ha la capacità dei grandi divulgatori di rendere facile e commestibile quello che è difficile e complesso. Rappresenta l’esempio più alto di una svolta nella Chiesa, come ha sottolineato di recente Eugenio Scalfari sull’Espresso, “del dialogo attraverso il quale si convince l’interlocutore o se ne è convinti, senza pregiudizi”.
Osserva Ravasi che “negli ultimi anni c’è stato un cambiamento antropologico”. McLuhan, spiega, “ci ha insegnato che i mezzi di comunicazione sono diventati la nostra protesi. E questa atmosfera così permeante attraversa tutti, anche chi si ostina a non avere la tv in casa o il computer. Pure la Chiesa ne è coinvolta. Dobbiamo adattare il dialogo, aggiornandoci. Diceva nel 1950 Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, al filosofo Jean Guitton: “Bisogna essere antichi e moderni. Cosa serve dire il vero, se i nostri contemporanei non ci capiscono?”. Da una recensione di MARCO ANSALDO
In occasione della VI edizione delFestival Internazionale del Film di Roma, il 2 novembre 2011 alle ore 18.00, presso il Palazzo delle Esposizioni, ha avuto luogo nell’ambito di Risonanze, la proiezione di La strada di Paolo, un film di Salvatore Nocita prodotto da FAI Service (Federazione Autotrasportatori Italiani) e Officina della Comunicazione, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura e Rai Cinema
Il film narra la storia di Paolo, un autotrasportatore diretto per lavoro in Terra Santa. Il suo viaggio prende una direzione inaspettata quando si imbatte in alcune realtà che parlano al suo cuore di Dio, Fede, Grazia e Carità, aprendogli anche gli occhi sull’opportunismo e il cinismo umano. Nell’incontro/scontro con la religiosità e il mistero insondabile di quella Terra, immerso in situazioni surreali, a contatto con personaggi e storie incredibili, per Paolo si aprono nuovi orizzonti che lo porteranno a una decisione fondamentale. Interpretato da Marcello Mazzarella, Valentina Valsania, Gianni Bissaca, Milena Miconi e David Brandon, con la partecipazione straordinaria di Philippe Leroy, il film deve indicazioni imprescindibili per la sua struttura alle interviste a personalità come S.E. Card. Angelo Scola,Arcivescovo di Milano; S.E. Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Fabrizio Palenzona, Presidente di FAI Service; Roberto Vecchioni,cantautore; Salvatore Natoli, professore ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca e Lucetta Scaraffia,storica, giornalista e docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza.
Afferma S.E. Card. Angelo Scola: «Io credo che la strada per l’uomo di oggi sia quella di guardare fino in fondo ai tratti fondamentali dell’esperienza umana. Il primo, il più importante è la capacità dell’uomo di cogliere il senso della realtà: cioè, la realtà è intelligibile e chiede di essere ospitata dalla nostra intelligenza e questo già implica una tra-scendenza, cioè un andare oltre l’immediato». [estratto da intervista]
S.E. Card. Gianfranco Ravasi sottolinea: «Il bisogno di trascendenza potrebbe essere raffigurato attraverso un’immagine che è curiosamente lontana e vicina a Paolo, è lontana perché viene da un verso di un grande tragico greco che è Eschilo, e dall’altra parte è vicina perché Paolo, noi sappiamo, entra nell’interno dell’orizzonte della cultura greca. La trascendenza è sostanzialmente, se la vogliamo esprimere con un simbolo, proprio questa mano che viene dall’oltre, dall’altro rispetto all’orizzonte in cui siamo immersi. È per questo che Paolo in un certo senso echeggerà questa voce pagana in una maniera differente». [*]
Per Fabrizio Palenzona «Questo film è un esempio della direzione nella quale vogliamo camminare. Lavorare, guadagnare il giusto, rimettere nel circuito più risorse possibili per attenuare i costi delle nostre imprese, sostenere l’azione di difesa dei diritti e promozione dei doveri attraverso la federazione: insomma, ripeto, promuovere una cultura che metta al centro la persona umana. Per questo ci piace il film: il richiamo al senso della vita, al dubbio su cosa e perché siamo in questo mondo, al valore della solidarietà, della famiglia, della pace e del lavoro come strumento di promozione umana».
«Nel raccontarci l’imprevedibile percorso di un autotrasportatore diretto in Terra Santa, Nocita recupera uno dei tòpoi più ricorrenti della cultura e dell’arte di ogni secolo: la strada. Che non è mai solo un luogo fisico, un tratto di percorrenza, ma il simbolo stesso dell’uomo in cammino. Formidabile dispositivo di scambio simbolico, la strada è il luogo della scoperta, del perdersi e del ritrovarsi, dell’incontro con l’altro, con il sè, con Dio. Sulla strada l’uomo in cammino si trasforma divenendo, da vagabondo senza meta, un pellegrino del suo destino».
Chiude Roberto Vecchioni: «Io non credo che l’uomo del terzo millennio sia sordo ai temi che riguardano il trascendente. C’è modo e modo di interpretare il trascendente: per paura, per bisogno, per necessità o anche davvero per fede intensa. Il trascendente ha una valenza fondamentale e sublima anche le piccole azioni che facciamo, dà un significato».
di Marilena Marino
E l’angelo porta l’annuncio a Maria/e Bella decide di sposare e diventare vampiro
Maria concepisce e resta incinta per opera dello Spirito Santo con un figlio fuori del comune/ Bella attende un figlio nella prima notte di nozze in esilio dalla sua patria
Maria deve fare in fretta, decidere e rischiare perchè in gioco c’è la salvezza dell’umanita’
Bella ha deciso imperterrita che terra’ il bambino nonostante rischi la vita e il feto fuori dal comune le sta succhiando tutte le energie
Il frutto che Maria attende è di un seme che non arreca morte/la figlia che Bella dara’ alla luce con grandi dolori è la conseguenza di una fede che sconfigge la morte stessa

Bella con il suo si’ e la donazione della propria vita accetta di entrare a far parte di un mondo a lei totalmente estraneo contribuendo a cambiare le sorti in meglio del clan dei licantropi e dei vampiri che spereranno in un mondo migliore per “l’imprinting” che è stato loro trasmesso/ Maria con il suo “Eccomi” beve il veleno del maligno e schiaccia sotto il suo piede la menzogna primordiale del peccato, instaurando l’avvento del Germoglio che spuntera’ dal tronco di Jesse: Cristo Signore, destinato a salvare il mondo dal male e a portare la Pace e la Giustizia alla nuova umanita’che ormai dispera della salvezza.
Sono pochi i confini che separano Bella da Maria, se guardiamo bene. Due donne che rischiano la propria vita per creare attraverso una creatura il regno dell’amore. Due situazioni difficili ed estreme che potrebbero accadere a tutti coloro che sanno dire un semplice ma difficile si’. Ambientazioni diverse, epoche diverse, certo, ma il punto nevralgico di queste storie è soltanto uno: la fede e il grande amore che vince tutti gli ostacoli. Forse a volte ci si immagina un Dio comodo e a portata di mano, ma a volte lui ama agire non secondo schemi facili e percorrere vie davvero misteriose. Guardatevi intorno: forse anche tra noi c’è la stessa sete di vita del vampiro Edward che attende di essere saziata. Ma dove sara’ la nuova Bella che dira’ si’ alla fame d’amore da soddisfare? E soprattutto, il suo gesto di dare la vita, sara’ tale da rendere immacolato il mondo che ci circonda? Tutto quel che riguarda l’universo intorno a noi è materiale da redimere: ” la natura geme e soffre nelle doglie del parto aspettando la redenzione”. Se Cristo avesse avuto schifo delle bruttezze umane non avrebbe preso carne dal grembo puro di Maria per rigenerare a nuova vita le cose e gli uomini. Apriamo gli occhi dunque: anche attraverso situazioni o avvenimenti insoliti la salvezza puo’ arrivare inaspettatamente e compiersi un miracolo. Edward ha una missione importantissima! Traghettare Bella nel suo mondo affinchè lei salvi lui e l’intero clan. Poco importa se lei dovra’ cambiar vita. Buona festa della Immacolata Concezione di Maria Santissima!
Trama di di Breaking Dawn: Il matrimonio tra Edward e Bella va secondo i piani e i due partono presto per la loro luna di miele. Sull’isola di Esme al largo della costa brasiliana, Edward e Bella fanno l’amore per la prima volta. Anche se l’amore troppo appassionato di Edward lascia lividi in tutto il corpo di Bella, lei non se ne cura e gli dice che quella è stata la notte più bella della sua vita, lo stesso per Edward. Trascorrono felicemente la loro luna di miele sull’isola, fino a quando Bella si sente male: è rimasta incinta. Edward, sapendo che la nascita del bambino causerà la morte della madre, accompagna Bella a casa per farla abortire. Ma quando arrivano, Bella si oppone ad interrompere la gravidanza, con l’appoggio di Rosalie. Nel frattempo Jacob ritorna dal suo isolamento e pensa che Bella sia stata trasformata, così va dai Cullen per attaccarli. Quando arriva realizza che le cose non sono come lui pensava e, tornato a LaPush,informa i suoi compagni dello stato di Bella. Sam, alpha del gruppo, comanda di uccidere Bella e suo figlio. Jacob è contrario e in rivolta rivendica il suo diritto di comandare e lascia il gruppo di Sam insieme a Leah e Seth Clearwater. Il gruppo di Jacob si reca dai Cullen e Esme li tratta come figli. Le condizioni di Bella sono preoccupanti: il suo stomaco è schiacciato in più parti a causa del movimento del bambino, due costole le si sono incrinate, il suo bacino è quasi rotto e il suo corpo respinge il cibo umano. Jacob sarcasticamente pensa che il feto aspetti sangue,Edward ascolta il pensiero e i Cullen permettono a Bella di bere sangue umano portato da Carlisle dall’ospedale. A sorpresa di Bella, l’odore e il sapore del sangue l’attraggono e riprende un pò di vita. Il bambino nasce circa un mese dopo il concepimento: la dura placenta che circonda il neonato si stacca e Bella inizia a vomitare sangue. Edward, Alice, Rosalie e Jacob praticano un parto cesareo e riescono a fare nascere il bambino, che si rivela una bambina. Il corpo di Bella è quasi totalmente distrutto-ha due costole incrinate, il midollo spinale schiacciato, il bacino quasi rotto e ha perso moltissimo sangue- e, per orrore di Edward, poco dopo il parto il suo cuore smette di battere. Edward dà la bambina e incomincia a trasformare Bella: le inietta il suo veleno direttamente al suo cuore e la morde in diverse parti del corpo. Jacob e Edward le praticano il massaggio cardiaco per mantenere il battito. Bella sembra morta. Jacob va a cercare la bimba, Reneesme, ma quando la trova subisce l’impriting. Dopo tre giorni Bella si sveglia e vorrebbe vedere sua figlia, ma i Cullen sono cauti con lei poiché come vampira neonata è ancora volubile e la piccola è in parte umana. Alice fa vedere il suo riflesso a Bella e Bella nota come ora è sorprendentemente splendida e ha gli occhi rossi. Edward, Bella Alice vanno a caccia. Mentre caccia, Bella si imbatte in un profumo umano ma resiste all’urgenza di uccidere, sotto stupore di Edward. Tornati a casa a Bella viene consentito di vedere la figlia. La piccola somiglia moltissimo a Edward, tranne per il colore degli occhi, ereditato dalla madre da umana. Bella scopre il dono di Reneesme- la capacità di inviare immagini nelle mente delle persone toccandole. Bella prende malissimo l’impriting che Jacob ha avuto con sua figlia e minaccia di ucciderlo. Sfortunatamente, i Volturi hanno deciso di andare da loro per distruggere Reneesme, supponendo che si tratti di una bambina immortale, sotto denuncia di Irina. La famiglia chiama allora altri vampiri per combattere contro i Volturi. Bella scopre anche il suo dono-la capacità di creare uno scudo che può estendere agli alti. Insieme riescono a battere i Volturi che ritornano a Volterra. Il libro si conclude con un lieto fine per Edward e Bella che possono finalmente vivere la loro eternità felicemente.
Il linguaggio dell’arte contemporanea per portare a Dio
Madrid, 15 luglio 2011.- L’innovazione e la storia non sono in conflitto.Nè l’arte contemporanea e la fede. Cosí dimostrano le 36 opere (installazioni,performances, quadri, fotografie) dell’esposizione Arte + Fede da paesi dei 5 continenti (Stati Uniti, Giappone, Olanda, Liberia, Australia e Filippine).
L’esposizione Arte + Fede riunirá alla Fondazione Pons di Madrid, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), le opere di artisti contemporanei cristiani provenienti da diverse parti del mondo, il cui obiettivo comune è che l’arte sia un ponte verso la fede. La mostra potrà esser visitata dal 9 al 26 agosto, nella sede della Fondazione Pons.
“È la prima volta che in Europa si organizza un’esposizione internazionale con artisti avanguardisti e impegnati con la loro fede cristiana, che sia cattolica, ortodossa o protestante. Il pensiero moderno vive una sfiducia generale. Questa esposizione vuole esser un modo per mostrare che l’arte costruisce, speranza”, ha spiegato María Tarruella, responsabile dell’esposizione.
La mostra ha potuto contare sulla collaborazione del National Museum of Catholic Art di Washington DC, dove l’esposizione sarà trasferita dopo la GMG.

Tarruella ha sottolineato che questa mostra rivela che “il senso religioso non è qualcosa di ieri, ma qualcosa di insito nell’essere umano, che viene espresso attraverso il linguaggio artistico di ogni epoca. Le opere selezionate vanno dalle più concettuali ad altre con riferimenti più classici”.
È il caso dell’ olandese William Zijlstra, che nella sua opera ‘Agnus Dei’ fa un chiaro parallelismo con l’ opera omonima di Zurbarán. Questa volta l’agnello è però immolato in un altare moderno, fatto con giornali che riportano la notizia ‘l’uomo è capace di qualunque orrore’, un articolo sull’ Olocausto. Inspiegabile dal punto di vista umano come la crocifissione di Cristo e le sofferenze del ventesimo secolo abbiano senso alla luce della fede.

Il significato del quotidiano
Dio e l’uomo non devono stare lontani. Così pensano molti di questi artisti, come il castiglianese Alejandro Mañas che utilizza tre bottiglie di Coca Cola smaltate per parlare di Santa Teresa, San Giovanni della Croce e San Sebastiano. Apparentemente simili, queste tre bottiglie sono proprio come noi: “la nostra forma esteriore è sempre la stessa però a seconda di come viviamo la nostra interiorità, vestiamo l’esterno”, spiega l’ artista.
“Ogni gesto quotidiano ha un significato più profondo che trascende il suo lato più funzionale”, mette in guardia David López attraverso la sua opera ‘Nowa Huta’, nella quale si vede la sagoma di Cristo crocifisso, realizzata utilizzando immagini del quotidiano.
Installazioni e ‘performances’
Anche la partecipazione trova posto in questa mostra. Ad esempio il lavoro “Le lacrime di Maria Maddalena” della sivigliana Adriana Torres de Silva: un’installazione con capelli appesi sopra un dipinto coperto d’acqua, che invita i visitatori a scoprirla spostando i capelli e, allo stesso tempo, rimanere inebriati dal profumo che viene versato nell’acqua.

Oltre a questa, c’è l’ installazione realizzata dal filippino Jason Dy, artista e sacerdote gesuita, il cui lavoro consiste in bottiglie di vetro con dentro i ricordi di cari defunti. I visitatori potranno, se lo desiderano, riempire le bottiglie con un ricordo per i loro cari defunti, come fosse una lettera da inviare a Dio.
Esperienze nate in carcere

In carcere ha anche trascorso la vita Sarai Aser, artista cilena trasferitasi a Rotterdam, questa volta per aiutare gli altri. La sua opera ‘Verginità’ desidera mostrare il messaggio che lei stessa trasmette alle donne nelle carceri: l’ opportunità di tornare indietro per ricominciare a vivere dopo situazioni di forte disagio a causa della prostituzione o altre ragioni legate alla sessualità.
L’ esposizione Arte + Fede è una delle oltre 300 attività che faranno parte della programmazione culturale della Giornata Mondiale. In concreto è una delle tre esposizioni d’arte principali, insieme all’ itinerario nel Museo del Prado ‘ I volti di Cristo’ e l’ esposizione del Museo Thyssen ‘Incontri’.

di Marilena Marino
Roma.Una guida alternativa per i nuovi quartieri intermediali, ospitale ed accogliente, capace di orientare e aprire alla trascendenza. E l’animatore della cultura e della comunicazione, colui che “introduce spazi di dialogo tra reale e virtuale” e sa far guardare oltre. Piu’ che uno specialista, ” è un esperto di umanita’ e un cittadino a pieno titolo del pianeta digitale, dato che fa della logica del dono, della condivisione, dello scambio, il proprio stile relazionale”, ha spiegato mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e sottosegretario della Cei.
Intervenendo alla sessione “in presenza” del corso Anicec che si è svolto a Roma nei giorni scorsi, Pompili ha tracciato l’identikit di quella che sempre piu’ deve diventare una figura di riferimento nell’ambito sociale e culturale. Soprattutto oggi che la rete rappresenta “l’elemento sintetico dell’attuale stagione post-mediale”. L’animatore” non trasmette, ma prima di tutto incontra chi si sente smarrito o vuole conoscere meglio per poter abitare”. si tratta di una persona che sa uscire “dalle mappe uffficiali e dalle mode del momento, con le loro parole chiave che durano meno di una stagione, e dagli entusiasmi tecnologici cosi’ poco inclini alla questione del senso , per esplorarne le potenzialita’ alla luce di una passione e di un interesse per l’umano e di un desiderio di pienezza”. In quest’ottica, ha tenuto a precisare Pompili, il servizio che offre non risponde a un ” dover essere”, ma a un ” non poter fare a meno”, mosso da un desiderio autentico di condividere con altri cio’ che si è conosciuto e compreso”. Del resto, ha ricordato, “l’animatore è tale perchè ha un fuoco dentro, ha qualcosa d’importante da dire e sente il bisogno di testimoniare che è “la verticalita’ che buca la rete e restituisce all’orizzontalita’ il suo significato pieno e umanizzante”.
Secondo il sottosegretario della Cei, ” la vera sfida oggi è quella della trascendenza: essere pienamente dentro, ma affacciati su un altrove; essere nel web ma non del Web”. ” Nella cultura contemporanea, ha rilevato, si pensa che escludere la dimensione del sacro renda l’uomo piu’ libero: in realta’ escludere, negare o relegare nella sfera esclusivamente privata lo spazio del sacro impoverisce l’esperienza umana e la qualita’ della vita di tutti”.
Quella dell’animatore è dunque una vera missione: a lui è richiesto di essere “sentinella” che vigila e aiuta a restare svegli, e al contempo 2 lievito che tiene in movimento e sa riconoscere e sviluppare le sinergie e i possibili contributi, specie dei giovani”. Questo significa saper cogliere, della logica digitale, la “non separabilita’ dell’imparare e dell’insegnare, entrambe attitudini qualificanti dell’essere umano di ogni eta’, favorendo lo scambio dei ruoli e le alleanze educative tra le generazioni e tra persone con capacita’ diverse”. e inoltre ” promuovere convivialita’, anche intergenerazionale, condivisione e una quotidianita’ che consolida il tessuto relazionale e da’ spessore alla comunicazione”. Occorre ” valorizzare i media tradizionali alla luce dei nuovi” per trasformarli “da qualcosa di dato per scontato, e quindi potente, in un’ occasione per una rigenerata capacita’ relazionale e una nuova intelligenza del mondo e persino della fede”.L’animatore, ha concluso Pompili, è , alla fine, ” il facilitatore di una nuova sintesi umanistica e promotore di un oltre rispetto a cio’ che la tecnica rende immediatamente disponibile: la partecipazione oltre l’interattivita’, l’incontro oltre la connessione, la riconnessione della complessita’ esistenziale oltre la moltiplicazione degli spazi relazionali, il desiderio di un oltre che la tecnica suggerisce ma che non puo’ dare”.
di Marilena Marino
LILIANA Cavani pensa ad un nuovo film su San Francesco. Sara’ il suo terzo film sul poverello d’Assisi. Ad annunciarlo la stessa regista ieri a Terni, nel corso della giornata inaugurale della settima edizione del Festival Popoli e Religioni Umbria International Film Fest, dove ha presentato la versione restaurata di Francesco d’Assisi, il suo film d’esordio come regista (1966). ”La biografia di San Francesco, scritta da Paul Sabatier alla fine del XIX secolo – ha detto la Cavani – mi piacque moltissimo perche’ non era un testo agiografico ma un vero romanzo di formazione. Rimasi stupefatta dall’attualita’ e dalla modernita’ di questa figura, e questo per diversi motivi: primo, perche’ Francesco non e’ un francescano; secondo, perche’ la sua era una rivoluzione generazionale, e per questo sempre attuale. In effetti io immagino il movimento francescano un po’ come quello sessantottino, non a caso il mio film e’ stato percepito nel ’66 come qualcosa di nuovo. Si afferrava che c’era qualcosa di nuovo nell’aria, perche’ c’era in Francesco”. VENTUNO anni dopo, Liliana Cavani e’ tornata a raccontare la storia di Francesco d’Assisi in un secondo film, perche’ ”in quella prima versione non ero riuscita – ha spiegato la regista – a raccontare l’episodio delle stimmate sul quale invece mi concentrai nel secondo film, interpretato da Mickey Rourke”. Per la Cavani, proprio Terni potrebbe essere la location ideale per il nuovo film che, secondo il vescovo della citta’ umbra, monsignor Vincenzo Paglia, ideatore del festival ternano, ”potrebbe rilanciare anche il polo cinematografico umbro, che dopo i successi di La vita e’ bella e delle fiction sta attraversando un momento di stagnazione”.
Sembra quell’episodio del re Davide quando insiste per costruire la casa al Signore dicendo che non poteva permettersi di abitare a corte mentre Dio non aveva un posto stabile dove dimorare. Noi continuiamo a parlare di Dio, a descriverlo, a circoscriverlo, a dipingerlo, cantarlo, musicarlo e rappresentarlo instancabilmente anche al cinema: è l’antica ansia dell’uomo che come S Agostino gridava” O Signore, il mio animo non è tranquillo finchè non riposa in te!” Ed è vero, quanto se è vero ! Anche Assisi e l’Umbria, terra dei santi, rappresentano da sempre l’itinerario francescano piu’ famoso al mondo e il mirabile bersaglio di velleita’ artistiche e culturali e ogni volta si scopre una strada, un vicolo, un posto dove Francesco è passato…Liliana Cavani esprime bene il concetto” si afferrava qualcosa nell’aria perchè c’era in Francesco”. E in noi c’è questo qualcosa nell’aria tanto da diventare dei protagonisti della fede come Francesco, talmente giganti da poter far scrivere pagine della nostra vita a qualche regista? Come amanti del vangelo, quante pagine di noi cantano la passione e il canto che il santo di Assisi aveva per Dio? O dobbiamo sempre restare affacciati alla porta della nostra esistenza a guardare la vita degli altri santi perchè in fondo crediamo che noi non potremmo mai essere come un Francesco? Viviamo spesso da spettatori esterni della nostra storia, quasi mai da protagonisti, anche come cristiani, delegando ad altri l’orgoglio di essere santi. Ben venga allora un ennesimo film su s Francesco, ma ricordiamoci di dipingere noi, la propria storia personale di santita’, perchè un giorno il vero regista della nostra vita, Dio, possa farci mettere a tavola e servirci
dicendo ” Venite, benedetti dal padre mio…”
Come la favola di Biankaneve, lo specchio della nostra realta’ è diventato il Blog, dove ognuno liberamente puo’ confrontarsi con le proprie idee. Ma il rischio è che questo specchio puo’ essere anche deformato e non rispecchiare il mondo che ci circonda. E la donna naviga ormai anch’essa sempre piu’ frequentemente in questo cybernetico spazio: ragione di piu’ per invitarvi caldamente riflettere.
Lo specchio della regina cattiva di Biankaneve puo’ essere al contempo la propria convinta o presunta idea che tutto ruoti intorno al proprio ombelico e dove si è è sempre al centro della storia, o anche lo specchio del mondo che è la’ fuori del castello, o entrambi. Se osserviamo la realta’ che ci circonda, infatti, la vita è diventata quasi per tutti un modello galoppante ad alto tasso narcisistico, edonistico impietoso: forse la regina non era molto lontana da cio’ che succede oggi. Dalla politica, alla sete di dominio , di successo, per non parlare della fame di soldi, di sesso e potere….ah! il potere!! Lo so, sono concetti vecchi come il mondo e la povera first Lady prigioniera di se stessa che ogni giorno interroga lo specchio come in cerca di conferme estenuanti, davvero potrebbe essere anche il nostro, di specchio, assieme alla paura di non sentirci amati, per cui chiediamo a tutti prestazioni dirette o indirette d’amore e stima. Come a dire: mi ami tu?( ma non è la frase del Maestro a Pietro) E guai a chi si permette di infrangere il nostro super ego! Subito chiamiamo ai nostri ordini un cacciatore pronto li’ fuori ad uccidere chi ci toglie il posto, o, meglio ancora, uccidiamo da noi stessi! Non sia mai che qualcuno ci possa contraddire! Quante forme assume questo specchio allora… sembra essere il protagonista deformato del nostro io. Ma non solo questo, per fortuna! Sempre piu’ persone si ritrovano ad abitare spazi vergini nel mondo della blogosfera per riflettere la propria immagine intellettuale, etica o spirituale in un piccolo o grande blog: nel variegato contenitore della rete c’è posto per tutti e potrebbe essere interessante percepire che, al di la’ del proprio io narcisistico che inesorabilmente spunta, una parvenza sapienziale che colora la vita di qualche nota virtuosa, ammantandola di celestiale verita’ .Il punto è quale verita’. Insomma, se non ci si puo’ sempre fidare dello specchio della cattiva regina, il blog puo’ diventare un utile strumento di riflessione, dialogo, confronto libero e scambievole. Non parliamo poi della donna che ha trovato anche lei un inusitato luogo, verde e consapevole, dove trovare foraggio giusto e abbondante per parlare della sua squisita femminilita’, come un bellissimo cerbiatto che tanto fa compagnia a BianKaneve quando, spaventata, si perde nel bosco tutta intimorita e sola. Sembra fuoriuscita proprio dalla favola questa nuova donna , come la figura di una bianca e forse poco timida guerriera che dice la sua anche a proposito della regina, del mondo, della propria vita e si racconta e si apre con generosita’nella rete, come del resto solo le donne sanno fare in modo particolare. La cucina e gli oscuri meandri del castello non fanno piu’ per lei. Sono diventati oramai spazi troppo angusti. Ha trovato cieli aperti nei giardini di internet e della rete. Un nuovo cantico dei cantici l’aspetta. E si’, perchè ormai BianKaneve è cresciuta e oltre ad avere la pelle sempre bianca e i capelli sempre nerissimi, il rubino colore delle sue labbra adesso sembrano essere diventate ancora piu’ rosse, assetate di verita’, di giustizia, di qualcosa che non soddisfa piu’ le sue gerarchie casalinghe e la mela dell’ albero da comprare al mercato non piu’ d’istinto ma valutandone la spesa. E’ assetata di amore vero, di liberta’, quella che assomiglia al candore e alla freschezza della prima neve che spunta sulle colline poco distanti. La donna spaziale che è diventata, la fa navigare sempre piu’ nel cybernetico spazio della ricerca dello Spirito. Ella si affaccia non piu’ timidamente fuori dal castello della regina, ma si libra sempre piu’ caparbia nel cielo della rete, alla ricerca del Vero cacciatore che, invece di ucciderla, le salvi ancora una volta la vita e per sempre! Dio è questo cacciatore, la regina perfida rende solo un utile servizio perchè spinge i veri adoratori dello Spirito Santo a cercare la verita’ dietro lo specchio deformato dei vizi…. e Biankaneve? Lei è questa donna spaziale.Si, proprio cosi’ la definirei. SPAZIALE. Protesa senza sosta verso il suo Diletto che abita anche questa nostra rete questa nostra casa, questo nostro nuovo castello dell’Amore. L’ha inventata Lui, credo proprio di si’, ne sono certa,in un guizzo fantastico di poesia e genio, per consentire a tutti i bloggers e agli abitanti della rete e dei socialnetwork, di sperimentare il dialogo senza barriere,quello vero, aperto a tutti, che non mente ma si mantiene fedele e verace, che sa’ condire di sapienza divina tutte le realta’ che raggiunge tutti e interroga ormai tutti e di cui non possiamo farne a meno, perchè da una Luce inaccessibile, ora è diventato presente e si avvicina sempre piu’ in questo Avvento.E allora ,interroghiamoci adesso, come nella nuova favola dei bloggers di tutto il mondo” Specchio specchio delle mie brame, che sapienza daremo a questo reame?”
Partirà stasera un nuovo ciclo di “Appuntamenti con Gesù”, incontri di preghiera e formazione promossi dalla Caritas del patriarcato di Venezia. In questi “appuntamenti”, spiega il vicedirettore della Caritas Franco Bonaldi «si fa esperienza dell’osmosi tra le tre essenziali dimensioni del ministero e della missione della Chiesa: ascolto della Parola, celebrazione dei sacramenti e testimonianza della carità. I temi si inseriscono nelle letture liturgiche del giorno dove alcuni qualificati testimoni dimostrano come il concreto snodarsi dell’umana esistenza è il modo in cui Gesù si fa presente a tutti gli uomini ogni giorno ed in che modo una comunità cristiana può essere lievito dentro la pasta della storia, luogo di comunione per vivere la carità».
Questa sera è in programma una liturgia della Parola a carattere ecumenico realizzata con il Consiglio locale delle Chiese cristiane di Venezia; a predicare la pastora valdese Elisabetta Ribet. Invitati tutti i rappresentanti delle chiese cristiane presenti in diocesi. In qualità di “testimoni” sono stati invitati alcuni rappresentanti di ordini religiosi: francescani, salesiani, somaschi, suore del Caburlotto, di Maria Bambina, francescane di Cristo Re.
Le date previste per gli incontri successivi sono i primi lunedì del mese, a partire appunto da oggi, 7 novembre 2011, fino a lunedì 7 maggio 2012 con orario 18.30 – 19.45 presso la chiesa parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria (Altobello) a Mestre.
(via SpiritualSeeds.info)
Nell’omelia pronunciata da mons. Francesco Lambiasi al funerale del motociclista Marco Simoncelli a Coriano, c’è un passaggio molto “coraggioso”.Quello in cui si fa piazza pulita di certe espressioni, specchio di una teologia un po’ sbilenca.
“Alle volte – ha detto il vescovo – noi credenti pensiamo di svignarcela con l’allusione enigmatica a una indecifrabile volontà di Dio. Ci ripetiamo, instancabili: “è la volontà di Dio”, e non ci rendiamo conto che, sbandierando parole senza cuore, rischiamo di far bestemmiare il suo santo nome. Il mio animo si ribella all’idea volgare di un Dio che si autodenomina “amante della vita”, che mi si rivela come il Dio che “ha creato l’uomo per l’immortalità” (Sap 2,23) e poi si apposta dietro la curva per sorprendermi con un colpo gobbo o una vile rappresaglia. Permettetemi di ridire sottovoce a me e a voi qual è questa benedetta volontà di Dio, con le parole pronunciate un giorno da suo Figlio sotto i cieli alti e puri della Palestina, mentre a Rimini si stava ultimando il ponte di Tiberio: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato. Che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39)… Dove stava allora Gesù in quell’istante fatale in cui il corpo di Marco ha cessato di vivere? Stava lì, pronto per impedire che Marco cadesse nel baratro del niente e per dargli un passaggio alla volta del cielo”.
Certo, occorre fede e ne occorre davvero molta davanti a queste parole, ma se pensiamo che gli ebrei, di cui i cristiani sono fratelli minori, credono decisamente che Dio permette ogni cosa e ha cura del piu’ piccolo dei nostri capelli, allora questa omelia si prospetta come una forte attualizzazione della storia che appartiene a tutti noi. E’ vero che questo solare ragazzo fosse gia’ di per se’ un semplice giovane alla mano, amante della vita e benvoluto da tutti, ma che sappiamo che, attirandolo a se’ Dio non sapesse gia’ che di la’ a venire la sua vita si sarebbe persa nel “baratro del niente” ?! Forse questo concetto non puo’ subito consolare chi lo piange e chi lo piangera’, ma ricordiamoci la vicenda terrena di una donna che divenne santa per questo: l’aver pregato il buon Dio di togliere dalla terra i suoi amati figli che altrimenti per vendicare il padre, si sarebbero macchiati di un delitto gravissimo agli occhi di Dio. Non certamente la madre di Marco si augurava per il figlio un simile epilogo, ma considerando l’atto di fede di Santa Rita da Cascia, se il genitore di questo eccezionale campione del motociclismo pensasse che l’ Onnipotente, per amore al loro figlio, l’abbia preso prematuramente con se’, forse la pace tornerebbe ad albergare nella casa dei cari di Simone. Ce lo auguriamo e intanto un fiore lo depositiamo anche noi fan di questo Angelo chiamato Marco.
di Daniela Asaro Romanoff “All’interno la Cattedrale è un gioiello della pittura. Ogni colonna, ogni muro, i soffitti, tutto è coperto di bellissimi affreschi, opera di Guri Nikita e Sila Sarin”
Festa della Luce, Candelora e della Purificazione di Maria:”Gerusalemme,rivestiti di luce, perché viene la tua luce del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1).
Di Giovanni Chifani ” Diaconia cristiana: dimensione kerigmatica, profetica e didascalica”
di Moreno Migliorati Chi è Gesù per me oggi? È persona viva di cui sentiamo tuttora il fascino o è [...]