di Daniela Asaro Romanoff
ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE
Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.
Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.
Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.
La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.
Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.
Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.
Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.
Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.
L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.
Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.
Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.
Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.
Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:
“Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”
Daniela Asaro Romanoff
Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.
Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.
Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.
La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.
Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.
Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.
Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.
Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.
L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.
Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.
Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.
Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.
Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:
“Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”
Daniela Asaro Romanoff
