Thursday, 9 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

Cristianesimo e Islam in Europa tra imperi e popoli

Posted by Moreno Migliorati On settembre - 7 - 2010 ADD COMMENTS

Prende oggi il via la XXXII Settimana europea promossa dalla Fondazione ambrosiana Paolo VI, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’iniziativa, che si tiene fino all’11 settembre a Villa Cagnola di Gazzada (Va), ha per tema “Da Costantinopoli al Caucaso. Imperi e popoli tra cristianesimo e islam”. In una prospettiva di incontro culturale e di dialogo religioso tra Europa e Mediterraneo, la Settimana europea, chiariscono i promotori, “propone un approfondimento dell’irradiazione del cristianesimo orientale da Costantinopoli verso il Caucaso, evidenziando le conseguenze del dialettico rapporto all’interno del mondo cristiano tra greci e latini, gli sviluppi seguiti alla conquista islamica e le forme attualmente assunte dalla presenza cristiana in Turchia, in Georgia e, più in generale, nell’area caucasica”.

A concludere i lavori era stato chiaamato mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, ucciso nei mesi scorsi. Al suo posto sono stati chiamati Otmar Oehring (Aachen), direttore del Servizio “Diritti dell’uomo” di Missio e già portavoce della Conferenza episcopale turca, e mons. Giuseppe Pasotto (Tblisi), amministratore apostolico per i cattolici nel Caucaso, i quali chiuderanno i lavori illustrando la situazione attuale dei cristiani e dei cattolici in Turchia e nel Caucaso. I cinque giorni di lavori permetteranno di mettere a fuoco il problema del rapporto sempre più ineludibile tra Cristianesimo e religioni storicamente limitrofe, come l’Islam e l’Ebraismo, ma anche la questione, per molti aspetti drammatica, dei processi migratori di massa, che caratterizzano il mutamento epocale in atto.

(via SpiritualSeeds)

Ma che Chiesa siamo?

Posted by Matteo Maria Giordano On settembre - 6 - 2010 5 COMMENTS

“Credo in Dio ma non nella Chiesa”. A quanti di noi non è capitato almeno una volta di sentire questa frase? E devo ammettere che ogni volta mi indispettisce non poco questo distinguo. É un po’ come dire (perdonate l’ardito paragone): “credo nella Patria ma non nello Stato!”. In pratica si crede nell’elemento generatore, ma non nella traduzione che l’uomo ne ha fatto.

Infondo lo Stato (da un lato) e la Chiesa (dall’altro) siamo noi: noi che ogni giorno popoliamo questo mondo e cerchiamo di darci delle regole di convivenza e proviamo a sentirci più vicini e più fratelli nonostante le mille differenze che ci dividono.

Perchè dunque la gente crede sempre di meno nelle istituzioni? Perchè questa disaffezione continua? Forse perchè le istituzioni (anche quelle ecclesiali, purtroppo!) seguono sempre più delle “logiche” lontane dai veri bisogni e dalle vere esigenze della gente? Forse. Vi racconto la mia storia.

Circa un anno fa, dopo mesi di “corteggiamento” da parte mia, convinco la “classe dirigente” della mia Diocesi ad impegnarsi più decisamente nel mettere in pratica il Direttorio per le Comunicazioni Sociali COMUNICAZIONE E MISSIONE. A novembre vengo assunto con un contratto a tempo determinato di un anno. Mio compito principale: lanciare il nuovo sito diocesano e creare le condizioni per una massiccia presenza in Rete di tutte le istanze diocesane; sensibilizzare le parrocchie, le associazioni e i movimenti locali all’utilizzo dei nuovi media; organizzare incontri formativi in questo ambito…in pratica dovevo essere uno di quei professionisti della Comunicazione (lo sono ormai da 10 anni) di cui il Direttorio parla ripetutamente, la cui esperienza e il cui lavoro potessero e dovessero essere messi a servizio di questo nuovo corso della Chiesa moderna.

Ebbene, questo anno di lavoro ha dato davvero molti frutti, solo che non se n’è accorto praticamente nessuno: chi gestisce le Comunicazioni Sociali mi ha sempre vissuto come una minaccia incombente e non ha mai collaborato con me (anzi, se ha potuto, mi ha messo i bastoni fra le ruote): dunque non ho mai avuto un ufficio di riferimento, un direttore di riferimento, non mi è mai stata data autonomia decisionale, nè collaboratori validi. Ciò nonostante ho centrato tutti i miei obiettivi con successo. Il risultato? Non mi verrà rinnovato il contratto perché…non ci sono i fondi necessari…perchè “le Comunicazioni Sociali qui sono un feudo intoccabile”….perchè “ci sono dinamiche che tu non puoi sapere”…perchè infondo una volta fatto il sito diocesano non serve fare altro…eccetera, eccetera.

Da Animatore della Comunicazione e della Cultura ho dovuto ahimè constatare lo scollamento totale che esiste (almeno nel mio territorio, non voglio certo fare di tutta l’erba un fascio) tra ciò che viene indicato dalla CEI (con il Direttorio, con Testimoni Digitali,…) e una realtà (passatemi il termine) “di palazzo”, nella quale esistono solo preti-manager e logiche di potere per le quali il bene di una comunità, di una Chiesa passano in secondo piano. Si predilige una comunicazione vecchia e stantìa perchè ci sono “feudi” (come mi è stato detto) che sono intoccabili. Non si ascoltano i bisogni delle parrocchie, dei giovani, della gente che sta fuori dal palazzo per proteggere una classe dirigente ultrasettantenne che ci sta lasciando (come dice un mio giovane amico prete) una Chiesa agonizzante, una Chiesa destinata a spegnersi.

Si fa un gran parlare dell’aiuto dei laici, del loro contributo nei vari aspetti della Pastorale, ma poi si vive il loro servizio come una minaccia e non li si lascia liberi di agire e di consigliare.

In questo anno ho avuto modo di conoscere realtà diocesane davvero molto progressiste in varie parti d’Italia. Preti giovani che investono moltissimo sulla Comunicazione, coinvolgendo le loro comunità in modo deciso e facendo sì che le direttive del Vaticano non restino lettera morta ma diventino linfa vitale per la loro Chiesa.

La mia esperienza è ahimè molto più deludente e oggi mi domando come può fare una persona con capacità umane e professionali, con cultura e competenza, una persona che crede fortemente nel progetto che vede noi tutti Animatori della Comunicazione e della Cultura coinvolti, spezzare queste dinamiche vetuste che indeboliscono le nostre comunità, allontanando i giovani dagli oratori e dalle Chiese, gli sposi dal matrimonio cristiano, le famiglie dalla Catechesi.

Non conosco la riposta ma voglio credere che uno dei modi possibili sia la denuncia di queste dinamiche, nella speranza che qualcuno più in alto di noi faccia qualcosa.

Mea Culpa

Posted by Marcello Lauritano On settembre - 6 - 2010 3 COMMENTS
In Risposta all’articolo di Matteo M. Giordano “MA NOI CHE CHIESA SIAMO?”
Cara Marilena,
preferisco scriverti personalmente, poi tu potrai pubblicare, se lo ritieni opportuno, quanto ti dico circa il discorso di Matteo.
Tutto quello che ho letto è cosa già sentita e vissuta da altri, forse anche da te stessa, perché spesso noi preti vogliamo che i laici nella chiesa siano sempre ragazzi, per non dire bambini, a servizio e in funzione di qualche prete che dovrà fare bella figura.
I difetti della grande società mondiale e nazionale ci sono anche nella chiesa, perché noi preti siamo uomini con tutti i limiti che il termine indica.
I documenti della Chiesa parlano bene sulla funzione dell’animatore della comunicazione e della cultura, ma poi nelle grandi diocesi come nelle piccole ci sono i vari potentati di persone ultrasettantenni, che solo il Signore potrà rimuovere dal loro posto di nullafacenti (nel campo comunicativo moderno del Vangelo), perchè più che obsoleti di anni e di mente, oltre che di cuore.
I laici di fatto sono visti come manovali o portatori d’acqua, non come collaboratori effettivi nella gestione della Chiesa (alla maniera di san Paolo) della quale fanno parte di diritto e non per gentile concessione dei preti!
E’ il battesimo la porta per tutti, il sacerdozio è un compito di servizio e non di potere! Ma questo è difficile da capire e ancor più da mettere in pratica e da vivere nel concreto: “Non si muove foglia che il parroco (o il vescovo) non voglia!”
Tu ricordi bene il discorso fatto lo scorso anno a don Domenico Pompili, che già faceva difficoltà ad accettare nei raduni della Chiesa italiana a pieno titolo i religiosi e le religiose, tanto più sarà difficile accettare i laici (e le donne) con uguali diritti e doveri dei sacerdoti a parità di ufficio svolto.
Credo non saremo noi a vedere una Chiesa di comunione vera ed effettiva, ma camperà ancora a lungo la chiesa gerachica, cioè con il potere dei preti!
Anche a Camposampiero, ci troveremo con queste difficoltà: si istruiscono animatori che poi non troveranno spazio e possibilità nelle diocesi e nelle parrocchie.
Non illudiamoci che a breve possa cambiare qualcosa a meno che si trovino vescovi e preti capaci e intelligenti, convinti che la Chiesa non è fatta dallo 0,12% delle persone, cioè i consacrati, ma dal 100% delle persone dei quali il 99,88% sono laici. E i laici non sono solo quelli che girano intorno alla chiesa fisica, cioè il 5-10% dei battezzati, ma tutti i battezzati e anche i lontani, che magari sono disposti a dare una mano proprio nel campo della comunicazione e della cultura.
Ciao, Marilena, un abbraccio grande come te e tante benedizioni a te e familiari.

Marcello Lauritano

Turchia: un cartoon per promuovere il Ramadan tra i più piccoli

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Mai forse come quest’anno le polemiche hanno investito il mese di Ramadan, accusato da più parti di essere diventato veicolo del consumismo più sfrenato. Devono aver fatto simili considerazioni anche in Turchia, concependo il cartone animato “Super Ramazan”, programmato in questi giorni sulla televisione nazionale e destinato proprio a diffondere i valori del mese più sacro dell’Islam tra le giovani generazioni.

Il cartone (destinato ad un target tra i 4 e i 14 anni di età, qui un trailer) ha per protagonista un bambino, di nome appunto Ramazan che, dopo essere stato colpito dal pide,  il pane con cui al tramonto si interrompe il digiuno, scopre di avere dei superpoteri, indossa mantello e maschera, si toglie gli occhiali e si trasforma così, da bambino timido e impacciato, in supereroe dell’Islam per poi tornare nelle vesti abituali.

Sostanzialmente positive, anche se con diverse sfumature, le reazioni all’iniziativa.  Il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, Izzedin Elzir, l’appoggia incondizionatamente: “Non l’ho visto ma sicuramente l’idea è positiva. Spero che venga data la possibilità a chi ha pensato a questo tipo di forma d’arte di poter continuare a produrne altre. Certamente l’educazione islamica passa dalla famiglia ma va bene qualsiasi tipo di iniziativa positiva come può essere quest’idea del cartone. I bambini che vogliono osservare il Ramadan imitano i genitori che digiunano dalla mattina al tramonto ma non possono assolutamente farlo. Un cartone del genere può aiutare a capire la religiosità e aiutare i genitori”. Mario Scialoja, consigliere del Centro Islamico Culturale d’Italia, pur non bocciando l’iniziativa, è invece più cauto: “Prima di giudicare quest’iniziativa bisognerebbe vedere il cartone. Può essere una cosa graziosa ma ricordiamo che i minorenni non sono tenuti ad osservare il Ramadan anche perché questo periodo non è incentrato sui bambini ma sui fedeli adulti”.

(via SpiritualSeeds)

Il lutto di Rai Vaticano per Giuseppe De Carli

Posted by Giuseppe Delprete On agosto - 6 - 2010 ADD COMMENTS

Di Giuseppe Delprete

E’ morto il direttore della struttura Rai-Vaticano Giuseppe De Carli. Aveva 58 anni ed era originario di Lodi. Negli anni’90 era stato corrispondente del Tg1, assumendo poi, dopo il Grande Giubileo del 2000, la direzione della struttura che raccolse l’eredita’ di Rai Giubileo. E’ stato a lungo commentatore dei fatti rel…igiosi per il quotidiano romano “Il Tempo” ed ha firmato un libro-intervista al segretario di Stato Tarcisio Bertone sul terzo segreto di Fatima. Era ricoverato al Policlinico Gemelli da alcuni giorni per sottoporsi a radioterapia. La salma è esposta nella camera mortuaria del ‘Gemelli’, mentre i funerali avranno luogo giovedì 15 alle ore 10.30 nella Chiesa della Traspontina e saranno presieduti dall’arcivescovo Rino Fisichella. Preghiamo per Giuseppe uomo di grande fede e giornalista esemplerare che a messo la sua voce e la sua arte comunicativa a servizio della Chiesa.

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff


Il Cuore vulnerabile di Cristo

Posted by michelangelo On giugno - 28 - 2010 2 COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Liturgicamente il culto del Sacro Cuore di Gesù (celebrato nel mese di giugno) nasce nel XVII secolo, precisamente con S. Giovanni Eudes (1601-1680) e Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690). Nel 1928 – in seguito ad altre approvazioni pontificie – Pio XI dà a questa festività un’ importantissima dignità liturgica promulgando l’enciclica Miserentissimus Redemptor.
Perché la Chiesa ha solennizzato questo culto? Che cosa vuol dire per il cristiano contemplare il Cuore di Gesù? Rispondiamo a queste domande rileggendo innanzitutto un frammento del Vangelo di Giovanni: «Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,33-34).

L’immagine proposta dall’evangelista descrive l’ennesima tortura inflitta al corpo martoriato di Cristo. La lancia del soldato apre il cuore di Gesù dal quale sgorgheranno sangue e acqua, i simboli dell’eucaristia e del battesimo.
Questa stessa immagine rivela però un altro particolare caratteristico di Dio: la Sua vulnerabilità. Egli, infatti, non esita nemmeno per un istante a farsi carico della Croce, a prendere su di sé tutti i nostri peccati perché potessimo essere salvati. Il Suo è «… un cuore ferito e reso impotente dall’amore, un fianco aperto e indifeso, attraverso il quale l’uomo, il nemico, può irrompere».

Da dove deriva allora questa ferita? Chi è il feritore? Gesù viene trafitto affinché mediante la ferita visibile del costato si manifestasse la ferita dell’amore. Nel Cantico dei Cantici viene detto: «Tu hai ferito il mio cuore, tu sorella mia, mia sposa, tu hai ferito il mio cuore». Due innamorati, infatti, sanno bene (quando l’amore che li unisce è vero) cosa vuol dire essere feriti dall’amore, poiché essi fin dal loro primo incontro hanno intuito (anche solo per un istante) che amarsi significa donarsi, uscire dal proprio «io» per entrare, indissolubilmente, nel cuore di un’altra persona (dell’amato). Questa esperienza è talmente forte da generare frasi come: «io ti amerò per sempre», «per te darei la mia vita», «tu hai ferito il mio cuore», cioè sei entrato talmente in profondità nel centro della mia persona (nel mio cuore) che io adesso non posso più fare a meno di te. Continua poeticamente il Cantico: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore» (Ct 8,6).

E’ interessante, a questo proposito, rileggere la testimonianza di S. Teresa d’Avila nel momento della sua Transverberazione (grazia particolare concessale da Dio) in cui sperimenta, attraverso il cuore trapassato da un dardo, l’estasi amorosa di Dio: «Quel Cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, […]lasciandomi avvolta in una fornace d’amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti… ma insieme pure tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine […]. Allora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio» (Vita 29,13).

La ferita sul costato di Cristo, dunque, non rappresenta la singola ferocia di un soldato ma è il segno più concreto ed evidente dell’amore che Dio nutre per noi. E’ una logica un po’ strana per il nostro modo comune di vedere le cose, per noi che siamo abituati a leggere nella sofferenza l’assenza di Dio. Quante volte ci siamo chiesti, infatti, dove fosse Dio quando la morte ci privava degli affetti più cari? Ma dov’era Dio quando Cristo moriva in croce? Forse era presente proprio in quella lancia che apriva il costato del Figlio, per testimoniare ancora una volta il motivo di quella illogica sofferenza, e permettere all’uomo di poter entrare nel mistero di quel Cuore capace d’amore fino alla morte. «Qui la santità – afferma S. Giovanni della Croce – è tanto più fiorente quanto più profonda è la ferita».

La solennità del Cuore di Gesù ci invita, dunque, a farci parte di questo mistero, a contemplare il dono dell’Amore di Dio per noi che nella persona di Cristo si è fatto Carne. Questo è il centro, il cuore di tutto il cristianesimo che la Chiesa celebra durante tutto il mese di Giugno.
Lasciamo che le parole rivolte a Dio dalla giovane Teresa di Lisieux diventino anche la nostra preghiera: «… Lasciami dirti che il Tuo amore giunge alla follia; e come vuoi che davanti a questa follia il mio cuore non si slanci verso di Te? Lo so che per Te i santi hanno commesso anche delle pazzie, e la mia follia è la speranza che il Tuo amore mi accolga come vittima…».

I digital media: gli scenari, gli effetti, internet e i legami che si creano nell’intricato intreccio sulla Rete. Questi e altri argomenti verranno trattati nel corso della Settimana residenziale per seminaristi teologi dal titolo “L’agire della Chiesa nel tempo digitale” (27 giugno-2 luglio) promossa dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, dal Servizio nazionale per il progetto culturale e dal Servizio informatico della CEI in collaborazione con il Centro interdisciplinare lateranense della Pul. La settimana si terrà a Subiaco (info su www.benedettini-subiaco.org) e si aprirà con la relazione di Mons. Dario Edoardo Viganò, preside dell’Istituto Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense. Ernesto Diaco, vice responsabile del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, illustrerà in che modo il progetto culturale orientato in senso cristiano si inserisce nella Chiesa italiana mentre don Davide Milani, direttore dell’ufficio comunicazioni sociali di Milano,  metterà in evidenza in che modo oggi si può comunicare in una diocesi. Non mancheranno come sempre i laboratori, che quest’anno approfondiranno le tematiche del book trailer, del web 2.0 e del cinema digitale. Il prof. Paolo Peverini e Giovanni Silvestri illustreranno rispettivamente i “Trailer nella predisposizione dell’atto spettatoriale” e “La Chiesa e le risorse in rete”. Don Ivan Maffeis, invece, tratterà il tema “I media della Chiesa italiana”. La prof.ssa Emiliana De Blasio invece apprfondirà il tema “Famiglia e modelli di rappresentazione nella fiction italiana e americana” mentre il Dott. Sergio Perugini farà una relazione su “Il religioso nei media tra miniserie e lunga serialità”. Concluderà la settimana l’intervento di Mons. Domenico Pompili, Sottosegretario e Portavoce della CEI, sul tema “Da Parabole mediatiche a Testimoni digitali. Cammino fatto e prospettive”.

Da “La ùltima cima” a numero uno nei cinema

Posted by Giuseppe Delprete On giugno - 22 - 2010 ADD COMMENTS

“La última cima”, un film sulla vita del sacerdote Pablo Domínguez, uscito nel fine settimana e solo in quattro sale, si è consacrato come numero uno per numero di spettatori nei cinema spagnoli. Sono circa seimila – riporta l’agenzia Zenit – le persone che hanno già visto questo film di Juan Manuel Cotelo. Vista la massiccia risposta di pubblico, “La última cima” passerà, su richiesta popolare e in appena una settimana, ad essere proiettato in oltre cinquanta sale di tutto il Paese. Il film è un documentario sul sacerdote madrileno Pablo Domínguez, morto nel 2009 in un incidente di montagna. Domínguez, filosofo e teologo della Facoltà di Teologia di San Damaso a Madrid, è morto a 42 anni mentre scendeva dal Moncayo. Era l’ultima cima spagnola, di oltre duemila metri, che gli mancava. Ai suoi funerali hanno partecipato più di tremila persone e una ventina di vescovi. Le sue Messe e le sue conferenze si riempivano di gente che desiderava ascoltare le sue parole. Il film è il ritratto di un uomo allegro, umile e generoso che, come dice chi l’ha conosciuto, sapeva che sarebbe morto giovane. Nel film di Cotelo offrono la propria testimonianza il cardinal Cañizares, che lo scelse come docente alla San Damaso, il vescovo Demetrio Fernández di Córdoba, suo amico e il primo a sapere della sua morte, e l’arcivescovo di Oviedo, Jesús Sanz, allora vescovo di Jaca e Huesca, che fece spesso visita al sacerdote scalatore. Al di là della personalità di Domínguez, il film è un canto alla vita del sacerdote “normale”, che non è delinquente né eroico, né esorcista né missionario in luoghi estremi, ma è semplicemente disponibile, assiste la gente, la ascolta, la confessa, predica la verità senza paura, con umorismo e intelligenza. Con immagini della montagna, il film riflette sulla grandezza del sacro, del sacerdozio, del sacrificio e della morte. Grazie alle testimonianze di persone sincere che parlano di Pablo, lo spettatore si affeziona a un sacerdote che alla fine muore. Il film inizia con umorismo e provocazione, e man mano che la morte si avvicina diventa più elevato nello stile e nel contenuto. Il successo di questa pellicola nelle sale è stato preceduto da un insolito boom su internet. Nelle tre settimane precedenti l’uscita al cinema, il trailer è stato scaricato più di 200 mila volte.

I tagli alla cultura non hanno per fortuna impedito che anche quest’anno si svolgesse l’ormai imprescindibile appuntamento di Torino Spiritualità, di cui è stata presentata l’edizione 2010. “Gratis. Il fascino delle nostre mani vuote” è il titolo del tema proposto quest’anno (dal 22 al 26 settembre) attraverso la formula oramai consolidata di dialoghi, letture, lezioni e seminari, ma anche attraverso iniziative speciali e progetti collaterali tesi a stimolare sempre di più il coinvolgimento e la partecipazione in prima persona del pubblico. Parole, ma soprattutto esperienza come occasione per riflettere sui diversi significati del dono, del gesto gratuito, delle azioni che non aspettano nulla in cambio.

Tre le sezioni in cui verranno scanditi gli appuntamenti:

Per-dono. L’occasione dell’altro

Donare significa spostare sull’altro tutto il valore di una relazione. Per questo, la gratuità di un’azione è un investimento sul mondo, e racchiude il coraggio di credere nelle possibilità umane. Il valore del dono visto come legame capace di liberare e far nascere relazioni immediate, profonde perché concrete, dando forza allo spirito di una comunità.

Saper (s)cambiare. Economia al di là del profitto

Le regole del consumo rischiano di impoverire la stessa fonte da cui, in fondo, nascono: i nostri desideri. Un’economia del “gratis” può dare una nuova direzione ai nostri interessi e, se non è solo un modo per schivare le responsabilità di uno scambio, può evitare che il profitto stesso ci deteriori. Per vivere in modo più responsabile, critico e consapevole il rapporto con gli altri.

Gratuità. La sola moneta dell’arte
Il gesto artistico non ha funzione strumentale, non “serve”. In ogni sua forma, l’essenza dell’arte sta nell’intimità che sa creare con l’altro, nella capacità di riappacificare anche solo per un momento le lotte degli uomini. Il gesto disinteressato che l’arte ha in sé può dunque diventare un bene prezioso per dare un senso e una direzione ai profondi cambiamenti intorno a noi, attraverso una logica diversa da quella del guadagno.

Sul sito della manifestazione, nei primi giorni del prossimo mese di luglio, verrà reso noto il calendario definitivo degli incontri.

(via SpiritualSeeds)

Nel fine settimana dal 25 al 27 Giugno si svolgerà a Pistoia il settimo forum dell’Informazione Cattolica per la Salvaguardia del Creato, organizzato dall’associazione d’ispirazione cristiana Greenaccord. Il forum è rivolto ai giornalisti ed è, come ha spiegato il segretario generale dell’associazione, Alfonso Cauteruccio, ”un modo per formare i formatori. Offriamo ai giornalisti momenti di dibattito sui temi ambientali”. Il programma di questa edizione si snodera’ sul tema del percorso dell’uomo nel creato, scelta dettata dal fatto che nel 2010 cade l’anno santo compostelano.

Durante i tre giorni del Forum, il Palazzo dei Vescovi di Pistoia ospiterà, dunque, la disamina delle diverse sfaccettature del concetto di ”cammino nel Creato”: il venerdì pomeriggio, il vescovo di Pistoia, Mansueto Bianchi, approfondirà la dimensione biblica del pellegrinaggio mentre lo storico Franco Cardini si concentrerà sulla figura di San Jacopo e sul legame tra Santiago de Compostela e Pistoia. La scrittrice Susanna Tamaro invece proporra’ una riflessione sul rapporto tra cammino, natura e silenzio.
Sabato 26 giugno, la discussione si concentrerà invece sugli aspetti concreti del cammino dell’Uomo nella Natura: si parlerà delle sfide ecologiche poste dal futuro (Flaminia Giovanelli, sottosegretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace), del cammino della fame tra intolleranza e accoglienza (Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes), della riscoperta del gusto di camminare in contesti urbani sempre più frenetici (architetto Lucien Kroll) e dell’importanza del cammino per ritrovare sé stessi. A quest’ultimo tema sara’ dedicata una tavola rotonda, nel pomeriggio, alla quale prenderanno parte protagonisti dell’alpinismo, del podismo e di progetti che hanno promosso il cammino nella natura alla riscoperta della propria dimensione interiore.
La domenica sarà invece dedicata alla presentazione di iniziative ed esperienze pratiche che, all’interno del mondo ecclesiale, hanno utilizzato il cammino come esperienza educativa, di crescita e di fede.
Durante il forum sarà inoltre assegnato, come già lo scorso anno, il Premio giornalistico ”Sentinella del Creato”, realizzato in collaborazione con l’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) e la Fisc (la Federazione Italiana Settimanali Cattolici). Il riconoscimento sarà assegnato a tre giornalisti che si sono particolarmente distinti nel corso dell’anno nella divulgazione e nell’approfondimento di tematiche ambientali.

(via SpiritualSeeds)

Prende oggi il via, per la gioia dei pallonari di ogni latitudine, l’edizione 2010 dei campionati mondiali di calcio, che si svolgeranno com’è notorio in Sudafrica. Si tratta sempre di vetrine attraverso le quali far conoscere realtà di per sé lontane dal mondo del calcio, ma che colgono appunto l’occasione dei riflettori accesi dalla stampa internazionale per far conoscere le proprie realtà e realizzazioni.

È il caso della Chiesa sudafricana, che ha allestito un suo spazio web, simpaticamente chiamato Church on the ball. Il sito, davvero ricchissimo di materiale, propone tra l’altro anche una cappella virtuale nella quale i visitatori possono accendere una candela (ovviamente altrettanto virtuale) da acquistare nell’apposito spazio. I ricavati della vendita saranno destinati dalla Chiesa Sudafricana ad uno scopo più che nobile: la lotta alla tratta, in cui il Paese africano vanta un triste primato. «Mentre è un onore per il Sudafrica essere stato scelto per ospitare la Coppa del Mondo», afferma suor Melanie O’Condor, responsabile dell’Ufficio contro la tratta degli esseri umani della Conferenza dei vescovi dell’Africa australe e delle Congregazioni religiose sudafricane, «sappiamo anche che, come qualsiasi altro evento di questo genere, si può avere un lato negativo. E dal momento che il Sudafrica è da tempo riconosciuto internazionalmente come un punto caldo del traffico di esseri umani, vi è il fondato timore che il traffico di donne e bambini aumenterà in modo significativo durante i Mondiali. I bambini sono particolarmente a rischio. C’è anche il sospetto che alcune ragazze delle nostre scuole vengano preparate in segreto per farle prostituire».

Né è questa l’unica iniziativa benefica organizzata in occasione dei mondiali sudafricani: un’altra è il Soccer Peace Tournament, una sorta di Mondiale della Pace organizzato sempre dalla Chiesa cattolica sudafricana e avente lo scopo, come ha dichiarato Antoine Soubrier dell’Ufficio per le comunicazioni della Conferenza Episcopale dell’Africa australe, di “coinvolgere nei mondiali tutti i sudafricani, soprattutto coloro che sono rimasti ai margini dell’evento”. Insomma calcio  e sensibilità sociale e religiosa possono convivere. Il desiderio e l’augurio è che ciò non duri solo lo spazio di un Mondiale.

(via SpiritualSeeds)

Mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo

Posted by michelangelo On giugno - 7 - 2010 ADD COMMENTS

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di Michelangelo Nasca

L’istituzione eucaristica potremmo considerarla il terzo grande mistero della fede cristiana, o se preferiamo sottolinearne l’unicità, il terzo colossale scandalo per una religione.
L’Incarnazione di Cristo, infatti, aveva già spiazzato e messo alla prova la fede israelitica che veniva chiamata a riconoscere nella persona del Nazareno l’antica promessa: la venuta del Messia. Questa realtà era difficile da comprendere. Quale relazione poteva esserci tra Dio e un bambino? Il secondo scandalo era quello della Croce. Poteva un dio, forte e potente, lasciarsi umiliare e crocifiggere come un infame bestemmiatore per poi risorgere (avvenimento umanamente poco credibile!) dalla morte? Infine l’istituzione dell’Eucaristia, che abbraccia Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Cristo in un unica realtà misterica e celebrativa, non come il semplice ricordo dell’ultima cena di Gesù trascorsa con gli apostoli ma come memoriale della Sua morte e resurrezione.

Nel mistero eucaristico il mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo vuol dire assumere in sé ciò che, apparentemente, sembrerebbe stare semplicemente accanto a noi. C’è come un confine, un limite che deve essere necessariamente oltrepassato: “Assumete dentro di voi ciò che sembra stare soltanto accanto a voi, e come io posso oltrepassare i confini, così lasciate anche voi cadere i vostri confini, assumendo me” (Von Balthasar).

L’intento di Cristo non è quello di annullare l’autocoscienza umana per assorbirla nella Sua. Egli desidera che l’uomo conduca una “vita nuova”, libera da ogni ristrettezza e calcolo umano, attraverso una modalità assolutamente inedita, una realtà dove è possibile partecipare della vita di Cristo. Tutto questo poteva accadere solo attraverso un concreto e corporeo atto d’amore da parte di Dio.  Egli viene, infatti, ad instaurare una alleanza eterna con tutta l’umanità; percorre le strade dell’uomo, la sua vita, la sua storia; abbraccia le nostre fatiche, prende su di sé i nostri peccati, lasciandoci il conforto della sua amicizia, la certezza della sua presenza.

Che cosa c’è fra noi e Dio? Perché dare vita ad una storia della salvezza che la Bibbia racconta, parola per parola, a partire da Adamo fino alla Resurrezione di Cristo? E se fosse venuto a restituirci proprio ciò che avevamo perduto agli inizi della storia sacra a causa del peccato? Il dono, cioè, dell’eternità il mistero della nostra vita in Lui?

C’è un’immagine molto bella di C. Péguy che può aiutarci a comprendere il particolare e misterioso rapporto che intercorre tra noi e Cristo: “Fili innumerevoli legano ogni essere a Gesù, all’essere di Gesù… fili invisibili, fili eterni, fili infiniti, fili misteriosi… ogni anima e ogni corpo al corpo di Gesù, ogni corpo e ogni anima all’anima di Gesù. Con la comunione; con questa comunione. Che rete inestricabile, ragazzi. […] Ecco la vostra comunione. Con fili innumerevoli, con fili invisibili, con fili misteriosi, infinitamente, eternamente misteriosi tutto è legato a tutto, tutti siete tutti legati; e a tutto; e reciprocamente; mutuamente; e sono groviglio, intrecci senza fine. Ecco, ecco cos’è la vostra comunione” (C. Péguy, Véronique). La rivelazione del dono eucaristico, pertanto, oltre a stabilire la definitiva presenza di Dio in mezzo a noi (Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo – Mt 28, 20) ci indica la posizione del cristiano nei confronti di Cristo, non davanti a lui, ma in lui.

Tutto ciò non potrà accadere se non attraverso un’adesione libera da parte dell’uomo. Non sarà certo Dio a scardinare l’ingresso della nostra libertà. Egli continua soltanto a rivolgerci il suo personale invito: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 3, 20-22).

Un grazie per la Vita

Posted by Speedmar On giugno - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Mariangela Musolino

Su youtube il Movimento per la Vita dell’Umbria ha inserito un intenso video che raccoglie le testimonianze di alcune mamme aiutate dai Centri di Aiuto alla Vita dell’Umbria a fare “la scelta giusta”: ecco il link

http://www.youtube.com/watch?v=aBrJ06Wi5rw

L’INCOMMENSURABILE…SI FA PICCOLO PER NOI

Posted by FLORIANO CARTANI' On giugno - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Floriani Cartani’

Se fossi stato un architetto, avrei disegnato tutte le chiese senza tetto. Come facciamo, infatti, noi uomini, a cercare di “contenere” in un luogo chiuso, limitato, Colui il quale non ha spazio né tempo. Il paradosso è evidente e mi rimanda ad alcuni ricordi dei “tetti” di tante antiche chiese e tempietti del culto cristiano che ho visitato, le quali raffiguravano molto spesso sulla propria volta un cielo azzurro, con le nuvole e gli uccelli o dipinto scuro con le stelle della notte. Alzando lo sguardo, quindi, sembra che tali templi non siamo chiusi ma aperti verso il cielo. Come la chiesa inferiore di san Francesco in Assisi che, appunto,è così. Il significato è di facile lettura. Pur tuttavia, oggigiorno si è quasi “persa” per strada tale raffigurazione teologica negli edifici sacri: ve lo immaginate un ingegnere edile o un architetto dei tempi moderni che propone un simile allocamento pittorico? Cos’è cambiato, ci chiediamo allora, rispetto a prima? E’ solo un’ondata modale? Forse che l’uomo moderno ha abbandonato tale raffigurazioni perché giudicate troppo infantili o superate? Può darsi che sia cresciuta talmente tanto la propria conoscenza, che quasi ci si vuol paragonare ad un neo dio? Per chi crede e crede veramente e profondamente, le cose non dovrebbero stare così. Si badi bene che ciò di cui si parla non è una questione “sofistica”: Dio è impossibile da racchiudere in nessun mausoleo. Ciò nonostante, come ben sappiamo, lo ritroviamo ogni giorno vivo in carne e sangue nella minuta ostia consacrata. Una minuscola parte, quest’ultima, certamente molto ma molto più piccola se paragonata alle immensità e maestosità di tante cattedrali costruite dall’uomo. Com’è possibile allora questa corrispondenza biunivoca che, per noi esseri finiti, appare inconcepibile? Ancora una volta, chi crede e crede veramente, in questa occasione ha l’opportunità di (ri)scoprire non tanto e non solo la grandezza infinita di Dio ma, soprattutto, il suo amore ineguagliabile attraverso Gesù. L’Incommensurabile, infatti, proprio grazie a Gesù che ha penetrato la storia degli uomini, è divenuto contenibile per noi, con tutto il suo corpo e tutto il suo sangue, nell’ostia consacrata. Appunto. Capite bene, quindi, come non esiste nulla sulla terra che possa racchiudere l’Altissimo, se non un apparentemente piccolo pezzo di pane il quale, tuttavia, grazie alla mediazione del sacerdote, diviene corpo e sangue di Cristo. Può sembrare difficile per noi esseri umani, comprendere appieno questo mistero. Ed ancora una volta dobbiamo dare atto ad un altro San Tommaso della storia che ci ha aiutato a comprendere. Si tratta di un monaco Basiliano il quale, come l’apostolo titubante, mise questa volta alla prova la propria fede con un dubbio sull’ostia che andava consacrando e che, a breve, sarebbe divenuta in tutto e per tutto corpo e sangue di Gesù. La storia risalente all’VIII sec. d.C. è meglio conosciuta come il Miracolo Eucaristico di Lanciano, una ridente cittadina tra Pescara e Chieti, adagiata sui declivi Abruzzesi. Come per san Tommaso, anche il dubbio del monaco fu presto dileguato allorquando tra le dita del religioso l’ostia grande si trasformò in carne viva ed il vino della consacrazione in sangue vero. Ancora oggi quel tozzo di carne e sangue aggrumito,  rigorosamente conservati in un’antica polla di vetro, sono visibili nell’apposito altarino della chiesa di Lanciano. I reperti sacri, dopo le ricognizioni medievali, sono stati analizzati negli anni ’70 ed ’80, ottenendo dalla scienza un responso stupefacente: carne e sangue umani.  Attorno a questo centro liturgico non vi è ancora quello che in altri luoghi sacri è la normale visione del mercato degli oggetti sacri. Il sito religioso gode invece ancora di tutta quella fragranza di fede ed intimità d’animo che si percepisce solamente quando si avverte di essere in qualche modo al cospetto del Divino che si è manifestato. Se da un lato risulta quasi propedeutico, magari giusto in questo periodo, un pellegrinaggio riflessivo in questo luogo dall’altro non tragga in inganno la finalità. Essa, infatti, non deve essere assolutamente di natura “turistica” e deve invece aiutarci a ricordare come tale ricchezza infinita sia posseduta da ogni tabernacolo. L’unico posto al mondo dove l’Incommensurabile si fa piccolo per tutti noi.

Solennità del Corpus Domini

Posted by Giuseppe Delprete On giugno - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Giuseppe Delprete

La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava.
In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava amica Corporis Domini – e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne. Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un’estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra, da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini.
La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l’ottava della Trinità. Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l’antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana. Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell’accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l’11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla “Transiturus” che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell’Eucaristia. Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto – il 19 Giugno – lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.

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