Tuesday, 7 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

Mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo

Posted by michelangelo On giugno - 7 - 2010 ADD COMMENTS

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di Michelangelo Nasca

L’istituzione eucaristica potremmo considerarla il terzo grande mistero della fede cristiana, o se preferiamo sottolinearne l’unicità, il terzo colossale scandalo per una religione.
L’Incarnazione di Cristo, infatti, aveva già spiazzato e messo alla prova la fede israelitica che veniva chiamata a riconoscere nella persona del Nazareno l’antica promessa: la venuta del Messia. Questa realtà era difficile da comprendere. Quale relazione poteva esserci tra Dio e un bambino? Il secondo scandalo era quello della Croce. Poteva un dio, forte e potente, lasciarsi umiliare e crocifiggere come un infame bestemmiatore per poi risorgere (avvenimento umanamente poco credibile!) dalla morte? Infine l’istituzione dell’Eucaristia, che abbraccia Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Cristo in un unica realtà misterica e celebrativa, non come il semplice ricordo dell’ultima cena di Gesù trascorsa con gli apostoli ma come memoriale della Sua morte e resurrezione.

Nel mistero eucaristico il mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo vuol dire assumere in sé ciò che, apparentemente, sembrerebbe stare semplicemente accanto a noi. C’è come un confine, un limite che deve essere necessariamente oltrepassato: “Assumete dentro di voi ciò che sembra stare soltanto accanto a voi, e come io posso oltrepassare i confini, così lasciate anche voi cadere i vostri confini, assumendo me” (Von Balthasar).

L’intento di Cristo non è quello di annullare l’autocoscienza umana per assorbirla nella Sua. Egli desidera che l’uomo conduca una “vita nuova”, libera da ogni ristrettezza e calcolo umano, attraverso una modalità assolutamente inedita, una realtà dove è possibile partecipare della vita di Cristo. Tutto questo poteva accadere solo attraverso un concreto e corporeo atto d’amore da parte di Dio.  Egli viene, infatti, ad instaurare una alleanza eterna con tutta l’umanità; percorre le strade dell’uomo, la sua vita, la sua storia; abbraccia le nostre fatiche, prende su di sé i nostri peccati, lasciandoci il conforto della sua amicizia, la certezza della sua presenza.

Che cosa c’è fra noi e Dio? Perché dare vita ad una storia della salvezza che la Bibbia racconta, parola per parola, a partire da Adamo fino alla Resurrezione di Cristo? E se fosse venuto a restituirci proprio ciò che avevamo perduto agli inizi della storia sacra a causa del peccato? Il dono, cioè, dell’eternità il mistero della nostra vita in Lui?

C’è un’immagine molto bella di C. Péguy che può aiutarci a comprendere il particolare e misterioso rapporto che intercorre tra noi e Cristo: “Fili innumerevoli legano ogni essere a Gesù, all’essere di Gesù… fili invisibili, fili eterni, fili infiniti, fili misteriosi… ogni anima e ogni corpo al corpo di Gesù, ogni corpo e ogni anima all’anima di Gesù. Con la comunione; con questa comunione. Che rete inestricabile, ragazzi. […] Ecco la vostra comunione. Con fili innumerevoli, con fili invisibili, con fili misteriosi, infinitamente, eternamente misteriosi tutto è legato a tutto, tutti siete tutti legati; e a tutto; e reciprocamente; mutuamente; e sono groviglio, intrecci senza fine. Ecco, ecco cos’è la vostra comunione” (C. Péguy, Véronique). La rivelazione del dono eucaristico, pertanto, oltre a stabilire la definitiva presenza di Dio in mezzo a noi (Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo – Mt 28, 20) ci indica la posizione del cristiano nei confronti di Cristo, non davanti a lui, ma in lui.

Tutto ciò non potrà accadere se non attraverso un’adesione libera da parte dell’uomo. Non sarà certo Dio a scardinare l’ingresso della nostra libertà. Egli continua soltanto a rivolgerci il suo personale invito: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 3, 20-22).

L’INCOMMENSURABILE…SI FA PICCOLO PER NOI

Posted by FLORIANO CARTANI' On giugno - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Floriani Cartani’

Se fossi stato un architetto, avrei disegnato tutte le chiese senza tetto. Come facciamo, infatti, noi uomini, a cercare di “contenere” in un luogo chiuso, limitato, Colui il quale non ha spazio né tempo. Il paradosso è evidente e mi rimanda ad alcuni ricordi dei “tetti” di tante antiche chiese e tempietti del culto cristiano che ho visitato, le quali raffiguravano molto spesso sulla propria volta un cielo azzurro, con le nuvole e gli uccelli o dipinto scuro con le stelle della notte. Alzando lo sguardo, quindi, sembra che tali templi non siamo chiusi ma aperti verso il cielo. Come la chiesa inferiore di san Francesco in Assisi che, appunto,è così. Il significato è di facile lettura. Pur tuttavia, oggigiorno si è quasi “persa” per strada tale raffigurazione teologica negli edifici sacri: ve lo immaginate un ingegnere edile o un architetto dei tempi moderni che propone un simile allocamento pittorico? Cos’è cambiato, ci chiediamo allora, rispetto a prima? E’ solo un’ondata modale? Forse che l’uomo moderno ha abbandonato tale raffigurazioni perché giudicate troppo infantili o superate? Può darsi che sia cresciuta talmente tanto la propria conoscenza, che quasi ci si vuol paragonare ad un neo dio? Per chi crede e crede veramente e profondamente, le cose non dovrebbero stare così. Si badi bene che ciò di cui si parla non è una questione “sofistica”: Dio è impossibile da racchiudere in nessun mausoleo. Ciò nonostante, come ben sappiamo, lo ritroviamo ogni giorno vivo in carne e sangue nella minuta ostia consacrata. Una minuscola parte, quest’ultima, certamente molto ma molto più piccola se paragonata alle immensità e maestosità di tante cattedrali costruite dall’uomo. Com’è possibile allora questa corrispondenza biunivoca che, per noi esseri finiti, appare inconcepibile? Ancora una volta, chi crede e crede veramente, in questa occasione ha l’opportunità di (ri)scoprire non tanto e non solo la grandezza infinita di Dio ma, soprattutto, il suo amore ineguagliabile attraverso Gesù. L’Incommensurabile, infatti, proprio grazie a Gesù che ha penetrato la storia degli uomini, è divenuto contenibile per noi, con tutto il suo corpo e tutto il suo sangue, nell’ostia consacrata. Appunto. Capite bene, quindi, come non esiste nulla sulla terra che possa racchiudere l’Altissimo, se non un apparentemente piccolo pezzo di pane il quale, tuttavia, grazie alla mediazione del sacerdote, diviene corpo e sangue di Cristo. Può sembrare difficile per noi esseri umani, comprendere appieno questo mistero. Ed ancora una volta dobbiamo dare atto ad un altro San Tommaso della storia che ci ha aiutato a comprendere. Si tratta di un monaco Basiliano il quale, come l’apostolo titubante, mise questa volta alla prova la propria fede con un dubbio sull’ostia che andava consacrando e che, a breve, sarebbe divenuta in tutto e per tutto corpo e sangue di Gesù. La storia risalente all’VIII sec. d.C. è meglio conosciuta come il Miracolo Eucaristico di Lanciano, una ridente cittadina tra Pescara e Chieti, adagiata sui declivi Abruzzesi. Come per san Tommaso, anche il dubbio del monaco fu presto dileguato allorquando tra le dita del religioso l’ostia grande si trasformò in carne viva ed il vino della consacrazione in sangue vero. Ancora oggi quel tozzo di carne e sangue aggrumito,  rigorosamente conservati in un’antica polla di vetro, sono visibili nell’apposito altarino della chiesa di Lanciano. I reperti sacri, dopo le ricognizioni medievali, sono stati analizzati negli anni ’70 ed ’80, ottenendo dalla scienza un responso stupefacente: carne e sangue umani.  Attorno a questo centro liturgico non vi è ancora quello che in altri luoghi sacri è la normale visione del mercato degli oggetti sacri. Il sito religioso gode invece ancora di tutta quella fragranza di fede ed intimità d’animo che si percepisce solamente quando si avverte di essere in qualche modo al cospetto del Divino che si è manifestato. Se da un lato risulta quasi propedeutico, magari giusto in questo periodo, un pellegrinaggio riflessivo in questo luogo dall’altro non tragga in inganno la finalità. Essa, infatti, non deve essere assolutamente di natura “turistica” e deve invece aiutarci a ricordare come tale ricchezza infinita sia posseduta da ogni tabernacolo. L’unico posto al mondo dove l’Incommensurabile si fa piccolo per tutti noi.

La casa di Zaccaria… un tabernacolo di santità

Posted by michelangelo On giugno - 2 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1, 39-44).

Nel dialogo della Visitazione appena riportato, oltre a Maria ed Elisabetta, entrano in scena – o forse sarebbe più corretto dire “entrano in dialogo” – anche Cristo e il suo Precursore, sotto lo sguardo attento dello Spirito Santo. Il particolare incontro tra Maria ed Elisabetta, infatti, non è privo di illuminazioni divine. Nella dinamica di questo episodio, la poliedrica presenza dello Spirito Santo conferisce ad ogni personaggio una sua esclusiva identità e compiutezza. E’ proprio lo Spirito Santo, infatti, il protagonista principale di questo racconto.

Elisabetta porta nel suo grembo l’ultimo dei profeti, Giovanni Battista, il precursore di Cristo, colui che – secondo le parole pronunciate dall’Angelo a Zaccaria – «sarà grande davanti al Signore… sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto» (Lc 1, 15-17).

Il saluto con il quale Elisabetta accoglie la Madre del Salvatore non ha precedenti in tutta la letteratura biblica. E’ l’azione dello Spirito Santo – già presente nel figlio Giovanni («Sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre» – Lc 1, 15) – il vero suggeritore di tale saluto. “Elisabetta la chiama ad alta voce, con la voce dello Spirito che è in lei: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno!». Sia la madre che il bambino vengono lodati e benedetti; Elisabetta non fa differenza tra la benedizione impartita alla madre e quella indirizzata al Figlio, comprende che entrambi costituiscono un’unità e che quest’unità è il risultato di una grazia del tutto particolare che in quel momento investe sia lei che Maria in maniera uguale” (A. von Speyr).

La casa di Zaccaria diventa così un vero e proprio tabernacolo di santità. I personaggi che interagiscono in questo edificio sacro sono pertanto cinque: Maria, Elisabetta, Gesù, il Battista e lo Spirito Santo. Inoltre Adrienne von Speyr commenta: “La visita, nel suo più profondo significato, non è una visita di Maria ad Elisabetta, ma una visita di Cristo a Giovanni. Entrambe le madri fungono ora solo da mediazione per i figli” (A. von Speyr).

In Elisabetta accade anche qualcos’altro di veramente unico e straordinario. Ad essere toccato per primo dalla grazia non è Elisabetta ma il figlio Giovanni portato in grembo. Il Battista, infatti, è il precursore di Cristo e in lui è rappresentata la futura generazione che giungerà alla salvezza. La specificità del compito di Giovanni Battista, è quella di camminare davanti al Signore per diventare Suo testimone. Tutto ciò ha inizio da subito, fin dal seno materno.

La gioia è senza dubbio l’altro elemento caratteristico di questa narrazione, ed è anche il tema centrale di tutta la letteratura neotestamentaria. La gioia non può essere disgiunta dalla persona di Cristo e dalla sua missione, e di conseguenza anche chi è chiamato a seguirlo ne è pienamente coinvolto, proprio come Giovanni Battista. Egli, infatti, ancor prima di annunciarne la venuta, ha il privilegio di incontrare il Messia durante la visita di Maria ad Elisabetta, e in quella occasione egli – ancora nel grembo materno come il Salvatore che dovrà annunciare – fa esperienza della gioia: «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44).

A terra rannicchiati!

Posted by michelangelo On maggio - 15 - 2010 ADD COMMENTS

Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio».

Ed elli a me: «La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che i miei occhi pria n’ebber tencione

Purgatorio, canto X, 112-117

Io cominciai a dire: «Maestro, quelle che vedo muoversi verso di noi non mi sembrano persone, e non so che cosa siano, tanto inutilmente guardo». Ed egli a me: «La grave qualità del loro tormento li fa rannicchiare fino a terra, tanto che prima anche i miei occhi restarono incerti se quelle fossero o non fossero persone».

E’ l’immagine della pena che Dante riserva ai superbi nel decimo canto del Purgatorio della Divina Commedia. Per aver mostrato arroganza e alterigia nella vita, i superbi sono costretti a portare (secondo l’inesorabile legge del contrappasso) un enorme masso sulle proprie spalle e a guardare il volto di coloro che invece nella vita furono umili; così, chi in vita aveva guardato gli altri dall’alto al basso adesso si ritrovava rannicchiato su se stesso e schiacciato da un pesantissimo macigno per espiare il grave peccato della superbia.

Mi trovo profondamente d’accordo con il famoso scrittore francese Honoré De Balzac che a tal proposito (in pieno ottocento!!!) affermava: “La malattia del nostro tempo è la superbia. Ci sono più santi che nicchie”. Parole che, nonostante tutto, riescono a fotografare con estrema nitidezza persino il nostro tempo! Potremmo addirittura, per essere ancora più moderni, considerare la superbia una “moda” piuttosto che una malattia. Sono infatti pochi coloro che guardano al primo dei sette vizi capitali come ad un terribile cancro interiore.

L’essere superiore a qualcosa o a qualcuno, o peggio ancora il “sentirsi” superiore, è una affascinante prerogativa per chi è capace di amare soltanto se stesso e i propri interessi! Ciò che mi preoccupa di più è però il progetto culturale che ruota attorno alla superbia.

Puoi far crescere i tuoi figli, per esempio, facendogli credere che tutto gli appartiene perché il mondo e i suoi abitanti sono lo sgabello dei loro piedi; tanta gente (soprattutto a lavoro) ama essere adulata e osannata come un imperatore. “Persino quando si è sul banco degli accusati, – affermava Albert Camus – è sempre interessante sentir parlare di sé”. L’uscere in servizio al municipio crede talvolta di essere il Sindaco; ma anche in un qualsiasi ufficio pubblico o sanitario c’è sempre un impiegato o una capo sala che gestiste (illegalmente) “il potere” di farti attendere più del dovuto, perché magari hai chiesto una informazione in più o per una semplicissima ed epidermica antipatia!!!

Già, è proprio quello strano “potere” (un potere qualsiasi purché sia capace di dominare e schiacciare l’altro) che acceca l’uomo e lo irretisce con deliri di onnipotenza. I problemi diventano poi più complessi quando uno solo di questi uomini crede di essere dio stesso!

«Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini» (Rm 12, 16-17)

«Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia» (Gc 4, 6)

«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1, 52)

Maria: onnipotente per grazia

Posted by michelangelo On maggio - 4 - 2010 2 COMMENTS

di Michelangelo Nasca

“In testa avanza la flotta innumerevole dei Pater./ Fendendo e sfidando l’onda della mia collera./ Potentemente fondati sui loro tre ordini di remi./ […] E tutti questi peccatori e tutti questi santi insieme camminano dietro mio figlio/ E dietro le mani giunte di mio figlio./ Ed essi stessi hanno le mani giunte come se fossero mio figlio./ […] E tale è la flotta dei Pater, solida e più innumerevole delle stelle del cielo. E dietro io vedo la seconda flotta, ed è una flotta innumerevole, perché è la flotta dalle bianche vele, l’innumerevole flotta delle Ave Maria./ Ed è una flotta di biremi. E il primo ordine di remi è: Ave Maria, gratia plena;/ e il secondo ordine di remi è: Sancta Maria, mater Dei./ E tutte queste Ave Maria, e tutte queste preghiere alla Vergine e il nobile Salve Regina sono bianche caravelle, umilmente raccolte sotto le loro vele a fior d’acqua; come bianche colombe che si prendessero nella mano”.

Queste parole – tratte da Il mistero dei santi innocenti di C. Péguy -  descrivono con straordinaria bellezza e dinamismo poetico il significato cristiano e il valore teologico di una delle preghiere più antiche della Chiesa: il Rosario della Beata Vergine Maria.

L’origine e la diffusione del Rosario si possono fare risalire nel periodo storico che va dal XII al XVI secolo. E’ agli inizi del XII secolo, infatti, che la preghiera dell’Ave Maria (già conosciuta dalle prime comunità cristiane ancor prima del secolo XII) viene litanicamente recitata per 150 volte, soprattutto nei monasteri, in alternativa al salterio biblico, per favorire l’orazione dei monaci illetterati.
Con il passare del tempo alla recita delle 150 Ave Maria si aggiunse la meditazione di alcuni misteri evangelici, così nel XV secolo il salterio mariano prenderà il nome di Rosario della Beata Vergine Maria. Nel 1569 sarà Pio V (definito il primo papa del rosario) a sottolinearne l’importanza e a suggerirne la recita secondo lo schema in uso ai giorni nostri.

Giovanni Paolo II nella recente Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae ha invitato la comunità cristiana a riscoprire la ricchezza di tale preghiera, spiegandone i contenuti teologici e i valori spirituali, rilanciandola con l’aggiunta di cinque nuovi misteri (i Misteri della luce) e proclamando l’Anno del Rosario. “Il Rosario – afferma il Pontefice – se riscoperto nel suo pieno significato, porta al cuore stesso della vita cristiana ed offre un’ordinaria quanto feconda opportunità spirituale e pedagogica per la contemplazione personale”.

Il Rosario è dunque una preghiera contemplativa e il soggetto principale di questa contemplazione è il Volto di Cristo. Nella recita del Rosario tale azione contemplativa trova in Maria un insostituibile punto di riferimento. Essa è, infatti, colei che più di tutti ha fissato il suo sguardo su Cristo contemplandolo da subito nel suo stesso corpo.

Ogni preghiera ha come obiettivo principale quello di raggiungere Dio; essa è diretta a Dio, però, attraverso la mediazione di Cristo. Non siamo noi ad offrire la nostra preghiera direttamente al Padre, ma Cristo. E’ la preghiera di Cristo, infatti, che intercede per noi presso il Padre. Gesù è l’unico Mediatore, colui che nel mistero dell’incarnazione ha unito a sé l’intera umanità, stabilendo un particolare rapporto d’intimità tra la sua preghiera e la preghiera del genere umano.
“In realtà esiste soltanto una vera preghiera: Cristo stesso. C’è soltanto una voce che si leva sopra la faccia della terra: la voce di Cristo. La sua voce riunisce e coordina in sé tutte le voci levate in preghiera” (Madre Teresa di Calcutta).
Colui che prega recitando il Rosario ha sempre Cristo come unico Mediatore, ma viene sostenuto e accompagnato dalla particolare mediazione della Vergine Maria così come lo stesso Pontefice chiarisce nella sua Lettera: “A sostegno della preghiera, che Cristo e lo Spirito fanno sgorgare nel nostro cuore, interviene Maria con la sua intercessione materna. […] In effetti, se Gesù, unico Mediatore, è la Via della nostra preghiera, Maria, pura trasparenza di Lui, mostra la Via…”.

Maria è l’Odigitria, colei che indica la strada (cioè Cristo Gesù), colei che può permettersi di chiedere tutto al proprio Figlio, persino di anticipare i tempi della salvezza. Il miracolo di Cana spiega, infatti, questa particolare funzione di Maria. Essa, nel momento in cui invita i servi a seguire le indicazioni di Gesù («Fate quello che vi dirà» – Gv 2,5) diventa maestra, indica una strada, e nello stesso tempo, quasi costringe Gesù ad iniziare la sua missione anzitempo («Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora) – Gv 2,4». Ma probabilmente anche Maria anticipa in questo stesso episodio evangelico la missione che Gesù le affiderà sotto la Croce.

Risulta così comprensibile l’affermazione del beato Bartolo Longo (fondatore del Santuario della Vergine del SS. Rosario di Pompei) che considera Maria “onnipotente per grazia”. Nella celebre preghiera di S. Bernardo, Dante traduce poeticamente questo fondamento teologico: “Donna, sé tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disianza vuol volar senz’ali”. Maria è talmente grande che, senza la sua mediazione, il desiderio della grazia è quasi inefficace.

Qualcuno, in passato, ha rimproverato al Rosario un’eccessiva meccanicità; la recita litanica delle Ave Maria favorirebbe la distrazione. Questo ovviamente può accadere quando – come rilevava Paolo VI – il rosario è recitato senza spirito contemplativo: “Senza contemplazione, il Rosario è un corpo senz’anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule…”.
Ricorda ancora Giovanni Paolo II: “Per comprendere il Rosario, bisogna entrare nella dinamica psicologica che è propria dell’amore”.

Con la recita del Rosario, il cristiano si lascia educare e plasmare dalla Vergine Maria, per imparare da Lei a diventare sempre più conforme a Cristo. La via di Cristo e la via della Vergine, pertanto, sono intimamente congiunte.
“Non temere di amare troppo la santa Vergine, Non l’amerai mai abbastanza, e Gesù ne sarà ben contento, perché la santa Vergine è sua Madre” (S. Teresa di Gesù Bambino).

Ai piedi della Croce… come Giovanni

Posted by michelangelo On aprile - 2 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre “Donna, ecco il tuo figlio! ”. Poi disse al discepolo “Ecco la tua madre! ”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 25-27).

La nostra vita, potremmo dire, è una interminabile sequenza di incontri. Incontri con altre persone che hanno avuto il pregio di cambiare la tua esistenza, incontri determinanti per la tua realtà affettiva, incontri di amicizia ecc. Ogni incontro, bello o brutto che sia, nella gioia o nel dolore, lascia in noi un segno indelebile e il ricordo si aggrappa a mille particolari: il luogo in cui è avvenuto l’incontro, l’ora, le persone che ti stavano accanto…

Ai piedi della Croce, insieme alla Madre di Dio, quel giorno, c’era anche Giovanni, il discepolo prediletto, il più giovane tra gli apostoli. “Il Signore ha fatto grazia” questo è il significato ebraico del nome Giovanni. I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, da subito, erano entrati a far parte del gruppo dei Dodici. Giovanni fu, probabilmente, uno dei primi a seguire Gesù.

Adesso il giovane Apostolo sostava davanti al corpo martoriato del suo Signore. Le parole del Maestro dovevano echeggiare ancora nel suo cuore: “Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua…”. Il giorno in cui incontrò Gesù, le passeggiate in riva al Mare di Galilea, la pesca miracolosa, la chiamata degli altri apostoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la resurrezione di Lazzaro… erano immagini ancora nitide nella mente e nel cuore di Giovanni.

Non era un sogno ciò che lui, insieme agli altri apostoli, aveva vissuto e la gioia che in Gesù aveva sperimentato. Non era un sogno nemmeno quella Croce presso la quale, adesso, Giovanni silenziosamente sostava raccogliendo le ultime parole e gli spasimi dell’amato maestro: «“Donna, ecco il tuo figlio! ”. Poi disse al discepolo “Ecco la tua madre! ”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa»”. Maria, Giovanni e le altre donne sono immagine della Chiesa che rimarrà impressa nello sguardo e nel cuore di Dio. Tutto è ormai compiuto! Alcuni istanti ancora per affidare il genere umano al Padre, e poi il soffio del Suo ultimo respiro benedirà la giovane Chiesa radunata sotto la croce.

Lasciare tutto ciò che nel mondo è garanzia e stabilità di vita (affetti familiari, lavoro, averi ecc.), «condividere» un cammino faticoso e imprevedibile custodendo nel cuore la certezza della fede. Questa era la vera sequela proposta da Gesù. Egli stesso, inchiodato sul legno del patibolo, stava già aprendo un varco per i suoi primi seguaci. La Croce, per ogni uomo che decide di seguire Cristo, è posta all’orizzonte di questo cammino; essa è visibile da qualsiasi angolatura ed possibile raggiungerla compiendo (analogamente a Cristo) un vero e proprio atto di affidamento e di abbandono nelle mani di Dio. “Ai suoi apostoli, che hanno lasciato ogni cosa per lui, non assicura né il vitto né l’alloggio, ma solo la condivisione del suo stesso modo di vivere” (F. X. van Thuan).

“Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l’Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici … Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15)” (Benedetto XVI).

Mi guarirai da ogni malinconia

Posted by michelangelo On aprile - 1 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

“Mi guarirai da ogni malinconia attraverso di lui che siede alla tua destra e intercede per noi. Perché altrimenti sarei disperato. Son molte e grandi, infatti, le mie malinconie, son molte e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina” (S. Agostino).

Si può piangere per diversi motivi: per esprimere una gioia, per un dolore, per l’emozione, per amore, per compassione… In ognuna di queste circostanze, talvolta, le lacrime sono incontenibili e scorrono in abbondanza sul volto dell’uomo; e il nostro cuore, seppur tacitamente, spera e desidera di incontrare qualcuno capace di compassione.
Parlare oggi di compassione risulta, forse, un po’ difficile vista la spietata attenzione che in molti riservano solo a se stessi!

Il termine compassione è un felice dono della cultura latina. Lo possiamo considerare un felice dono poiché tale termine esprime il generoso legame e la partecipazione al dolore altrui. “Cum-passus” (compatire), partecipare all’altrui patimento… condivisione, dunque, di una sofferenza o di una gioia! Niente di più bello e di più sacro, che ci permette di portare conforto a chi è rimasto schiacciato dalla solitudine!

La Bibbia ci ricorda, con quattro splendide citazioni, l’importanza di imparare a condividere la vita degli altri che il Signore ci ha offerto in dono:
«Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri» (Gb 30, 25).
«Non evitare coloro che piangono e con gli afflitti mostrati afflitto» (Sir 7, 34).
«Beati voi che ora piangete, perché riderete» (Lc 6, 21).
«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15).

Chi meglio di Maria ha sperimentato tale compassione?
“Maria… condivide la compassione del Figlio per i peccatori. Come affermava san Bernardo, la Madre di Cristo è entrata nella Passione del Figlio mediante la sua compassione (cfr Omelia per la Domenica nell’Ottava dell’Assunzione). Ai piedi della Croce si realizza la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35) dal supplizio inflitto all’Innocente, nato dalla sua carne. Come Gesù ha pianto (cfr Gv 11,35), così anche Maria ha certamente pianto davanti al corpo torturato del Figlio. La sua riservatezza, tuttavia, ci impedisce di misurare l’abisso del suo dolore; la profondità di questa afflizione è soltanto suggerita dal simbolo tradizionale delle sette spade. […] Maria è oggi nella gioia e nella gloria della Risurrezione. Le lacrime versate ai piedi della Croce si sono trasformate in un sorriso che nulla ormai spegnerà, pur rimanendo intatta la sua compassione materna verso di noi” (Benedetto XVI).

Dobbiamo necessariamente ricreare i presupposti dell’amore vicendevole, non si può continuare a far finta di non vedere! L’alternativa a certi modelli – prodotti dalla cultura mondana del nostro tempo, attraverso gossip e televisione – sei TU!
Un “Tu” capace di accogliere e contenere un altro; un “Tu” generato dall’amore di Cristo sofferente in Croce e risorto, capace di diventare, come Lui, medicina e sollievo!!!

“Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel risorgere. Io sono la metamorfosi. Come cambiano pane e vino così cambia il mondo in me” (H.U. von Balthasar).

Dio ha scelto la concretezza della carne per rivelarsi all’uomo e questo fa del cristianesimo il più grande paradosso religioso di tutti i tempi.

Una delle conclusioni alle quali giunge Jacob Neusner – il grande erudito ebreo citato da Papa Ratzinger nel suo libro Gesù di Nazaret – riguarda l’assurdo accostamento tra la Parola di Dio contenuta nelle sacre scritture e la persona di Cristo.

«Così – disse il maestro – è questo che il saggio Gesù aveva da dire?».
Risposi: «Non precisamente, ma quasi».
Allora mi domandò: «Che cosa ha tralasciato?».
E io: «Nulla».
Ribatté il maestro: «Che cosa ha aggiunto allora?».
E io: «Se stesso».
Lui: «Oh…!».
(Jacob Neusner, Un rabbino parla con Gesù)

Talvolta cerchiamo di spiegare alcuni aspetti marginali dell’esistenza di Cristo, piuttosto che contemplare  l’avvenimento principale della fede, “il fatto” cioè che un Dio per farsi carne abbia scelto la misera condizione umana e sia venuto ad abitare in mezzo a noi e che, nel presente, nell’oggi della nostra vita quotidiana ritorni a mendicare la debole e vacillante attenzione dell’uomo.

L’uovo, simbolo di vita e di pace.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 31 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia

Un’antichissima leggenda racconta che Maria Maddalena, notoriamente una delle donne accorse al sepolcro di Gesù, avendolo trovato vuoto, si precipitò nella povera baracca dove erano riuniti in preghiera i discepoli e, trafelata, annunciò la straordinaria novità.
Pietro guardò smarrito la donna ed esclamò che avrebbe dato credito a tutto ciò solo se le uova, contenute in un cesto lì vicino, fossero divenute rosse. Subito i gusci si colorano di un rosso intenso.
Da quella leggenda nacque la tradizione di colorare le uova, simbolo della vita che si rinnova con la resurrezione dal peccato.
All’uovo si legano infinite tradizioni di Pasqua in Abruzzo.
Addirittura, anche la diffusissima usanza della “squilla” quando, il sabato precedente la Pasqua, la campana del paese rintoccava a lungo invitando alla conciliazione e pace, si completa con la tradizione del “bacio dell’uovo”.
E’ questo un rituale molto caro alle popolazioni contadine del sud dell’Italia.
Nel giorno della santa Pasqua s’invitavano a casa delle persone amiche e qualcuno con il quale si c’erano stati dissapori durante l’anno.
Anche se non intercorrevano buoni rapporti, nessuno poteva in quel giorno rifiutare l’invito. Sarebbe stata una mancanza verso il Cristo Risorto!
Di fronte a tutti gli intervenuti, i padroni di casa prendevano da un cestino un uovo debitamente colorato con infusi di foglie, fiori, erbe, cipolle. Si scocciava contro un altro uovo realizzando il “rito del bacio”.
Con la rottura delle due uova era sancita la pace e uno speciale “comparato” fra i due ex litiganti.
Seguiva una sorta di festa tra fette di colomba e dolci della “pupazza”.
Questa era una pasta intrecciata con, al centro, un uovo reso sodo dalla cottura al forno.
La pasta assumeva, sotto le mani esperte delle cuoche, la forma di un pupazzo femminile con i seni, le braccia curve sui fianchi che fungevano da maniglie per prenderla, chicchi di caffè al posto degli occhi e, per l’appunto, l’uovo collocato nella pancia che aveva anche un messaggio propiziatorio per le bimbe cui il dolce era regalato.
Un giorno era questo l’augurio, sarebbero diventate feconde, procreando un nuovo cristiano.
Le uova comparivano anche nella colazione di Pasqua, dopo il grande digiuno del triduo.
Le donne preparavano delle omelette rigorosamente con uova deposte dalle galline il giorno del venerdì santo e sul tavolo comparivano i cibi benedetti in vigilia.
Era usanza il sabato santo, nel pomeriggio, far benedire i pani che tutti portavano dentro enormi cesti con un bianco tovagliolo. Le pagnottelle erano fatte di farina grezza, rappresentazione del corpo del Salvatore.
Dentro il contenitore vi erano cinque uova a ricordo dello stesso numero di piaghe subite dal Cristo, tre pezzi di radice di liquirizia come i tre chiodi usati per mettere in croce Gesù e budella di animali a simboleggiare le corde usate per legare il Redentore alla colonna durante la flagellazione.

L’annuncio dell’obbedienza

Posted by michelangelo On marzo - 22 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Gli Angeli non sono l’espressione romantica della nostra fede (come vorrebbe invece farci credere qualche buontempone). Tali creature vivono sotto lo sguardo di Dio, non si sottraggono al compito che viene loro assegnato e che ha come primo intento quello di “custodire” la vita dell’uomo.

Papa Ratzinger ci ha ricordato che : «“Angelo” vuol dire “inviato”. In tutto l’Antico Testamento troviamo queste figure, che nel nome di Dio aiutano e guidano gli uomini. […] toglieremmo una parte notevole del Vangelo, se lasciassimo da parte questi esseri inviati da Dio, i quali annunciano la sua presenza fra di noi e ne sono un segno. Invochiamoli spesso, perché ci sostengano nell’impegno di seguire Gesù fino a identificarci con Lui».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cf n. 336) ci ricorda che gli angeli custodiscono la vita umana, circondandola con la loro protezione. Essi sono esseri spirituali ed incorporei e intercedono per noi presso Dio. “Ogni fedele – affermava San Basilio Magno – ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita”.

Se venissi raggiunto da un Angelo il senso del suo annuncio riguarderebbe certamente il tema dell’obbedienza. La Vergine Maria, in tal senso, ce ne ricorda l’importanza.

“«Vieni e seguimi» (Mt 4,19). Gli apostoli abbandonarono tutto per seguire il Signore. Come loro, ti deciderai a seguirlo per sempre quando ti chiamerà, già dalla prima volta? O quante volte dovrà chiamarti?” (F.X. Nguyen Van Thuan).

C’è un momento nella nostra vita dove l’invito a seguire Cristo si rivela con maggiore chiarezza, mettendo in discussione molti dei nostri progetti. Per chi sono nato e cosa vuole da me il Signore!
Questo interrogativo prima o poi (se con lealtà abbiamo imparato a conoscere Dio nella fede) non tarderà a manifestarsi. Santa Teresa d’Avila prendendo a cuore il senso di tale domanda risponderà: “Sono nata per te, per te Signore. Dimmi che vuoi da me, dimmi Signore”.

La scelta della vocazione deve talvolta misurarsi con i ritmi (spesso incalzanti) del nostro tempo e con le mille prerogative del mondo. “La decisione di seguire il Signore – ricorda ancora F.X. Van Thuan – non è proprio come «mettere una firma» o come pronunciare un giuramento; è piuttosto il continuo sacrificio quotidiano nel portare avanti questa decisione per tutta la vita”.

Quando Gesù viene ad abitare sulla terra si trova di fronte i resti di una umanità disobbediente e disgregata. L’intera storia della salvezza, infatti, è tormentata dal dominio del peccato che rallenta il cammino dell’uomo verso Dio, mettendo alla prova quella fedeltà esigita da Dio stesso nel momento in cui stabilisce la sua alleanza. Era indispensabile la venuta al mondo di un Dio-Uomo capace di superare ogni limite umano, con un’obbedienza più grande del peccato stesso, al quale persino il male doveva rivolgere il suo ossequio: “Signore, anche i demòni ci obbediscono, quando invochiamo il tuo nome” (Lc 10,17), “Allora Gesù con parole minacciose comandò al demonio di uscire da lui” (Mt 17,18).

Cristo è dunque l’immagine prototipa del Figlio che obbedisce incondizionatamente al Padre. Questo particolare ed esigente modo di agire di Gesù diventa il principale elemento programmatico, la condizione essenziale per porsi alla Sua sequela. Egli, infatti, chiede al discepolo di separarsi definitivamente dagli affetti familiari, dal proprio lavoro, dai propri averi, da tutto ciò che di più sicuro può garantire la vita dell’uomo, e lo chiama a condividere con lui un cammino nuovo, umanamente imprevedibile, un cammino che conduce alla croce, dove l’unico atteggiamento che l’uomo (perfino Gesù) può assumere è quello di affidarsi, di abbandonarsi nelle mani di Dio.

Per entrare nel mistero di Cristo non basta solo riconoscerne la Verità , magari osservandola garbatamente da lontano; bisogna andare fino in fondo alla radice del proprio cuore (là dove è custodita l’immagine di Dio) per scoprire le tracce del Suo disegno, compromettendo tutta la nostra umanità e la nostra intelligenza, magari lasciando più spazio agli imprevisti, capaci di mettere a soqquadro i nostri progetti, pazientemente organizzati, misurati secondo il nostro tempo e i nostri gradimenti.

Chi obbedisce non mortifica la propria identità, ma riconosce in qualcuno un’autorità capace di farlo crescere, se poi questo qualcuno è Dio anche il demonio preferisce ritirarsi.

Credo che un Angelo, nel suo annuncio, non potrebbe non chiedermi di aderire a questo meraviglioso e impegnativo progetto.

San Giuseppe, questo sconosciuto (nel web)

Posted by Barbara Fiorentini On marzo - 16 - 2010 ADD COMMENTS

di Barbara Fiorentini

Almeno per quanto riguarda il web, il padre putativo di Gesù, lo sposo di Maria viene abbastanza trascurato.
Passando in rassegna i siti web italiani scopriamo infatti che sono davvero poche le fonti dedicate al santo. Certo la scheda a lui dedicata su Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/San_Giuseppe)  è ricca e ben scritta. Contiene numerosi particolari anche iconografici e illustra anche le interpretazioni apocrife relative la figura di Giuseppe in rapporto a Gesù e a Maria. Infatti sono numerose le interpretazioni date dai primi cristiani alla presenza del santo nelle vicende evangeliche. Wikipedia evidenza tutte le posizioni e ne sottolinea il culto ufficiale, le pratiche devozionali, l’iconografia.
Nel portale Wikiquote (http://it.wikiquote.org/wiki/Giuseppe_(padre_putativo_di_Ges%C3%B9)) sono riportate le principali citazioni su San Giuseppe: quelle bibliche e quelle nei modi di dire popolari.
‘San Giuseppe, l’artigiano di Dio’: è un percorso alla scoperta del santo partendo dagli scritti di Santa Tersa d’Avila. Le preghiere, che cosa dicono i vangeli e come i documenti ufficiali della Chiesa citano Giuseppe. La main page è all’indirizzo www.sgius.altervista.org.
Interessanti sono anche le pagine che fanno capo all’indirizzo http://digilander.libero.it/monast/giuseppe/index.htm. Qui è possibile scorrere, pagina dopo pagina, tutta la vita e le opere di San Giuseppe, con precise indicazioni sul ruolo a lui affidato ufficialmente dalla Chiesa nei secoli.
Vi sono poi alcune pagine web brevi ma comunque interessanti per la sintesi che tracciano. Ad esempio possiamo citare la scheda riportata nel portale Santi e Beati (www.santiebeati.it): qui (www.santiebeati.it/dettaglio/20200) è possibile trovare anche un’utile traccia bibliografica per ulteriori approfondimenti.
Il portale Marie de Nazareth (www.mariedenazareth.com) dedica ampio spazio alla Sacra Famiglia e alcune pagine sono tutte per san Giuseppe e a quanto sappiamo con certezza di lui (www.mariedenazareth.com/12752.0.html?L=4). Soprattutto viene fatto riferimento ai fondamenti biblici delle informazioni.

L’omaggio di Giovanni Paolo II a San Giuseppe

Posted by michelangelo On marzo - 15 - 2010 3 COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Alcuni anni fa Benedetto XVI per descrivere l’esperienza della preghiera cristiana utilizzò l’immagine del “silenzio interiore” riferendosi alla figura di San Giuseppe, che la Chiesa ama invocare come “Custode del Redentore”. «Il suo è un silenzio permeato di contemplazione del mistero di Dio, in atteggiamento di totale disponibilità ai voleri divini. In altre parole, il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all’unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza» (Benedetto XVI).

Sarebbe sbagliato considerare lo sposo di Maria una presenza marginale nella vita e nella crescita educativa di Cristo. Giuseppe è chiamato – insieme alla Madre di Dio – a custodire e a crescere il Figlio di Dio attraverso un personalissimo atto di obbedienza. E’ proprio con Giuseppe che noi possiamo essere aiutati a comprendere fino a che punto può spingersi Dio nel chiedere alle sue creature di diventare completamente disponibili alla Sua volontà.

Per i componenti della Sacra Famiglia la parola obbedienza e la parola orazione sono diventate palesemente il motivo della loro unità. Cristo, obbediente fino alla morte, si fa carne e va ad abitare in una famiglia umana dove il buon Dio volle che la parola obbedienza fosse da subito riconosciuta come esplicita volontà divina. Giuseppe e Maria potremmo definirli, dunque, contemplativi per vocazione. Diceva Teresa d’Avila: «Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà»; e ancora: «Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta».

Si racconta anche della grande devozione che Madre Teresa di Calcutta nutriva nei confronti di San Giuseppe; essa lo considerava il compatrono della congregazione delle Suore Missionarie della Carità da lei stessa fondata. Tutte le volte che Madre Teresa ne invocava l’aiuto il Santo Patrono non mancava di risponderle, e quando l’aiuto tardava a venire Teresa di Calcutta – talmente grande era la confidenza che la legava al Santo – poneva la statuetta di San Giuseppe “in castigo”, con il volto rivolto verso il muro.

A tutti è nota la particolare devozione che Giovanni Paolo II nutriva nei confronti del carisma carmelitano. Spesso Papa Wojtyla ricordava nei suoi scritti i benefici spirituali che il carisma del Carmelo gli aveva offerto durante la sua crescita vocazionale. Sappiamo anche che Papa Wojtyla portava sempre con sé lo Scapolare del Carmine a cui era consacrato, ma c’è un altro particolare, forse meno conosciuto, che conferma l’attenzione spirituale che legava Giovanni Paolo II alla storia carmelitana. Karol Wojtyla, infatti, il 16 ottobre 2003, con un atto ufficiale regala al convento del suo paese natale Wadowice fondato dal santo carmelitano Raffaele Kalinowski (dove da giovane, il Papa, si recava spesso a pregare) il suo anello papale perché possa decorare il quadro di San Giuseppe presente in quel convento. Giovanni Paolo II era molto devoto alla figura del S. Patriarca di cui portava il secondo nome (Karol Józef Wojtyła era il nome di battesimo del Pontefice) e che Wojtyla riconosceva come secondo Patrono del suo Battesimo, pregandolo devotamente “ogni giorno”.

Nel testo della Bolla Pontificia di Giovanni Paolo II si legge, infatti: “[…] Nella mia città natale san Giuseppe, il secondo Patrono del mio Battesimo, elargisce la sua protezione sul Popolo di Dio dalla chiesa dei Carmelitani Scalzi “sulla Collina”, nella quale è venerato nel quadro dell’altare principale. Grato al solerte difensore di Cristo per la sua protezione, […] offro nell’anno del venticinquesimo del mio Pontificato l’anello papale per la decorazione del quadro di Colui che nutriva il Figlio di Dio, venerato nella chiesa carmelitana wadowicese. […] Che questo anello, simbolo dell’amore sponsale, che verrà imposto sulla mano di san Giuseppe nel quadro di Wadowice, ricordi ai suoi cultori, che il Capo dell’Alma Famiglia è “l’uomo «giusto» di Nazaret che possiede soprattutto le chiare caratteristiche dello sposo, il quale rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio (…) e fu depositario dello stesso amore, per la cui potenza l’eterno Padre «ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo»” (Redemptoris Custos, 1, 17-18). E Carmelitani Scalzi, custodi fedeli della chiesa di Wadowice, accettando la mia gratitudine per tutto quello che dalla mia stessa infanzia ricevetti dalla scuola carmelitana di spiritualità, vogliano sull’esempio della loro santa Madre Teresa di Gesù contemplare in san Giuseppe il modello perfetto dell’intimità con Gesù e con Maria, Patrono della preghiera interiore e dell’infaticabile servizio ai fratelli (cfr. Vita, 6,6-8; 32,12)”.

Problemi di comunicazione

Posted by Barbara Fiorentini On marzo - 11 - 2010 ADD COMMENTS

Di Barbara Fiorentini

Un’importante diocesi italiana decide di poter fare a meno della sua radio per continuare la sua attività di evangelizzazione. Costa troppo, dicono. Va bene il settimanale, così come la tv e internet. Vanno bene anche i bollettini parrocchiali. Ma la radio no. E così, dopo 25 anni di onorato servizio chiuderà presto Radio Città Nuova, l’emittente della diocesi di Piacenza Bobbio.
Attualmente sono in corso le trattative per la cessione ad un nuovo proprietario.
Dietro a questa decisione, amara e difficile da digerire per i numerosi ascoltatori e per gli operatori della comunicazione locale, si intuiscono forti tensioni e fiumi di veleni. Tutti ecclesiali.
Una bella panoramica della situazione è stata offerta in questi giorni dal quotidiano locale Libertà: la rassegna è disponibile on line sul blog Sacri Corridoi (http://sacricorridoi.blogspot.com/2010/03/radio-citta-nuova-story-un-mese-di.html).
Chi scrive è una giornalista cattolica da più di vent’anni (ho iniziato a scrivere sul settimanale diocesano a 16 anni) e sente il dovere di riflettere su questo evento che sta interessando la sua comunità. Ma che forse non è un caso isolato.
Viviamo in un’epoca in cui si discute ampiamente dell’utilizzo delle nuove tecnologie per evangelizzare. Il web 2.0 non è solo una moda, ma una necessità. Rivalutiamo i mezzi di informazione tradizionali. La Chiesa insiste sull’urgenza assoluta di ricorrere anche ai mass media per diffondere la Parola.
Eppure è evidente che non tutti la pensano così. Di tutto questo si può anche fare a meno. Veramente?
‘Se San Paolo rinascesse farebbe il giornalista’: così recitava il titolo di un corso per giornalisti organizzato nell’estate del 2009 dal Villaggio Paolo VI della Fondazione don Dino Foglio. Durante l’Anno Paolino in più occasioni è stato ricordato che San Paolo oggi si avvarrebbe del supporto fondamentale di tutti i mass media per divulgare il Vangelo. Tutti.
Perché san Paolo stesso, maestro indiscusso di evangelizzazione e di diffusione della Parola e della fede, ricorreva a tutti gli strumenti in suo possesso: visitava le case, parlava nelle piazze, intratteneva nelle botteghe, scriveva, predicava. Non lasciava nulla di intentato. E il suo lavoro ha dato buoni frutti. Eccome.
Così oggi viene chiesto lo stesso a noi, come credenti e come comunicatori.

Le tre colonne della vita.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 10 - 2010 1 COMMENT

di Sergio Scacchia
L’altro giorno, mentre in parrocchia le donne del gruppo volontariato vincenziane erano impegnate nella distribuzione dei pacchi alimentari agli indigenti che affollavano la chiesa, riflettevo sull’importanza spirituale della Quaresima.
Questo tempo propizio di conversione all’amore di Dio e dei fratelli, a volte sembra scivolarci addosso, senza operare nulla di concreto.
Sono quaranta giorni di purificazione, di liberazione da ogni tipo di condizionamento temporale, per ritrovare la propria radice cristiana, per riunirsi nel Signore e servirlo degnamente in azioni buone ormai rarefatte nel tempo.
La sapienza della tradizione cattolica consiglia di servirsi d’indispensabili strumenti che possano aiutare in questa che è un’autentica battaglia contro la tentazione, nel rinnegare l’orgoglio dell’auto sufficienza.
È questo il senso delle tre colonne della vita per l’uomo giusto già presente nella più antica tradizione ebraica: la preghiera, il digiuno, la condivisione.
La preghiera come luogo di silenzio da rumori e presenze per sentire, nel deserto dell’anima, la voce dello Spirito di Dio e la Parola che salva; il digiuno come estrema riduzione di quell’io preponderante che esige e comanda la nostra anima, nella certezza di esprimere così ai fratelli una solidarietà credibile, concreta e efficace; la condivisione, come esprime mirabilmente il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, nel privarsi di quanto si possiede personalmente per farne parte ai bisognosi.
Le tre colonne dell’uomo giusto che sa riconoscere la meschinità del tentare la potenza e l’amore di Dio a vantaggio dei propri capricci, conducono alla porta della salvezza solo se riusciremo a dare il giusto significato alle parole.
La preghiera deve diventare privazione del proprio tempo di cui non si deve più essere padrone. E’ la gioia del donare minuti che non riavremo più al nostro Signore, meditando accanto a Lui e facendogli posto primario nella nostra vita.
Così il digiuno deve farci riflettere che il cibo e la nostra esistenza sono doni del Signore che ci chiede di dominare le pulsioni e i finti bisogni.
La condivisione, vista come elemosina o come opere di misericordia, non deve essere solo mera traslazione di un nostro superfluo che non fa patire una vera privazione, ma solo pura carità che parte dal cuore. Un gesto di reale impoverimento a favore dell’altro.
Raniero Cantalamessa parla, appunto, di una misericordia del cuore e una delle mani, significando in questo che dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, dobbiamo a nostra volta attuarla con i fratelli nel bisogno e nella sofferenza; misericordia per avere misericordia, come insegna mirabilmente la parabola dei due servitori.
Il tutto, come espresso nella lettera quaresimale del vescovo della Diocesi di Teramo Atri, Monsignor Michele Seccia, di uno stile di vita sobrio che non confonda la ricchezza economica con quella della vita, generando un dissennato consumismo a scapito dei bisogni di milioni di individui.
Difficile, quasi utopistico, in un mondo in cui ci si serve di sms o assegni, per inviare aiuti di qualche euro per sentirsi a posto con la coscienza.
Nella nostra Caritas parrocchiale, durante la distribuzione delle derrate alimentari alle famiglie povere, si vive il senso del sentire questi fratelli meno fortunati, come parte della vita che stiamo passando e non realtà virtuale per una donazione a poveri che non vogliamo attraversino la nostra strada.

Il bossolo per l’elemosina e la vera ricchezza

Posted by michelangelo On marzo - 10 - 2010 1 COMMENT

di Michelangelo Nasca

“Una volta Levi Isacco fu invitato a una riunione di una comunità e gli dissero: «Vogliamo che da ora in poi i poveri non mendichino più alla soglia della casa, ma che venga messo un bossolo e tutti gli abbienti vi depongano del denaro, ciascuno secondo le proprie sostanze, e con questo si provveda ai bisogni». Udita questa proposta rabbi Levi disse: «Fratelli miei spero che il bossolo per l’elemosina non sia un modo per non guardare i poveri negli occhi»” (M. Buber, I racconti dei Chassidim, Mondadori).

Il monito contenuto in questo breve racconto cassidico ci costringe a rivedere il senso generato da alcune delle nostre azioni. Non è difficile, oggi, estrarre una monetina dalla tasca e lasciarla scivolare nella mano del mendicante; un gesto che qualche volta rischia di diventare persino meccanico se non è adeguatamente motivato o addirittura accompagnato con una preghiera.

Bisognerebbe guardare gli occhi dei nostri poveri ed entrare, solo per un istante, nel dramma della loro indigenza e questo, tuttavia, non risulterebbe ancora bastevole. Sarebbe però già tanto! Un’occhiata di intendimento ma soprattutto uno sguardo amorevole capace di ridurre le distanze.

A poco a poco si inizierebbe a diventare amici, e il povero avrebbe così un amico capace di prendersi cura di lui; un giorno gli porti una coperta, poi un sacchetto con un po’ di spesa; gli chiedi se ha dei bambini e se vanno a scuola così da portare qualcosa anche per loro; tu impari il suo nome e lui il tuo, adesso non è più uno dei milioni di poveri che esistono al mondo ma il tuo “amico povero”.

Mi vengono in mente, a tal proposito, le parole che Antoine De Saint-Exupéry affida al piccolo principe e alla volpe per descrivere l’amicizia:

«Vieni a giocare con me», le propose il piccolo principe, «sono così triste…»
«Non posso giocare con te», disse la volpe, «non sono addomestica».
«Ah! scusa», fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
«Che cosa vuol dire addomesticare?»
[…]
«È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…»
«Creare dei legami?»
«Certo», disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo» (A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe).

In che cosa consiste allora la vera povertà? Coltivare in sé un po’ di benevolenza verso chi non ha nulla, lasciandogli un po’ di denaro (per noi superfluo e talvolta ceduto con sospetto) e basta? Povertà, quella vera, quella che coinvolge la materia e lo spirito, non dovrebbe forse essere “distacco” da ciò che mi tiene ancorato al mondo e alle sue strategie di mercato?

Papa Benedetto XVI ci ricorda che “i beni materiali, in sé, sono cose buone. Non sopravviveremmo a lungo senza denaro, abiti e un’abitazione”, il vero problema è “l’ingordigia”, il desiderio di avere sempre di più, senza saziarsi mai. Nella esperienza della fede cristiana la parola “povertà” affonda le sue radici nella persona stessa di Cristo. “Cristo povero” (lo comprese bene Francesco d’Assisi) vuol dire spoglio da tutto ciò che può impedire di obbedire incondizionatamente a Dio Padre. Chi oggi si fa povero nel cuore e nello spirito (e perché no, talvolta anche nel denaro) è vicino alla povertà prototipa di Cristo, è capace di spogliarsi delle cianfrusaglie prodotte da certa parte di mondo (mi guarderei bene dal dire che il mondo è “tutto” corruzione, sarebbe un controsenso visto che è una creazione di Dio), è capace di guardare con libertà e distacco tutto ciò che è presente nella sua vita, è in grado di condividere con gli altri una vera “amicitia Christi”, ma soprattutto si rende disponibile a lasciarsi abbracciare dall’amore di Dio… che il Cristianesimo si “ostina” a considerare l’unica e vera ricchezza!!!

A tal proposito è interessante leggere questa breve citazione del teologo carmelitano P. Antonio M. Sicari:

“[…] Amare i veri poveri e la vera povertà – come Gesù propone – non significa coltivare in sé una generica benevolenza verso i bisognosi, destinando loro qualche briciola. Significa anzitutto collocare dignitosamente se stessi in una specie di distacco reale – e, quando ciò non è possibile, almeno spirituale e psicologico – dal mondo dei buontemponi e dei gaudenti: distacco soprattutto da quei luoghi e quei tempi in cui il mondo si esprime come un insieme di baracconi da fiera, come un immenso supermercato del superfluo, come un interminabile divertimento in cui tutto fa spettacolo, come un continuato spot pubblicitario: basta pensare, a questo proposito, alla organizzazione sempre più scintillante e volgare del quotidiano divertimento offerto dai mass-media. Non si può essere poveri senza una particolare custodia e una difesa della dignità del proprio mondo interiore: dei propri desideri, delle proprie immaginazioni, dei propri giudizi…” (P. Antonio M. Sicari).

“SHEMA’, ISRAEL”

Posted by marilena marino On marzo - 9 - 2010 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Quaresima e Monte Sinai: la Chiesa ci ricorda il tempo dell’Esodo, il tempo del deserto. Un popolo schiavo, pieno di zoppi, ciechi, sordi, si appresta a ricevere la Torah perfetta ai piedi del Monte per l’Alleanza  tra Dio e il suo eletto. I rabbini vedono l’Esodo come come una nuova creazione, in contratto sponsale tra Dio e la Sposa, il suo popolo Israele; quando si presenta nel Monte Sinai, dice: “Shema’ Israel! Ascolta Israele! Io sono l’unico Signore. Amerai il Signote tuo Dio con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e con tutte le tue forze”.

Ecco la Quaresima! Cosa significa amare dio con tutto il cuore? Amarlo con tutto il corpo, senza mormorare perchè fa caldo, perchè si mangia male, perchè si hanno i reumatismi, perchè fa caldo, perchè fà freddo, perchè sei sola, perchè sei solo! Anche Israele mormorava e non voleva la manna, si ricordava della carne, delle cipolle e dei pesci d’Egitto!

Amerai Dio con tutta la tua anima e tutta la tua mente, ma mal si sopporta la precarietà, non sapere dove sta la verità, dove sta Dio… il popolo sta nel deserto molti anni e si domanda: che ci sto a fare qui? Questo Mosè ci fara’ morire tutti nel deserto!

Allora la Chiesa ci ricorda che amare Dio con tutta l’intelligenza, anche, significa accettare che porti Lui la storia come vuole, come la Vergine Maria che non ha mormorato sotto la croce, quando la sua maternità è stata esposta a dura prova e la sua anima trapassata da una spada.

Il combattimento delle tentazioni si affronta con il digiuno anche “personale”:  dall’astenersi da provocazioni volute, da frasi volute, da esibizioni volute, dal non fare cose che solitamente sollecitano facilmente i nostri sensi…

I soldi e quel  passo del Vangelo di Luca (18, 22) “Và, vendi i tuoi beni e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”.  Liberarsi da sè stessi, essere liberi.. e la preghiera, soprattutto quella del cuore, come il russo Teofane il Recluso che,  con il suo libro “Pratica della preghiera del cuore”, cita l’orazione incessante che accende la fiamma continua del cuore, come una respirazione: questo calore costante della preghiera,(della presenza di Cristo nel tuo cuore), è la vera respirazione di questa vita, in modo che il progresso del nostro pellegrinaggio spirituale, si arresta quando si estingue questo calore interiore, cosi’ come la vita del corpo si estingue quando cessa la respirazione naturale.

di Bruno Mastroianni,  da Tempi, 4.3.10

Più si parla di retroscena e più Benedetto XVI parla di Dio. Più ci si preoccupa degli equilibri di potere e delle frizioni e più il Papa propone lezioni dottrinali mirabili sul compito della Chiesa – come ha fatto qualche settimana fa nell’incontro con il clero romano spiegando che «vivere secondo la volontà del Creatore» vuol dire essere «realmente uomini». È lo stile Ratzinger: occuparsi delle questioni di fondo sapendo che il resto verrà di conseguenza. Di fronte alla Chiesa ci si può fermare alla facciata, alla valutazione degli elementi strutturali, agli aspetti storico-sociologici; si può anche passare dal retro, alla ricerca di indiscrezioni e voci nella penombra. Ma è solo entrando dalla porta di ingresso che si può vedere cosa c’è realmente: un’istituzione votata al compito di portare Dio nel mondo. A metà del mese scorso, durante la lezione al Seminario Romano Maggiore, il Papa ha spiegato che la storia della salvezza è la storia di Dio che cerca l’uomo e non si arrende di fronte alle sue ribellioni: offre costantemente alla sua creatura una via di ritorno all’amore. È quello a cui si sta dedicando il Pontefice. Con buona pace delle voci, degli scenari cupi e di tutte le altre valutazioni da “retro-fissazione”, sotto la guida di Benedetto la Chiesa sta svolgendo con determinazione il suo compito: tenere aperta, per qualunque uomo, la porta sulla via del ritorno a Dio. Ecco la storia veramente interessante di cui vorremmo sentir parlare invece di perdere tempo con i rimasugli del retrobottega.

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