Sunday, 5 February, 2012
Animatori Cristiani della Comunicazione

Il piccolo schermo e la televisione nell’ultimo numero di Link

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 30 - 2010 ADD COMMENTS

Link, interessante rivista scientifica edita da Mediaset/RTI e dedicata al mondo della televisione, dedica la cover story del suo ultimo numero (di cui è  scaricabile gratuitamente un’anteprima di 90 pagine da Issuu, previa registrazione) ad un tema quanto mai stimolante: “Vedere la luce. Dio e la televisione”. “La tensione verso il trascendente, verso Dio o verso un dio – si legge nella presentazione del numero-  è tipica dell’uomo e di ogni sua attività, compresa la tv. Che ha provato ad avvicinarsi al totalmente Altro in molti modi: diffondendo il Verbo, mettendo in scena la Parola che si fa racconto, fornendo strumenti per affrontare i casi della vita (e della morte). O, addirittura, mimandone i rituali e creando proprie divinità”.

Sul tema si confrontano tra gli altri Mons. Gianfranco Ravasi, Aldo Grasso, Ugo Volli, Alessandro Zaccuri, Peppino Ortoleva, Giuseppe Feyles, Stefano Pistolini, Federico Sarica, Carlo Antonelli, Matteo Bordone e Carlo Freccero. Particolarmente stimolante (e scritto nel solito stile immaginifico) il breve saggio di quest’ultimo, intitolato “Vite sintetiche. True blood e la religiosità del male”. “Non è casuale che sia stata una scrittrice di fede mormone come Stephanie Meyer ad aver creato lo stereotipo dei vampiri buoni di Twilight  -scrive Freccero- Il Dio della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni è misericordioso e concede alle sue creature infinite possibilità di salvezza. Persino quanti sono morti senza conoscere il Dio cristiano e senza essersi convertiti possono essere battezzati e salvati per procura dai discendenti che hanno abbracciato la vera fede. Per questo i mormoni hanno costruito una colossale banca dati che ricostruisce la genealogia di ogni famiglia a ritroso nel tempo. Un Dio d’amore, un padre, non può creare una creatura malvagia. Il vampiro si nutre di sangue perché tale è la sua natura. Non possiamo incolparlo di alimentarsi, così come non possiamo accusare i predatori carnivori di nutrirsi di carne”.

Anche gli altri contributi sono comunque interessanti è meritano un’attenta lettura.

(via SpiritualSeeds)

Comunità online e chiese: uno stop dai giudici americani

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 25 - 2010 ADD COMMENTS

Può una comunità che vive soltanto online fregiarsi della denominazione di “chiesa”? La risposta a tale domanda ha implicazioni teologiche non indifferenti, come si può facilmente intuire, che spaziano dal campo liturgico a quello sacramentario e così via. Negli Stati Uniti è stata ora data una risposta a tale domanda, anche se ciò che l’ha originata non sono astratte questioni teologiche ma molto più concreti interessi di dare e avere: Negli States, infatti, le Chiese riconosciute come tali godono di importanti e sostanziosi benefici fiscali.

La Foundation of Human Understunding, una comunità virtuale che vive soltanto in rete e via etere, ha fatto quindi richiesta per essere riconosciuta ufficialmente come “chiesa”, ma la sua domanda è stata rigettata dalla Corte d’appello federale. Quest’ultima, nella propria sentenza, ha stabilito che esistono alcuni criteri minimali perché una chiesa possa essere riconosciuta come tale: un credo, una forma di culto, un insieme di dottrine, una disciplina interna, dei leader riconosciuti, dei membri che non siamo contemporaneamente anche fedeli di altre chiese ed un regolare servizio di culto.

È proprio su quest’ultimo punto che pare si siano infranti i desideri della FHU di vedersi riconosciuta come chiesa. Mentre infatti per i precedenti criteri non pare sussistano particolari problemi, il giudice ha stabilito che il cosiddetto “ministero elettronico” non possa essere ricompreso tra quelli previsti dal legislatore americano. La sentenza farà indubbiamente discutere e ne risentiremo parlare, non solo negli States.

(via SpiritualSeeds)

Turchia: un cartoon per promuovere il Ramadan tra i più piccoli

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Mai forse come quest’anno le polemiche hanno investito il mese di Ramadan, accusato da più parti di essere diventato veicolo del consumismo più sfrenato. Devono aver fatto simili considerazioni anche in Turchia, concependo il cartone animato “Super Ramazan”, programmato in questi giorni sulla televisione nazionale e destinato proprio a diffondere i valori del mese più sacro dell’Islam tra le giovani generazioni.

Il cartone (destinato ad un target tra i 4 e i 14 anni di età, qui un trailer) ha per protagonista un bambino, di nome appunto Ramazan che, dopo essere stato colpito dal pide,  il pane con cui al tramonto si interrompe il digiuno, scopre di avere dei superpoteri, indossa mantello e maschera, si toglie gli occhiali e si trasforma così, da bambino timido e impacciato, in supereroe dell’Islam per poi tornare nelle vesti abituali.

Sostanzialmente positive, anche se con diverse sfumature, le reazioni all’iniziativa.  Il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, Izzedin Elzir, l’appoggia incondizionatamente: “Non l’ho visto ma sicuramente l’idea è positiva. Spero che venga data la possibilità a chi ha pensato a questo tipo di forma d’arte di poter continuare a produrne altre. Certamente l’educazione islamica passa dalla famiglia ma va bene qualsiasi tipo di iniziativa positiva come può essere quest’idea del cartone. I bambini che vogliono osservare il Ramadan imitano i genitori che digiunano dalla mattina al tramonto ma non possono assolutamente farlo. Un cartone del genere può aiutare a capire la religiosità e aiutare i genitori”. Mario Scialoja, consigliere del Centro Islamico Culturale d’Italia, pur non bocciando l’iniziativa, è invece più cauto: “Prima di giudicare quest’iniziativa bisognerebbe vedere il cartone. Può essere una cosa graziosa ma ricordiamo che i minorenni non sono tenuti ad osservare il Ramadan anche perché questo periodo non è incentrato sui bambini ma sui fedeli adulti”.

(via SpiritualSeeds)

L’Europa e la libera circolazione degli dei

Posted by Moreno Migliorati On agosto - 18 - 2010 ADD COMMENTS

Come si sa, in Europa vige la libera circolazione delle persone e delle merci. Ma gli dei? Loro possono circolare liberamente nello spazio comune europeo? Alla domanda, solo apparentemente paradossale, tenta di dare una risposta un interessante articolo apparso sul settimanale tedesco Die Zeit e apparso in italiano su Europress, l’agenzia che traduce in ripubblica nelle varie lingue continentali il meglio della stampa europea.

L’articolo parte dall’assunto che i cittadini europei non sono abbastanza preparati ad affrontare le sfide che le religioni pongono alla società del XXI secolo, questo nonostante il vecchio continente sia la parte del mondo meno credente in assoluto. Come conseguenza, evidenzia l’articolo, non si trova strada migliore che rifugiarsi nel laicismo alla francese:  “si può vietare in buona coscienza il velo nelle scuole, e poi naturalmente devono scomparire anche i crocefissi. Il diritto rende tutti uguali, cioè in questo caso: uguale sospetto, uguale controllo, uguale repressione”. Ma questa, sottolinea ancora l’articolo, non appare affatto la strada giusta. Strada che deve prendere invece il nome di molteplicità: “Come in campo economico e tecnologico, anche in merito alle concezioni del mondo l’occidente non ha più il monopolio. Non può semplicemente dichiarare a nome di tutti che la fede è morta o superata, ed è meglio tenerla fuori dagli affari terreni”.

“È vero –conclude l’articolo- la religione è pericolosa, e in suo nome è stato versato fin troppo sangue. Però può essere anche una forza di resistenza contro il dominio indiscusso e le pressioni conformiste di stato e società. Nei paesi musulmani ci si appella all’Islam per invocare giustizia, ad esempio contro il regime dittatoriale egiziano. La politica sa che la sfida con i credenti non può che farle bene – questo è uno degli argomenti per il mantenimento della religione nell’arena pubblica. Che le relazioni esistenti oggi non sono le uniche immaginabili lo ricorda ogni croce in cima a una chiesa in ogni città europea. Potrebbe essere anche la mezza luna di una moschea”.

La realtà, insomma, è sempre più complessa delle nostre semplificazioni, e non è affatto detto che questo sia un male.

(via SpiritualSeeds)

SANT’ANTONIO DI NOVGOROD E IL MONASTERO A LUI DEDICATO

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 17 - 2010 ADD COMMENTS

Il Monastero, in seguito dedicato a San’Antonio, fu fondato a Novgorod nel 1117, la sua costruzione fu ultimata nel 1119.

Una leggenda ci racconta che il Santo volò da Roma sino a Novgorod, sostenuto da una roccia. Attualmente la roccia si trova nella Chiesa della Natività della Madre di nostro Signore. Antonio divenne Egumeno del Monastero nel 1131, fu consacrato dall’Arcivescovo Niphon.

Il Santo fu sepolto all’interno della Chiesa della Natività.

Attualmente il Monastero non appartiene più alla Chiesa Russa Ortodossa, ma fa parte del Museo di Novgorod.

Sant’Antonio di Novgorod nacque a Roma nel 1067. I suoi genitori rimasero fedeli alla ortodossia delle Chiese orientali, che trasmisero al loro figlio. Va ricordato che nel 1054 la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa Orientale si divisero a causa di insormontabili differenze politiche ed ecclesiastiche. Il Patriarca di allora, Michael Cerularius, rifiutandosi di riconoscere la Chiesa di Roma, fu scomunicato. Le due Chiese cercarono di trovare un’unità nel 1274 (secondo Concilio di Lione) e nel 1439 (Concilio di Firenze), ma i Concili furono in seguito ripudiati dalla Chiesa Ortodossa. Nel 1965 il Papa Paolo VI ed il Patriarca di Costantinopoli annullarono gli anatemi risalenti al 1054. Secondo la Fede ortodossa lo Spirito Santo ha origine dal Padre, secondo la Fede cattolica dal Padre e dal Figlio. Il ‘filioque’ non venne mai accettato dalla Chiesa Ortodossa Orientale. Un altro motivo di divisione fu il pane eucaristico. La Chiesa Orientale non accettò che il pane eucaristico potesse essere azzimo.

Antonio ricevette un’ ottima educazione. Era capace di leggere le Sacre Scritture sia in greco sia in latino. Perse entrambi i genitori quando era molto giovane, appena diciassettenne. Questa triste vicenda lo convinse ancora di più a dedicare la sua vita a Dio. Distribuì i suoi beni ai poveri. Lasciò la città troppo rumorosa e si ritirò in ricerca di solitudine.

Incontrò dei monaci che preservavano la loro Fede ortodossa e si unì a loro, trascorse vent’anni conducendo una vita ascetica. Quando la Chiesa romana sconsacrò il Monastero, Antonio trovò rifugio in un luogo vicino al mare, su una roccia. Rimase su quella roccia per un anno, pregando e nutrendosi con erbe e radici. Il 5 settembre del 1105 ci fu una terribile tempesta. Antonio si ritrovò miracolosamente trasportato a Novgorod. Questo evento è testimoniato nelle Cronache di Novgorod.

Antonio seppe da un mercante greco di essere tra popolazioni ortodosse e la sua felicità fu grande. Imparò la lingua parlata dalla gente e fu ben accolto dal Vescovo St. Nikita, detto l’Eremita. Il Vescovo, venuto a conoscenza del prodigioso viaggio di Antonio, lo considerò un Angelo mandato dal Signore. Il luogo, dove c’era la roccia, che aveva portato Antonio in Russia, fu benedetto dal Vescovo e venne dato l’ordine di costruire lì una Chiesa.

Come abbiamo accennato all’inizio, in due anni (1117-1119), fu costruita una Chiesa in onore della Natività della Santa Theotokos. La chiesa fu adornata all’interno da pregevoli affreschi, ed è giunta ben preservata fino ai nostri tempi.

Il Vescovo che succedette a Nikitas, Niphon, convinse Antonio a diventare sacerdote e gli assegnò l’incarico di Abate nel 1131. Antonio fu una guida sicura e saggia per i monaci, era laborioso ed ascetico, sia la sua cella che la sua cappella erano piccolissime.

In seguito, alcuni pescatori, scoprirono in mare un piccolo barile, malgrado l’Abate Antonio l’avesse riconosciuto, i pescatori non volevano restituirlo. Solo dopo un onesto processo, avendo l’Abate descritto il contenuto del barile, gli venne consegnato. Antonio utilizzò il denaro trovato all’interno del barile per comperare terre per il Monastero. All’ascetismo e alla preghiera la vita monastica univa un’ intensa laboriosità.

Sin da quando Antonio aveva incontrato il Vescovo Nikita, aveva chiesto che la storia del suo viaggio miracoloso non fosse mai rivelata. Solo verso la fine della sua vita, l’Abate rivelò l’eccezionale viaggio ad uno dei suoi monaci: Andrea.

Morì il 3 agosto 1147.

Il miracolo venne a conoscenza della gente per la Gloria di Dio.

Con grande cura i monaci custodirono i pochi oggetti che erano appartenuti all’Abate: una canna da pesca, i poveri abiti e la santa roccia. Si proseguì con il regolamento cenobitico.

Attualmente le reliquie di San’Antonio giacciono incorrotte in un reliquiario aperto.

Nel 1597 la glorificazione di Antonio fu voluta dall’Archimandrita Cyril.

La prima biografia relativa alla vita del Santo fu scritta, subito dopo la sua morte, dal suo discepolo e successore Andrea.

Nel 1598 fu pubblicata un’altra biografia scritta da un novizio del Monastero Antoniev: il monaco Niphon.

Nella regione di Novgorod Sant’Antonio viene considerato il Padre del monachesimo. Il Santo viene ricordato il primo Venerdì dopo la Festa degli Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno), inoltre, viene ricordato il 17 gennaio.

Daniela Asaro Romanoff

Questa rubrica è dedicata agli ex biancorossi. Con grande piacere desidero offrire ai lettori l’intervista alla dott.ssa Rita Guarino, ex calciatrice della gloriosa squadra di calcio femminile ‘Fiamma Monza’. Attualmente la dott.ssa Guarino collabora con Patrizio Sala presso il centro calcistico ‘Individual football coaching’ di Collegno, e si occupa della Nazionale di calcio femminile.

Il calcio femminile, e credo che nessuno di noi avesse il benché minimo dubbio, è un calcio davvero sportivo, che può dare un grande esempio al settore maschile. Inoltre, il calcio femminile, e la sottoscritta ricorda molto bene il suo bravissimo allenatore, rispetto a quello maschile è spesso migliore dal punto di vista tecnico e, soprattutto, per quanto riguarda la preparazione fisica.

Dott.ssa Guarino, come mai da ragazzina Lei si è avvicinata al calcio?

Ho praticato molti altri sport. Fino ai quattordici anni ho dedicato molto del mio tempo libero al pattinaggio artistico a rotelle, lo praticavo a livello agonistico. Poi, avendo un fratello maggiore, un po’ per curiosità, un po’ per emulazione, ho iniziato a giocare a calcio.

La comprendo benissimo, anch’io ho un fratello maggiore, che ha contribuito notevolmente ad avvicinarmi al calcio. I genitori erano d’accordo con la sua scelta?

Assolutamente no. Fortunatamente poi si sono convinti, hanno capito che avevo fatto una buona scelta, vedendo il mio entusiasmo e la mia grande passione per il calcio.

Se io pronuncio due vocaboli: sport e infanzia, cosa Le viene in mente?

Il mio meraviglioso oratorio a Collegno, lì si poteva avere tutto quello che i ragazzini desiderano: sport, film, teatro, gioco, divertimento e tanti sani punti di riferimento importanti. Però ricordo con grande nostalgia anche i giochi di cortile, ora i cortili sono desolatamente vuoti.

Concordo con Lei, sia io che mio fratello dobbiamo molto agli oratori, e per quanto riguarda i giochi di cortile … beh, è davvero triste, attualmente è assai raro vedere bimbi che giocano nei cortili.

La mia educazione sportiva è iniziata in oratorio e con l’educazione sportiva pure l’educazione alla vita, anche nei cortili.

In quale squadra ha iniziato a giocare?

Ho iniziato a giocare alla ‘Juventus’ di Torino.

Era forse affiliata alla blasonata squadra maschile?

Purtroppo no, in Italia noi non abbiamo le società calcistiche che comprendono sia la squadra maschile sia la squadra femminile.

Ricordo la grande serietà di certi dirigenti, di tanti allenatori, tutte persone autenticamente sportive, denaro ne circolava pochissimo.

In che ruolo ha iniziato a giocare e qual era il calciatore che attirava di più la sua attenzione?

Io ho iniziato a giocare come attaccante e ho sempre ricoperto quel ruolo. A quei tempi, un calciatore che ammiravo molto era Michel Platinì, che tra l’altro giocava nella ‘Juventus’ maschile e, quindi, nella stessa città in cui giocavo anch’io.

Anche se le squadre non erano affiliate, c’erano perlomeno dei contatti tra calciatori e calciatrici? Venivano organizzati degli incontri o delle partitelle?

Purtroppo no, niente di tutto questo.

Peccato, speriamo bene per il futuro. Se posso esprimere una mia modesta opinione preferisco che un calciatore dialoghi e sia in compagnia di una calciatrice, piuttosto che si intrattenga con la solita ‘soubrette’ … . Comunque abbiamo avuto in passato un calciatore ‘open-minded’, che si allenava con una calciatrice: Baggio.

In quale serie militava la ‘Juventus’ femminile?

Ho ricordi bellissimi, con le compagne di squadra siamo cresciute assieme sportivamente e umanamente, fino a raggiungere la serie A, e abbiamo vinto tutto quello che si poteva vincere. Il Campionato italiano, la Coppa Italia.

Lei è un’ex biancorossa, come e quando è approdata a Monza?

Nel mio curriculum, dopo la ‘Juventus’ c’è  la Reggiana, poi sono giunta alla gloriosa ‘Fiamma Monza’. Mi aveva voluta in quella squadra Mr Levati, che sarebbe stato il mio allenatore, e che mi osservava da tempo,  già quando giocavo nella ‘Juventus’.

Quali sono i suoi ricordi della Monza calcistica?

Un’organizzazione esemplare. La ‘Fiamma Monza’ è una delle poche squadre italiane che hanno uno Stadio proprio: il vecchio ‘Sada’. E’ davvero una grande fortuna per una squadra di calcio femminile poter disporre di un proprio Stadio, senza dover accontentarsi dei lassi di tempo in cui non si allena la squadra maschile.

Potevate anche usufruire del Centro Sportivo  ‘Monzello’?

No, però Le assicuro che per noi era davvero una grande opportunità poter avere a disposizione il ‘Sada’, e allenarsi regolarmente.

In quale serie militava il ‘Fiamma Monza’ quando Lei giocava?

In serie A, ricordo una società calcistica solida, molto simile alle società del Nord Europa, dove il calcio femminile è seguito da un pubblico appassionato.

A proposito di pubblico, Lei ha giocato in varie città, c’è forse qualche città in Italia in cui il calcio femminile è più seguito?

Il calcio femminile, in Italia, non è così seguito come nei Paesi del nord e dell’est Europeo, la nazionale femminile attira il pubblico.

Lei ha giocato anche in Nazionale, in quel periodo la Nazionale Italiana di calcio femminile conseguiva dei buoni risultati?

Posso dire che abbiamo sempre gareggiato, senza sfigurare, anche contro le blasonate squadre dell’est e del nord Europa, il confronto con queste fortissime giocatrici mi ha dato tanto sia dal punto di vista sportivo sia dal punto di vista umano.

Lei attualmente collabora con Patrizio Sala e si occupa della Nazionale femminile. Nelle squadre e nei centri sportivi in cui opera è una figura abbastanza nuova. L’allenatore psicologo, che in altri Paesi viene considerato determinante e affianca spesso l’allenatore in campo, in Italia non è ancora molto conosciuto e riconosciuto.

Beh, sì, l’allenatore psicologo è una figura non molto valutata in Italia.

Lei ha conseguito una Laurea, un Dottorato ed un Master in psicologia, quindi è un esempio per i giovanissimi. Abbinare sport agonistici allo studio si può.

Certamente, si può. Per me è stato indispensabile, perché con il calcio femminile si hanno poche possibilità di sbocchi lavorativi, con una buona preparazione è ben diverso.

Io ho spesso intervistato un suo collega italo-spagnolo, il dott. Feliciano Di Blasi, che affianca Mauricio Pochettino nell’allenamento dell’R.C.D. Espanyol, squadra della ‘Primera Division’ spagnola. In una conferenza, che il dott. Di Blasi ha tenuto presso l’Università di Barcellona, ha detto che oramai ci sono dei limitati margini di miglioramento per quanto concerne tattiche e strategie, ma infiniti percorsi di sviluppo concernenti l’allenamento psicologico. Lei concorda?

Sì, sono perfettamente d’accordo con il collega spagnolo.

Quali metodi adopera Lei? Ci dìa una spiegazione semplice, affinché possiamo comprendere un tipo di allenamento che per molti di noi è una novità.

I metodi ci sono stati trasmessi dagli allenatori americani, è negli U.S.A. che sono nati e sono stati elaborati.

I metodi devono tener conto della fascia d’età. Per i più piccoli si abbinano gli esercizi di acquisizione della consapevolezza in merito alle capacità relative alla conoscenza del proprio corpo agli esercizi di coordinamento e di scarico della tensione eccessiva. Dai quattordici anni in poi l’attenzione va al potenziamento cognitivo con l’obiettivo di visualizzare, capire profondamente se stessi per controllare le emozioni in campo. Ripeto, sono pienamente d’accordo con il dott. Di Blasi, i margini di miglioramento dell’allenamento psicologico sono grandissimi e danno ottimi risultati in campo.

Concludendo, ritorniamo ai suoi trascorsi monzesi.

La ‘Fiamma Monza’ mi ha dato tantissimo. Ho, incontrato in quella società, allenatori e dirigenti sportivi che hanno saputo trasmettermi indicazioni fondamentali per lo sport e per la vita, ho giocato due anni a Monza, sempre in serie A.

La ‘Fiamma Monza’ è una delle squadre più blasonate d’Italia, è una società storica, di grandi tradizioni. Auguro un futuro calcistico splendido ad una società che ha sempre saputo creare pari opportunità, per il calcio femminile c’è sempre stata la massima attenzione.

Grazie alla dott.ssa Rita Guarino, è stato molto interessante intervistare un’autentica sportiva, una donna che ama il calcio davvero, troppo spesso il calcio, mi riferisco a quello maschile, è circondato da ‘devastanti’  figure femminili, che purtroppo fanno parte dello ‘star system’, che sta rovinando l’identità e la dignità calcistica; per riappropriarsi dei suoi valori intrinseci il calcio maschile ha un’ assoluta necessità di trarre esempio dal calcio femminile.

Daniela  Asaro  Romanoff

Il lutto di Rai Vaticano per Giuseppe De Carli

Posted by Giuseppe Delprete On agosto - 6 - 2010 ADD COMMENTS

Di Giuseppe Delprete

E’ morto il direttore della struttura Rai-Vaticano Giuseppe De Carli. Aveva 58 anni ed era originario di Lodi. Negli anni’90 era stato corrispondente del Tg1, assumendo poi, dopo il Grande Giubileo del 2000, la direzione della struttura che raccolse l’eredita’ di Rai Giubileo. E’ stato a lungo commentatore dei fatti rel…igiosi per il quotidiano romano “Il Tempo” ed ha firmato un libro-intervista al segretario di Stato Tarcisio Bertone sul terzo segreto di Fatima. Era ricoverato al Policlinico Gemelli da alcuni giorni per sottoporsi a radioterapia. La salma è esposta nella camera mortuaria del ‘Gemelli’, mentre i funerali avranno luogo giovedì 15 alle ore 10.30 nella Chiesa della Traspontina e saranno presieduti dall’arcivescovo Rino Fisichella. Preghiamo per Giuseppe uomo di grande fede e giornalista esemplerare che a messo la sua voce e la sua arte comunicativa a servizio della Chiesa.

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Posted by Daniela Asaro Romanoff On agosto - 5 - 2010 ADD COMMENTS

di Daniela Asaro Romanoff

ICONE: I COLORI DELLE PREGHIERE

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff

Il vocabolo icona ha le sue origini nel termine greco ‘eikon’, il cui significato è: immagine. Questa forma di espressione sacra nasce nelle botteghe degli artigiani copti e siriani, nel VI secolo. L’icona, manifestazione della sacralità e della spiritualità bizantina, si diffonderà nelle terre orientali.

Secondo varie fonti, la prima icona non è stata fatta da mano d’ uomo. La prima immagine del volto di Cristo viene denominata ‘acheropita’. Miracolosamente il volto è impresso su un velo, denominato ‘Mandylion’ (sudario). La preziosissima icona veniva custodita ad Edessa, una città della Siria settentrionale. Fu murata, per difenderla da violente incursioni. Quando la si riportò alla luce, ci fu moltissimo stupore, il volto di Cristo era rimasto impresso anche sul mattone, che aveva protetto il ‘Mandylion’. Il mattone, in lingua greca, viene denominato ‘Keramida’. L’icona e la ‘Keramida’ furono portate a Costantinopoli. Il 16 agosto, giorno del trasporto, viene sempre ricordato, con delle celebrazioni, sia dalla Chiesa ortodossa sia dalla Chiesa cattolica. Ora il ‘Mandylion’ è nella Cappella privata di Sua santità il Papa, a Roma.

Le icone più antiche si trovano presso il Monastero di Santa Caterina al Sinai. Una di queste icone è particolarmente preziosa, perché rappresenta il passaggio dall’arte romanica all’arte dell’icona. Risale al VI secolo e rappresenta il Pantocrator, lo sguardo di Cristo appare pensoso. I colori adoperati per dipingere vennero sciolti nella cera.

La diffusione della ‘preghiera dipinta’ trovò un terreno fertilissimo nella Rus’. Dopo la conversione della popolazione al cristianesimo, fortemente desiderata da Sant’Olga e realizzata da suo nipote Vladimir, governante di Kiev, il Principato di Vladimir – Suzdal’ divenne una Terra di preghiera.

Va evidenziato che, con la Fede cristiana, nell’antica Rus’ giunse pure la civilizzazione, Vladimir volle che, prima di essere battezzata, ogni persona fosse preparata a tale evento importantissimo, quindi, per saggia decisione di Vladimir, furono fondate delle scuole dove la gente imparava a leggere e a scrivere, per poter interpretare i Testi sacri. Fu abbandonata la lingua glagolitica, venne adottato l’alfabeto cirillico e la lingua genialmente creata dai santi Cirillo e Metodio.

Le Scuole iconografiche della Rus’ adottarono i canoni bizantini. Nelle Scuole di Vladimir. Suzdal’, nel XII secolo, e in quelle di Novgorod, nel XIII secolo, furono prodotte pregevoli icone. Il disegno molto curato, una linearità, che si armonizza con i colori chiari, costituiscono caratteristiche che esprimono la spiritualità dei popoli russi. In modo naturale, del tutto spontaneo, lo stile bizantino non viene più seguito in modo rigoroso, ma interpretato, facendo emergere il gusto tipico degli abitanti della Rus’.

Il gusto coloristico e la linearità sono caratteristiche rimaste immutate per secoli. Ogni colore va meditato, e a lungo. Il pittore è un artista orante. E’ pienamente consapevole che, con l’icona, offre al credente una straordinaria preghiera. La contemplazione dell’icona è preghiera salvifica. L’icona deve staccarsi da tutto ciò che è terreno. Nelle icone non troviamo l’ombra e neppure il chiaroscuro. Non ha alcun valore creare la luce con i colori, pertanto la luce viene affidata agli effetti dell’oro. L’oro del fondo e delle linee ha un significato soprannaturale. Per quanto riguarda la prospettiva, gli storici dell’arte spesso parlano di una ‘prospettiva rovesciata’. E’ un termine adoperato per la prima volta da Pavel Alexandrovic Florenskij, filosofo, matematico e religioso russo. Le linee non si dirigono all’interno del quadro, ma confluiscono verso l’esterno, per cui, chi osserva, sente ancora più vicina l’imagine. Non c’è la tridimensionalità, gli sguardi profondi la sostituiscono. I profili sono utilizzati per indicare i peccatori e il demonio. Tutto deve essere simbolo, non ritratto. Il valore della persona raffigurata è più o meno grande a seconda della sua importanza spirituale.

Il corpo è sottile, la testa e i piedi sono piccoli, il volto ha un valore fondamentale. Sta proprio negli sguardi l’essenza delle icone. Di solito gli occhi sono grandi, di frequente un po’ malinconici, il naso è allungato e le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo ben visibile. Da sottolineare la simmetria delle icone, c’è un centro ideale dove tutto confluisce. Come abbiamo già accennato, l’oro è quasi sempre adoperato per il fondo, allo scopo di illuminare. La realizzazione avviene con lamelle d’oro zecchino. L’oro è la luce che illumina eventi sacri, il credente va guidato da questa luce verso l’assoluto.

L’icona va contemplata e attraverso l’immagine-preghiera si medita, dalla meditazione nasce spontanea una preghiera intensa. L’icona è di sovente più significativa delle parole scritte. Uno strumento sacro di fondamentale importanza nell’antichità soprattutto quando parecchie persone, nonostante le scuole promosse dai Principi della Rus’, non sapevano né leggere né scrivere. Anche la musica liturgica ebbe, in certe epoche storiche, la stessa importanza delle icone., al fine di far comprendere a tutti il contenuto della teologia cristiana.

Le icone vennero disposte nelle Chiese sulle pareti separatorie, le cosiddette ‘iconostasi’, le pareti che separano i fedeli dal luogo dove i sacerdoti celebrano i Riti sacri.

Nulla davvero nelle icone è lasciato al caso. La benedizione del Cristo Pantocrator viene spiegata esaurientemente in un libro che si trova in una preziosa biblioteca del Monte Athos.

Il pittore, che raffigura la mano benedicente, deve tener presente che il pollice si incrocia con il quarto dito, il secondo dito e l’indice restano diritti, in questo modo l’orante potrà osservare che la Santa mano, con il suo gesto di benedizione, dà forma alle iniziali del nome di Gesù: IC.

Prima di realizzare un’icona e durante tutta la sua realizzazione, il pittore dispone il suo spirito ad accogliere il mistero divino, pregando intensamente. Riportiamo una delle varie preghiere che gli artisti di solito recitano sin dall’antichità:

Tu, Divino Signore di tutto ciò che esiste, illumina e dirigi l’anima, il cuore e lo spirito del tuo servo, guida le sue mani, affinché possa rappresentare degnamente e perfettamente la Tua Immagine, quella della Tua Santa Madre e di tutti i Santi, per la gloria, la gioia e il decoro della tua santa Chiesa.”

Daniela Asaro Romanoff


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