di Gino Fusco
Resto sbigottito. Ma la Puglia, dov’è? Quella che avevo nella mente – mi dico -, quella fatta di olio, di pane e di vino. E invece, tutt’intorno è tutt’un cantiere. Sì, è proprio così, anche quaggiù s’è inverato il miracolo della pseudo modernità. Le olive, sono state trasformate in brecciame; le viti, in lunghi e contorti tondini di acciaio portante; i mulini, in ansimanti e rumorose betoniere. Il verde della campagna s’è ritratto sconfitto, per fare posto al non colore del cemento, ubiquo e disordinato. Tutto dà l’idea del provvisorio, anche perché tanti sono i fabbricati non ultimati. Per via del muschio, molti sembrano addirittura abbandonati, a mo’ di meste sculture del presente. Lungo i cigli della strada d’accesso al paese, e per gran parte dei sentieri, innumerevoli sono le micro discariche; tono su tono, perché fatte di bidoni arrugginiti, di sacchetti di cemento semiaperti, di cartoni di mattonelle non utilizzate. Incessanti le motopale gialle, che girano vorticosamente; sembrano seguire le regole d’un gioco che ancora non ci è dato conoscere. “Centro di spiritualità”, è il nome dell’albergo che ci ospita. Una costruzione recente; una cascata di marmi intarsiati, di onici luccicanti, di persiane telecomandate, di serrature elettroniche e di livree da compagnia aerea. Insomma, qui sembra di stare a Dubai. Giusto il tempo di mangiare la pizza al pomodoro di mammà (portata da casa), e via, subito al Santuario, per salutare Padre Pio. Lì, poche emozioni; anzi, pochissime. Poverino, l’hanno messo sopra un pretenzioso baldacchino, fatto di vetro e di marmo, col tetto a spiovente. La forma ricorda la confezione del cioccolato Toblerone; sì, quello mandorlato, che si trova soprattutto negli Autogrill. Poco c’è mancato che l’impacchettassero con un fiocco di raso rosso, quello da regalo. Su quei cristalli, a centinaia rimbalzano i flash delle macchine fotografiche; come dei laser, alla stregua di un videogame. Mi viene d’improvviso una gran pena; per lui, esposto così spudoratamente. A dispetto del carattere brusco e impaziente che aveva in vita, ora sembra che in lui prevalga un’enorme pazienza; accetta di prestarsi a questo show senza copione.
Per scaldare il cuore, per sollecitarne un benefico sussulto, bisogna volgere lo sguardo altrove. Ai simboli, che per i vicoli della memoria ci rimandano alle cose che veramente cerchiamo. Al Crocifisso, che lui avrà certamente invocato; all’altare ligneo (quello coi due dipinti incastonati), sul quale si sarà senz’altro inginocchiato; alla piccola finestra quadrata del convento, dalla quale salutava le folle adoranti. Intanto, là fuori i giovani del posto si contendono gl’incroci, per distribuire ai passanti i volantini pubblicitari degli alberghi e dei ristoranti. Sullo sfondo, a poche centinaia di metri, la giovane ed enorme chiesa di San Pio dal tetto verde; quella di Renzo Piano. Sembra addormentata, sfiancata dalle linee ardite disegnate dal suo grande architetto. Seconda per ampiezza solo a quella di San Pietro, è in quest’istante abitata solo da due anziani, che chiacchierano di calcio su una panca. Due i giovanissimi custodi, in uniforme blu d’ordinanza; sotto le lampade supersoft, lui compone messaggini sul suo telefonino, mentre lei, sbadigliando, tiene a bada un cruciverba. Per un beffardo paradosso, un po’ di luce vera si potrà trovare 85 gradini sottoterra, 20 chilometri più in là. A Monte Sant’Angelo, nello sguardo di un giovane prete polacco, che confessa nella Chiesa di San Michele. Oppure nelle ferme parole del camilliano padre Alberto, che esortano a mettersi quotidianamente in discussione. Un invito costantemente ignorato da chi ha la responsabilità di ciò che accade a San Giovanni Rotondo. Un luogo antico e santo, perché attraversato da santi; da quelle vite dolorose e prodigiose, il cui spirito sembra essersi diluito nella besciamella aggiustatutto dell’immancabile pasta al forno.
Nessuno, tra chi poteva, ha pensato di conservare in qualche maniera la semplicità di quel frate così speciale che l’ha abitato. E così, proprio qui, carità e misericordia risultano assenti ingiustificate; l’audience di questa nostra contemporaneità impone le sue norme, e le ha relegate nell’ufficio oggetti smarriti. La paccottiglia in confezione regalo ha prevalso sul raccoglimento, unico ponte verso il Divino. Tutto è rumore di fondo, ritmato dai pistoni delle motopale un po’ più a valle. Chissà. Forse, per stare meglio, basterebbe intravedere il marrò d’un saio; sì, uno di quei frati “alla Francesco”. Ora mi manca la frugalità dei loro modi; spicci e schietti. La ricetta la penso semplice. Due chiacchiere, intorno a una stufa a legna; si aggiungono pane, formaggio e olive; s’insaporisce col vero, che spazza via le tempeste interiori, e riporta il sereno. Eppure, ripensandoci… Eppure, ripeto, in due interi giorni di frati non ne ho incrociato neanche uno. Mah, si saranno ritirati nelle loro celle. A fare cosa? Certamente intenti a pregare, perché inorriditi da ciò che li circonda. E anche perché non voglio immaginarli a contare denaro.