Tuesday, 7 September, 2010
Animatori Cristiani della Comunicazione

Media e religione: solo lo 0,8% di copertura negli Stati Uniti

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 31 - 2010 1 COMMENT

Ci vorrebbe un Osservatorio di Pavia anche per la religione. È il primo pensiero che salta in mente scorrendo l’interessante studio pubblicato nei giorni scorsi negli Stati Uniti e dedicato a quanto e come i media d’Oltreoceano seguono le vicende in materia di religione.

Dopo aver analizzato ben 68.700 notizie pubblicate nel corso del 2009, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che esse rappresentavano solo uno striminzito 0,8% del totale delle notizie (percentuale tra l’altro simile a quella ottenuta da altri argomenti quali l’istruzione o l’immigrazione). Percentuale estremamente bassa, ma addirittura inferiore a quella del 2008, quando un analogo studio ne aveva riscontrata una dell’1%. Per avere un termine di paragone, quelle in tema di assistenza sanitaria hanno avuto, nel corso del medesimo arco temporale, una copertura dell’11% totale delle notizie.

Circa due terzi di dette notizie, informa sempre lo studio, si incentrano su storie che hanno avuto luogo negli Stati Uniti mentre solo un terzo originano fuori dei confini nazionali. Le tv via cavo (che negli States hanno un’audience notevole) hanno dato maggior spazio alle notizie che mescolavano tra loro religione e politica, come ad esempio il dibattito seguito all’elezione di Obama ed i suoi rapporti con la fede. Le grandi reti televisive nazionali, dal canto loro, come NBC, CBS e ABC, hanno invece dato maggior spazio ad eventi internazionali, quali la visita del Papa in Medio Oriente o la revoca della scomunica ai vescovi lefebrviani.

Il rapporto analizza anche un importante trend: è destinato a crescere –vi si afferma infatti- il ruolo dei nuovi media come principale luogo deputato a riportare notizie e discussioni intorno alla religione, mentre è destinato a diminuire il numero di coloro che si occupano di tali questioni nei media tradizionali.

Per tornare all’inizio del post, è un peccato che simili accurate ricerche non vengano svolte anche nel nostro Paese.

(via SpiritualSeeds)

L’uovo, simbolo di vita e di pace.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 31 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia

Un’antichissima leggenda racconta che Maria Maddalena, notoriamente una delle donne accorse al sepolcro di Gesù, avendolo trovato vuoto, si precipitò nella povera baracca dove erano riuniti in preghiera i discepoli e, trafelata, annunciò la straordinaria novità.
Pietro guardò smarrito la donna ed esclamò che avrebbe dato credito a tutto ciò solo se le uova, contenute in un cesto lì vicino, fossero divenute rosse. Subito i gusci si colorano di un rosso intenso.
Da quella leggenda nacque la tradizione di colorare le uova, simbolo della vita che si rinnova con la resurrezione dal peccato.
All’uovo si legano infinite tradizioni di Pasqua in Abruzzo.
Addirittura, anche la diffusissima usanza della “squilla” quando, il sabato precedente la Pasqua, la campana del paese rintoccava a lungo invitando alla conciliazione e pace, si completa con la tradizione del “bacio dell’uovo”.
E’ questo un rituale molto caro alle popolazioni contadine del sud dell’Italia.
Nel giorno della santa Pasqua s’invitavano a casa delle persone amiche e qualcuno con il quale si c’erano stati dissapori durante l’anno.
Anche se non intercorrevano buoni rapporti, nessuno poteva in quel giorno rifiutare l’invito. Sarebbe stata una mancanza verso il Cristo Risorto!
Di fronte a tutti gli intervenuti, i padroni di casa prendevano da un cestino un uovo debitamente colorato con infusi di foglie, fiori, erbe, cipolle. Si scocciava contro un altro uovo realizzando il “rito del bacio”.
Con la rottura delle due uova era sancita la pace e uno speciale “comparato” fra i due ex litiganti.
Seguiva una sorta di festa tra fette di colomba e dolci della “pupazza”.
Questa era una pasta intrecciata con, al centro, un uovo reso sodo dalla cottura al forno.
La pasta assumeva, sotto le mani esperte delle cuoche, la forma di un pupazzo femminile con i seni, le braccia curve sui fianchi che fungevano da maniglie per prenderla, chicchi di caffè al posto degli occhi e, per l’appunto, l’uovo collocato nella pancia che aveva anche un messaggio propiziatorio per le bimbe cui il dolce era regalato.
Un giorno era questo l’augurio, sarebbero diventate feconde, procreando un nuovo cristiano.
Le uova comparivano anche nella colazione di Pasqua, dopo il grande digiuno del triduo.
Le donne preparavano delle omelette rigorosamente con uova deposte dalle galline il giorno del venerdì santo e sul tavolo comparivano i cibi benedetti in vigilia.
Era usanza il sabato santo, nel pomeriggio, far benedire i pani che tutti portavano dentro enormi cesti con un bianco tovagliolo. Le pagnottelle erano fatte di farina grezza, rappresentazione del corpo del Salvatore.
Dentro il contenitore vi erano cinque uova a ricordo dello stesso numero di piaghe subite dal Cristo, tre pezzi di radice di liquirizia come i tre chiodi usati per mettere in croce Gesù e budella di animali a simboleggiare le corde usate per legare il Redentore alla colonna durante la flagellazione.

Nello stupore della Pasqua

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 30 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia
Gli evangelisti raccontano che la domenica delle Palme, la moltitudine degli Ebrei al grido dell’ ”Osanna”, accolse trionfalmente Gesù ritenuto a quel punto del suo cammino terreno, il Messia promesso da Dio al suo popolo, colui il quale doveva con grande potenza restaurare il regno di Davide  e liberare Israele. “Osanna”, una parola che, etimologicamente deriva da due radici ebraiche “hoshi- lana”, cioè “aiutami”, è un termine meno usato dell’alleluia e dell’amen ma non di minore significato. Tutti noi abbiamo ripetuto questo grido liberatorio di salvezza e di gioia agitando i ramoscelli di ulivo la domenica dell’ingresso trionfale in Gerusalemme. Al contrario della folla che non sapeva cosa sarebbe accaduto di lì a poco, il nostro “Osanna” è l’acclamazione trionfale di chi sa che Gesù, di là della sua apparente sconfitta con la morte in croce, sta per conoscere la sfolgorante vittoria della risurrezione. L’”Osanna”, non è solo la terza parola ebraica che la chiesa ha conservato gelosamente nella sua preghiera liturgica, senza traduzione, né rappresenta soltanto l’esultare di gioia, ma è anche il grido del peccatore pentito che sentendo sopra di sé la colpa riprovevole del peccato contro Dio e riconoscendo i suoi errori, implora il divino perdono. S. Agostino ne parla come della parola più grande, il grido di chi prorompe in sentimenti di amore verso il Creatore. Con l’”Osanna al Figlio di Davide” siamo entrati così nel tempo cristiano più importante dell’anno: quello che porta alla Pasqua, giorno del Signore e signore dei giorni. La Pasqua è sinonimo di primavera, risveglio, luce dopo il buio dell’inverno e il dolore degli ultimi giorni di Gesù per la tradizione cristiana. Passione, morte e risurrezione avvengono in un periodo breve, la cosiddetta “settimana santa”, densa di avvenimenti, tanto che nel mondo cristiano- ortodosso in oriente è denominata la “Grande Settimana”. Sono quei giorni dal profondo significato, in cui si commemora nel mondo il sacrificio di un Dio che ama il suo popolo e che torna alla vita eterna dopo aver redento con il sangue l’umanità. La Pasqua, quindi, non è semplicemente una festa tra le altre: essa è “la festa delle feste”, la “solennità delle solennità”, così come l’Eucarestia è il sacramento dei sacramenti. Sant’Atanasio la chiama ”La Grande Domenica” e ricorda, nei suoi scritti, che anche chi non crede si è soffermato almeno una volta nella sua vita, in meditazione sul “vero agnello che ha tolto i peccati del mondo, che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita” (prefazio pasquale I). Il trionfo di Cristo si riflette con tutta la sua forza sulla nostra esistenza, sul buio che permea i nostri giorni, sulla disperazione di tanti, sulle infinite miserie dell’uomo e sullo scenario di una società allo sbando in forza di una libertà che è solo capriccio e prevaricazione sugli altri. Una festività che ha radici ben più antiche legate ai festeggiamenti per il ritorno della bella stagione. Appare intrigante per l’uomo moderno, il rapporto con la Pasqua ebraica, ricordo della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù d’Egitto, in cui permane la celebrazione del pane azzimo non lievitato propria della tradizione più antico contadino, con la festività pastorale nomade della “pesach” e l’agnello in voga già nel mondo egizio ed ereditato dal cristianesimo. Ancora più intima l’unione della Pasqua con i riti celebrativi della primavera orientale o le ataviche feste pagane in cui il dio della natura moriva e risuscitava nelle piante usate dall’uomo per cibarsi: orzo per mangiare, vite per bere. Pasqua è anche tradizione e folclore. A Sulmona, la Madonna correrà di nuovo in piazza dall’antica chiesa medievale di Santa Maria della Tomba, prima vestita a lutto e poi con la veste gioiosa di chi ritrova il figlio vivo; a Pianella di Pescara tornerà l’antico omaggio che i signorotti longobardi pretendevano dai propri vassalli, quel “Bongiorno” che brigate di cantori accompagnati da trombe, tamburi e piatti porterà come saluto pasquale sotto le finestre del paese; a Spoltore si giocherà in piazza con “Lo Scuocchio”, cercando di rompere le uova sode dell’avversario; a Orsogna, il martedì in Albis, si svolgerà di nuovo la festa dei “Talami”, quadri viventi rappresentanti scene del Nuovo e Vecchio Testamento. Ovunque si proporranno eventi interessanti non solo per il turismo religioso ma anche per la tutela dei valori antropologici.

Intervista a Nobell.it

Posted by Barbara Fiorentini On marzo - 29 - 2010 ADD COMMENTS

da il Villaggio Virtuale comunicazione virtuale e linguaggi della Rete

a cura di Barbara Fiorentini

lunedì, marzo 29, 2010

San Giuseppe 2.0

Non solo chiacchiere. Il web 2.0 può anche essere strumento di riflessione, di condivisione, di approfondimento. Sui temi più vari, anche quelli legati alla spiritualità e la fede. Questa settimana vogliamo parlare della recente iniziativa del portale per comunicatori cristiani Nobell.it (http://nobell.it/) che tramite Facebook (www.facebook.com) ha lanciato un’interessante iniziativa: un incontro virtuale, che è durato dal 15 al 21 marzo e che ha dato l’occasione ai partecipanti di pubblicare interventi e articoli dedicati alla figura di San Giuseppe. Hanno aderito una trentina di operatori della comunicazione, inviando a Nobell.it interessanti spunti di riflessione proprio in concomitanza con la Festa del Papà.
Marilena Marino è tra i fondatori e curatori di Nobell.it: a lei abbiamo chiesto un bilancio di questa iniziativa. “Gli autori degli articoli hanno fatto riferimento sia ad eventi storici, locali e biografici, sia a delle riflessioni bibliche sul personaggio San Giuseppe – ci spiega – infatti lo sviluppo dei temi ruotano intorno o a notizie storiche o bibliche o esperienziali. Il personaggio di san Giuseppe ha suscitato grande interesse per la riflessione, anche perchè è stato sempre una persona nascosta e vissuta all’ombra di Maria, invece ha assunto nella storia della salvezza grande importanza. Lo stimolo più interessante nello sviluppo di quest’uomo è stata la sua attualizzazione e cioè il riconsiderare Giuseppe come la figura d’uomo ideale accanto ad una donna, anche di oggi, cioè discreto quanto basta e rispettoso della vocazione di donna e discepola del Signore che Maria ha ricoperto nel piano salvifico dell’umanità”.
Abbiamo già avuto modo di parlare del portale Nobell.it nelle scorse settimane. La stessa Marino ci parla con entusiasmo di questo progetto, che sta riscuotendo grande interesse nel mondo della comunicazione. “Nobell.it non costituisce una èlite giornalistica – sottolinea Marilena Marino -, ma una comunità di animatori della comunicazione che utilizzano questi spazi proprio per testimoniare in modo digitale l’annuncio di Cristo in internet: dare spazio a riflessioni, tematiche profonde da sviluppare, incentiva proprio la creatività di chi scrive suscitare riflessioni e provocazioni su argomenti che spesse volte, nel nostro mondo passano inosservati, proprio perché sottoposti a pericolose secolarizzazioni di pensiero. Spazio dunque a eventi a tema, come san Giuseppe ed atri che seguiranno, proprio perché Nobell.it è un contenitore di idee che si condividono, piuttosto che un assemblaggio di cronache scritte freddamente senza suscitare curiosità o stimolazione di pensiero”.

http://villaggiovirtuale.splinder.com/post/22476521/San+Giuseppe+2.0

L’Umbria religiosa in mostra da sabato ad Assisi

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 29 - 2010 ADD COMMENTS

“Chi tenta di catturare l’Umbria con macchina da foto o con pennello, con scalpello o penna o pennetta, cerchi la sua anima nelle sfumature del misurato, colga il fumo delle candele sui muri delle chiese sparse o in quelle di paese, risusciti, come non so, le preghiere custodite dalle edicole mariane, adornate di fiori così belli che sembrano finti e, talora, lo sono”. Così Mariano Borgognoni scrive nel testo introduttivo alla mostra  “I luoghi dello Spirito: ricerca fotografica sulla religiosità in Umbria” che, inaugurata sabato prossimo 3 aprile presso la galleria d’arte della Pro Civitate di Assisi, farà la gioia di quanti visiteranno la cittadina francescana nel corso delle vacanze pasquali.

La mostra documenta, attraverso una selezione di fotografie in bianco e nero e colore, la suggestione di alcuni dei luoghi della religiosità umbra: dal Santuario di Sassovivo, alla comunità dei Piccoli Fratelli di Spello, al Santuario della Madonna del Rosario di Pale, ad altri numerosi luoghi del nostro territorio, con le feste religiose che vi si celebrano lungo l’anno e la vita spirituale che vi si svolge.
La ricerca è stata condotta dai fotografi: Chung Ho Sun, Edia Mazzoli e Stefano Passerini, guidati da Gesuino Bulla, direttore e responsabile delle immagini della rivista Rocca, esperto di linguaggio, storia e tecnica fotografica.
Al duplice scopo di mettere in luce la presenza dei luoghi della spiritualità in Umbria – che fanno parte delle radici culturali e antropologiche di questa terra e della sua popolazione – e di cercare le motivazioni che fanno della terra umbra un luogo di attrattiva e di fascino spirituale, il gruppo ha percorso a tappeto il territorio alla ricerca di monasteri e di antichi santuari e ha seguito e documentato sistematicamente le feste della devozione popolare. Il tutto è corredato da un apparato didattico, comprendente dati storici e antropologici, redatti da esperti. La mostra sarà visitabile fino al 30 novembre prossimo.

Visto che si è in tema di mostre, non si può non citarne un’altra a sia volta molto interessante: “Tibet Mistero e Luce. La cultura dell’altipiano”, inaugurata pochi giorni fa a Sassari e visitabile fimo alla metà del prossimo mese di maggio, offrirà al visitatore la possibilità di accostarsi al mondo lontano e sempre affascinante del buddhismo tibetano.

(via SpiritualSeeds)

“Maior Hebdòmada”: la settimana santa.

Posted by Sergio Scacchia On marzo - 29 - 2010 ADD COMMENTS

Sergio Scacchia
Un vecchio proverbio abruzzese riassume i due momenti contrastanti della vita di Gesù: “…oggi in figura, domani in sepoltura”.
L’antico adagio, monito per tutti gli uomini, ricorda che si può passare in un attimo dall’esaltazione, come accadde a Gesù osannato a Gerusalemme, alla polvere.
Non esiste altra settimana, eccetto i sei giorni in cui Dio creò il mondo, che sia più importante di quella che precede la Santa Pasqua.
Ne erano consci i nostri nonni che attribuivano grandi significati ai giorni prima della Resurrezione.
Il lunedì, martedì e mercoledì santi, nelle campagne del sud- Italia, si formavano gruppi che attraversavano paesi e contrade, cantando e mimando la passione del nostro Signore.
Con testi poco curati, a volte tramandati per tradizione e ripetuti ossessivamente, si descrivevano con fede le ultime ventiquattrore di vita del Salvatore, terminando questa sorta di “rappresentazione” teatrale con preghiere, cui tutti aggiungevano il loro ”amen” finale.
Tutti profittavano del momento per partecipare al rito della Riconciliazione e apporre una firma nel “registro dei Confessati”, a solenne attestato del dovere compiuto.
Alla pratica dei “Sepolcri” del giovedì Santo, erano legate alcune usanze.
Nelle principali città del sud dell’Italia, mentre i fedeli sostavano in preghiera, una banda musicale suonava una struggente marcia funebre.
Era credenza popolare che, allo smantellamento del sepolcro, chi riuscisse a impossessarsi di fiori, candele, olio santo, riuscisse a tenere lontano dalla propria casa, malattie e pericoli nell’anno.
Dal momento in cui le campane tacevano, nessuno osava più spazzare la casa, né rifare letto o agghindare la tavola con tovaglie.
Tutti si chiudevano in religioso silenzio, molti osservavano il digiuno delle quarantotto ore detto “de lu trapasse” e i contadini sostituivano durante il lavoro nei campi, il tradizionale vino con acqua di fonte.
Le donne, di sera, accanto ai camini, recitavano per trenta tre volte il “credo in Dio” in ginocchio a ricordo degli anni del Cristo. Queste preghiere recitate per sette anni di seguito, liberavano una tra le anime più bisognose del Purgatorio.
Il venerdì Santo era soprattutto l’appuntamento dell’alba con la processione della Madonna Desolata a Teramo alla ricerca del Figlio perduto. In città da tutti i paesi, giungevano tanti fedeli e il seguito dietro la processione era enormemente superiore alle presenze di questi ultimi anni.
Il corteo antelucano a Teramo, ancora oggi sfida i secoli, frutto di una profondissima tradizione che all’Addolorata in cerca del figlio ha dedicato drammi sacri, laudi, sermoni e poemetti.
Con lo scoprimento delle croci, liberate dei drappi viola il sabato a tarda sera e lo scioglimento delle campane, iniziavano i grandi preparativi per la domenica.
Le uova, simbolo di vita, erano colorate per la festa del Risorto, da contadini, ingenuamente entusiasti, con infusi di foglie, fiori, erbe, cipolle. Al mattino della domenica la colazione sanciva la fine delle restrizioni culinarie e l’inizio della grande festa, tra spianate e dolci di Pasqua.

Elezioni: Prometti e denigra; i consigli del fratello a Cicerone.

Posted by Giuseppe Delprete On marzo - 28 - 2010 ADD COMMENTS
(In un manuale raccomandazioni “attuali” per la candidatura a console)
“Occupati dell’intera città, di tutti i collegi, dei distretti, dei quartieri; se ti saprai procurare l’amicizia dei loro principali rappresentanti, potrai conquistarti agevolmente la massa”. Oppure: “Fai in modo che, se in qualche modo è possibile, sorga nei confronti dei tuoi avversari un sospetto, appropriato al loro comportamento, o di colpa o di lussuria o di sperpero”. Sembrano i consigli rivolti a un candidato in corsa per la tornata amministrativa che si terranno questo fine settimana, invece hanno più di duemila anni. A dispensarli, nel 64 avanti Cristo, Quinto Tullio Cicerone, fratello minore del più celebre Marco, in “corsa” per la carica di console, la massima carica politica della Repubblica. Un manualetto di campagna elettorale a tutti gli effetti, che la Salerno editrice ripubblica a ridosso delle elezioni a cura di Paolo Fedeli, docente di Letteratura latina a Bari, e con la presentazione di una “vecchia volpe” della politica italiana come Giulio Andreotti. Un vademecum – il “Commentariolum petitionis”, come recita il titolo originale – tanto più utile quanto il destinatario è un “homo novus” che non è romano di nascita e che non potendo contare sull’appoggio delle fazioni aristocratiche deve rovesciare una sfavorevole situazione iniziale. L’oratore alla fine riuscì nell’impresa, ma più che il valore di testimonianza sul modo di concepire più di duemila anni fa una campagna elettorale, a colpire sono i mezzi che Cicerone jr. elenca al fratello per diventare uno spregiudicato politico di successo. Una foto scattata 20 secoli fa che risulta tuttavia quanto mai attuale, vista la ricorrente presenza di temi quali brogli, compratori di voti e corruzione.

Qualche esempio? Le promesse: “Ciò che non puoi fare, rifiutalo in modo cortese, o addirittura non rifiutarlo: la prima è comunque la caratteristica di un uomo onesto, la seconda di un buon candidato”, scrive Quinto Tullio, come a intendere che la condizione di candidato e di uomo onesto siano inconciliabili. Ma sopratutto, sottolinea Cicerone jr, è importante essere vaghi: “Largheggiando nelle promesse, conviene esprimersi in termini allusivi e generici, senza assumere impegni precisi: ciascuno interpreterà le parole del candidato nel senso che riterrà più utile”. Oppure le amicizie da coltivare, anche quelle meno raccomandabili, purché portino voti: “Tu puoi in piena onestà – cosa che non ti sarebbe consentito nel resto della vita – ammettere alla tua amicizia tutti quelli che vuoi. Se invece non lo facessi con molti, e scrupolosamente, in una campagna elettorale, non sembreresti affatto un candidato”.
E se per contrastare gli avversari è lecita l’arma della denigrazione (“fai in modo di far sorgere nei confronti dei tuoi avversari un sospetto”), non bisogna neppure escludere la possibilità di ricorrere all’intimidazione, cercando di “suscitare negli avversari il timore grandissimo di un processo e dei rischi che essi comporta”. Il fine giustifica i mezzi, insomma, con un anticipo di 15 secoli su Machiavelli. Al tempo stesso, un manuale che con i dovuti aggiornamenti potrebbe risultare utile ancora oggi, come riconosce indirettamente anche Andreotti nell’introduzione: “All’osservatore appena attento ai meccanismi della politica contemporanea non sfugge che, al di là dei cambiamenti di superficie, la sostanza delle cose non è cambiata né punto né poco”. Nihil novi sub sole Romae.  (Il Velino, Paolo Fantauzzi)

A Torino in mostra la figura di Gesù nel cinema

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 26 - 2010 ADD COMMENTS

“Ecce Homo. L’immagine di Gesù nella storia del cinema”: è il titolo della rassegna che viene inaugurata oggi (e sarà visitabile da domani) presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino ed organizzata nell’ambito dell’Ostensione della Sindone, prevista tra il 10 aprile e il 23 maggio prossimi. Attraverso un’accurata selezione di fotografie, manifesti, riviste, libri, partiture e dischi, provenienti dalle collezioni del Museo e dagli archivi della Fondation Jérôme Seydoux-Pathé e della Cinémathèque Française, la mostra offre l’opportunità di una riflessione approfondita sulle varianti iconografiche che hanno caratterizzato la figura del Cristo nella storia del cinema. Nell’Aula del Tempio saranno messe a confronto le differenti rappresentazioni dei principali eventi della vita di Gesù, dalla Natività alla Resurrezione. La cancellata esterna della Mole presenterà invece una selezione cronologica dei film più significativi, dal cinema muto ai giorni nostri.

“La più grande storia mai raccontata e’ anche in assoluto la storia più volte raccontata dal cinema, così tante che nessuno ha neanche mai tentato di redigere una filmografia completa – ha dichiarato Alberto Barbera, direttore del Museo  -. Il nostro lavoro si e’ soffermato su una settantina di titoli, da ‘La Vie du Christ’ di Alice Guy e Victorin-Hyppolyte Jasset (1906) a ‘7 Km da Gerusalemme’ di Claudio Malaponti (2006), con l’intento dichiarato di fornire – attraverso la selezione di fotografie, manifesti, riviste, libri, partiture e dischi, provenienti dalle collezioni del Museo e dagli archivi della Fondation Jérôme Seydoux-Pathé e della Cinémathèque Française  - una riflessione approfondita sulle differenti modalità espressive con cui, in determinati periodi storici, il cinema si e’ confrontato con la rappresentazione della figura di Cristo, come ad esempio le influenze della pittura ottocentesca per il periodo del muto o le derive dell’iconografia pop in un film come ‘Jesus Christ Superstar’”.

In occasione dell’inaugurazione della mostra, alla Reggia di Venaria – Citroniera, avrà luogo una tavola rotonda, moderata dallo stesso Barbera, alla quale interverranno Giuseppe Ghiberti, Tomaso Subini, Timothy Verdon e Dario E. Viganò.

(via SpiritualSeeds)

I 70 anni di Mina

Posted by Giuseppe Delprete On marzo - 25 - 2010 1 COMMENT

La sigla finale del programma “Mille e una luce” (agosto 1978), cantando “Ancora ancora ancora”, è ufficialmente l’ultima apparizione televisiva di Mina. Da allora sono passati trentadue anni. Solo nel 2001 Mina si è fatta riprendere nel suo studio di registrazione trasmettendo il filmato in streaming con un record di contatti di oltre 20 milioni. Neanche per i suoi 70 anni oggi – è nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940 – Mina si farà vedere. Anche se la sua voce magica continua a impazzare in radio, tv e online. E oggi tutti i media sono mobilitati per lei e i programmi si passeranno il testimone per renderle omaggio fino alla prima serata di lunedì 29 marzo, quando andrà in onda su RaiDue “Minissima 2010”: uno speciale condotto da Paolo Limiti che racconterà Mina attraverso spezzoni di repertorio, l’imitazione di Lucia Ocone e le canzoni rivisitate di Francesco Renga. Per lei auguri da tutto il mondo, anche da Liza Minnelli, Quincy Jones e Barbra Streisand. Mentre Jennifer Lopez le dedicherà una cover. Il giusto riconoscimento alla voce unica della Tigre di Cremona (soprannome coniato per lei dalla giornalista e amica Natalia Aspesi). Ma Mina non ama festeggiare i compleanni e oggi si limiterà a stare in famiglia e con pochi amici. Il suo regalo? Nuove note. Dopo aver inciso più di mille brani e venduto oltre 150 milioni di dischi, Mina continua a donare ai suoi fan momenti intensi con la sua voce. In occasione del suo settantesimo compleanno, Sony Music pubblica in vinile gli ultimi suoi lavori; mentre il 14 maggio è atteso il suo nuovo album di inediti. Anche la Carosello Records l’omaggerà con l’uscita di un “doppio triplo box”, cioè una raccolta in 6 cd che conterrà ben 120 canzoni della cantante, incisi dal ‘59 al ‘65 con l’etichetta che quest’anno compie 50 anni. Un’occasione in più per riascoltare “Le mille bolle blu”, “Tintarella di luna”, “Renato”, “Il cielo in una stanza”, “Briciole di Baci”.

La Pasqua ebraica

Posted by Giuseppe Delprete On marzo - 25 - 2010 ADD COMMENTS

(Tratto dal saggio introduttivo di Daniel Lifschitz dal volume: Sholem Aleichem, Mendele Mokher Sforim, Yitzchaq Leib Peretz, Le feste ebraiche3. Pessach – Pasqua, Ed. Paoline, 2001)

Il mese di Nissan

Con il mese di Nissan inizia l’anno religioso, In questo mese i nostri padri furono liberati dalla schiavitù dell’Egitto, nel mese di Nissan diventammo nazione. Nel mese di Nissan, quindi, inizia la festività di Pessach, memoriale di tutti questi eventi.

Durante tutto il mese – con un’unica eccezione – è vietato digiunare, pronunciare preghiere penitenziali, cantare lamentazioni. Durante lo shabbath che precede Pessach – lo chiamiamo Shabbat ha Gadol il grande Shabbath, per i grandi miracoli che avvennero in quel tempo -, il Rabbi dà alla comunità una catechesi sui precetti di Pessach e alla vigilia di Pessach i primogeniti digiunano in memoria del castigo che si abbatté sull’Egitto, la decima e più terribile delle dieci piaghe: la morte dei primogeniti. Israele ne fu risparmiato, non per i suoi meriti – non ne aveva – ma per l’amore infinito del Santo, benedetto sia. Per i ragazzi che non hanno ancora raggiunto i tredici anni, la Bar-Mitzvah, digiuna il padre; ma se lui stesso è un primogenito e deve quindi digiunare per se stesso, al posto del figlio digiuna la madre.

Vivere la Pasqua

Pessach 1 non è una pia commemorazione di eventi lontani: è invece un’esperienza. La Pasqua invita ogni ebreo a partecipare oggi a un evento fondamentale per lui, per il suo popolo e per tutta l’umanità.

Celebrando la Pasqua l’ebreo collabora con Dio nella redenzione del mondo.

Ma com’è possibile partecipare oggi ad un evento che ebbe luogo più di tremila anni fa? La Torah chiama le grandi feste ebraiche Moadim (giorni di incontro con Dio). Ognuna delle grandi feste ebraiche trasmette un messaggio divino, radicato in un evento storico.

La Pasqua trasmette la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. È una meraviglia che quel messaggio non ci raggiunga da un passato remoto, ma che ci venga donato ogni anno di nuovo, celebrando un evento storico che diventa oggi una parola eterna di Dio per noi.

Per l’uomo occidentale questo è difficile da capire, perché egli considera il tempo come una linea diritta, che parte da un passato remoto e non tornerà mai più, dirigendosi verso un futuro imprevedibile che nessuno può conoscere. Spicca una sola certezza, quella della propria morte. Da questa l’uomo “occidentale” cerca di fuggire in molteplici faccende alienandosi dal proprio oggi.

Perciò gli eventi dell’Esodo dall’Egitto gli sembrano un lontano passato, senza alcun significato attuale.

Ma l’ebreo non vive il tempo in questa maniera: Dio è intervenuto nella sua storia e continua a intervenire, caricandola di un significato eterno e sempre attuale.

Mentre la storia avanza, l’ebreo non avanza su una linea diritta, lasciando il passato dietro a sé,: “Noi ci muoviamo in cerchio o, meglio, in una spirale, e perciò passiamo anno dopo anno attraverso le stesse stagioni, nelle quali avvennero gli interventi storici di Dio in favore dei nostri padri” 2

Per questo gli ebrei, quando ringraziano Dio per i miracoli che ha operato nella loro storia, non parlano dei grandi eventi dicendo “in quei giorni”, ma dicono “in quei giorni, in questo nostro tempo”; ancora oggi ne sono partecipi.

Quando dunque un ebreo veglia durante l’inter notte di Shavuoth 3, scrutando la Torah, non commemora semplicemente il dono della Torah sul Sinai, ma si prepara oggi a riceverla di nuovo. Quando a Tisha be Av digiuna, cantando lamentazioni seduto tutto il giorno per terra, egli partecipa alla tragedia della distruzione del Tempio e la rivive. Quando, a Sukkoth, vive per otto gironi con tutta la famiglia in una capanna di frasche, attraverso la quale si deve intravedere il cielo, egli non si ricorda semplicemente dei suoi padri che, guidati da Dio, vissero per quaranta anni pellegrini nel deserto, ma proclama attraverso quel segno che anch’egli è pellegrino su questa terra e che la sua sola luce gli viene dal cielo, da dove aspetta la venuta del Messia.

Tutto questo lo riassume molto bene Moshe Chaim Luzzato, rabbino e qabbalista italiano: ” Ogni impresa operata da Dio, ogni luce che brillò in un certo tempo della nostra storia, quando questo tempo ci raggiunge attraverso la memoria, lo splendore di questa luce brilla di nuovo e i frutti di quell’impresa possono essere mietuti da chiunque è presente per raccoglierli “4.

Ogni festa dell’anno liturgico ebraico contiene dunque la propria specifica e unica emanazione di santità, e l’ebreo può così rivivere i grandi avvenimenti della sua storia e, entrando nel loro spirito, attingere forza e ispirazione per il suo cammino 5.

La prima e principale festa dell’anno – principale perché segna gli inizi del popolo ebraico ed è quindi madre di tutte le feste dell’anno liturgico, anche dello Shabbath - è Pessach, la Pasqua, che gli ebrei chiamano ” il tempo della nostra liberazione “.

Questa liberazione cade sempre di primavera, nel mese di Nissan. Ma questo non è, il mese della liberazione perché in esso avvennero i prodigi dell’esodo: i prodigi dell’esodo avvennero invece in quel mese perché così Dio l’aveva preordinato per manifestarsi e per liberare, innestando la liberazione spirituale in un fenomeno naturale di vita, festeggiato ciclicamente da tutti i popoli: la primavera.

È la stagione nella quale la natura, libera dalle catene dell’inverno, si rinnova e si riveste di nuovo splendore. Questa è la stagione della libertà nella quale risuona la voce dell’amato: ” Alzati, amica mia, vieni, mia bella, mettiti in cammino. Ecco l’inverno [della schiavitù] è passato 6.

Questa è la stagione nella quale sono state aperte le sorgenti della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; liberazione per poter servire ed amare Dio. Queste sorgenti che si aprono nuovamente ogni anno zampillano con tutta la loro forza ogni mese di Nissan.

La schiavitù e la liberazione dall’Egitto costituiscono la pietra di fondazione di Israele; su di esse poggia tutta la sua storia. Per questo i saggi di Israele possono dire: ” Ogni periodo di esilio nella storia del nostro popolo fu prefigurato dalla schiavitù d’Egitto e ogni atto di liberazione, fino a quando giungerà quello definitivo, l’ avvento del Messia, ha le sue radici in questa redenzione originale, che avvenne durante l’eterna stagione della nostra liberazione dall’Egitto “.

Ecco perché l’ebreo nella notte di Pessach diventa partecipe di quell’intervento fondante attraverso il quale Dio stesso si scelse un popolo, lo adottò e lo strappò dal potere di un altro, dimostrando così che egli è il Signore della storia.

Entrando in questa esperienza e assorbendone gli insegnamenti, l’ebreo prepara il mondo per la venuta del Messia, aspettando l’ultima manifestazione della gloria di Dio e la liberazione definitiva del suo popolo e dell’umanità.

Come avviene questo? Quando giunge questa notte gli ebrei si siedono, famiglia per famiglia, comunità per comunità, come fecero i loro padri, attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha operato per loro; poi mangiano e bevono (consumando si partecipa) i segni della loro salvezza, la loro stessa liberazione.

il Seder pasquale è quindi un dono di Dio, un’opportunità che Dio offre per rivivere e non soltanto per ricordare l’esodo dall’Egitto.

Rabbi Yitzchaq Luria, il grande mistico e qabbalista 7, dice: ” Quando la Pasqua è preparata e celebrata come si deve le forze spirituali che si manifestarono durante la prima Pasqua agiscono nuovamente. Per questo il Talmud dice: “In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall’Egitto”. Ecco perché la preparazione della Pasqua è una condizione essenziale per poter riviverla ” 8

Dice il Maharal 9: ” Ognuno si applichi con riverenza a seguire le indicazioni dei saggi che hanno fissato nella Haggadah lo svolgersi dei riti del Seder. Nessun dettaglio ci sembri di troppo, anche se ci sono molte cose attorno alla Pasqua che ci potrebbero sembrare superflue. Neanche il minimo segno, il minimo gesto è senza significato ed efficacia “.

Il Sefer Hachinuch10 aggiunge: ” Una persona è motivata per le sue azioni “.

L’esperienza del proprio esodo non può essere un esercizio intellettuale, un pio sentimento o una decisione della nostra buona volontà. Bisogna preparare e lavorare per creare un ambiente e un clima nei quali l’esodo sia evocato attraverso segni evidenti.

Questo è lo scopo del Seder pasquale. Le sue parole e i suoi segni sono intesi a provocare un’esperienza personale e comunitaria di liberazione dalla schiavitù. Perciò ogni pur minimo segno e dettaglio usato durante la notte devono essere considerati come strumenti che aiutano a raggiungere questo scopo spirituale: sono come tessere di un mosaico, indispensabili perché Dio possa comporre per l’uomo l’insieme di un disegno.

I riti del Seder e i minimi dettagli del testo della Haggadah sono stati composti con uno scopo ben preciso: aiutare a ri-sperimentare la redenzione dall’Egitto. Questo viene anche significato dal nome ” Seder di Pasqua “, cioè ordine di Pasqua: ogni minimo dettaglio della notte pasquale fa parte di un progetto unico. Perciò una serie di segni scandisce ogni tappa della notte di Pasqua. Chi è presente in questa notte viene condotto dall’esperienza di schiavitù alla gioia della libertà.

il Maharal afferma ancora: – Seguendo tappa per tappa il modello tracciato dai padri, prepariamo l’avvento della redenzione finale perché, come si è già detto, ogni Pasqua fa rivivere l’esperienza della prima liberazione e fa presagire quella successiva, fino all’ultima e definitiva liberazione “.

Quali sono i principali elementi che devono precedere il Seder pasquale?

  1. L’annuncio della Pasqua;
  2. La preparazione della Pasqua.

Tutta la vita dell’uomo è preparazione. La storia prepara l’umanità per il regno di Dio, per la venuta del Messia e per la risurrezione dai morti. La vita di ogni singolo individuo lo prepara per la vita eterna. Anche nella vita quotidiana dell’uomo, ogni passo importante, ogni decisione che inciderà sul futuro devono essere preparati.

Così non stupisce che prima di uscire dall’Egitto e poi, di nuovo, prima del dono della Torah, sia stato comandato agli ebrei di prepararsi per quei grandi eventi.

L’ebreo si prepara attraverso il proprio vissuto a uscire da se stesso. Quando si alza al mattino proclama: ” Preparati, Israele, all’incontro con il tuo Dio “11. E così, di comandamento in comandamento, si prepara. Quando si alza al mattino, si lava per prepararsi alla preghiera mattutina, poi prega per prepararsi alla storia che lo aspetta lungo la giornata. Ogni giorno della settimana è preparazione per lo Shabbath. I saggi dicono: ” Chi ha lavorato prima dello Shabbath, avrà qualcosa da mangiare il giorno dello Shabbath“. Durante lo Shabbath l’ebreo si prepara per la vita eterna. Ma in nessuna occasione la preparazione viene così insistentemente sottolineata dalla Torah come a Pessach, perché a Pasqua si esce dalla schiavitù. Questa preparazione ha il suo centro attorno a un segno.

L’eliminazione di ogni lievito

Poco tempo dopo Pessach, l’ebreo si deve già dare da fare per mettere da parte, dopo la mietitura, la farina più pura e custodirla fino al Pessach successivo da ogni contatto con qualsiasi elemento che possa farla fermentare e lievitare. Tutto l’anno egli deve essere attento che nessun chametz (cibo lievitato) penetri in armadi, libri, corrispondenza, eccetera. Molte settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a pulire ogni angolo e fessura della casa da qualsiasi residuo di lievito; lo conserva in uno spazio sempre più ristretto, il giorno prima di Pessach in una piccola stanza. Poi, durante la notte che precede Pessach, tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz. Questo viene poi bruciato al mattino, mentre tutta la famiglia danza attorno al fuoco.

Ma che cosa significa tutta questa preparazione e precauzione?

Alcuni rabbini hanno osservato che la differenza tra la parola chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera He e la lettera Cheth. Le altre lettere contenute nelle due parole sono uguali. E perché He e Cheth siano uguali manca solo un puntino. Quando Israele uscì dall’Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna, dallo stato in cui Dio, secondo i saggi, non può più salvare l’uomo, perché ha varcato il limite della degradazione e ha perso ogni sensibilità spirituale.

Se Dio non fosse intervenuto in tutta fretta a liberarlo, Israele sarebbe rimasto in Egitto.

Infatti, la minima quantità di lievito rende chametz tutta la massa 12.

Il lievito è simbolo e segno dell’istinto malvagio che abita nell’uomo. Il desiderio di annientare ogni traccia di lievito e di cibo lievitato prepara l’ebreo per la festa di Pessach, nella quale deve essere annientato ogni istinto malvagio in noi.

Il rabbi chassidico Baruch di Medzibosh diceva, mentre pronunciava la benedizione sull’annullamento dello chametz: ” Ogni lievito “, cioè tutti gli istinti d’egoismo, ” che è ancora in mia proprietà, certamente ne esistono dentro la mia anima, quello che ho visto e quello che non ho visto, penso di averli visti, ma purtroppo non li ho visti, che ho distrutto e che non ho distrutto, penso di averli distrutti, ma purtroppo non li ho distrutti, siano considerati nulla. Sii tu, Signore, a nullificarli e a distruggerli “.

Rabbi Shmuel di Sochatchov dice: ” La ricerca e il bruciare dello chametz alludono al comando di distruggere Amaleq “13.

Lo chametz significa l’istinto malvagio, l’arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto e la menzogna.

La matzah invece significa l’istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell’operare il bene, la prudenza, l’umiltà e la verità.

Lo chametz è più gustoso e gradevole della matzah, più bello e più appariscente, come l’istinto malvagio, il quale tenta l’uomo con i piaceri di questo mondo, gli suggerisce e gli mette davanti agli occhi cose piacevoli…

È un precetto distruggere completamente questo chametz e perciò lo si deve cercare negli angoli e nelle fessure e in ogni luogo dove si sarebbe potuto nascondere. £ebreo deve scoprire i nascondigli dell’istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le sue opere cattive, per poterli distruggere e annientare.

Desiderando liberarsi dal dominio dell’istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell’Egitto.

Dice il Talmud: ” Nella notte del quattordici Nissan si cerchi con diligenza ogni sostanza con lievito alla luce di una candela “.

Così, a partire dalla prima notte del suo quattordicesimo anno, giorno in cui il giovane ebreo ha celebrato la sua Bar-Mitzvah, egli è tenuto a cercare il lievito in sé e a combattere l’istinto malvagio ” con la candela del comandamento e con la luce della Torah ” 14.

Che cosa viene considerato chametz = lievitato?

Qualsiasi seme o farina dei cinque tipi di cereali nominati nella Bibbia.

Quando uno di questi entra in contatto con l’acqua per il tempo necessario a lievitare – cioè otto o dieci minuti -, a meno che venga impastato e subito infornato, è considerato chametz. È assolutamente vietato mangiare, utilizzare o conservare questo chametz nella propria casa durante i sette giorni della festa di Pasqua. Qualsiasi prodotto che contenga la minima componente dei cinque tipi di cereali è chametz15.

Si capisce così il vero senso di tutta questa preparazione: prima di sedersi alla mensa del Seder per lasciarsi penetrare dallo spirito di Pessach, bisogna rimuovere ogni briciola di chametz dalla propria casa come segno che si desidera rimuovere dalla propria vita e da sé quello che significa lo chametz.

Il Talmud fa derivare l’obbligo di cercare lo chametz di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: ” L’anima dell’uomo è come una luce del Signore, che scruta tutte le stanze del cuore “16.

A ovvio che c’è un significato molto profondo che viene espresso attraverso la ricerca dello chametz: è la ricerca nel proprio io.

Rabbi Pinchas di Koretz così spiegava l’affermazione del secondo libro dei Re: ” Difatti una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda” 17: questo allude alla distruzione degli altari pagani e di ogni luogo di idolatria, operata da Giosia dopo questa Pasqua. Egli eliminò veramente tutto il lievito.

” Portare alla luce il nostro chametz, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale “.

Punto di Partenza: la liberazione

” Ogni anno liturgico viene a noi per chiamarci a rinnovare il nostro servizio di Dio e ogni giorno dell’anno incide in questo rinnovamento. La chiave del nostro rinnovamento è la nostra coscienza dell’amore di Dio, re dell’universo, che si manifestò al mondo nell’esodo, facendo di noi il suo popolo. Per questo anche la nostra preghiera quotidiana ricorda la nostra liberazione dall’Egitto. Il riposo sabbatico, in particolare, è un memoriale della nostra liberazione dalla schiavitù che Dio operò con miracoli e segni, con i quali si fece conoscere come Creatore e Signore dell’universo “18.

Il versetto: ” Ha lasciato un memoriale delle sue meraviglie, pietoso e misericordioso è il Signore “19 viene interpretato da Rashi in questo modo: ” Poiché Dio è pieno di amore e compassione e desidera che i suoi figli siano santi, ha dato loro dei sabati e delle feste perché possano fare un memoriale della schiavitù in Egitto “.

Ma la festa di Pessach è innanzi tutto il pozzo e la sorgente di ogni liberazione. È in questo giorno che possiamo ri-sperimentare il principio della manifestazione di Dio e la creazione del popolo ebraico come nazione libera.

” Tutte le altre feste hanno il loro punto di partenza nella Pasqua. La libertà ottenuta attraverso l’esodo è sviluppata a Shavuoth (Pentecoste) attraverso il dono della Torah e trova la sua espressione finale a Sukkoth quando l’ebreo, costruendo una capanna di frasche, esce da questo mondo temporale e si trasferisce nella Sukkah, che rappresenta le ali della Shekinah (l’Emmanuele, Dio con noi) “20.

La Pasqua segna l’inizio del regno di Dio su Israele, e la sua celebrazione porta con sé un frutto meraviglioso: ” Che tu ricordi il giorno in cui sei uscito dal paese d’Egitto per tutti i giorni della tua Vita 21.

L’influsso della Pasqua perdura per tutto l’anno come fondamento di tutti i comandamenti, e per questo uno deve osservare i comandamenti per la Pasqua con totale dedizione “22.

I tre segni principali: Agnello Matzah e Maror

pesach.gif (9223 byte) Tutto il Seder pasquale gira da sempre attorno ai tre comandamenti che segnarono la prima notte di Pasqua in Egitto: l’agnello pasquale,
la matzah e
il maror (le ” erbe amare “).

Ora come allora, questi comandamenti ” Obiettivi ” (non si tratta di comandamenti morali o divieti, ma di fatti da preparare, da proclamare, da indicare ben visibilmente e da mangiare) formano il nucleo del Seder pasquale. Certo, si sarebbe potuto concepire una celebrazione basata unicamente sul racconto degli eventi, ma l’uomo è plasmato dalle proprie azioni più che da idee, speculazioni filosofiche e ideologie.

Perché Pessach sia un’esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un’azione concreta: l’obbedienza ai precetti pasquali.

I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall’Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede – infatti stavano per varcare la quarantanovesima e ultima porta della degradazione, dopo la quale neanche Dio poteva più intervenire – e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e ” stupida ” obbedienza alla parola di un altro, Mosè 23, che parlava a nome di Dio.

Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto.

Ora capiamo perché la Haggadah vieta di dire: ” Per quello che il Signore ha fatto per me “, se l’agnello (dopo la distruzione del tempio e la cessazione dei sacrifici, significato da un osso di gallina o di agnello), la matzah e le erbe amare (maror) non sono esposti sulla mensa.

La matzah è oggi il segno più importante e unisce l’esilio alla redenzione.

Da un lato è lechem oni, il pane dell’umiliazione e della povertà, che in Egitto veniva mangiato dagli schiavi, i quali non potevano aspirare a un pane migliore 24; dall’altro è il segno della libertà, perché quando scoccò l’ora della liberazione, tutto si svolse con tale rapidità che gli ebrei non ebbero neppure il tempo di far lievitare il pane e uscirono con le loro provviste di pane azzimo non cotto. La caratteristica principale della matzah è l’assenza di ogni lievito; il lievito fa crescere la pasta e le dà gusto ed è perciò il segno dell’autoaffermazione, dell’oppressione e del peccato. Come schiavi del faraone, gli ebrei, se desideravano la liberazione, non avevano altra scelta che umiliarsi e sottomettersi a Dio.

Preparazione delle Matzoth

Il frumento per le matzoth viene macinato almeno quattro settimane prima di Pessach.

Per evitare ogni lievitazione, non deve essere vecchio, né deve aver avuto contatto con la minima goccia d’acqua. Il mulino nel quale viene macinato deve servire solo per il frumento destinato alla cottura delle matzoth; la pietra del mulino deve essere ogni anno nuovamente levigata, l’imbuto sopra la pietra va acquistato nuovo ogni anno, così i contenitori, i sacchi e tutto ciò che occorre per la conservazione, la macinazione, la cottura e la consumazione delle matzoth. Tutto questo processo viene fatto sotto la stretta sorveglianza di uomini pii e dotti.

La stessa acqua che serve per impastare le matzoth dev’essere acqua pura di fontana o di sorgente e, prima di usarla, tra il tramonto e l’alba – la confezione delle matzoth deve avvenire di preferenza di notte, per evitare ogni calore, agente di lievitazione – deve essere attinta con un mestolo nuovo, passata attraverso un panno nuovo e versata in un altro recipiente che serve unicamente per l’impasto delle matzoth. Se si impasta la matzah di giorno, si deve badare che nessun raggio di sole tocchi il tavolo, la farina, l’acqua o l’impasto. Mentre si impastano le matzoth non ci si deve fermare neanche un momento.

Pessach nel Santo Tempio – il sacrificio dell’Agnello

A Pessach ogni ebreo doveva offrire il sacrificio pasquale nel Tempio di Gerusalemme. Così, tra le grandi feste di pellegrinaggio a Gerusalemme, Pessach, Shavuoth e Sukkoth, Pessach era quella che attirava il più grande numero di pellegrini. Centinaia di migliaia di ebrei venivano da tutti gli angoli della terra di Israele per radunarsi in quella occasione.

Il Talmud racconta:
Un mese prima di Pessach si riparavano tutte le strade che conducevano a Gerusalemme e si riempivano tutte le cisterne e i pozzi lungo il cammino per garantire ai pellegrini l’acqua necessaria durante il loro viaggio verso la città santa.

Gerusalemme stessa si preparava febbrilmente per ricevere il popolo che affluiva. I pellegrini si contavano per centinaio di migliaia ma, cosa stupefacente, c’era posto per tutti nella città e mai qualcuno ebbe a lamentarsi di non aver trovato un buon alloggio. La gioia e l’entusiasmo del popolo non conoscevano limiti.

Il sacrificio dell’agnello pasquale, l’evento più solenne della festa, avveniva durante il pomeriggio della vigilia di Pessach.

Ogni famiglia numerosa aveva preparato un agnello, che sorvegliava attentamente durante diversi giorni, affinché nessun incidente lo rendesse improprio al sacrificio. Le famiglie più piccole si organizzavano in comunità di famiglie per offrire il sacrificio comune, poiché la Pasqua prescrive che tutta la carne dell’agnello deve essere consumata durante la notte di Pessach. Le comunità familiari e quelle spirituali (chaburot) erano migliaia ma, nonostante il loro numero, tutti riuscivano a offrire il sacrificio pasquale in quel pomeriggio (cfr. Mc 14,12).

Il sacrificio si svolgeva così: la moltitudine dei fedeli veniva divisa in tre gruppi, ammessi successivamente nel grande cortile del tempio.Dopo l’entrata del primo gruppo, le pesanti porte venivano chiuse. Tre suoni di tromba annunciavano l’inizio dei sacrifici. I sacerdoti, muniti di bacini d’oro e d’argento, si disponevano in diverse file che si dirigevano all’altare, i sacerdoti muniti di bacini d’oro in file distinte da quelle dei sacerdoti muniti di bacini d’argento. Immediatamente dopo lo scannamento dell’animale (shchitah), il sacerdote più vicino al sacrificio riceveva il sangue dall’israelita che aveva sacrificato accanto a lui e passava il bacino al sacerdote sul gradino superiore e così via fino all’altare sul quale veniva versato il sangue. I bacini avevano una forma particolare: erano stretti in basso, in modo che non potevano essere posati per terra senza rovesciarsi. I sacerdoti dovevano perciò passarli di mano in mano, senza versare una goccia di sangue. Bisognava fare presto per evitare il coagularsi del sangue. La destrezza e la velocità dei sacerdoti erano uno spettacolo stupendo. Dopo che il sangue veniva sparso sull’altare, alcune parti dei sacrifici (il grasso e le viscere) venivano bruciate sull’altare.

Appena il primo gruppo aveva terminato, veniva ammesso per il sacrificio il secondo e, finalmente, il terzo.

Durante i sacrifici, tutti i fedeli, diretti dai leviti, cantavano salmi di lode. Poi si arrostivano gli agnelli pasquali, come prescrive la Torah (TalmudB Pessachim 64a).

Quando giungeva la notte, ogni comunità di famiglie che aveva offerto il comune sacrificio si radunava in casa per celebrare il Seder secondo un rito peraltro molto simile a quello che celebriamo adesso. Avendo partecipato nel tempio al sacrificio stesso, non mettevano sul piatto del Seder l’osso disossato che ricorda oggi la mancanza del sacrificio a causa della distruzione del tempio, ma disponevano sulla mensa la carne arrostita dell’agnello sacrificato.

Si celebrava allora il Seder con i quattro segni sacramentali principali: agnello, matzah, maror e le quattro coppe di vino. Gli altri simboli (uovo, Charoset, lattuga) furono aggiunti dopo la distruzione del tempio.

Che gioia regnava in quei giorni a Gerusalemme! Molti gentili venivano da ogni parte del mondo per assistere alla meravigliosa celebrazione della Pessach nella città santa (Gv 12,20; At 2,5-11).

Nei nostri giorni, celebrando il Seder nell’esilio e ricordandoci di quei giorni gloriosi, quando il tempio si ergeva ancora in tutto il suo splendore, proclamiamo: ” Quest’anno qui (nell’esilio), ma desideriamo celebrare Pessach l’anno prossimo nel tempio, a Gerusalemme! ” Concludiamo infatti il Seder con le parole: ” L’anno prossimo a Gerusalemme! ”

Il Seder può iniziare

Quando, la prima sera di Pessach, gli uomini tornano dalla Sinagoga, appena entrati in casa, sono avvolti dall’atmosfera calda e unica di quella festa.

La madre pronuncia la benedizione sulla luce. In mezzo alla stanza migliore brilla la mensa, coperta da una tovaglia bianca e ricamata, apparecchiata con i segni pasquali. La stanza è illuminata il più possibile, e anche il capofamiglia ” brilla ” vestito del suo kittel bianco, nel quale un giorno verrà rivestito da altri, in attesa di presentarsi al suo Dio per la risurrezione e il giudizio universale. Indossa la kippah di seta bianca ed è cinto di una corda bianca, come lo furono i nostri padri in Egitto, pronti ad essere guidati dall’inviato di Dio, Mosè, dalla schiavitù alla libertà.

Pieni di stupore e meraviglia, i bambini contemplano la mensa e tutti i segni particolari che caratterizzano questa notte. Davanti ad ognuno dei commensali è posta una Haggadah di Pasqua ed una coppa.

Durante il Seder quattro coppe di vino berrà ognuno, piccolo o grande, ricco o povero, uomo o donna. Anche il vino è stato preparato con la stessa cura prestata alle matzoth. Ogni volta che si beve alla coppa – e si berrà almeno quattro volte – la coppa deve essere vuotata. Si beve con la destra, appoggiati sul fianco sinistro, come banchettavano gli uomini liberi al tempo dei Romani.

Come un grande ” mistero “, il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati.

Vi sono poste tre matzoth, ognuna separata dall’altra da una tovaglia di lino. Sul piatto sono posti la lattuga, frutto della terra, il maror, l’erba amara, il charoset, un dolce in forma di mattone, un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato.

Raccontare l’Esodo

” …Perché tu possa raccontare nelle orecchie di tuo figlio e di tuo nipote quello che ho operato in Egitto, i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così conoscerete che io sono il Signore25

I segni dell’agnello, della matzah e delle erbe amare sono la base per il racconto dell’Esodo. I rabbini leggono le parole “pane dell’umiliazione” anche come “pane sopra il quale si dicono molte cose”26.

La matzath e il maror devono essere ben visibili sulla mensa, ma prima di mangiarli, l’ebreo deve parlare dell’uscita dall’Egitto.

La stessa parola ” Pessach ” è stata intepretata dai rabbini: pe sach = ” la bocca parla “, sottolineando l’importanza di esprimere l’evento in parole. Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l’unità tra il fatto e l’articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell’assemblea gli antichi prodigi.

Il comando di parlare della liberazione dall’Egitto implica il racconto di tutti quegli eventi nella loro unicità miracolosa.

Ma perché proprio quelli e non altri interventi di Dio, come, per esempio, il dono della Torah sul Sinai o la conquista della Terra Promessa?

Perché l’esodo è il fondamento di tutto. perché l’esodo è una nuova creazione, l’inizio della storia di Israele come popolo di Dio attraverso l’intervento amoroso e totalmente gratuito di Dio nella storia dell’umanità; l’esodo è la manifestazione della regalità di Dio su tutte le nazioni.

Attraverso questa redenzione fu rivelato a Israele e a tutti i popoli che solo a Dio appartengono il regno, il potere e la gloria in cielo e in terra.

Il faraone, all’apice del suo dominio sull’impero più civilizzato del suo tempo, fece una domanda che risuona fino ad oggi nella storia dei popoli e di ogni individuo: – Chi è perché io debba ascoltare la sua voce? ” 27.

Dice il Ramban: ” Gli eventi e le circostanze dell’esodo sono una parola eterna per ogni faraone e per tutta l’umanità: “lo sono, il Signore, in mezzo alla terra, non un Dio astratto, che abita in un cielo distante, ma mia è la terra 28 e ne posso disporre secondo la mia volontà”. Dio, sposando sul Sinai il popolo che si è riscattato, dice di se stesso: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dèi di fronte a me29.

” Nell’evento liberatore dell’Egitto, Dio si è manifestato come l’unico vero sposo “30.

Per questo l’ebreo deve parlare di ognuno degli eventi dell’esodo fin nei più minuti dettagli ed entrare nei loro significati storici e spirituali per poterli sperimentare nella propria esistenza. Questi eventi sono il fondamento e il presupposto di tutta la sua storia.

Finché gli uomini rifiuteranno di riconoscere la fragilità del proprio potere e i limiti di ogni loro impresa, il racconto dell’esodo ricorderà sempre che l’uomo è argilla nelle mani del suo Creatore e che la sua vita dipende da Dio. Per questo l’Aggadah di Pasqua insiste che ” più uno parla dell’esodo dall’Egitto, più è meritevole di lode “.

Domanda e risposta

Dobbiamo porre l’attenzione su un altro aspetto unico che caratterizza il Seder pasquale: il dovere di parlare dell’esodo deve compiersi attraverso domande e risposte tra il padre e i figli.

” Quando tuo figlio domani ti domanderà: “Che significa ciò?” tu gli risponderai: “Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire… “31.

Perché questa insistenza sulla formulazione di domande? Solo colui che veramente si pone delle domande sarà interessato alla risposta.

Esiste una domanda fondamentale che ognuno si deve fare ogni volta che ascolta la Parola di Dio: ” Che cosa mi dice con questa Parola il Signore? “.

La notte di Pessach è una meravigliosa occasione per porsi questa domanda e il fatto di porla al proprio padre è un mezzo per risvegliare la coscienza dei figli e di tutti i presenti32.

Celebrare il Seder nella cerchia familiare è l’esperienza dell’Egitto, quando gli Israeliti si radunarono nelle loro case attorno a ” un agnello per ogni famiglia, uno per ogni casa ” 33. Lo stesso modo di celebrare è già una dimostrazione di libertà. Come schiavi non potevano vivere una normale vita familiare e ora potevano radunarsi nella propria casa, mentre fuori si compiva il giudizio di Dio sull’Egitto. Gli schiavi non conoscono una relazione padre-figlio, i figli di uno schiavo non gli appartengono.

Ma c’è di più. l’esodo è l’evento in cui Dio Padre si scelse una famiglia 34. La liberazione dall’Egitto segna la nascita degli ebrei come nazione, unita da un legame particolare dei figli con il padre. ” Israele è il mio primogenito “35

investito da lui di una missione particolare e benedetto con l’indistruttibilità.

” Così come Dio al principio creò dal nulla mondo perfetto, così ha creato dal nulla la sua esistenza il suo popolo. Israele non è frutto di un processo evolutivo, come avviene per tutti i popoli, ma creazione di Dio, che sfida ogni legge della natura e della storia “36.

Dice rabbi Samson Rafael Hirsch: ” Fu introdotta una nazione in mezzo a tutte le altre, che doveva dimostrare con la sua vita e il suo destino che Dio è l’unico fondamento della vita e che il vero senso della vita è il compimento della volontà di Dio. La Torah è l’unico legame che unisce questo popolo. Dio dovette dunque scegliere un popolo, al quale mancava tutto quello sul quale l’umanità costruisce la propria grandezza e il proprio potere… Per questo fu tolto alla famiglia di Giacobbe tutto ciò che fa di un popolo un popolo e di un uomo un uomo: la terra, la dignità, la libertà, infine la vita familiare. Doveva diventare popolo attraverso l’esodo in modo del tutto nuovo, dalle stesse mani di Dio “37.

La Pasqua, quindi, è il natale del popolo ebraico. Ora si capisce perché Israele conta i mesi dell’anno cominciando dal mese di Nissan. Questo spiega anche una differenza sostanziale tra la celebrazione della Pasqua e la celebrazione di tutti gli altri grandiosi eventi della storia ebraica. In nessun’altra occasione l’ebreo è tenuto con un comandamento esplicito a raccontare i prodigi operati da Dio. In nessun’altra festa la Torah chiede una preparazione così meticolosa e segni così particolari ed evidenti da osservare rigorosamente.

” È Pessach che ha operato la nascita di Israele; perciò le leggi per la conversione al giudaismo sono derivate dagli eventi dell’esodo. È da allora che esistono ebrei. Per questo i segni che iniziano alla comprensione di Pessach e parlano dell’evento pasquale devono essere assolutamente chiari e non si può tollerare la minima impurità “38.

La notte del Seder viene celebrata in famiglia, perché la continuità di una nazione ha le radici naturali nella famiglia. Se comprendiamo questo, comprendiamo anche il comando di riunirsi per famiglie in Egitto che dura fino ad oggi. Fino alla venuta del Messia la famiglia o la comunità ebraica si radunerà la notte per il Seder. Notte in cui, ogni anno, un padre deve nuovamente parlare ai figli, per renderli pienamente coscienti delle loro origini e per aggiungere un nuovo anello alla ininterrotta catena della tradizione.

I figli fanno l’esperienza degli eventi della Pasqua in un ambiente che li colpisce, perché raccontare quello che si è sperimentato lungo tutta la storia non è il racconto di una leggenda ma la testimonianza di un fatto storico esperienza di tutto un popolo.

padre non parla ai figli come un individuo privato, debole e mortale, ma come il rappresentante di una nazione che parla con autorità. I presenti sono testimoni che trasmettono la fede di Israele ai loro figli.

Nella notte di Pasqua l’ebreo sfida le forze della ” normalità “, rappresentate dalle nazioni del mondo e, per poter fare questo, Dio lo ha creato indistruttibile. Come popolo di Dio deve dimostrare al mondo che la normalità non è altro che un’illusione e che ” l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio “39.

Dalla schiavitù alla libertà

” … E ti celebreremo per il nostro riscatto e la redenzione della nostra anima ” (Haggadah).

Trasmettendo il messaggio di Pasqua ai suoi figli, il padre segue anche un’altra indicazione della tradizione: ” Cominci con la parte umiliante della nostra storia e concludi con quella gloriosa “.

Anche questo aiuta a sperimentare la liberazione dall’Egitto. Senza alienarsi, l’uomo deve avvertire e riconoscere i propri limiti e le proprie schiavitù in tutta la loro concretezza. Solo così può realmente apprezzare con gratitudine la propria liberazione e prendere a cuore i suoi insegnamenti.

Per questo, i segni del Seder esprimono sia schiavitù sia libertà e ci aiutano a uscire dal- le nostre proiezioni e a entrare nella nostra vera storia. Entrando in essa con Dio possiamo uscire dall’Egitto verso la libertà.

” I bambini che osservano tutto quello che succede in questa notte sono aiutati dai segni a domandare: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?”. Vedono, palpano e gustano la schiavitù attraverso le erbe amare e il pane dell’afflizione e gustano la libertà bevendo dalle quattro coppe della salvezza e mangiando appoggiati sul gomito. Alle loro domande il padre risponde che in questa notte sperimentiamo i due estremi: schiavitù e libertà “40.

Ma qual è il significato di questa schiavitù e di questa libertà? Si tratta solo di una liberazione politica o essa ha un significato più profondo? Su questo la Haggadah ci riferisce due opinioni: Rav ritiene che il racconto debba iniziare partendo dalla schiavitù d’Egitto 41. Shmuel invece lo fa iniziare dalle origini, dalla schiavitù dell’idolatria del clan di Abramo e le accetta entrambe. Prima si risponde: ” Siamo stati schiavi in Egitto “, poi si approfondisce andando indietro nella storia fino alle origini: ” In principio i nostri padri erano adoratoti di idoli ” 42.

Questo sottolinea due aspetti dell’esperienza storica di Israele. Da un punto di vista puramente socio-politico si fa presente la schiavitù fisica e la liberazione. Ma perché essere grati a Dio per questa liberazione se è lui stesso che l’ha decretata 43 e vi ha sottoposto Israele?

Questa domanda riceve risposta se si guarda alla schiavitù d’Egitto sotto una prospettiva più profonda e spirituale. Dalle origini Israele, come tutti gli altri popoli, fu schiavo della paura della morte e dell’egoismo, la forma più profonda e distruttrice della schiavitù. Dominato dalla paura della morte, Israele non poteva diventare il popolo di Dio, l’araldo del suo messaggio liberatore al mondo.

” Solo buttato nella fornace d’Egitto ed essendone tratto fuori miracolosamente (“Vi ha fatto uscire dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, perché foste un popolo che gli appartenesse, come siete oggi”)44 Israele poté essere illuminato e condotto a vette spirituali che lo liberarono dalla schiavitù originale dello spirito “45.

La Haggadah parla, quindi, di una duplice schiavitù e Maimonide, dando indicazioni al maestro del Seder, le riassume così: ” Il padre deve cominciare col raccontare che in principio, ai tempi di Terach e prima di lui, i nostri antenati erano idolatri che andavano dietro a vanità e si sviavano dietro agli idoli e deve terminare con la vera fede, cioè che Dio ci ha portati vicino a sé, ci ha separati da tutti gli altri e ci ha condotti a riconoscere la sua unicità. Allo stesso modo il padre cominci spiegando che fummo schiavi del faraone in Egitto, raccontando tutto il male che egli ci fece e terminando con i miracoli e le meraviglie che Dio operò per noi e per la nostra liberazione “.

Le quattro coppe, le quattro notti…

” Nella notte di Pasqua tutto quello che avvenne in Egitto si rinnova e risorge. E questo affretta l’ultima redenzione “46 .

Mentre Dio entra in comunione con Israele attraverso i segni della schiavitù (la matzah spezzata e il maror) che egli ha assunto (” Sarò con lui nell’oppressione, lo libererò e lo glorificherò “) 47, Israele entra in comunione con Dio attraverso i segni della libertà e del regno di Dio: la seconda e terza matzah della provvidenza nel deserto e le quattro coppe.

Perché quattro coppe? Perché la salvezza, lungo la storia della salvezza, si è manifestata attraverso molte salvezze. Per questo il Salmi dice: ” Alzerò la coppa delle salvezze (kos ye shuoth) e griderò il nome del Signore “48.

Tra le innumerevoli salvezze operate da Dio ce ne sono però quattro fondamentali dalle quali derivano tutte le altre.

Il documento pasquale più antico che ne parla è il Targum Onkelos a Es 12,42:

(Nella traduzione dall’Aramaico di P. Giovanni Odasso):

” Notte di veglia fu questa per il Signore, per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.Notte predestinata e preparata per la redenzione nel nome del Signore,  al tempo della liberazione dei figli di Israele, redenti dalla terra d’Egitto.

” In realtà, quattro notti sono scritte nel libro dei memoriali.

” La prima notte quando il Signore si manifestò sul mondo per crearlo: “Il mondo era deserto e vuoto e la tenebra si estendeva sulla superficie dell’abisso, ma il Verbo del Signore era la luce e illuminava. Ed egli la chiamò: notte prima49 .

La seconda notte quando Il Signore si manifestò ad Abramo dell’età di cento anni, mentre Sara sua moglie, aveva novanta anni, affinché si compisse ciò che dice la Scrittura: “Certo Abramo genera all’età di cento anni e Sara partorisce all’età di novant’anni” 50. Isacco aveva trentasette anni quando fu offerto sull’altare. I cieli si abbassarono e discesero e Isacco ne contemplò le perfezioni e i suoi occhi rimasero abbagliati per le loro perfezioni. Ed egli la chiamò: notte seconda51.

” La terza notte quando il Signore si manifestò contro gli egiziani durante la notte: la sua mano uccideva i primogeniti d’Egitto e la sua destra proteggeva i primogeniti di Israele per compiere la parola della Scrittura: “Israele è il mio primogenito” 52. Ed egli la chiamò: notte terza53 .

” La quarta notte quando il mondo giungerà alla sua fine per essere redento. Le sbarre di ferro saranno spezzate e le generazioni degli empi saranno distrutte. E Mosè salirà dal deserto e il re messia dall’alto: l’uno camminerà alla testa del gregge e l’ altro camminerà alla testa del gregge e il suo Verbo camminerà in mezzo a loro ed essi cammineranno insieme54.

” È la notte di Pasqua nel nome del Signore notte predestinata e preparata per la redenzione di tutti gli Israeliti in ogni loro generazione.”
__________________________

Raccontare il cammino dalla schiavitù alla libertà suscita riconoscenza a Dio, lode e benedizione per tutto quello che egli ha compiuto. Israele alza le quattro coppe, cantando l’Hallel 55, e così si fanno rivivere i canti di lode che gli ebrei cantavano uscendo dall’Egitto.

La Redenzione futura

Questo cammino di liberazione, che ha avuto inizio con la fede di Abramo, ha raggiunto il suo termine? Guardiamoci intorno, guardiamo in noi stessi, e la risposta sarà chiaramente: no!

E così nella notte di Pasqua Israele gioisce per l’alba della liberazione dall’Egitto e per l’amore liberatore di Dio nella sua storia, alzando lo sguardo verso l’ultima e piena redenzione che deve ancora venire. Questa è la speranza, l’attesa di questa notte: la certezza che, rivivendo gli eventi dell’esodo e consacrandosi nuovamente al Signore, che allora si manifestò come fonte di ogni libertà, si apriranno, oggi, le sorgenti della salvezza e metteranno in movimento le acque che aprirono per far passare Israele attraverso mare della morte. Vicina è la notte della liberazione definitiva!

Iella notte di Pasqua, Israele volge lo ardo verso due eventi: la liberazione dall’Egitto e la redenzione definitiva. Quando Dio ò a Mosè dal roveto ardente, gli disse: ” Io sarò colui che sono ” 56. Il Midrash spiega questo come una promessa: ” lo sarò con loro in questo tempo di sofferenza, come sarò con loro quando saranno schiavi di altri poteri “.

La stessa promessa la fa il profeta Michea: ” Proprio come quando uscisti dall’Egitto ti mostrerò cose prodigiose57. Ma la redenzione che aspetta non sarà una semplice conseguenza dell’esodo: l’esodo è preludio della redenzione finale e messianica. Per questo il Talmud dice che quando il Messia verrà, l’uscita dall’ Egitto passerà in secondo piano”58.

Nella liberazione dall’Egitto in quella remota .notte di Pasqua si trova il seme di ogni salvezza futura.

Israele esprime questi due Poli (Esodo e attesa del Messia) che animano tutta la notte con il canto dell’Hallel, che è diviso in due parti.

I primi due salmi, che si riferiscono direttamente all’uscita dall’Egitto, vengono cantati prima del pasto e segnano la fine del racconto dell’esodo; gli altri salmi, tutti rivolti alla lode di Dio, sono cantati dopo il pasto, quando Israele guarda al futuro, alla redenzione che viene al Messia, con in bocca ancora il gusto della matzah conservata e nascosta, dell’afikoman, segno della liberazione definitiva. Il Seder, inteso così, si divide in due parti: dal Qiddush al pasto fa memoriale del passato, attualizzandolo; dal pasto fino alla fine del Seder guarda al futuro invocando la venuta del Messia:

Maran atha! Vieni, Signore!


NOTE

1. Così anche la Pasqua cristiana

2. Rabbi E. Dessler; Mikhtav mi Eliahu

3. La festa del dono della Torah, celebrata sette settimane dopo Pessach, che corrisponde alla
Pentecoste cristiana

4. Derekh hashem di rabbi Moshe Chaim Luzzato (il Ramchal), Padova 1707 – Akko 1747

5. Sfath Emeth, di rabbi Jehudah Arye Leib Alter di Ger (1847 – 1903)

6. Ct 2,10-11. Molti chassidim terminano il Seder cantando, fino all’alba il Cantico dei Cantici

7. Yitzaq Luria (Safed 1534 -1572)

8. bTalm. Pessachim 116b

9. Maharal, rabbi yehudah Loeve di Praga (poznan 1528-1609), I pozzi dell’esilio

10. Sefer Hachinuch, attribuito a rabbi Aharon ha-Levi (il Reach 1235-1300)

11. Cfr. Es 12,1-28; 19, 1-15; Am 4,12

12. Cfr. 1Cor 5,6 ss.

13. Amaleq, Cfr. Es 17,14-16

14. Cfr. Prv 6,23

15. bTalm. Pessachim

16. Prv 20, 27

17. 2Re 23, 22-24

18. Ramdam (Maimonide, Cordova 1135 – Cairo 1204). Commento a Dt  5,15

19. Sal 111,4. Questo salmo viene cantato duranto lo Hallel del Seder

20. Affermazione del Maharal, rabbi Yehudah Loeve di Praga (Poznan 1528-1609), nella sua opera
I pozzi dell’esilio

21. Dt 16,3

22. Zohar

23. La stoltezza della predicazione

24. Per questo il pane è schiacciasto, insipido, non si gonfia, significando una vita senza gusto. La
matzah, fatta a mano, è rotonda, a singnificare il cerchio della schiavitù nel quale gli ebrei erano
rinchiusi senza via d’uscita

25. Es 10,42

26. La parola oni = umiliazione, può intendresi anche “rispondere, parlare”

27. Es 5,2

28. Lv 25,33

29. Es 20,2-3

30. Nachmanide (Rambam, Gerona 1194 -Palestina 1270)

31. Es 13,14

32. È commovente incontrare lo stesso schema di domanda e risposta nei capitoli 13-17 del
vangelo di Giovanni. In Giovanni il clima della Cena Pasquale non viene evocato, come nei
sinottici, da un racconto succinto del Seder pasquale, ma proprio attraverso questo fiducioso
rapporto di domanda e risposta tra padre e figli che è tipico del Seder

33. Es 12, 3-4

34. Cfr. Sal 68,6-7

35. Es 4,22

36. Maharal, I pozzi dell’esilio

37. Samson Rafael Hirsch (1808-1888), Commento alla Torah

38. Maimonide

39. Dt 8,3

40. Abarbanel

41. Cfr. Dt 6,21

42. Cfr. Gs 24,2

43. Cfr. Gn 15,13

44. Dt 6,21

45. Maggid di Dubno (Setil 1741 – Dubno 1804)

46. Moshe Chaim Luzzato

47. Sal 91,15

48. Sal 116,13

49. Qiddush (prima coppa; cfr. Lc 22,14-18)

50. Targum a Gn 18,12

51. Seconda coppa

52. Es 4,22

53. Terza coppa (cfr. Lc 22.19-20: l’esodo dall’Egitto si compie nell’esodo di Gesù)

54. Manca testo. Si può però immaginare Mosè da un lato, Elia dall’altro e il Messia (la Parola) tra i
due (cfr Lc 9, 30-31)

55. Lo Hallel, Salmi 113-118 e Salmo 136: “Il grande Hallel

56. Es 3,14

57. Mi 7,15

58. bTalmud Berachot 12b


Nel nome dell’ACEC

Posted by marilena marino On marzo - 25 - 2010 ADD COMMENTS
da Cinematografo.it
Associazione Cattolica Esercenti e Cei per la rassegna “Dio oggi”: dal 1° aprile al 15 giugno, cinema, teatro, concerti e incontri

L’Associazione Cattolica Esercenti Cinema – in collaborazione con il Progetto Culturale della Cei e il Ministero per il Beni e le Attività Culturali – annuncia l’apertura della rassegna nazionale “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto”. Dal 1° aprile al 15 giugno, la manifestazione coinvolge 50 sale della comunità in tutta Italia (molte delle quali digitalizzate) con film, spettacoli teatrali, concerti e tavole rotonde intorno all’interrogativo sull’esistenza di Dio.
Per il sesto anno consecutivo, Acec e Cei si impegnano ad offrire, attraverso l’intrattenimento culturale, spunti di riflessione sui grandi temi della vita: dopo infanzia, multiculturalità, festa, ecologia e viaggio come cammino di crescita interiore, l’attenzione va ora alla ricerca dell’Assoluto.
“Le grandi domande sul senso della vita, sul bene e sul male, sul dolore e sulla morte, da sempre oggetto di riflessione tanto dei filosofi quanto dell’uomo comune, presuppongono una domanda ancora più grande su Dio – spiega il segretario generale dell’Acec, Francesco Giraldo – Ma come cercare Dio: con la ragione o con la fede? Quanto la fede è frutto del Suo intervento e quanto il risultato di una nostra ricerca? Che cosa vuol dire credere? Sono solo alcune delle questioni a cui l’iniziativa “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto” tenterà di dare una risposta”.
Fra i titoli in rassegna: Il decalogo (1988) di Krisztof Kieslowsky, Così lontano così vicino (1993) di Wim Wenders, Il grande silenzio (2005) di Philip Groning, In memoria di me (2006) di Saverio Costanzo, Lourdes (2009) di Jessica Hausner. E molti altri, con un occhio di riguardo ad autori quali Ermanno Olmi, Robert Bresson, Ingmar Bergman, Roberto Rossellini, mentre, per quel che riguarda il teatro, molti degli spettacoli sono quelli presentati lo scorso anno a Lucca all’interno della rassegna dei Teatri del Sacro.

Le Sale della Comunità partecipanti:

• CALABRIA: Bova Marina (RC), Don Bosco • CAMPANIA: Nocera Inferiore (SA), S.Domenico Savio • EMILIA ROMAGNA: Bologna, Antoniano • Castel Bolognese (RA), Moderno • Cervia (RA), Ulrico Sarti • Faenza (RA), Europa • Ferrara, S.Spirito • Rubiera (RE), Excelsior • LAZIO: Roma, Don Bosco • LIGURIA: Genova, Don Bosco • Sarzana (SP), Italia • LOMBARDIA: Bienno (BS), S.Giovanni Bosco • Castiglione delle Stiviere (MN) Supercinema • Concorezzo (MB), S.Luigi • Grumello Del Monte (BG), Aurora • Lodi Vecchio (LO), Aurora • Magenta (MI), Nuovo • Magnago (MI), S.Michele • Menaggio (CO), Cinelario • Milano, Rosetum • Mozzo (BG), Agorà • Nave (BS), S.Costanzo • Osnago (LC), Sironi • Provaglio D’Iseo (BS), Pax • Suisio (BG), Nuova Alba • Visano (BS), S.Tarcisio • MARCHE: Falconara Marittima (AN), Excelsior • Pesaro (PU), Solaris • PIEMONTE: Arona (NO), S.Carlo • Cuneo, Don Bosco • Mezzana Mortigliengo (BI), Angelus • S.Damiano d’Asti (AT), Cristallo • PUGLIA: Bari, Il Piccolo Cinema • Bovino (FG), Pio XI • Lecce, Antonianum • SARDEGNA: Guspini (VS), Murgia • Nuoro, Le Grazie • SICILIA: Alcamo (TP), Giovanni Paolo II • Pantelleria (TP), S.Gaetano • TOSCANA: Firenze, Sala Esse • UMBRIA: Gualdo Tadino (PG), Don Bosco • Perugia, Zenith • VENETO: Grezzana (VR), Valpantena • Legnago (VR), Salus • Mogliano Veneto (TV), Busan • Piove Di Sacco (PD), Marconi • Robegano (VE), Oratorio • Valdobbiadene (TV), Nicolò Boccasino • Verona, S.Massimo • Vicenza, Leone XIII

San Pietro: platea sotto il colonnato

Posted by Giuseppe Delprete On marzo - 24 - 2010 ADD COMMENTS

A fondamento del braccio sud del colonnato di san Pietro c’è una platea. Bernini stesso decise di realizzarla come base delle colonne, in modo da evitare cedimenti. Anni prima l’architetto aveva pensato di delimitare la cupola michelangiolesca con due campanili, ma il cedimento delle fondamenta gli aveva impedito di procedere con la costruzione. Non è escluso, quindi, che fu proprio il terreno “insidioso” a spingerlo a una simile soluzione. A render noto il tutto è stato il restauro che coinvolge l’intera piazza, dal colonnato alla balaustra, dagli stemmi alle statue, dall’obelisco centrale alle “fontane gemelle”. Un cantiere  messo in piedi da Italiana Costruzioni e Fratelli Navarra per il Governatorato vaticano. Ma la scelta della piastra di fondazione non è l’unico “segreto” che la Basilica conserva. Da documenti inediti, infatti, è emerso che durante la fase berniniana i due bracci rettilinei avevano una coloritura originaria diversa da quella bicroma attuale. Per quanto riguarda la costruzione della copertura del Colonnato, invece, la fase preliminare che ha preceduto l’avvio del cantiere vero e proprio ha manifestato un complesso sviluppo esecutivo, composto di tre passaggi successivi. “L’indagine si è dedicata agli aspetti legati alle molteplici vicende del cantiere beniniano, cercando di dare risalto ad aspetti fin qui sfuggiti o poco evidenziati, affinché potessero costituire un aiuto anche alle procedure del restauro in corso”, ha affermato il consulente del cantiere Sandro Benedetti, già autore del restauro della facciata della basilica, presentando il lavoro al Salone del restauro di Ferrara. L’intervento, partito quasi un anno fa, finora ha già completato il 30 per cento del lavoro e ha una spesa prevista fino a 20 milioni di euro. Copertura finanziaria che sarà garantita per intero da sponsor privati come Enel, Wind, Telecom, Assitalia ed Eni, che già da tempo hanno istallato i loro poster promozionali all’interno della piazza.

Un’Ultima Cena sempre più ricca (e a rischio obesità)

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 24 - 2010 1 COMMENT

Cosa c’è nel piatto dell’Ultima Cena? E, soprattutto, com’è cambiata l’alimentazione in questi ultimi duemila anni? Al curioso ed intrigante interrogativo a provato a dare una risposta un accurato studio pubblicato dal “Giornale internazionale dell’obesità”. Inutile dire che l’analisi di decine e decine di dipinti aventi come soggetto l’ultimo pasto consumato da Gesù e dai suoi discepoli ha evidenziato come le porzioni alimentari siano andate progressivamente aumentando nel corso degli anni e dei secoli. Ciò che colpisce è però la dimensione di tale aumento.

Mettendo a raffronto le dimensioni delle teste dei personaggi e quelle degli alimenti, infatti, i ricercatori hanno scoperto che le dimensioni del piatto principale sono aumentate del 69%, il piatto e il pane, dal canto loro, sono lievitati del 23%.  Altro elemento curioso è rappresentato da ciò che la tavola offre. Se il racconto evangelico fa riferimento solo a pane e vino, nel 18% dei casi tele evidenziano anche la presenza di pesce, nel 14% di agnello e addirittura nel 7% si riscontra la presenza di maiale, il cui consumo –va ricordato- è assolutamente vietato agli ebrei.

Il risultato di queste variazioni e di questo aumento di quantità è che invece di Ultima Cena sarebbe più opportuno parlare di Ultima Abbuffata.

(via SpiritualSeeds)

A Milano e Bergamo il sacro è in scena

Posted by Moreno Migliorati On marzo - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Presso il CRT di Milano ha preso il via I teatri del Sacro, un ciclo di nove spettacoli teatrali, frutto di un bando di concorso dedicato all’approfondimento del sacro e dell’esperienza spirituale e religiosa, con riferimento all’ispirazione cristiana, alla tradizione popolare e al dialogo interreligioso.
Si tratta di: In nome della madre, Le donne del Vangelo, Foch, Il Vangelo visto da un cieco, L’abbandono alla divina provvidenza, Scientia crucisEdith Stein, Oibò sono morto, Maria Nera, Ammaliata. Il progetto è realizzato in collaborazione con Federgat (Federazione Gruppi Attività Teatrali) ed è scaturito dalla consapevolezza delle interazioni sempre più diffuse e articolate che si sono sviluppate in questi ultimi anni tra il sacro e la scena. Un proliferare di iniziative che mette in luce l’attualità, per credenti e non credenti, degli interrogativi e degli stimoli creativi connessi, nei loro molteplici risvolti, alla questione della fede e dell’esperienza religiosa.

Sempre riguardo al teatro, è da segnalare che a Bergamo è in corso di svolgimento  (e lo sarà fino alla fine del prossimo mese di giugno) “DeSidera”, rassegna di teatro sacro del Centro culturale Nicolò Rezzara, una manifestazione estremamente interessante di cui è qui disponibile il pdf dell’intero programma. “L’attrattiva del vero e del bello è più forte – scrivono in un comunicato gli organizzatori – Non esiste abbruttimento dell’anima che non venga scalfito di colpo dal richiamo imperioso di un gesto gratuito di bellezza o da un’espressione libera di bontà. Questa è la sfida che accettiamo riproponendo testi classici o commissionando nuove scritture, ricercando nuovi spettacoli o riproponendo vecchie produzioni, chiamando attori collaudati o giovani compagnie”.

(via SpiritualSeeds)

EX CALCIATORE DELLA NOSTRA NAZIONALE, CAMPIONE D’ITALIA CON IL TORINO E GRANDE ESEMPIO DI SPORTIVITA’

Introduzione

Patrizio Sala è stato un calciatore della nostra Nazionale e ha partecipato al Campionato del mondo di calcio, svoltosi in Argentina nel 1978. Chi lo ha seguito nel percorso calcistico, ricorda la sua tenacia, la sua onestà, il mettersi sempre con grande determinazione a disposizione della squadra. Spesso, giustamente, si parla di tecnica, di tattica, ma si dovrebbe tenere in considerazione anche il gioco onesto, che, di frequente, fa la differenza tra una sconfitta e una vittoria. Gioca onestamente il calciatore che sa far parte della squadra, che passa la palla, anziché tenerla per vani esibizionismi, penalizzando i compagni.
Patrizio Sala è nato a Bellusco, paese della Brianza, nel 1955. Bellusco dista solo 12 Km da Monza, ma ancor prima di venir formato nel fantastico vivaio del Monza calcio, Patrizio Sala trovò proprio nella sua Bellusco una realtà sportiva molto propositiva nei confronti dei ragazzi: l’oratorio.

INTERVISTA

Breve premessa

E’ doveroso premettere che fa piacere ad un giornalista intervistare Patrizio Sala, perché si trovano in questo ex calciatore quei principi e quei valori sportivi, che conducono alla semplicità, all’autenticità, per cui si ha la certezza che non si sta parlando con uno dei tanti calciatori ed ex calciatori, che si sono messi su un piedistallo, ma con un vero appassionato di sport.

Quando hai iniziato ad essere attratto dal gioco del calcio, e perché hai preferito il calcio agli altri sport?

Da ragazzo frequentavo con entusiasmo l’oratorio del mio paese. Si potevano praticare tanti sport: pallavolo, pallacanestro, tennis e ovviamente anche il calcio. Io ho praticato tutti gli sport, però, già da

piccolino, sono rimasto affascinato dal calcio. Ci tengo a precisare che l’oratorio, il parroco, i suoi collaboratori erano dei punti di riferimento importantissimi per i ragazzini del paese non solo per quanto riguarda l’attività sportiva. All’oratorio si veniva educati alla vita. Ricordo che c’era un regolamento ben preciso, ci veniva data una tessera e se, durante la settimana, non frequentavamo l’oratorio, la domenica non potevamo giocare. Secondo me era un regolamento giusto, si deve aiutare il bambino a procedere, indicandogli delle linee di percorso.
Durante l’anno scolastico, dopo la mattinata trascorsa a scuola, si andava ogni giorno al campo ad allenarsi dalle 14 alle 17, poi subito a casa, a fare i compiti. D’estate, logicamente, avevamo molta più libertà per dedicarci al calcio.
Fino ai quindici anni ho giocato nella squadra del paese e, a quel punto la svolta: mi vennero proposti due provini, uno dal Monza calcio, l’altro dall’Atalanta. A sedici anni iniziai a giocare nella squadra allievi del Monza. A 18 anni ero in prima squadra, disputai due campionati: 1973/74, 1974/75, allora il Monza era in serie C.

Il Monza calcio ha lasciato in te dei bei ricordi?

Bellissimi. Gli allenatori del Monza si preoccupavano in modo particolare di sviluppare il talento di ogni singolo ragazzo. Ricordo con grande riconoscenza gli allenatori del settore giovanile: Pellizzoni, Canali, Rigamonti, da questi uomini ho appreso tanto e non solo dal punto di vista tecnico, a quell’epoca gli allenatori erano anche degli educatori. Nei due Campionati in cui ho giocato in prima , ho avuto come allenatori: David e Magni, rispettivamente nel 1973/74 e nel 1974/75.

Il primo vocabolo che ti viene in mente se dico Monza calcio.

Organizzazione. Inoltre, va sempre ricordato l’eccezionale vivaio che hanno avuto e che hanno tuttora, tanti giocatori, che abbiamo visto in Nazionale, possono dire:”Io ho iniziato a giocare al Monza calcio.”

Secondo te non è controproducente per il Monza continuare ad allenare calciatori per le altre squadre?

Il Monza dovrebbe tenere anche per sé i calciatori di talento del suo vivaio.

Nel 1975 un’altra svolta: da Monza a Torino.

Fu una bella soddisfazione poter giocare nel Torino, era il Campionato 1975/76, avevamo un allenatore di grande esperienza: Gigi Radice e nel 1976, a ventisette anni di distanza dall’indimenticabile scudetto del 1949, il Torino vinceva di nuovo il Campionato di calcio italiano.

Credo che lo scudetto ottenuto dal Torino nel 1976 ebbe una valenza particolare.

Certamente, non poteva non essere così, dal momento che tantissimi torinesi ricordavano ancora la triste vittoria risalente al 1949.

A Torino tu hai avuto la fortuna di vincere lo scudetto e di essere seguito da giornalisti per i quali il fattore umano non era un optional.

Ho conosciuto il grande Ormezzano ed un giornalismo che aveva una certa etica.

Lasciato il Torino nel 1981, hai proseguito a giocare in altre squadre fino al 1990. Fosti convocato per il Campionato del mondo del 1978. Finito il tuo percorso di calciatore, hai allenato alcune squadre, tra queste le giovanili del Monza. Attualmente ti stai dedicando ad un progetto molto interessante e ti impegni con grande entusiasmo, si tratta dell’Individual Football Coaching.

La nostra è una scuola di calcio che tiene presente soprattutto il percorso di crescita del ragazzino. Aiutiamo i ragazzi a perfezionare la tecnica individuale, potenziamo il loro sviluppo coordinativo, diamo grande importanza all’allenamento psicologico. Il percorso educativo che noi proponiamo si rivolge non solo ai ragazzi che amano il calcio, ma anche alle ragazze. E’ nostra preziosa collaboratrice proprio un’ex calciatrice, Rita Guarino, che ha conseguito il Master in Psicologia.
Nel caso i ragazzi ed i loro genitori volessero ottenere ulteriori notizie in merito alla scuola e al nostro metodo, hanno a disposizione un sito con molte spiegazioni in merito: www.faigol.com.

L’anno scorso, proprio in una sala della Sede del Monza calcio, è stato presentato un libro dal titolo:”Mi era rimasto un calzettone”, scritto da Antonio Cracas, parlami di questo libro che ti riguarda.

E’ la storia della mia vita, una biografia romanzata.

E credo che sia interessante proprio perché propone quel bel calcio sportivo, che poteva diventare anche … poesia.

Beh, è cambiato molto, oggigiorno, la fretta deteriora l’attività calcistica, i media ed i tifosi non sono in grado di conoscere cosa sia il rispetto, comunque tanti disastri mediatici dipendono dal carattere del calciatore e allenatore, talvolta, la frenesia della visibilità può essere molto controproducente.

Daniela Asaro Romanoff

L’annuncio dell’obbedienza

Posted by michelangelo On marzo - 22 - 2010 ADD COMMENTS

di Michelangelo Nasca

Gli Angeli non sono l’espressione romantica della nostra fede (come vorrebbe invece farci credere qualche buontempone). Tali creature vivono sotto lo sguardo di Dio, non si sottraggono al compito che viene loro assegnato e che ha come primo intento quello di “custodire” la vita dell’uomo.

Papa Ratzinger ci ha ricordato che : «“Angelo” vuol dire “inviato”. In tutto l’Antico Testamento troviamo queste figure, che nel nome di Dio aiutano e guidano gli uomini. […] toglieremmo una parte notevole del Vangelo, se lasciassimo da parte questi esseri inviati da Dio, i quali annunciano la sua presenza fra di noi e ne sono un segno. Invochiamoli spesso, perché ci sostengano nell’impegno di seguire Gesù fino a identificarci con Lui».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cf n. 336) ci ricorda che gli angeli custodiscono la vita umana, circondandola con la loro protezione. Essi sono esseri spirituali ed incorporei e intercedono per noi presso Dio. “Ogni fedele – affermava San Basilio Magno – ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita”.

Se venissi raggiunto da un Angelo il senso del suo annuncio riguarderebbe certamente il tema dell’obbedienza. La Vergine Maria, in tal senso, ce ne ricorda l’importanza.

“«Vieni e seguimi» (Mt 4,19). Gli apostoli abbandonarono tutto per seguire il Signore. Come loro, ti deciderai a seguirlo per sempre quando ti chiamerà, già dalla prima volta? O quante volte dovrà chiamarti?” (F.X. Nguyen Van Thuan).

C’è un momento nella nostra vita dove l’invito a seguire Cristo si rivela con maggiore chiarezza, mettendo in discussione molti dei nostri progetti. Per chi sono nato e cosa vuole da me il Signore!
Questo interrogativo prima o poi (se con lealtà abbiamo imparato a conoscere Dio nella fede) non tarderà a manifestarsi. Santa Teresa d’Avila prendendo a cuore il senso di tale domanda risponderà: “Sono nata per te, per te Signore. Dimmi che vuoi da me, dimmi Signore”.

La scelta della vocazione deve talvolta misurarsi con i ritmi (spesso incalzanti) del nostro tempo e con le mille prerogative del mondo. “La decisione di seguire il Signore – ricorda ancora F.X. Van Thuan – non è proprio come «mettere una firma» o come pronunciare un giuramento; è piuttosto il continuo sacrificio quotidiano nel portare avanti questa decisione per tutta la vita”.

Quando Gesù viene ad abitare sulla terra si trova di fronte i resti di una umanità disobbediente e disgregata. L’intera storia della salvezza, infatti, è tormentata dal dominio del peccato che rallenta il cammino dell’uomo verso Dio, mettendo alla prova quella fedeltà esigita da Dio stesso nel momento in cui stabilisce la sua alleanza. Era indispensabile la venuta al mondo di un Dio-Uomo capace di superare ogni limite umano, con un’obbedienza più grande del peccato stesso, al quale persino il male doveva rivolgere il suo ossequio: “Signore, anche i demòni ci obbediscono, quando invochiamo il tuo nome” (Lc 10,17), “Allora Gesù con parole minacciose comandò al demonio di uscire da lui” (Mt 17,18).

Cristo è dunque l’immagine prototipa del Figlio che obbedisce incondizionatamente al Padre. Questo particolare ed esigente modo di agire di Gesù diventa il principale elemento programmatico, la condizione essenziale per porsi alla Sua sequela. Egli, infatti, chiede al discepolo di separarsi definitivamente dagli affetti familiari, dal proprio lavoro, dai propri averi, da tutto ciò che di più sicuro può garantire la vita dell’uomo, e lo chiama a condividere con lui un cammino nuovo, umanamente imprevedibile, un cammino che conduce alla croce, dove l’unico atteggiamento che l’uomo (perfino Gesù) può assumere è quello di affidarsi, di abbandonarsi nelle mani di Dio.

Per entrare nel mistero di Cristo non basta solo riconoscerne la Verità , magari osservandola garbatamente da lontano; bisogna andare fino in fondo alla radice del proprio cuore (là dove è custodita l’immagine di Dio) per scoprire le tracce del Suo disegno, compromettendo tutta la nostra umanità e la nostra intelligenza, magari lasciando più spazio agli imprevisti, capaci di mettere a soqquadro i nostri progetti, pazientemente organizzati, misurati secondo il nostro tempo e i nostri gradimenti.

Chi obbedisce non mortifica la propria identità, ma riconosce in qualcuno un’autorità capace di farlo crescere, se poi questo qualcuno è Dio anche il demonio preferisce ritirarsi.

Credo che un Angelo, nel suo annuncio, non potrebbe non chiedermi di aderire a questo meraviglioso e impegnativo progetto.

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