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di Michelangelo Nasca
L’istituzione eucaristica potremmo considerarla il terzo grande mistero della fede cristiana, o se preferiamo sottolinearne l’unicità, il terzo colossale scandalo per una religione.
L’Incarnazione di Cristo, infatti, aveva già spiazzato e messo alla prova la fede israelitica che veniva chiamata a riconoscere nella persona del Nazareno l’antica promessa: la venuta del Messia. Questa realtà era difficile da comprendere. Quale relazione poteva esserci tra Dio e un bambino? Il secondo scandalo era quello della Croce. Poteva un dio, forte e potente, lasciarsi umiliare e crocifiggere come un infame bestemmiatore per poi risorgere (avvenimento umanamente poco credibile!) dalla morte? Infine l’istituzione dell’Eucaristia, che abbraccia Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Cristo in un unica realtà misterica e celebrativa, non come il semplice ricordo dell’ultima cena di Gesù trascorsa con gli apostoli ma come memoriale della Sua morte e resurrezione.
Nel mistero eucaristico il mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo vuol dire assumere in sé ciò che, apparentemente, sembrerebbe stare semplicemente accanto a noi. C’è come un confine, un limite che deve essere necessariamente oltrepassato: “Assumete dentro di voi ciò che sembra stare soltanto accanto a voi, e come io posso oltrepassare i confini, così lasciate anche voi cadere i vostri confini, assumendo me” (Von Balthasar).
L’intento di Cristo non è quello di annullare l’autocoscienza umana per assorbirla nella Sua. Egli desidera che l’uomo conduca una “vita nuova”, libera da ogni ristrettezza e calcolo umano, attraverso una modalità assolutamente inedita, una realtà dove è possibile partecipare della vita di Cristo. Tutto questo poteva accadere solo attraverso un concreto e corporeo atto d’amore da parte di Dio. Egli viene, infatti, ad instaurare una alleanza eterna con tutta l’umanità; percorre le strade dell’uomo, la sua vita, la sua storia; abbraccia le nostre fatiche, prende su di sé i nostri peccati, lasciandoci il conforto della sua amicizia, la certezza della sua presenza.
Che cosa c’è fra noi e Dio? Perché dare vita ad una storia della salvezza che la Bibbia racconta, parola per parola, a partire da Adamo fino alla Resurrezione di Cristo? E se fosse venuto a restituirci proprio ciò che avevamo perduto agli inizi della storia sacra a causa del peccato? Il dono, cioè, dell’eternità il mistero della nostra vita in Lui?
C’è un’immagine molto bella di C. Péguy che può aiutarci a comprendere il particolare e misterioso rapporto che intercorre tra noi e Cristo: “Fili innumerevoli legano ogni essere a Gesù, all’essere di Gesù… fili invisibili, fili eterni, fili infiniti, fili misteriosi… ogni anima e ogni corpo al corpo di Gesù, ogni corpo e ogni anima all’anima di Gesù. Con la comunione; con questa comunione. Che rete inestricabile, ragazzi. […] Ecco la vostra comunione. Con fili innumerevoli, con fili invisibili, con fili misteriosi, infinitamente, eternamente misteriosi tutto è legato a tutto, tutti siete tutti legati; e a tutto; e reciprocamente; mutuamente; e sono groviglio, intrecci senza fine. Ecco, ecco cos’è la vostra comunione” (C. Péguy, Véronique). La rivelazione del dono eucaristico, pertanto, oltre a stabilire la definitiva presenza di Dio in mezzo a noi (Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo – Mt 28, 20) ci indica la posizione del cristiano nei confronti di Cristo, non davanti a lui, ma in lui.
Tutto ciò non potrà accadere se non attraverso un’adesione libera da parte dell’uomo. Non sarà certo Dio a scardinare l’ingresso della nostra libertà. Egli continua soltanto a rivolgerci il suo personale invito: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 3, 20-22).















