Thursday, 23 February, 2012
Animatori Cristiani della Comunicazione

Gran Madre di Dio

Posted by marilena marino On dicembre - 31 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

L’Ave Maria (si chiama così sia in latino che in italiano), detta anche, in latino, salutatio angelica, è sia una antifona sia una delle più diffuse preghiere mariane della Chiesa cattolica occidentale.Il Titolo di Madre di Dio, fra tutti quelli che vengono attribuiti alla Madonna, è il più Glorioso. Essere la Madre di Dio è per Maria la sua Ragion d’Essere, il motivo di tutti i Suoi Privilegi e delle Sue Grazie. Per noi il Titolo racchiude tutto il Mistero dell’Incarnazione e non ne vediamo altro che più di questo sia Sorgente per Maria di Lodi e per noi di Gioia. Sant’Efrem pensava giustamente che credere e affermare che la Santissima Vergine Maria è Madre di Dio è dare una Prova Sicura della nostra Fede. La Chiesa quindi non Celebra alcuna Festa della Vergine Maria senza Lodarla per questo Privilegio. E così Saluta la Beata Madre di Dio, nell’Immacolato Concepimento, nella Natività, nell’Assunzione e noi nella Recita Frequentissima dell’Ave Maria facciamo altrettanto.

L’Eresia Nestoriana.

“Theotókos”, Madre di Dio, è il Nome con cui nei Secoli è stata Designata Maria Santissima. Fare la Storia del Dogma della Maternità Divina sarebbe fare la Storia di tutto il Cristianesimo, perché il Nome era entrato così profondamente nel cuore dei Fedeli che quando, davanti al Vescovo di Costantinopoli, Nestorio, un prete che era suo portavoce, osò affermare che Maria era soltanto Madre di un uomo, perché era impossibile che Dio nascesse da una donna, il popolo protestò scandalizzato. Era allora Vescovo di Alessandria San Cirillo, l’Uomo Suscitato da Dio per Difendere l’Onore della Madre del Suo Figlio. Egli tosto manifestava il suo stupore: “Mi meraviglia che vi siano persone, che pensano che la Santa Vergine non debba essere chiamata Madre di Dio. Se Nostro Signore è Dio, Maria, che lo mise al mondo, non è la Madre di Dio? Ma questa è la Fede che ci hanno Trasmesso gli Apostoli, anche se non si sono serviti di questo termine, ed è la Dottrina che abbiamo appresa dai Santi Padri”.

Il Concilio di Efeso.

Nestorio non cambiò pensiero e l’Imperatore convocò un Concilio, che si aprì ad Efeso il 24 Giugno 431 sotto la Presidenza di San Cirillo, Legato del Papa Celestino. Erano presenti 200 Vescovi i quali Proclamarono che “la Persona di Cristo è Una e Divina e che la Santissima Vergine deve essere Riconosciuta e Venerata da tutti quale Vera Madre di Dio”. I Cristiani di Efeso Intonarono Canti di Trionfo, Illuminarono la Città e ricondussero alle loro dimore con fiaccole accese i Vescovi “venuti – gridavano essi – per Restituirci la Madre di Dio e Ratificare con la loro Santa Autorità ciò che era Scritto in tutti i cuori”. Gli sforzi di Satana avevano raggiunto, come sempre, un risultato solo, cioè quello di preparare un Magnifico Trionfo alla Madonna e, se vogliamo Credere alla Tradizione, i Padri del Concilio, per Perpetuare il Ricordo dell’Avvenimento, aggiunsero all’Ave Maria le Parole: “Santa Maria, Madre di Dio, Pregate per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Milioni di persone recitano ogni giorno questa Preghiera e Riconoscono a Maria la Gloria di Madre di Dio, che un Eretico aveva preteso negare.

Maria Vera Madre di Dio.

Riconoscere che Maria è Vera Madre di Dio è cosa facile. “Se il Figlio della Santa Vergine è Dio, scrive Papa Pio XI nell’Enciclica Lux Veritatis, Colei che l’ha Generato merita di essere chiamata Madre di Dio; se la Persona di Gesù Cristo è Una e Divina, tutti, senza dubbio, devono chiamare Maria Madre di Dio e non solamente di Cristo Uomo. Come le altre donne sono chiamate e sono realmente madri, perché hanno formato nel loro seno la nostra sostanza mortale, e non perché abbiano creata l’Anima umana, così Maria ha acquistato la Maternità Divina per aver Generato l’Unica Persona del Figlio Suo”.

Maria e Gesù.

La Maternità Divina Unisce Maria con il Figlio con un Legame più forte di quello delle altre madri con i loro figli. Queste non operano da sole la generazione e la Santa Vergine invece ha Generato il Figlio, l’Uomo-Dio, con la Sua Stessa Sostanza e Gesù è Premio della Sua Verginità ed Appartiene a Maria per la Generazione e per la Nascita nel Tempo, per l’Allattamento con il quale lo nutrì, per l’Educazione che gli diede, per l’Autorità Materna Esercitata su di Lui.

Maria e il Padre.

La Maternità Divina Unisce in Modo Ineffabile Maria al Padre. Maria infatti ha per Figlio il Figlio Stesso di Dio, Imita e Riproduce nel Tempo la Generazione Misteriosa con la quale il Padre Generò il Figlio nell’Eternità, Restando così Associata al Padre nella Sua Paternità. “Se il Padre ci Manifestò un’Affezione così Sincera, dandoci Suo Figlio come Maestro e Redentore, diceva Bossuet, l’Amore che aveva per Te, o Maria, gli fece Concepire ben altri Disegni a Tuo riguardo e ha Stabilito che Gesù fosse Tuo come è Suo e, per realizzare con Te una Società Eterna, volle che Tu fossi la Madre del Suo Unico Figlio e volle essere il Padre del Tuo Figlio” (Discorso sopra la Devozione alla Santa Vergine).

Maria e lo Spirito Santo.

La Maternità Divina Unisce Maria allo Spirito Santo, perché per Opera dello Spirito Santo ha Concepito il Verbo nel Suo Seno. In questo Senso Papa Leone XIII chiama Maria Sposa dello Spirito Santo (Enc. Divinum Munus, 9 Maggio 1897) e Maria è dello Spirito Santo il Santuario Privilegiato, per le Inaudite Meraviglie che ha Operate in Lei.
“Se Dio è con tutti i Santi, afferma San Bernardo, è con Maria in Modo tutto Speciale, perché tra Dio e Maria l’Accordo è così Totale che Dio non solo si è Unita la Sua Volontà, ma la Sua Carne e con la Sua Sostanza e quella della Vergine ha fatto un Solo Cristo, e Cristo se non deriva come Egli è, né Tutto Intero da Dio, né Tutto Intero da Maria, è tuttavia Tutto Intero Dio e Tutto Intero di Maria, perché non ci sono due Figli, ma c’è un Solo Figlio, che è Figlio di Dio e della Vergine. L’Angelo dice: “Ti Saluto, o Piena di Grazia, il Signore è con Te. È con Te non solo il Signore Figlio, che Rivestisti della Tua Carne, ma il Signore Spirito Santo dal quale Concepisti e il Signore Padre, che ha Generato Colui che Tu Concepisti. È con Te il Padre che fa sì che Suo Figlio sia Tuo Figlio; è con Te il Figlio, che, per Realizzare l’Adorabile Mistero, apre il Tuo Seno Miracolosamente e Rispetta il Sigillo della Tua Verginità; è con Te lo Spirito Santo, che, con il Padre e con il Figlio Santifica il Tuo Seno. Sì, il Signore è con Te” (3a Omelia Super Missus Est).

Maria Nostra Madre.

Salutandoti Oggi con il Bel Titolo di Madre di Dio, non dimentichiamo che “avendo dato la Vita al Redentore del Genere Umano, Sei per questo Fatto Stesso Divenuta Madre Nostra Tenerissima e che Cristo ci ha voluti per fratelli. Scegliendoti per Madre del Figlio Suo, Dio ti ha Inculcato Sentimenti del tutto Materni, che respirano solo Amore e Perdono” (Pio XI Enc. Lux Veritatis).
Dalla Gloria del Cielo ove Sei, ricordati di noi, che ti Preghiamo con tanta Gioia e Confidenza. “L’Onnipotente è con Te e Tu Sei Onnipotente con Lui, Onnipotente per Lui, Onnipotente dopo di Lui”, come dice San Bonaventura. Tu puoi Presentarti a Dio non tanto per Pregare quanto per Comandare, Tu sai che Dio Esaudisce Infallibilmente i Tuoi Desideri. Noi siamo, senza dubbio, peccatori, ma Tu Sei Divenuta Madre di Dio per Causa Nostra e “non si è mai inteso dire che alcuno di quelli che sono ricorsi a Te sia stato abbandonato. Animati da questa Confidenza, o Vergine delle Vergini, o Nostra Madre, veniamo a Te gemendo sotto il peso dei nostri falli e ci Prostriamo ai Tuoi Piedi. Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare le nostre Preghiere, Degnati di esaudirle” (San Bernardo).

L’Annunciazione di Simone Martini. Dalla bocca dell’angelo fuoriesce la scritta in caratteri dorati con la salutazione angelica.

Giotto, la visitazione: Incontro di Elisabetta e Maria. Cappella degli Scrovegni, Padova.

Il testo originale latino è il seguente:

Ave Maria, gratia plena,
Dominus tecum,
benedicta tu in mulieribus,
et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, mater Dei,
ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae.

Amen

 

Te Deum

Posted by marilena marino On dicembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

IL MONDO È UN PONTE
Gesù – che la pace sia con lui – disse: «Il mondo è un ponte. Attraversalo, ma non fermarti lì!». A una quarantina di chilometri da Agra, la capitale indiana dei Moghul, celebre per il suo indimenticabile Taj Mahal, si leva la città fantasma di Fatehpur Sikri, edificata nel ’500 dall’imperatore Akbar, fautore del dialogo interreligioso. Ebbene, sulla moschea di quella città era stata incisa la frase assegnata a Gesù che oggi proponiamo, mentre avanziamo verso la fine dell’anno. Naturalmente il detto – che ha una sua forza poetica e spirituale – germoglia dai Vangeli, là dove Cristo invita a cercare un altro tesoro rispetto a quelli che offrono la storia e la terra, e a non affannarsi nell’accumulo dei beni caduchi (si leggano Matteo 6,19-34 e Luca 12,16-31). Un Vangelo apocrifo, quello attribuito all’apostolo Tommaso, contiene quest’altro appello di Gesù: «Siate gente di passaggio». E la Lettera agli Ebrei non esita a suggerire al cristiano di «uscire dall’accampamento» provvisorio in cui ci troviamo perché «non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (13, 13-14). La nostra civiltà è certamente di matrice sedentaria, tant’è vero che detestiamo i nomadi che s’accampano ai bordi delle nostre città. Eppure, mai come in questi tempi l’umanità si è fatta frenetica nel voler viaggiare, migrare, cercare. E spesso questa pulsione interiore è solo segno di scontentezza, di insoddisfazione, di un’attesa frustrata. Ecco perché è importante muoversi non solo fisicamente, ma anche spiritualmente, tenendo fissa una meta che dia senso all’esistenza. Oltre il ponte e il fiume turbolento della storia cerchiamo un approdo che sia però più in là, nell’infinito e nei vasti orizzonti dell’anima.

La sera del 31 dicembre, ultimo giorno dell’anno civile, in quasi tutte le Chiese Cattoliche si recita l’inno del “Te Deum”.

Il “Te Deum” è un inno molto antico la cui composizione si fa risalire al VI secolo. E’ un inno di lode, di ringraziamento trinitario e cristologico, unico ad invocazioni di preghiera. Il “Te Deum” viene solitamente cantato in occasioni di festa e, soprattutto, diringraziamento a Dio. In passato, veniva recitato solennemente al termine di guerre, di carestie, pestilenze o per la nascita di figli del re.

Il “Te Deum” viene oggi cantato per esempio la sera dell’ultimo giorno dell’anno, in conclusione di Concili e del Conclave, ma anche nella Liturgia delle Ore nelle Solennità e nelle Feste.

Tradizionalmente, la sera del 31 dicembre, il Papa presiede personalmente la recita dei Primi Vespri di Maria SS. Madre di Dio (la cui festa si celebra il 1 gennaio) e conclude la celebrazione con un solenne Te Deum di ringraziamento per la conclusione dell’anno civile appena trascorso. Celebrazioni analoghe si svolgono in tutte le Diocesi e anche in quasi tutte le Parrocchie.

Nella storia, molti compositori hanno musicato con melodie solenni e celebri l’inno del Te Deum.

Il testo dell’antico inno del “Te Deum Laudamus”, sia in latino che in italiano.

Questo inno viene fatto risalire al IV secolo d.C. e viene solennemente recitato nelle Chiese Cattoliche in occasione di particolari celebrazioni di ringraziamento e di lode a Dio (per esempio alla fine dell’anno o alla fine di Concili, Conclavi, ecc…).

Viene anche pregato nella Liturgia delle Ore in occasione, per esempio, di Solennità e di Feste.

Testo in Latino

Te Deum laudamus:
te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem,
omnis terra veneratur.

Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:

“Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra
majestatis gloriae tuae.”

Te gloriosus Apostolorum chorus,
te prophetarum laudabilis numerus,
te martyrum candidatus laudat exercitus.

Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensae maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.

Tu rex gloriae, Christe.
Tu Patris sempiternus es Filius.
Tu, ad liberandum suscepturus hominem,
non horruisti Virginis uterum.

Tu, devicto mortis aculeo,
aperuisti credentibus regna caelorum.
Tu ad dexteram Dei sedes,
in gloria Patris.

Iudex crederis esse venturus.

Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,
quos pretioso sanguine redemisti.
Aeterna fac
cum sanctis tuis in gloria numerari.

Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae.
Et rege eos,
et extolle illos usque in aeternum.

Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum,
et in saeculum saeculi.

Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine,
miserere nostri.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quem ad modum speravimus in te.
In te, Domine, speravi:
non confundar in aeternum.

Testo in Italiano

Noi ti lodiamo, Dio,
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre,
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo
il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico Figlio
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre
per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte,
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore,
che hai redento col tuo Sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria
nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore,
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore,
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia:
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore,
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza,
non saremo confusi in eterno.

Richard in cielo

Posted by marilena marino On dicembre - 30 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Days of heaven – I giorni del cielo (1978) è il secondo film di Terrence Malick, l’ultimo prima di una pausa di venti anni. Rispetto a Badlands, la versione italiana risulta meno distorta nel doppiaggio.

Il titolo riconduce il film a una dimensione religiosa, essendo tratto da un brano delDeuteronomio (11,18 – 11,22): nel secondo discorso di Mosè, dopo la gratitudine per la bontà divina durante la traversata del deserto, e dopo gli ammonimenti del passato, seguono gli ammonimenti per il futuro: “Imprimetevi dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole (…) affinché i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, nel paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri, durino quanto i giorni del cielo sulla terra”. L’espressione “…durino quanto i giorni del cielo…” sta per “in eterno”. Nel film ricorrono segni religiosi di cui diremo più avanti: si tratta di segni visivi, ma il cui carico simbolico e religioso è principalmente conferito dalla voce over narrante di Linda (Cattaneo, cit., p. 100).

Casa del fattore

I giorni del cielo è stato accostato al cinema western (Cattaneo, cit.) col quale ha ben poco a che fare. Potrebbe piuttosto rimandare al dramma sociale, al quale appartengono diversi film hollywoodiani degli anni Trenta e Quaranta, tra cuiCom’era verde la mia valle (1939) e Furore (1940) di John Ford. I titoli di testa (la storia si svolge nel 1916) sono accompagnati da fotografie scattate tra gli anni Dieci e Trenta, alcune delle quali opera di Lewis Hine. L’ultima foto della serie raffigura Linda, la ragazzina protagonista del film, nonché voce narrante. Tuttavia anche questo rimando non è propriamente corretto.

Il film può essere diviso in cinque parti: (a) giorni di lavoro in fonderia, (b) fuga e giorni di lavoro nei campi, (c) idillio e giorni di gioco in campagna, (d) distruzione dei campi, (e) epilogo: morte del fattore e di Bill, fuga di Abby e di Linda. Il dramma sociale appartiene propriamente alla parte (a), la più breve del film. La messa in scena del lavoro nei campi è affatto differente e a questi segue l’idillio dei giorni di non-lavoro, di quella che chiamiamo (1.2.1.c.) Vita Nuova. I segni religiosi (di cui diremo in 1.2.1.b.) sono segni visibili e specialmente caricati dalla voce narrante. Dunque è difficile considerare I giorni del cielo un film appartenente al genere del dramma sociale.

Nessuno è perfetto. Al mondo non c’è mai stata una persona perfetta. Ognuno di noi è mezzo diavolo e mezzo angelo. In realtà, i giorni del cielo sono proprio quelli in cui ogni uomo cerca di migliorare la propria condizione, in cui si batte per essere perfetto, in cui immagina di ampliare i propri desideri al di là dell’orizzonte, tendendosi verso un illusorio paradiso, destinato a perdersi nell’eterna lotta tra l’amore per la vita e l’odio, la prepotenza, l’ignoranza radicata nell’animo umano. Laddove il cielo resta sempre perfetto e lontano, la terra permane nel suo stato di incertezza, di malessere, di imperfezione e noi siamo ancorati ad essa, tentiamo di liberarci, dimenandoci nelle nostre esistenze, ma senza ottenere alcun risultato. L’apparente felicità che possiamo raggiungere in una particolare fase della nostra vita è un vano fuoco destinato a spegnersi, così come i giorni del cielo sono sempre e comunque destinati a finire.

Certi hanno bisogno di più di quello che hanno e altri hanno di più di quello che gli serve. La nostra condizione sulla terra è sempre infelice e in continua tensione, le trasformazioni lo dimostrano e la vera battaglia è quella che combattiamo contro noi stessi e contro le regole che governano le nostre vite. Possiamo affidarci solo alla speranza di andare incontro ad un cambiamento positivo, ma, forse, quello che davvero cerchiamo, dentro di noi, è la pace, la fine di questa inutile ed eterna lotta verso un’irraggiungibile perfezione. E’ quello che possiamo dire a proposito del film I giorni del cielo interpretato da Richard Gere. Leggiamo la sua interessante intervista.

“Tutti provano disagio nei confronti dell’universo, io anche da giovane, e per capire meglio ho fatto studi e ricerche, finché il buddismo non mi ha colpito. Di solito vediamo la realtà con scetticismo, intorno a noi ci sono tanti stimoli fuorvianti, ma è possibile sviluppare un rapporto più vicino alla realtà e all’interpretazione che la scienza dà  dell’universo. Da qui, generosità, amore e senso di condivisione: sono sulla strada giusta per andare oltre la menzogna”“fare l’attore per me è un lavoro, un ottimo lavoro, ma non ho aspettative eccessive: per me conta la vita, quella la prendo sul serio, mi piace il lavoro, ma non lo personalizzo troppo, sono umile”. E, aggiunge Gere, “non ho mai programmato il futuro, non faccio piani, del resto, ho dedicato energie e impegno per proposte di cui non s’è fatto poi nulla”. Ma perché decide di accettare una parte? “Quando una proposta dà interrogativi e, quindi, apre a un viaggio per le risposte, un viaggio di vita”.“fare l’attore per me è un lavoro, un ottimo lavoro, ma non ho aspettative eccessive: per me conta la vita, quella la prendo sul serio, mi piace il lavoro, ma non lo personalizzo troppo, sono umile”. E, aggiunge Gere, “non ho mai programmato il futuro, non faccio piani, del resto, ho dedicato energie e impegno per proposte di cui non s’è fatto poi nulla”. Ma perché decide di accettare una parte? “Quando una proposta dà interrogativi e, quindi, apre a un viaggio per le risposte, un viaggio di vita”.

2012 fatti Capanna!

Posted by marilena marino On dicembre - 29 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Cristo è nato di nuovo e gli Angeli nuovamente cantano:
“Gloria a Dio negli eccelsi e pace sulla terra, e agli uomini benevolenza”
(Lc 2,14-15)

Gli Angeli cantano queste maestose enunciazioni e la grande maggioranza degli uomini, se poi festeggia il Natale, non può comprendere il senso di questo inno angelico e si domanda se veramente oggi Dio viene glorificato dagli uomini e perché si debba glorificarlo e se si possa trovare sulla terra la Pace annunciata e per quale ragione la umanità odierna debba vivere con benevolenza.
Per questo infatti la maggioranza degli uomini non glorifica Dio né con le proprie opere, né con le proprie labbra e alcuni di loro mettono anche in dubbio la stessa esistenza di Dio e la sua presenza nella loro vita. Sono certamente molti quelli che danno a Dio la responsabilità per quanto di spiacevole accade nella loro vita. Tuttavia però, coloro che si adirano in tal modo contro Dio, sbagliano assai, in quanto il male non deriva da Lui. Al contrario, la incarnazione per amore verso l’uomo del Figlio e Verbo di Dio e ciò che ne è seguito alla sua Crocifissione e Resurrezione, rinnovano il fedele alla antica bellezza e gli donano la vita eterna e la Pace che sempre ha in mente e lo costituiscono co-ereditiero del Regno eterno di Dio. L’atto stesso della Discesa di Dio, anche se incline alla estrema umiliazione, è da sé capace di lodarlo grandemente. Così, anche se i cuori di molti uomini non glorificano Dio, viene data gloria a Colui che abita negli eccelsi da tutto il creato e dagli uomini che comprendono questi fatti. Perciò anche noi esclamiamo riconoscenti con gli Angeli: “Gloria a Dio negli eccelsi”, per la grandezza delle sue opere e l’incomparabile amore per noi.
Il dubbio tuttavia riguarda anche il secondo annuncio degli Angeli: “e pace sulla terra”. In quale stato si trova la pace sulla terra, quando quasi la metà del mondo è da una parte in attività e dall’altra in preparazione di guerre. L’annuncio degli Angeli dalle dolci voci “pace sulla terra” è naturalmente innanzitutto una promessa di Dio, che se gli uomini seguiranno la strada indicata loro dal Bimbo che nasce, giungeranno alla pace interiore e alla convivenza pacifica. Ma ahimè, una grande parte di uomini si commuove ed è attratta dai tamburi di guerra e si cruccia all’udire della promessa di una vita di pace.
Non parliamo solo per gli zeloti di scontri bellici con armi, ma principalmente per tutti coloro che trasformano la nobile competizione in conflitto e assalto al prossimo e mirano all’annientamento del rivale. Da questa idea, la guerra appare come una realtà tra i membri di gruppi sociali e schieramenti contrapposti, di ogni tipo, etnici, religiosi, sportivi e quant’altro e l’animo dei loro membri si foggia come amante della guerra , anziché come amante della pace, come dovrebbe. Questo tuttavia non annulla la verità dell’annuncio degli Angeli, perché attraverso la Nascita di Cristo e l’accoglimento dei Suoi insegnamenti, prevarrà veramente la Pace sulla terra. Cristo è venuto portando la pace e se questa non signoreggia nel mondo, responsabili sono gli uomini che non l’hanno accettata e vissuta, e non Dio che l’ha offerta.
Data questa situazione dell’uomo contemporaneo contro Dio e la pace da Lui offerta, non è inverosimile il fatto che sia rara tra gli uomini la benevolenza. La buona disposizione di Dio verso l’uomo è un dato di fatto ed i benefici che ne conseguono, operano anzitutto da un verso per tutti gli uomini e dall’altro sono particolarmente percepibili per coloro che hanno accettato realmente i messaggi angelici che vengono dall’alto. D’altra parte per quelli che li rifiutano e si dedicano allo sfruttamento dell’altro ed alle lotte intestine, le conseguenze sono vissute come crisi di angoscia e tormento, come crisi economica, come crisi sul motivo della nostra esistenza e incertezza esistenziale.

Dunque tutte le cose buone dell’annuncio degli Angeli durante la Nascita del Signore esistono anche oggi e sono vissute in pienezza da coloro che vivono in Gesù Cristo quale Dio-Uomo e Salvatore del mondo. Iniziamo allora da quest’anno a vivere il Natale come piace a Dio, datore di beni, per vivere sulla terra e dentro i nostri cuori, l’incomparabile Pace e la benevolenza piena d’amore di Dio per noi. Facciamoci persone in comunione d’amore con Dio e con il prossimo, trasformandoci da individuo a persona. Togliamo la maschera dell’individuo egoista, separato e tagliato fuori da Dio e dalla Sua Immagine, l’essere umano, il prossimo e adempiamo al nostro destino, che è la somiglianza a Dio, attraverso la nostra reale fede in Lui. Diveniamo anche noi compartecipi dell’annuncio angelico verso la umanità, che terribilmente soffre e non può trovare con i mezzi che di solito usa, la pace e la benevolenza. La sola via di salvezza dalle crisi belliche, economiche, e di ogni natura, è il nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci assicura che lui stesso è la Via, la Verità e la Vita. Glorifichiamo dunque con tutto il cuore, colui che è nei cieli e colui che discende tra noi, il Condiscendente Cristo Gesù e dichiariamo assieme agli Angeli che esiste realmente sulla terra e nei nostri cuori la Pace, per riconciliarci con Dio, poiché lo Stesso si è degnato di incarnarsi attraverso la sua Nascita in una mangiatoia.

Viviamo dunque in questo 2012 la gioia della Nascita di Gesù Cristo e l’assaggio di tutte quante le cose buone per l’uomo che proclama il triplice annuncio angelico.
E ciò avvenga.

Strage degli Innocenti

Posted by marilena marino On dicembre - 27 - 2011 1 COMMENT

di Marilena Marino

La sofferenza degli innocenti è anche la sofferenza della Vergine Maria.

Uomini buttati per strada, morti di freddo. Bambini abbandonati e raccolti in orfanotrofi dell’orrore, dove sono violentati e abusati. Quella donna di  quel quartiere, con il Parkinson, abbandonata dal marito, che il figlio malato di mente picchiava con un bastone e che chiedeva l’elemosina o tante storie della nostra umanita’ ferita:  di fronte a Gesù morto sulla croce presente in lei e in tanti altri..

Quale mistero la sofferenza di tanti innocenti che si caricano dei peccati di altri: incesto, violenze inaudite, quella fila di donne e bambini verso le camere a gas e il dolore profondo di uno dei guardiani che dentro il proprio cuore sentiva una voce: ‘Entra nella fila e vai con loro alla morte’ e non sapeva da dove gli venisse”, ha aggiunto.

Dicono che dopo l’orrore di Auschwitz non si può più credere in Dio, ma non è vero, perché Dio si è fatto uomo per caricarsi della sofferenza di tanti innocenti. Egli è l’innocente totale, l’Agnello condotto al macello senza aprire la bocca, che si carica dei peccati di tutti.

Dolente, anche se rassegnata, tutta pena e proteste, la condanna di Dostojevski contro la prepotenza dei potenti che infierisce sui poveri e soprattutto sui bambini innocenti: l’ultimo Dostojevski è tutta una passione di trasfigurazione nella partecipazione a tanto innocente dolore che sembra sprofondare l’uomo nell’orrore dell’insignificante e dell’inutile. Il martirio dei Santi Innocenti diventa invece per il cattolico Péguy un poema e prodigio di amore. Il martirio per Péguy, come per S. Caterina da Siena, è festa d’amore ed il martirio dei bimbi tenerelli, in braccio alle madri straziate, è tale ma in una cornice ben precisa: la celebrazione della purezza che domina la parte precedente del mirabile poema cristiano. Il tutto nel contesto di una robusta ecclesiologia che poggia sulla divinità del Figlio di Dio e sulla Comunione dei Santi nell’assemblea celestiale dell’Uomo-Dio, preceduto dai Profeti e seguito dai Santi.

Gesù predilige i bambini - è il Padre che parla: «È mio figlio che ha detto una volta: sinite parvulos venire ad me, - lasciate che i bambini vengano a me». E il Figlio di Dio l’aveva detto di alcuni bambini che stavano giocando i quali, presa appena la benedizione, lo lasciarono per tornare a giocare. Ma io dico, ma lo si fa dire ad ogni bambino che non ritornerà più a giocare.: «Se non nel mio Paradiso». E qui Péguy, con mirabile fantasia poetica descrive il funerale di un bambino preceduto dalla Croce, le donne piangono ma il celebrante canta il vecchio Salmo di David: Beati immacolati in via - Felici coloro che non si sono macchiati nella via.

 

L’applicazione ai Santi Innocenti. – Tali sono, passa a dire Péguy, i soli senza macchia, questi disgraziati bambini che i soldati di Erode massacrarono nelle braccia delle madri – O Santi Innocenti voi sarete dunque i soli – Santi Innocenti voi sarete dunque i puri – Santi Innocenti voi sarete dunque i bianchi e senza macchia. - Beati immaculati in viaBeati gli innocentiquelli senza macchia nella via.

Ed ora il cerchio lirico teologico si allarga ed entra Cristo stesso a partecipare alla festa. Leggiamo, infatti: «Ego sum via, veritas et vita. - Io sono la via, la verità e la vita. - O Santi Innocenti non sarà detto che voi sarete e che voi siete i soli innocenti». Ma allora, si chiede Péguy con una luminosa digressione, che è di tutti gli altri Santi, di S. Francesco, di S. Luigi re dei Francesi, di tanti altri grandi Martiri e grandi Santi che hanno condotto tutta una vita di santità, che hanno riavuto – se fossero caduti – la bianchezza originaria di tutta la loro prima innocente infanzia: anche un foglio di carta imbrattato può tornare bianco, anche un pezzo di stoffa sporcato può tornare bianco. Ma un foglio smacchiato ed un tessuto ripulito non è né un foglio bianco né un tessuto bianco.

Ed è qui che si annunzia il trionfo e la gloria dei Santi Innocenti: «I più vicini a me saranno questi lattanti bianchi, che non hanno fatto nulla nella vita e nulla hanno fatto dell’esistenza se non di ricevere un buon colpo di sciabola. Intendo assestato nel momento buono», – segue la traduzione del terrificante racconto della venuta dei Magi, della fuga in Egitto e della Strage degli Innocenti – che la liturgia romana legge al Vangelo del 28 dicembre, Festa dei Santi Innocenti.

Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo
(Disc. 2 sul Simbolo; PL 40, 655)

Non parlano ancora e già confessano Cristo
Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba e, per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell’altra.
Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi.
I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza.
Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, ti turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio.
O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria.

Salvate le foreste sacre

Posted by Moreno Migliorati On dicembre - 27 - 2011 1 COMMENT

di Moreno Migliorati

Tra il 5 e il 10% delle foreste mondiali appartengono a gruppi religiosi: è questo il risultato di uno studio effettuato a cura dell’Istituto per la Biodiversità dell’Università di Oxford, che ha pubblicato una interessante mappa al riguardo. Dallo studio (effettuato in collaborazione con l’Alleanza delle Religioni e della Conservazione utilizzando il database del progetto Sanasi) emerge che le località mondiali in cui le foreste considerate sacre sono maggiori risultano essere l’Etiopia, il Giappone, l’India meridionale e l’Italia (a riguardo della quale basterà evidenziare l’importanza del Parco nazionale delle foreste casentinesi, che ha avuto origine per volontà dei monaci camaldolesi).
La mappatura è particolarmente importante in quanto molti boschi sacri vedono compromessa la loro stessa esistenza a causa dell’incuria. Uno dei responsabili del progetto, l’italiano Fabrizio Frascaroli, ha trascorso due anni a mappare i boschi sacri del Centro Italia ed ha affermato che i peccati contro la creazione non sono ancora entrati a pieno titolo nel vissuto delle comunità cristiane.
La mappatura è ancora incompleta, ma si conta sul crowdsourcing per estenderla. Chiunque si imbatta in una foresta sacra può segnalarla inviando una mail ai responsabili del progetto: info@oxfordmartin.ox.ac.uk.

(via SpiritualSeeds.info)

S. Stefano nel Parto del Dolore

Posted by marilena marino On dicembre - 25 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

La Donna vestita di Sole

La “donna vestita di Sole” di Apocalisse 12 è Maria?

Chi è la donna di Apocalisse 12 descritta come vestita di sole? Esistono due possibilità  per quanto riguarda l’identità  di questa misteriosa donna. Esse sono Maria la madre del Signore Gesù o IsraeleLa chiesa cattolica pensa che questa donna sia Maria. Hanno quadri e statue di Maria dipinta o scolpita nel suo glorioso splendore con una corona di dodici stelle sul capo, come se fosse una Regina.

E’ questa un’interpretazione accurata di questo capitolo di Apocalisse o una distorsione pericolosa che ha indotto in errore i cattolici spingendoli ad avere fiducia in Maria per la loro salvezza?

Si prega di leggere attentamente Apocalisse 12 dall’inizio alla fine:

Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.

Apparve ancora un altro segno nel cielo: ed ecco un gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi. La sua coda trascinava la terza parte delle stelle del cielo e le scagliò sulla terra. Il dragone si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorarne il figlio, non appena l’avesse partorito. Ed ella partorìun figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro; e il figlio di lei fu rapito vicino a Dio e al suo trono. Ma la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per esservi nutrita per milleduecentosessanta giorni. E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo.
Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo, che diceva: «Ora è venuta la salvezza e la potenza, il regno del nostro Dio, e il potere del suo Cristo, perché è stato gettato giù l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte.
Perciò rallegratevi, o cieli, e voi che abitate in essi! Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di aver poco tempo».

Quando il dragone si vide precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il figlio maschioMa alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo, dov’è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà  di un tempo, lontana dalla presenza del serpente. Il serpente gettò acqua dalla sua bocca, come un fiume, dietro alla donna, per farla travolgere dalla corrente. Ma la terra soccorse la donna: aprì la bocca e inghiottì il fiume che il dragone aveva gettato fuori dalla sua bocca. Allora il dragone s’infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù.

Nel verso 5 apprendiamo che questa donna è associata a Gesù, ma in che modo? Si tratta di una associazione materna con Maria o di una nascita di un popolo? L’unico modo per saperlo è considerare attentamente gli altri dettagli che si trovano in questo stesso capitolo (e altrove nella Scrittura).

Tra tutti i dettagli c’è da menzionare il drago (V.3), che viene poi identificato come ildiavolo (V. 9). Il diavolo è preoccupato per il figlio e vuole ucciderlo subito dopo la nascita. Invece di vincere il diavolo in questa lotta, il bambino viene ripreso a Dio e rimesso al suo trono. Il diavolo perseguita così la donna nel deserto dopo aver perso il suo conflitto con l’arcangelo Michele:

Quando il dragone si vide precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo, dov’è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà  di un tempo, lontana dalla presenza del serpente. (Ap 12:13-14).

Chiaramente la donna è simbolica per e le sono state date ali d’aquila per volare nel deserto e per proteggersi dal diavolo. Domanda: Quando a Maria, la madre di Gesù, spuntano le ali e vola nel deserto per la sua protezione personale? Se la chiesa cattolica interpreta letteralmente Apocalisse 12:1-5 tanto da prendere Maria alla lettera come gloriosa a splendente con la sua corona di dodici stelle sul capo, come se lei fosse la regina, come mai non continua a dare la stessa interpretazione letterale a quel che segue, cioè la sua fuga con le ali d’aquila?Forse è per questo che la Chiesa cattolica si riferisce solo alla prima parte del capitolo Apocalisse 12, ma non alla fine quest’ultimo (versi 13 e 14) che ci fa capire chiaramente come la donna sia simbolica.

D’altra parte, consideriamo invece che la donna sia il simbolo di Israele, possiamo associala con la nazione di Israele in fuga nel deserto per 1.260 giorni per allontanarsi dal diavolo. Bisogna anche rispettare l’interpretazione simbolica di una corona di dodici stelle sul capo, cioè le 12 tribù d’Israele!

Egli (Giuseppe) fece ancora un altro sogno e lo raccontò ai suoi fratelli, dicendo: «Ho fatto un altro sogno! Il sole, la luna e undici stelle si inchinavano davanti a me». Egli lo raccontò a suo padre e ai suoi fratelli; suo padre lo sgridò e gli disse: «Che significa questo sogno che hai fatto? Dovremo dunque io, tua madre e i tuoi fratelli venire a inchinarci fino a terra davanti a te?»(Gen 37:9-10)

Il dodici stelle sono le dodici tribù d’Israele. Vedi anche Gen 49:1-28.

Chi è la prole?

La prole della donna sono coloro che obbediscono ai comandamenti di Dio e portano la testimonianza di Gesù, come indicato in Apocalisse 12:17. Se Israele è la donna di Apocalisse 12, i figli sono santi descritti come coloro che obbediscono ai comandamenti di Dio. Questo è possibile perché il cristianesimo ha le sue radici nel giudaismo, con il Messia e tutti gli apostoli ebrei e cristiani, sono tutti figli della stessa promessa, e sono considerati discendenza di Abramo:

Se siete di Cristo, siete dunque discendenza d’Abraamo, eredi secondo la promessa. (Gal 3:29)

Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per attestarvi queste cose in seno alle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino». (Ap 22:16)

… cioè gli Israeliti, ai quali appartengono l’adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen! Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d’Abraamo, sono tutti figli d’Abraamo; anzi: «E’ in Isacco che ti sarà  riconosciuta una discendenza». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. (Rm 9:4-8)

Oltre a tutto questo, l’unica volta che abbiamo effettivamente letto di un regina nel libro della Rivelazione è in Apocalisse 18:07:

Datele tormento e afflizione nella stessa misura in cui ha glorificato sé stessa e vissuto nel lusso. Poiché dice in cuor suo: “Io sono regina, non sono vedova e non vedrò mai lutto”.

Il contesto di questo versetto è Babilonia la grande, che viene distrutta nel giro di un’ora! Quindi, Maria non è mai mostrata nelle Scritture come la regina del cielo, esaltata dal cattolicesimo.

L’interpretazione di Apocalisse della donna che simboleggia il popolo di Dio, l’abbiamo anche in Genesi 3:15 (“Io porrò inimicizia tra te e la donna”) dove la donna non è Maria o Eva, bensì la chiesa di Dio, il popolo di Dio. La figura della donna (la chiesa) come sposa di Cristo è presente nella Bibbia dalla Genesi ad Apocalisse. Non si può dare nessuna altra interpretazione logica a questi versi, se non si vuole cadere in contraddizione con tutto il resto della Scrittura e con i comandamenti di Dio.

 

Piccolo e Povero

Posted by michelangelo On dicembre - 24 - 2011 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

«Il focolare continuava a fumare… scorse Miriam china sulla mangiatoia. Proprio là, sotto i musi degli animali aveva sistemato il Neonato. Si chinò. Sulla paglia era adagiato un Bambino, un qualsiasi bambino umano… Giuseppe infilò le mani sotto il Bimbo e Lo sollevò. Era leggero leggero, pareva che non pesasse più degli stracci che lo avvolgevano…Non era nato un gigante pronto alla lotta. Fra le mani sentiva il corpicino delicato, fragile… Si alzò nuovamente, lo pose ancora nella mangiatoia. Miriam lo avvolse in un lembo strappato dalla tunica. Non avevano nulla per vestire il Bambino…».

Il mistero dell’Incarnazione di Cristo si realizza attraverso l’innocua e innocente esistenza di un bambino, di un qualsiasi bambino umano, e il brano precedente – tratto dal romanzo di Jan Dobraczynski L’ombra del Padre – esprime, nella sua essenziale semplicità, i tratti più caratteristici di questo avvenimento naturale e al contempo divino. Read the rest of this entry »

Nel Natale la Pasqua

Posted by marilena marino On dicembre - 23 - 2011 ADD COMMENTS

di Giovanni Chifari

L’incarnazione nella luce della Pasqua

Incarnazione, morte e resurrezione sembrano tre misteri apparentemente distinti, tuttavia esiste fra loro un rapporto essenziale che li fa intendere come un tutt’uno nell’opera di salvezza integrale dell’uomo. L’evento dell’incarnazione del Verbo, trova senso alla luce della gloria della Pasqua che porta a compimento quella nascita particolare annunciata dall’angelo a Maria, quelle parole e quel ministero svolto per le strade della Palestina, quella morte così incomprensibile. A motivo dell’Incarnazione tutto ciò che ha a che fare con Cristo ripete e ripropone l’ossimoro originario: uomo-Dio. È un ossimoro, ossia una combinazione di opposti, perché non si può essere allo stesso tempo creato e increato. L’Incarnazione di Gesù, è un mistero profondo che trova ragionevolezza nella prospettiva salvifica. La salvezza si fa risalire fin dal significato del nome che fu dato a Gesù: “Jhwh est salus” o “Jhwh salvavit” (Mt 1,21). Ben presto, una delle prime lettura che si diede al mistero dell’incarnazione fu quella in chiave terapeutico salutare. Gesù è venuto al mondo per salvare ciò che era non sano, ciò che era perduto. Gli evangelisti usano poche volte la formula “Emanuele”, insistendo sul nome Gesù. Il peccato non ha rimedio umano. La stessa Parola di Dio al Sinai è impotente a salvare. È perché la Parola di Dio si è fatta Carne, che salva. È la Parola di Dio fatta Carne e colpita dalla maledizione del peccato che diventa salvifica. È questa realtà del peccato che ci rivela l’Incarnazione. Non basta invocare neppure il Nome ma è con la consapevolezza di ciò che si dice, che salva dal peccato. La sorpresa della Vergine di fronte all’annuncio dell’angelo, segnala da subito il protagonismo assoluto della Parola di Dio che nello Spirito realizza il concepimento. La pagina evangelica è posta in relazione con la promessa davidica, nella prospettiva dell’esegesi del testo della promessa. Dopo un lungo tempo di silenzio in cui, come appare anche dal salmo 89, vi è come una delusione perché il patto con la casa di Davide si è rotto, ora esso riappare nelle parole dell’Angelo e nella risposta della Figlia di Sion. Nel concepimento verginale di Gesù, il Figlio di Dio, questa promessa riemerge con la verità di ciò che giunge al suo compimento. La verginità di Maria è segno che il concepimento e la nascita del Cristo avvengono per rivelare in Lui il nuovo Adamo: Maria è la terra vergine dalla quale è plasmato il nuovo e vero Adamo. Come Adamo fu plasmato direttamente da Dio, così in modo ancora più mirabile è plasmato il Cristo senza concorso dell’uomo. Come la terra fu la madre dell’Adamo terreno, così Maria nella sua verginità è la Madre dell’Adamo celeste. Maria dice il suo sì all’operazione divina nell’obbedienza della fede, quella stessa che, come ci ha insegnato l’apostolo nella lettera ai romani, deve caratterizzare ogni credente. Di questo ne sono consapevoli i primi testimoni cristiani, che sembrano comprendere la portata del dono ricevuto in Cristo Gesù. Per questo motivo Paolo può affermare nella sua prima lettera a Timoteo di aver ricevuto grazia e misericordia, a causa del suo peccato, avendo sperimentato in se stesso la salvezza e dunque il motivo dell’incarnazione di Gesù. (1Tim 1,15). Certamente riecheggiavano le parole di Gesù che diceva: “il Figlio dell’uomo infatti è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). Più approfonditamente Gesù poteva spiegare a Nicodemo dicendogli che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17), tutto questo per la misericordia e l’amore infinito Che Egli nutre per il mondo e per l’uomo “ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito” (Gv 3,16) per la salvezza del mondo intero.

Il Natale come via di una spiritualità di servizio e di condivisione

 «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 95,1). Il canto di questo salmo, fin dal suo primo verso ci introduce all’accoglienza del Signore che viene. Chi si lascia trovare dal Signore, infatti, non può trattenere la novità di tale evento, che determina la conversione, che si esprime nell’annuncio e nella testimonianza (cf. Sal 95,4-6), in una gioia ed in una festa in un certo modo cosmica, che a partire dalla luce che rifulge dal Cristo, s’irradia e risplende presso i popoli ancora soggetti alle tenebre del caos iniziale (cf. Is 9,1). Siamo introdotti in una prospettiva salvifica universalmente offerta alle genti e ai popoli della terra, pienamente incarnata nelle pieghe della storia, tuttavia riconoscibile solamente da coloro che l’accolgono con fede, da chi vegliando ama e vede l’agire divino nella storia. La storia universale è luogo in cui si nasconde la storia divina, che aspetta solo di essere osservata, vissuta e compresa. Dio che ha parlato in molti modi nel tempo degli uomini (cf. Eb 1,1ss), sceglie di farsi riconoscere nel Figlio, per un tempo contingente, dall’incarnazione alla Pasqua, per poi tornare nuovamente a privilegiare la dimensione dell’ascolto, attraverso il dono dello Spirito che parla (cf. Ap 2,7), guida e sostiene le Chiese nel tempo del loro peregrinare terreno. La kenosi del Figlio di Dio si abbassa verso una reale assoggettazione alla storia, e alle sue leggi e decreti, nella marginalità della spazialità geografica di un villaggio della Palestina del I secolo, terra di confine di un impero maestoso ed imponente. Tuttavia Betlemme è terra davidica dunque regale, luogo di un nuovo inizio, di un canto nuovo che non avrà mai fine (cf. Mi 5,1-3), meta del pellegrinaggio nel cammino interiore e spirituale anche per tutti noi, affinché possiamo lasciarci convertire dalla forza dei segni che da quella grotta promanano. La Santa Madre di Gesù, ci fa in un certo modo da mistagoga, poiché il suo fare che accompagna i segni di questa santa notte, troverà nel suo essere discepola del Figlio, il cammino di custodia ed elaborazione attiva delle Sue Parole (cf. Lc 2,51). È lei che dà alla luce Gesù, sempre lei lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia . Nei tratti dell’umanità di Gesù ci è donata la somma cifra della libertà divina, che pone il Figlio suo nelle mani degli uomini, in una povertà nella quale si nasconde la regalità messianica. Le fasce che lo avvolgono alla nascita, accoglieranno il suo corpo deposto dalla croce, e saranno poi adagiate nel sepolcro vuoto che annuncerà la sua resurrezione. La povertà della stalla adiacente alla grotta di Betlemme, richiama quell’umiliazione della croce, (cf. 2 Cor 8,9; Fil 2,6ss) che solo la fede può contemplare con occhi di verità. Quegli occhi che coloro che vegliano mantengono desti e pronti anche nella notte, poiché, come dice il salmo, “anche di notte il mio cuore mi istruisce” (Sal 15,16). La mangiatoia esprime il nutrimento dei popoli, il bue (Israele) e l’asino (le genti). I pastori disprezzati ed emarginati, vegliano e vedono, così come accadrà per i tre condotti da Gesù al Tabor per la trasfigurazione, mentre nei palazzi di Gerusalemme, i pastori che dovevano riconoscere l’arrivo del Messia, faticano a scrutare il senso delle Scritture. I pastori chiamati a contemplare il Signore, sono avvolti dalla Sua Gloria, per mezzo dell’angelo, e così come i tre discepoli testimoni della trasfigurazione, avvolti nella nube, essi provano paura. L’angelo tuttavia invita a non temere, annunciando loro una grande gioia, che colma il vuoto di senso dei popoli, il caos della ricerca senza meta e senza luce. È nato il Cristo, il Salvatore. Solo in Lui c’è gioia vera e piena. Nell’oggi di Dio che è il tempo della salvezza, ecco il Salvatore, Gesù, “Dio salva”, che dal trono della mangiatoia prima e da quello della croce dopo, annuncia la salvezza. Il loro cammino di riconoscimento dell’agire di Dio, non dovrà essere turbato dallo scorgere un bimbo, nel quale potranno osservare il misterioso agire di Dio nella storia del mondo e dell’umanità. Il segno per essere compreso richiede tuttavia la fede, vale a dire occhi che non si stupiscono ma accolgono con gioia e si lasciano inondare dalla pace che in questo modo si diffonde nei loro cuori. Di fronte a questo mistero non può che esultare il coro degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Inno messianico che richiama l’esultanza del popolo a Gerusalemme nell’accoglienza del Gesù Messia, pronto ad offrire se stesso nel sacrificio della croce.

L’incarnazione del Verbo ci chiama a quella spiritualità del servizio e della condivisione che sa attingere all’umile ricchezza dei segni, alla apparente debole forza del bimbo, quale via dell’umiliazione divina che chiede di essere accolta e riconosciuta anche nelle nostre esistenze. La nascita di Gesù ci mostra quale dovrà essere il cammino del nostro discepolato, alla sequela del Cristo umile e povero fino alla croce, per godere dei frutti della sua resurrezione, annunciando il primato della Parola e la centralità dell’Eucarestia, da cui derivano la diaconia cristiana e ministeriale.

 

 

Avvento & Avvenimento

Posted by marilena marino On dicembre - 22 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Due mila anni fa, a Betlemme, un piccolo villaggio d’Israele, accompagnato dall’amore dei suoi genitori, Maria e Giuseppe, entrava nella nostra storia Gesù, il Figlio di Dio. Lo stesso Dio è venuto a vivere la nostra vita. Già da molti secoli, nel popolo d’Israele, animato dalla parola dei profeti, si viveva l’attesa della venuta di qualcuno capace di dare al cammino dell’umanità un indirizzo nuovo, qualcuno nel quale Dio si manifestasse e attraverso il quale si sarebbero aperte le porte di una vita nuova, diversa, guidata dall’amore di Dio e non dal dolore e dal male che così profondamente segnano la condizione umana. Uno che era conosciuto con il nome di Messia.

E lì, a Betlemme, nasceva quel bambino, Gesù. Non sembrava avere delle caratteristiche divine: nasceva povero, da una famiglia sconosciuta, lontano dalla sua casa perché così esigevano in quel momento le leggi dell’imperatore romano… Noi cristiani, però, guidati dalla testimonianza di quanti seguirono quel bambino quando, ormai adulto, percorreva le strade di Palestina annunciando la Buona Novella, crediamo che, veramente, è lui l’inviato di Dio che apre a tutti il cammino della salvezza, il Figlio di Dio che ci colma di vita.

Durante il tempo d’Avvento prepariamo la celebrazione della venuta in mezzo a noi di Gesù, il Messia di Dio. Non come se non lo conoscessimo, come se fingessimo che ancora non è nato: sappiamo che è nato duemila anni fa, che ha vissuto la nostra stessa vita, che ha amato fino alla morte di croce, che è risorto. Preparare la festa della sua nascita diventa un’occasione per rivivere, con grande intensità, un atteggiamento di fede e di attesa della salvezza che lui viene a portarci. Ed è un’occasione per preparare la nostra vita così che lui possa continuare a venire in noi, a rinnovare il nostro cuore e a trasformarci in uomini nuovi, disposti a fare il bene come lui.

L’Avvento è molto più che preparare una venuta verificatasi secoli fa; è preparare anche una venuta continua, di tutti i giorni. Perché Gesù viene ancora adesso, oggi in ogni momento. Viene attraverso l’Eucaristia, i sacramenti, la comunità cristiana. Viene nel cuore di ogni credente attraverso la preghiera, la lettura della sua Parola, tutte le occasioni nelle quali vogliamo accostarci a lui. E viene attraverso i nostri cari, i conoscenti, gli emarginati, i malati, ecc., gli avvenimenti della nostra vita, tutto quello che facciamo e viviamo, soprattutto attraverso i poveri, nei quali riflette il suo volto con particolare intensità.

Nel tempo d’Avvento celebriamo anche un’altra venuta di Gesù, quella definitiva, alla fine di tutto, quando porterà l’umanità nella pienezza della vita nel suo Regno. Noi, in questo mondo, stiamo camminando verso questa venuta definitiva e ci prepariamo per essere pronti per questo momento. E Gesù ci annuncia che il nostro viaggio umano, a volte così pieno di oscurità e sofferenza, è chiamato, come dice il testo dell’Apocalisse, a trasformarsi in cielo nuovo e in terra nuova, dove Dio lo godremo per sempre, sarà il Dio-con-noi; e non ci saranno più né lacrime né sofferenze né dolore, e l’amore di Dio sarà tutto in tutti. Noi, in questo mondo, mentre siamo in attesa di questa venuta definitiva, dobbiamo vivere un atteggiamento di vigilanza, apprendendo, giorno dopo giorno, ad amare Dio e gli altri come Gesù, per poter giungere, un giorno, a vivere per sempre con lui.

Cristiani no Global

Posted by Moreno Migliorati On dicembre - 21 - 2011 ADD COMMENTS

di Moreno Migliorati

Come è distribuito il cristianesimo a livello mondiale? A questa domanda (particolarmente interessante in questo periodo natalizio che stiamo vivendo) intende rispondere un interessante studio del centro di ricerche Pew Forum. Dal medesimo (svoltosi in oltre 200 Paesi) emerge che i cristiani nel mondo sono circa 2,18 miliardi, quindi circa un terzo della popolazione mondiale, che nel 2010 assommava a circa 6,9 miliardi di individui. Il cristianesimo è tra l’altro così diffuso a livello mondiale –come evidenzia lo studio- che nessun Paese o nessuna regione può affermare di esserne il centro.
La parte più interessante del rapporto è senz’altro quella in cui si mostra come, nell’ultimo secolo, ci sia stato un vero e proprio spostamento del baricentro: nel 1910, infatti, circa due terzi dei cristiani vivevano in Europa. Oggi, la percentuale dei cristiani europei è di circa un quarto (per l’esattezza il 26%). La maggior parte di essi (oltre un terzo) vive nelle Americhe (37%) mentre circa un quarto vive nell’Africa Sub-Shariana (24%) e circa uno su otto in Asia e nel Pacifico. Da evidenziare anche che la più bassa concentrazione di cristiani si trova proprio là dove il cristianesimo ha avuto inizio e si è inizialmente sviluppato più velocemente: Medio Oriente e Nord Africa (4%).
Per quanto riguarda le divisioni interne, circa la metà dei cristiani sono cattolici, il 37% protestanti, il 12% ortodossi, mentre la restante percentuale appartiene ad altre confessioni. Quasi la metà di tutti i cristiani (evidenzia ancora lo studio) vive in appena dieci Paesi di cui tre nelle Americhe (Stati Uniti, Brasile e Messico) due in Europa (Russia e Germania) due nella regione Asia – Pacifico (Filippine e Cina) e tre nell’Africa Sub- Sahariana (Nigeria, Repubblica Democratica del Congo ed Etiopia).

(via SpiritualSeeds.info)

Amore e politica No party

Posted by marilena marino On dicembre - 20 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

 Cantico dei cantici TERZO POEMA 3,6- 5,1Il poeta

La semplice e solenne bellezza di questo canto esprime una fisionomia regale nella lettiga che avanza a ritmo cadenzato. La circondano 60 guerrieri, la scelta della guardia personale del re e l’ esercito divino, cioe’ gli angeli: la spada brandita taglia la cattiva sorte e allontana i demoni e gli spiriti maligni che vogliono guastare le nozze, come nel libro di Tobia dove viene consigliata l’assidua preghiera nel terrore della notte per salvare il progetto degli sposi.( 3,7 ss; 6,15ss). L’incoronazione del re è auspicio di gloria e l’eroina del Ct, sposando il suo amato, lo creerebbe re, diventandogli quasi madre, come nel mito di Istar che  pone sul capo dello sposo Tammuz la corona regale, rappresenta l’uomo e la donna che diventano sposo e sposa, fratello e sorella, madre e figlio ( dal commento di Divo Barsotti).

[6]Che cos’è che sale dal deserto
come una colonna di fumo,
esalando profumo di mirra e d’incenso
e d’ogni polvere aromatica?
[7]Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d’Israele.
[8]Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
[9]Un baldacchino s’è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
[10]Le sue colonne le ha fatte d’argento,
d’oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d’amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
[11]Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

Commento

Il terzo poema nella sua apertura richiama i costumi di certe tribu’: lo sposo sembra voler rapire la sua fanciulla. Si forma un corteo che va dalla casa dello sposo alla casa della sposa per rapirla: ognuno porta al fianco una spada. Affinchè la sposa gli appartenga, lo sposo deve impossessarsene, deve rapirla. E’ un rapimento simulato, di fatto è una festa di nozze. per unirci a se’ Dio deve strapparci dalle nostre radici, la vita spirituale non è solo un idillio d’amore, non è soltanto dolcezza, esige anche forza: s’impone la forza di Dio perchè la sposa possa appartenere allo sposo! Qualche volta è atto inaudito di violenza nellìanima, ed è lo sposo che lo compie. Lo esige l’amore. Se lo sposo è virile nella sua forza e deciso, deve avere una sua agressivita’ nell’amore. La sposa ha bisogno di un uomo che la difenda e la sostenga, ha bisogno di un amore che sia deciso: la sposa vuol constatare l’agressivita’ di un amore che vinca ogni ostacolo! L violenza divina opera nella vita precisamente per un fine: farti tua proprieta’ per sempre.

(  Gianfranco Ravasi)  Come nella Roma antica ci fu il ratto delle sabine,

così in Israele i beniaminiti ebbero il potere di ra-

pire le donne a Siro che sarebbero andate ad una

festa. Naturalmente avveniva qualche uccisione,

perchè i fratelli difendevano le sorelle. Anche

quando Dio rapisce rapisce la sua sposa, nella vio-

lenza che egli esercita non è esclusa la morte.

Il possesso di Dio include sempre la violenza di

Dio.

L’esperienza mistica, pur non ignorando l’oscurita’ divina legata al suo mistero, ne esalta la dimensione amorosa perchè ” chi non ama non ha conosciuto Dio, perchè Dio è amore” (1Gv 4,8).

 

 

 

Il Papa incendia Gubbio

Posted by marilena marino On dicembre - 19 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

 Gubbio: il Papa accenderà l’albero con un sistema hi-tech
Sarà un sistema ad alta tecnologia telematica quello che consentirà a papa Benedetto XVI di accendere l’Albero di Natale più grande del mondo – che si trova a Gubbio – direttamente dal suo appartamento in Vaticano. Al Santo Padre basterà sfiorare lo schermo di un tablet per attivare il contatto con il quadro generale elettrico che illuminerà il grande abete colorato disegnato sul versante del monte Ingino che domina la medievale città dell’Umbria.

Il sistema tecnologico è stato presentato il 3 dicembre proprio a Gubbio, nel corso di una conferenza stampa organizzata – insieme con la Diocesi e il Comune – dal Comitato “Albero di Natale più grande del mondo”, il gruppo dei volontari eugubini che da trent’anni si occupa di questo singolare allestimento.
Papa Ratzinger avrà in mano un apparecchio Sony, modello Tablet-S con sistema operativo Android, che attraverso la rete Internet può interfacciarsi con un web server BTicino, modello F453, collegato poi al quadro che fornisce corrente elettrica all’impianto dell’albero, frutto di una idea concretizzata per la prima volta nel 1981.
Dal 1991 l’Albero di Gubbio è entrato persino nel Guinness dei Primati e i numeri rendono davvero l’idea della grande impresa: la sagoma luminosa dell’abete natalizio è disegnata da 300 punti luce e colorata all’interno da altre 400 lampade di grandi dimensioni, in totale i cavi utilizzati hanno una lunghezza di 7500 metri, le prese e le spine per le connessioni sono circa 1350 che veicolano 35 chilowatt di corrente elettrica, la stella cometa è disegnata da 250 luci e si sviluppa su una superficie di mille metri quadrati, il tutto per un’altezza complessiva della creazione luminosa di 750 metri e una larghezza di 450.
Il Santo Padre sarà visibile a Gubbio grazie a un collegamento video dall’appartamento pontificio allestito dal Centro Televisivo Vaticano (Ctv) e la cerimonia di accensione sarà rilanciata da vari media nazionali e internazionali e trasmessa in diretta da Rai Uno, all’interno del programma “La vita in diretta”. L’inizio dell’evento – che si terrà nel piazzale del seminario “Beniamino Ubaldi” in via Perugia a Gubbio – è previsto per le ore 17,30, mentre l’intervento in video-collegamento di papa Ratzinger è fissato intorno alle ore 18,30.

Icone Russe a Firenze

Posted by Moreno Migliorati On dicembre - 19 - 2011 ADD COMMENTS

di Moreno migliorati

Dal 21 dicembre  al 19 marzo 2012 saranno ospitate per la devozione, all’interno del Battistero di Firenze, tre preziose icone di arte antico russa della Galleria Statale Tretyakov di Mosca, mai tornate in una chiesa dopo la loro musealizzazione avvenuta dopo la Rivoluzione del 1917. La maestosa icona della Madre di Dio Odighitria, realizzata alla fine del XIII secolo a Pskov, uno dei centri artistici della Russia antica; l’icona della Ascensione del 1408, facente parte dell’iconostasi della cattedrale della Dormizione della città di Vladimir, e legata alla produzione artistica del maggiore pittore di icone della tradizione russa, il santo monaco Andrej Rublev; infine, l’icona della Crocifissione, splendida per la bellezza della resa artistica del contenuto teologico dell’opera, eseguita da Dionisij nel 1500.
In contemporanea a Mosca, e precisamente dal 19 dicembre 2011 al 19 marzo 2012, proprio alla Galleria Statale Tretyakov, saranno esposte per la prima volta due grandi opere di Giotto da Bondone e della sua bottega, al cui nome si lega un’intera epoca della cultura italiana. Sono dei dipinti provenienti dall’Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze: la Madonna col Bambino del 1280-1290, noto capolavoro del primo periodo artistico del genio fiorentino, nonché il Polittico di Santa Reparata, un doppio pentittico per altare, dipinto da entrambi i lati, realizzato verso il 1305 e in tempi relativamente recenti ricondotto all’attività artistica del Parente di Giotto o dello stesso maestro.
In Christo / Bo Xructe è la titolazione di una straordinaria ostensione, uno scambio di capolavori che nel nome della fede e dell’arte raccoglie queste cinque grandi opere. L’idea si è sviluppata con successo nell’ambito dell’Anno della cultura italiana in Russia e russa in Italia e costituisce la prova di una amicizia e di una condivisione profonda tra i due paesi, già testimoniata da solide relazioni politiche ed economiche.
La specificità del progetto espositivo sta nell’essere stato elaborato come espressione della spiritualità, della cultura, dell’arte, che rappresentano la cifra più profonda e alta dei legami d’amicizia tra Oriente e Occidente.
Lo scambio di queste grandi opere costituisce per gli organizzatori un inedito gesto di comunione e la possibilità di dimostrare la grande affinità tra due culture che si sono sviluppate a partire dalla comune condivisa eredità bizantina, percorrendo poi nel corso dei secoli, strade diverse.
Per questa ragione è stato necessario trovare, oltre a immagini di grande significato teologico capaci di rappresentare simbolicamente le due visioni della carne di Cristo, luoghi idonei alla loro esposizione, che sono stati resi accessibili grazie al prezioso intervento del Ministero della Cultura della Federazione Russa e dell’Arcidiocesi di Firenze.

(via SpiritualSeeds.info)

Comprati un Natale

Posted by marilena marino On dicembre - 18 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino                        scrivi:   marilena@merilin.it

Inviami il tuo commento ne discuteremo insieme….

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Natale è alle porte. E ci toccherà sorbirci le solite lagnose recriminazioni moralistiche contro il “Natale consumistico”?

E’ un uggioso “refrain” in cui rieccheggia il presunto paganesimo della “corsa ai regali”.

Oltretutto i “consumi natalizi” sono pure un beneficio per la nostra economia che soffre di un Pil stentato, per cui è da una parte si scagliano anatemi sul consumismo, e poi – il mese dopo – si strilla per le aziende che chiudono, per l’economia che ristagna e il deficit che cresce (come pure il debito essendo rapportati al pil).E allora, da che parte stare?
Perché non c’è cosa più contraddittoria– proprio mentre nasce Gesù, il nostro salvatore, la gioia della vita – invece di parlare di lui, invece di rallegrarci, invece di consolare le  sofferenze, ci mettiamo a strapazzare tutti coloro che si sono scambiati dei doni.A volte si ha quasi la sgradevole sensazione che a Natale  si tuoni contro il consumismo perché non si ha nulla da dire su Gesù, perché non ci si stupisce più del suo venire al mondo, perché non se ne coglie la meraviglia.“Expertus potest credere quid sit Jesum diligere”.Come si può – quando si è sperimentata l’amicizia del Salvatore e se n’è scorta la bellezza ineffabile – mettersi a tuonare contro le luminarie, i pranzi e i regali, invece di parlare di lui?Non somigliamo a quei farisei che – davanti a ll’uomo misterioso che con un solo gesto guariva un paralitico – si mettevano a polemizzare perché lo aveva fatto di sabato?

Quasi che fosse ovvio e normale che uno potesse stendere la mano e guarire un uomo paralizzato. Si facevano a tal punto violenza da non restare stupiti neanche da un fatto del genere.

Oggi c’è da dare la notizia più grande di tutti i tempi, la più commovente, inimmaginabile, consolante, cioè che Dio si fa uomo e viene ad abitare fra noi, che viene a guarirci, a salvarci, abbiamo la notizia che nulla sarà più triste e disperato come prima, e invece di  di scoppiare  in lacrime di letizia e di commozione (perché davvero se non fossimo così tragicamente distratti dovremmo piangerne di gioia), invece di gridarla dai tetti, qualcuno si  mette a rompere le scatole sui regali? Quasi indispettiti dalla gioia della gente?

Questa sì che è un’empietà! Oltretutto, se proprio vogliamo essere evangelici, dobbiamo riconoscere che il primo Natale dei regali è stato precisamente quello di duemila anni fa: sono stati i pastori e i Magi a viverlo così.

E il Vangelo li esalta per questa spontanea gratuità. Del resto era un’umile risposta a un immenso dono.

Perché in realtà è Dio stesso che inaugura il “Natale dei regali”. Il “Grande Consumista” è Colui che ci ha regalato il cielo e la terra, l’universo intero, con tutto quello che contiene.

Nessuno ha dissipato e regalato così tanto i suoi beni come quel Dio che ha voluto letteralmente svenarsi per noi.

Natale non è altro che questo: la follia di Dio e la speranza che tutto a volte puo’ succedere.

E’ la sua irraggiungibile umiltà, avendo voluto spogliarsi della sua maestà e della sua gloria per abbassarsi fino a farsi un piccolo bambino povero e potersi donare a noi senza umiliarci, ma anzi mendicando il nostro amore.

Si può immaginare una follia d’amore pari a questa?

Riflettiamoci. C’è un Re così grande, ricco e potente che possiede tutto. E dunque ti regala non solo pietre preziose e perle, ma il mondo intero con  tutte le sue meraviglie. Però non gli basta, perché noi siamo insoddisfatti e infelici, e allora vuole donarti di più.

Potrebbe regalarti la felicità , finalmente…(per cos’altro tutti ci agitiamo se non per la felicità?) oppure potrebbe regalarti la bellezza, o la pace del cuore o l’amore o il calore dell’amicizia e potrebbe perfino regalarti tutto questo per l’eternità, senza più la tristezza della fine e della morte perchè l’orgoglio viene abbattuto.

Ma ha deciso di farti un dono ancora più grande dove tutto questo è contenuto: se stesso, il suo unico e meraviglioso Figlio che letteralmente “è” tutto questo. Infatti Gesù è la vera felicità, la pace, l’amore, la gioia, la vita e lo è per sempre.

E allora come si fa – davanti a un tale Re che ti dona se stesso e tutto il suo regno, senza che tu lo meriti neanche lontanamente – come si fa a non essere strafelici e a non essere mossi spontaneamente, anche noi, a donare?

Ci sono passi bellissimi di Benedetto XVI sul “dono” nell’enciclica “Caritas in veritate”. Egli vede nella cultura del dono addirittura una immensa risorsa sociale.

Ma allora  consumismo o no?! Ci si dovrebbe  anzi esortare a donare ancora di più, a donare non solo ad amici, figli o parenti, ma a riempire di doni e di amore anche tutti coloro che sono stati più sfortunati, coloro che vivono in povertà, coloro che soffrono, perché anche loro possano rallegrarsi nel giorno della gioia.

Il papa san Leone Magno, nella sua celebre omelia natalizia, secoli fa, annunciava e quasi gridava: “Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne”.

Vorremmo sentire parole che ci ripetono queste frasi che incitano a non fermarsi a pochi regali, a Natale, ma a donare più possibile. A donare perfino se stessi.

E soprattutto a fare a se stessi il regalo più bello: l’amicizia di Cristo.

Mi sembra di sentire qualche amico che obietta: “va bene, dici belle cose, ma come si può tacere davanti a chi pensa solo ai regali, alla settimana bianca o alla vacanza alle Maldive o sul Mar Rosso e neanche va alla messa di Natale?”.

Amico , perché tu,  pensi che la settimana bianca o le Maldive o il Mar Rosso siano in competizione con il Figlio di Dio che si fa uomo?

Chi ha fatto le maestose montagne e il loro cielo di azzurro purissimo? E chi dà consistenza ai miliardi di cristalli di neve che accecano di luce? E i fondali o i coralli del Mar Rosso? E la luna e le stelle? I caldi paesi esotici o le innevate distese polari?

“Tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui e tutto in Lui consiste”. E allora come privarsi di lui? Dovresti dire a coloro che si contentano di così poco (una settimana alle Maldive), a coloro che si rassegnano alla settimana bianca, che possono avere molto di più.

Perché a Natale ci si dona colui in cui c’è la bellezza degli oceani e delle montagne innevate, il refrigerio della brezza d’estate, i colori dei boschi d’autunno, la dolcezza dell’amicizia, lo struggimento dell’amore dei figli, l’ardore dell’amore delle madri e perfino il gusto dei frutti succulenti della terra, la purezza dell’acqua e il sapore del vino. In lui c’è il gusto stesso della vita, il senso dell’esistenza.

Così in Dio ci sono tutte le montagne innevate e i mari più azzurri, tutte le bellezze dell’universo. Non a caso la liturgia coinvolge tutti i cinque sensi nell’adorazione, perché Dio si è fatto carne ed è venuto a salvare tutto l’uomo, è venuto a portargli una felicità che passa anche attraverso i sensi umani, i sentimenti umani. E’ venuto a divinizzare tutto l’uomo.

“Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” afferma sant’Atanasio di Alessandria (De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192).

E chi – ditemi – chi, sapendo tuttociò, può essere così masochista da rifiutare questo stupefacente regalo: essere trasformati in dèi, essere divinizzati, partecipare alla signoria di Dio sull’universo, partecipare alla gioia di Dio?”

Vi lascio con questa riflessione: il consumismo, allora, è un bene o un male?

 

Un film da pensare

Posted by marilena marino On dicembre - 17 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Nella più squallida periferia di Torino, la giovane clandestina romena Luminita vive alla giornata borseggiando i paganti per pagare gli aguzzini che le hanno rubato i documenti. Luminita sta però organizzando un piano per scappare e ottenere una nuova identità, ma per farlo ha bisogno disoldi. Per compiere il suo progetto ha bisogno di una vittima, una persona sola e possibilmente debole. Sceglierà Antonio, un uomo anziano e malato che vive in una situazione di grande miseria e che necessita continue cure mediche. In ospedale avverrà il primo incontro tra i due, ma questo strano rapporto sarà destinato a evolversi in qualcosa di diverso e di inaspettato.

Si parte da lontano, dall’alto. Le sette opere di misericordia, almeno quelle corporali, sono state elencate dallo scrittore ecclesiastico Lattanzio (secondo secolo dopo Cristo) e sono enumerate così: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. La storia di Luminita e di Antonio raccontata dai fratelli De Serio segue questa singolare scansione a capitoli, rifacendo a una tradizione che fin dalla pittura caravaggesca è stata fonte di ispirazione artistica.

Il punto di partenza è decisamente impegnativo, si potrebbe avvertire una punta di presunzione da primi della classe, se non fosse che i fratelli De Serio sono già noti per i loro cortometraggi e documentari dai temi maturi e non decisamente semplici. Rileggere in chiave attuale le opere di misericordia non è un processo semplice e, in questo caso, non ha nulla di mistico o religioso.

Sette Opere di Misericordia

Un percorso umano, più che spirituale, all’interno di due vite apparentemente vuote ma che hanno molto da darsi a vicenda. La sopravvivenza per i due protagonisti significa arrivare a fine giornata, ma con significati estremamente differenti. La lotta per la vita diventa per i De Serio un motivo narrativo che sottolinea come l’incontro (o lo scontro) tra i due personaggi sia fonte di un motivo per esistere, per vivere. Come in una via crucis dell’anima, i sette capitoli in cui è scandita la storia pongono lo spettatore di fronte a questioni che toccano le corde dell’anima, anche se la sensazione di lontananza da quella realtà rischia di indebolirne l’intensità.

Poche parole, tanti gesti e sguardi fanno di Sette opere di misericordia un film molto rigoroso, che riesce a superare alcune lacune di sceneggiatura grazie alla bravura diRoberto Herlitkza, che non ha certo bisogno di conferme, ma anche alla sorpresa di Olimpia Melinte, splendida nella sua trasformazione da clandestina ferina ad amorevole badante di un povero anziano. Il paragone con il cinema dei Dardenne è suggerito da parecchi elementi, ma la sensazione è che manchi ancora qualcosa. Resta un’opera prima di livello per due autori di cui sentiremo parlare.I personaggi mettono a nudo la crisi di una società. Rappresentano l’Italia dell’immigrazione interna degli anni cinquanta e quella contemporanea che ha visto sorgere una nuova schiavitù e nuovi poveri, in una storia che li vede, loro malgrado, uniti.

La Bibbia in un Tweet

Posted by marilena marino On dicembre - 16 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

Monsignor Ravasi, il ministro della Cultura del Vaticano usa i social network, ha aperto un blog , parla con i manager di Google e spiega perché la Chiesa deve andare in rete

Gianfranco Ravasi

“L’UOMO è l’unico animale capace di arrossire. Ma è anche l’unico ad averne bisogno (Mark Twain)”. “Cadere non è pericoloso, né è disonorevole. Ma non rialzarsi è tutte e due le cose (Konrad Adenauer)”. Commento di uno dei 4419 followers: “Se tutti quanti seguissero cardRavasi nessuno chiederebbe alla Chiesa di pagare l’Ici”. Una battuta, ovviamente, ma che dà conto della popolarità di un cardinale ora attivo anche su Twitter. Un cardinale che ha debuttato in rete con un suo blog personale, che collabora con quotidiani “laici” online, va in televisione, scrive ogni giorno il “Mattinale” sul giornale dei vescovi Avvenire, partecipa a convegni che spaziano dai media alla musica contemporanea, organizza in Vaticano incontri inediti per giovani blogger. Sostiene che la Chiesa è indietro e che è giunta l’ora di Internet, gira il mondo con la sua iniziativa il “Cortile dei Gentili” che ha aperto ai laici e addirittura agli atei.

A fare questo non è un eretico rivoluzionario ma il presidente del Pontificio consiglio per la Cultura del Vaticano, Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi. Papabile, secondo non pochi osservatori. Il cardinale mediatico, 69 anni, d’altra parte, è un vulcano di progetti e, a sentire la sua segretaria personale, per il 2012 ha già un’agenda fitta di appuntamenti. “Non c’è niente da fare – allarga le braccia, con un sorriso, monsignor Pasquale Iacobone, responsabile del

dipartimento Arte e Fede al Pontificio consiglio – è un milanese”. E nelle parole del principale collaboratore del porporato si legge: è un gran lavoratore, uno caparbio, che non molla mai. Con un forte senso della tradizione, ma al tempo stesso un innovatore. Presente oggi sul fronte della comunicazione come nessun altro nella gerarchia ecclesiastica. I suoi tweet spaziano da citazioni colte (i vangeli, le lettere di San Paolo, i grandi scrittori) ad annunci sugli appuntamenti che non si possono perdere fino ai suoi incontri, dalla Caritas al Ceo di Google. Grande biblista, teologo, ebraista e archeologo. Tutte attività, però, che nelle sapienti mani di Ravasi non restano polverose e inaccessibili, ma acquistano sapore e vigore nuovo, trasformate in spunti di azione e di riflessione. Scrive Sua Eminenza in uno degli ultimi blog, intitolato “Zitti!”: “Difficile vivere con gli uomini perché è assai difficile farli stare in silenzio. Dopo un viaggio in treno di qualche ora è difficile dare torto al pessimismo che vena questa considerazione di Nietzsche. (…) Qualche volta viene il desiderio che si compia l’annuncio del libro dell’Apocalisse: “Si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora” (8,1). È come se risuonasse sul pianeta un poderoso “Zitti!””.

“C’è ancora un lungo cammino da fare – spiega il cardinale – ma adesso è il momento di essere su Internet. C’è un divario che va colmato, dopo il divorzio tra il linguaggio dei sacerdoti e quello dei fedeli. La Chiesa ha davanti un duplice problema. Da un lato deve riuscire a trovare un approccio nuovo. Dall’altro, far sì che il linguaggio nuovo non spenga il contenuto: ci sono valori grandissimi che, se ridotti dentro un formato troppo freddo, rischiano di svanire. Ecco la sfida complicata: l’anima deve entrare in un piccolo formato – e Ravasi sembra riferirsi agli sms – pur essendo infinita”.

E allora i blog, Eminenza? Non c’è paura in Vaticano di quest’ondata? “Chi segue quel fronte – risponde l’alto prelato, che lo scorso maggio ha organizzato un incontro per i blogger nell’auditorium San Pio X – sa che può essere un campo molto pericoloso, perché è facile che una frase, seppur minima, possa avere la forza di un’offesa. Però non possiamo sottrarci. Noi dobbiamo guardare a tutto il complesso dell’informazione. E allora come si fa a ignorare i blogger? I blog sono soggetti fondamentali della comunicazione, anche se il loro modo di relazionarsi è diverso rispetto a chi, come me, scrive ancora le lettere a mano”.

Difatti Ravasi è uomo capace di coniugare strumenti nati da poco con mezzi largamente consolidati. Sua Eminenza insiste sul bisogno di informazione. “Questo mondo, che a volte sembra un groviglio di assurdità, è comunque il nostro mondo. E la lettura del giornale – continua, citando Hegel – è la preghiera del mattino dell’uomo moderno. E’ necessario leggere i quotidiani. Ed è un atteggiamento snobistico quello di chi dice che i giornali non li legge mai, anzi non li guarda nemmeno: un atteggiamento sbagliato. Lo stesso credente, al mattino, deve avere la Bibbia e il giornale, nel quale verifica, misura, incrocia la sua esistenza”.

Il suo impegno si allarga così dai tweet ai blog, dagli articoli per l’online alle comunicazioni più tradizionali. Come i programmi religiosi su Canale 5, o i libri (le sue riflessioni su Avvenire sono appena uscite da Mondadori con il titolo Le parole del mattino), o le conferenze internazionali per il “Cortile dei Gentili”. Un progetto che rimanda allo spazio dell’antico Tempio di Gerusalemme. Un luogo ora diventato palestra di dialogo, con intellettuali di diversa provenienza. E che da Madrid, Parigi e Firenze si sta allargando a Bucarest, Tirana, Stoccolma, Chicago.

Il cardinale Dionigi Tettamanzi, poco prima di lasciare ad Angelo Scola la diocesi di Milano, così gli si è rivolto in un Duomo affollato: “Molti tra i presenti hanno trovato in te un autentico maestro della Parola”. Non c’è dubbio che, con la sua prosa pacata, Ravasi, ha la capacità dei grandi divulgatori di rendere facile e commestibile quello che è difficile e complesso. Rappresenta l’esempio più alto di una svolta nella Chiesa, come ha sottolineato di recente Eugenio Scalfari sull’Espresso, “del dialogo attraverso il quale si convince l’interlocutore o se ne è convinti, senza pregiudizi”.

Osserva Ravasi che “negli ultimi anni c’è stato un cambiamento antropologico”. McLuhan, spiega, “ci ha insegnato che i mezzi di comunicazione sono diventati la nostra protesi. E questa atmosfera così permeante attraversa tutti, anche chi si ostina a non avere la tv in casa o il computer. Pure la Chiesa ne è coinvolta. Dobbiamo adattare il dialogo, aggiornandoci. Diceva nel 1950 Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, al filosofo Jean Guitton: “Bisogna essere antichi e moderni. Cosa serve dire il vero, se i nostri contemporanei non ci capiscono?”. Da una recensione di MARCO ANSALDO

La strada di Paolo

Posted by marilena marino On dicembre - 16 - 2011 ADD COMMENTS

di Marilena Marino

In occasione della VI edizione delFestival Internazionale del Film di Roma, il 2 novembre 2011 alle ore 18.00, presso il Palazzo delle Esposizioni, ha avuto  luogo nell’ambito di Risonanze, la proiezione di La strada di Paolo, un film di Salvatore Nocita prodotto da FAI Service (Federazione Autotrasportatori Italiani) e Officina della Comunicazione, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura e Rai Cinema

Il film narra la storia di Paolo, un autotrasportatore diretto per lavoro in Terra Santa. Il suo viaggio prende una direzione inaspettata quando si imbatte in alcune realtà che parlano al suo cuore di Dio, Fede, Grazia e Carità, aprendogli anche gli occhi sull’opportunismo e il cinismo umano. Nell’incontro/scontro con la religiosità e il mistero insondabile di quella Terra, immerso in situazioni surreali, a contatto con personaggi e storie incredibili, per Paolo si aprono nuovi orizzonti che lo porteranno a una decisione fondamentale. Interpretato da Marcello Mazzarella, Valentina Valsania, Gianni Bissaca, Milena Miconi e David Brandon, con la partecipazione straordinaria di Philippe Leroy, il film deve indicazioni imprescindibili per la sua struttura alle interviste a personalità come S.E. Card. Angelo Scola,Arcivescovo di Milano; S.E. Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Fabrizio Palenzona, Presidente di FAI Service; Roberto Vecchioni,cantautore; Salvatore Natoli, professore ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca e Lucetta Scaraffia,storica, giornalista e docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

Afferma S.E. Card. Angelo Scola: «Io credo che la strada per l’uomo di oggi sia quella di guardare fino in fondo ai tratti fondamentali dell’esperienza umana. Il primo, il più importante è la capacità dell’uomo di cogliere il senso della realtà: cioè, la realtà è intelligibile e chiede di essere ospitata dalla nostra intelligenza e questo già implica una tra-scendenza, cioè un andare oltre l’immediato». [estratto da intervista]

S.E. Card. Gianfranco Ravasi sottolinea: «Il bisogno di trascendenza potrebbe essere raffigurato attraverso un’immagine che è curiosamente lontana e vicina a Paolo, è lontana perché viene da un verso di un grande tragico greco che è Eschilo, e dall’altra parte è vicina perché Paolo, noi sappiamo, entra nell’interno dell’orizzonte della cultura greca. La trascendenza è sostanzialmente, se la vogliamo esprimere con un simbolo, proprio questa mano che viene dall’oltre, dall’altro rispetto all’orizzonte in cui siamo immersi. È per questo che Paolo in un certo senso echeggerà questa voce pagana in una maniera differente». [*]

Per Fabrizio Palenzona «Questo film è un esempio della direzione nella quale vogliamo camminare. Lavorare, guadagnare il giusto, rimettere nel circuito più risorse possibili per attenuare i costi delle nostre imprese, sostenere l’azione di difesa dei diritti e promozione dei doveri attraverso la federazione: insomma, ripeto, promuovere una cultura che metta al centro la persona umana. Per questo ci piace il film: il richiamo al senso della vita, al dubbio su cosa e perché siamo in questo mondo, al valore della solidarietà, della famiglia, della pace e del lavoro come strumento di promozione umana».

«Nel raccontarci l’imprevedibile percorso di un autotrasportatore diretto in Terra Santa, Nocita recupera uno dei tòpoi più ricorrenti della cultura e dell’arte di ogni secolo: la strada. Che non è mai solo un luogo fisico, un tratto di percorrenza, ma il simbolo stesso dell’uomo in cammino. Formidabile dispositivo di scambio simbolico, la strada è il luogo della scoperta, del perdersi e del ritrovarsi, dell’incontro con l’altro, con il sè, con Dio. Sulla strada l’uomo in cammino si trasforma divenendo, da vagabondo senza meta, un pellegrino del suo destino».

Chiude Roberto Vecchioni: «Io non credo che l’uomo del terzo millennio sia sordo ai temi che riguardano il trascendente. C’è modo e modo di interpretare il trascendente: per paura, per bisogno, per necessità o anche davvero per fede intensa. Il trascendente ha una valenza fondamentale e sublima anche le piccole azioni che facciamo, dà un significato».

Fiere e Angeli

Esiste il male e ci porta alla paralisi, come dicevamo domenica scorsa. Esiste ed agisce continuamente nelle nostre vite.
Siamo liberi ed è impegnativo scegliere la parte luminosa della realtà, quella che proviene da Dio

Metanoia

Chi siamo, dove andiamo,chi vogliamo servire,cosa e chi vogliamo edificare? Quaresima 2012. Combattimento e riflessione intensa per capire la volonta’ di Dio.

Religione e benessere

di Moreno Migliorati.Le persone molto religiose hanno livelli di benessere più elevati rispetto a quelle moderatamente religiosesono affatto: é il risultato di uno studio effettuato dalla nota agenzia Gallup.

Quaresima: la Custodia dell’altro

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri»: sono le prime parole della frase di san Paolo che Benedetto XVI pone come chiave del suo Messaggio per la Quaresima

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